Panzer-Division

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Carri armati Panzer IV della 1. Panzer-Division sfilano ad Atene nell'estate 1943.

Panzer-Division è il nome attribuito alle divisioni corazzate dalle forze armate tedesche dalla loro costituzione nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale ad oggi. Divennero famose e molto temute dal nemico durante la guerra per la loro grande potenza offensiva e difensiva, e rappresentarono il nucleo più solido e efficiente dell'Heer (Wehrmacht), costituendo inoltre un modello organizzativo e tattico per gli eserciti di tutte le altre grandi potenze mondiali[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi storia delle Panzer-Division nella seconda guerra mondiale.

La creazione delle prime tre Panzer-Division si ebbe il 15 ottobre 1935: la 1. Panzer-Division a Weimar al comando del tenente generale Maximilian von Weichs, la 2. Panzer-Division a Würzburg sotto il comando del maggior generale Heinz Guderian e la 3. Panzer-Division a Berlino sotto la guida del maggior generale Ernst Feßmann.

Il 10 novembre 1938 vennero costituite due nuove Panzer-Division: la 4. (maggior generale Georg-Hans Reinhardt) e la 5. (maggior generale Heinrich von Vietinghoff) e vennero organizzati numerosi altri reparti corazzati subordinati. La Germania entrò in guerra il 1 settembre 1939 con queste cinque divisioni corazzate, rafforzate da quattro cosiddette "Divisioni leggere" (Leichte division) dotate di un solo battaglione di carri, e da un Panzer-verband Kempff (formazione ad hoc equivalente ad una divisione a ranghi ridotti schierata in Prussia orientale), presto trasformata in 10. Panzer-Division (maggior generale Ferdinand Schaal).

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Panzer III in azione nella steppa russa nell'estate 1941.

Le Panzerdivision entrarono in azione in Polonia raggruppate operativamente in corpi d'armata motorizzati, e avanzarono rapidamente in profondità nel territorio polacco, sbaragliando facilmente la resistenza nemica, dando una prima dimostrazione dell'efficienza degli uomini delle Panzertruppen e della validità delle tattiche della Guerra lampo studiate dagli esperti della Wehrmacht. Nonostante alcune difficoltà legate alle modesta potenza dei carri armati (principalmente mezzi leggeri Panzer I e Panzer II), le divisioni corazzate diedero buona prova e durante l'inverno 1939-40 anche le quattro Leichte Division vennero trasformate in Panzerdivision (numerate da 6 a 9) con l'aggiunta di nuovi reggimenti corazzati, dotati anche di carri armati di origine ceca, Panzer 35(t) e Panzer 38(t).

Il 10 maggio 1940 le dieci Panzerdivision parteciparono al Fall Gelb, la grande offensiva sul fronte occidentale; sette divisioni corazzate sferrarono l'attacco decisivo sulla Mosa e avanzarono, dopo aver travolto le difese francesi, fino alla Manica, accerchiando le forze alleate e imprimendo una svolta decisiva alla campagna. Dopo la battaglia di Dunkerque, le Panzerdivision entrarono in azione anche nella seconda fase dell'offensiva tedesca e coronarono trionfalmente la vittoria totale del Terzo Reich, raggiungendo le coste della Bretagna, la Loira e il Rodano.

In vista dei molteplici impegni dell'Heer (Wehrmacht) e dei progetti di Hitler di attacco decisivo all'Unione Sovietica, nell'inverno 1940-41, l'Alto comando tedesco costituì dieci nuove divisioni corazzate (numerate da 11 a 20), riducendo però il numero di carri disponibili in ciascuna divisione: un solo reggimento corazzato con due o tre battaglioni e 160-190 mezzi corazzati (con una maggior percentuale di carri medi Panzer III e IV). Nella primavera 1941 le Panzerdivision invasero rapidamente la Jugoslavia e la Grecia e respinsero in mare le truppe britanniche sbarcate nei Balcani, due divisioni corazzate furono inviate in Africa e contribuirono in modo decisivo ad arrestare l'avanzata inglese in Libia, mentre le restanti diciannove Panzerdivision parteciparono dal 22 giugno 1941 all'Operazione Barbarossa.

Ufficiale delle Panzertruppen sulla torretta del suo carro Panther.

La nuova gigantesca offensiva si dimostrò subito molto dura: nonostante la netta superiorità tattica e operativa delle unità corazzate tedesche, la resistenza delle numerose forze meccanizzate nemiche, il logorio delle distanze e del clima, misero a dura prova le truppe tedesche che, dopo una snervante avanzata estiva, furono duramente fermate e respinte dalla controffensiva dell'Armata Rossa alle porte di Mosca (5 dicembre 1941), che inflisse unna prima sanguinosa sconfitta all'Heer (Wehrmacht).

Dopo la drammatica battaglia invernale sul fronte russo, l'Esercito tedesco si riorganizzò in primavera, e potenziò le sue forze corazzate costituendo sei nuove Panzerdivision e inserendo reparti corazzate nelle unità Waffen-SS e nelle divisioni motorizzate. A giugno 1942 l'Heer (Wehrmacht) fece un nuovo tentativo di vincere la guerra all'est con una massiccia offensiva verso il Volga e il Caucaso: le nove divisioni corazzate impegnate avanzarono in profondità e raggiunsero Stalingrado (23 agosto), ma le forze sovietiche organizzarono una dura resistenza e il 19 novembre passarono al controffensiva accerchiando un gran numero di reparti tedeschi, tra cui tre Panzerdivision.

Durante l'inverno 1942-1943, le divisioni corazzate tedesche, richiamate anche da altri fronti, combatterono continuamente per fermare l'avanzata generale sovietica, riuscendo, nel marzo 1943 a stabilizzare la situazione a Char'kov, ma ormai la guerra stava evolvendo a sfavore della Germania. La Panzerwaffe perse cinque divisioni corazzate in Russia e altre tre in Nord Africa (dove le forze anglosassoni avevano ottenuto una netta superiorità) entro la primavera del 1943.

Dopo queste sconfitte le Panzerdivision dell'Heer (Wehrmacht) e delle Waffen-SS, ancora aumentate numericamente e rafforzate con i nuovi carri medi Panther, furono sempre più costrette sulla difensiva su tutti i fronti e dovettero spesso essere dirottate da un settore critico all'altro per frenare o rallentare le continue offensive nemiche. Dopo l'ultima deludente offensiva sul fronte orientale (battaglia di Kursk), le divisioni corazzate all'est, dove rimasero in grande maggioranza per tutta la guerra, continuarono a combattere con abilità e coraggio, contraccando localmente (a Bogoduchov, Žitomir, Krivoj Rog, Čerkasy) per contrastare le sempre più potenti forze sovietiche e guadagnare tempo.

Panther e granatieri tedeschi in azione durante le battaglie finali sul fronte est.

In Italia e in Normandia i reparti corazzati tedeschi tentarono invano di evitare l'invasione alleata del continente. Nell'estate 1944 le Panzerdivision subirono perdite durissime sia a est (operazione Bagration) che in Normandia, ma in agosto e settembre furono in grado ancora di contrattaccare in Polonia, nel Baltico e in Ungheria, mentre all'ovest in dicembre Hitler sferrò un'ultima grande offensiva di sorpresa nelle Ardenne con nove Panzerdivision che per un momento mise in difficoltà le forze anglo-americane.

Dopo il fallimento di questo disperato contrattacco, le divisioni corazzate furono concentrate all'est per impedire l'invasione della Germania: in Ungheria, sul Balaton e in Pomerania, a febbraio e marzo 1945. le Panzerdivision sferrarono i loro ultimi attacchi contro l'Armata Rossa, mentre nel Reich venivano affrettatamente costituite nuove deboli divisioni corazzate "fantasma" per cercare di evitare la disfatta finale.

Il crollo finale del Terzo Reich, di fronte all'offensiva finale sovietica sull'Oder e all'avanzata alleata da ovest, si verificò a maggio 1945, mentre le Panzerdivision (l'ultimo ordine di battaglia tedesco enumerava ancora oltre trenta divisioni corazzate teoricamente operative), ridotte a pochi carri armati ma ancora combattive e orgogliose, si arresero con ordine e disciplina, in maggioranza ripiegando verso ovest per consegnarsi alle truppe anglosassoni ed evitare la prigionia sovietica.

Durante tutta la guerra le Panzerdivision mantennero sempre un'elevata efficienza e guadagnarono grande rispetto da parte degli avversari; subirono la perdita di oltre 18.000 carri armati solo sul fronte est, ma rivendicarono la distruzione di oltre 90.000 mezzi corazzati del nemico.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Allo scoppio della seconda guerra mondiale la teoria voleva che le Panzer-Division fossero organizzate in due brigate, ma spesso si riuscì ad impostarne solo una composta da due reggimenti corazzati binari (vale a dire con due battaglioni di tre compagnie ciascuno) più uno, anch'esso binario, di fanteria motorizzata: in totale 324 carri armati supportati inoltre da un battaglione motociclisti e da reparti addetti alla ricognizione, all'artiglieria, al genio militare, alle trasmissioni, ai rifornimenti, all'amministrazione e all'assistenza medica.[2]

Nel 1941 le divisioni corazzate furono ridotte ad un solo reggimento corazzato binario facendo così scendere il numero dei carri a 196, ma in compenso la fanteria motorizzata si identificava in due reggimenti anziché in uno. La battaglia di Kursk fece inoltre sì che alcune unità ricevessero un ulteriore battaglione corazzato, e a tutte fu assegnato un battaglione contraereo. Nel 1944 invece l'andamento della guerra, sfavorevole per la Germania, impose numerose eccezioni alle regole finora seguite.[2]

Personalità di rilievo[modifica | modifica wikitesto]

Il colonnello Heinrich Eberbach, distintosi in numerose battaglie su tutti i fronti europei.
Walther von Hünersdorff, comandante dei panzer della 6. Panzer-Division, cadde a Kursk.
Il colonnello Gustav-Adolf Riebel, guidò i reparti corazzati della 11. e della 24. Panzer-Division, fu ucciso a Stalingrado.
Michael Wittmann, in Normandia, poco prima di rimanere ucciso combattendo sull'"Invasionfront".

Bundeswehr[modifica | modifica wikitesto]

Un carro armato Leopard 2, il mezzo da combattimento principale della Panzer-Division della Bundeswehr.

Dopo la ricostituzione nel 1955 delle forze armate della Germania federale inserita nell'Alleanza Atlantica con il nome di Bundewehr, vennero rapidamente organizzate le nuove Panzerdivision, riccamente equipaggiate con materiale inizialmente statunitense ma in seguito anche di produzione nazionale, e schierate in prima linea per difendere l'Europa occidentale in caso di attacco del Patto di Varsavia. Le Panzerdivision della Bundeswehr giocavano un ruolo fondamentale nei piani della NATO durante la Guerra Fredda ed erano considerate le unità più efficienti, dopo le unità corazzate americane, tra quelle schierate in Europa. Nel momento di massimo sviluppo, la Bundeswehr allineava cinque Panzerdivision (1., 5., 7., 10. e 11. Panzer-Division) con quasi 4.000 carri armati.

Dopo la fine della Guerra fredda, la Bundeswehr ha ridotto le sue forze sciogliendo tre Panzerdivision. Oggi le due divisioni corazzate rimaste sono organizzate su due brigate carri contenenti un battaglione corazzato e due meccanizzati (tranne la 1. Panzerdivision che ha due battaglioni corazzati e uno meccanizzato nella sua 9. Panzerbrigade, e nella 21. Panzerbrigade manca di un battaglione meccanizzato) più i battaglioni artiglieria e AA e le compagnie servizi. La 10. Panzerdivision ha una brigata da montagna invece di corazzata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ K.Macksey, Carri armati. Gli scontri decisivi, pp. 54-56, 62-63, 83-85, 93-94; J.Keegan, Uomini e battaglie della seconda guerra mondiale,pp. 401-403.
  2. ^ a b Unità dello Heer in okh.it. URL consultato il 18 ott 2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paul Carell, Arrivano, BUR 1998
  • Paul Carell, Le volpi del deserto, BUR 1998
  • Paul Carell, Operazione Barbarossa, BUR 2000
  • Paul Carell, Terra bruciata, BUR 2000
  • Francois DeLannoy/Josef Charita, Panzertruppen, Editions Heimdal 2001
  • Uwe Feist, Panzertruppe, Ryton publ. 1996
  • Werner Haupt, A history of the Panzer troops, Schiffer publ. 1990
  • Alistair Horne, Come si perde una battaglia, Mondadori 1970
  • John Keegan, Uomini e battaglie della seconda guerra mondiale, Rizzoli 1989
  • Franz Kurowski, Panzer aces, J.J.Fedorowitz publ. 1993
  • Kenneth Macksey, Carri armati, gli scontri decisivi, Fratelli Melita editori 1991
  • William L. Shirer, La caduta della Francia, Einaudi 1971
  • William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi 1990

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]