Cavo Redefossi

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Navigli di Milano

Il Cavo Redefossi (Redefoss[1] in dialetto milanese) è un canale artificiale, già scolmatore delle piene del Seveso e della Martesana, che attraversa Milano e che oggi ne porta le acque nella Vettabbia.

Indice

Storia [modifica]

I problemi remoti [modifica]

La storia del Redefossi è strettemente legata a quella del Seveso e del naviglio della Martesana di cui oggi convoglia le acque unite prima nella Vettabbia e, con questa, nel Lambro. Generalmente si data la costruzione del Cavo Redefossi tra il 1783 ed il 1786, quando il governo austriaco di Milano ne operò una nuova inalveazione per evitare le frequenti esondazioni causate dalle piene del Seveso che interessavano Porta Romana, Porta Vittoria e Porta Lodovica. In realtà, la storia del Re de' fossi o Redefosso come lo troviamo descritto nella cartografia milanese, è più antica. Il Seveso ebbe ai tempi dei Romani due deviazioni (l'una in epoca repubblicana, l'altra in età imperiale) verso la città ma il suo alveo a oriente di questa restò attivo proprio per accoglierne le piene sfogandole nella Vettabbia. Il Seveso era il più importante tra i fiumi e le rogge che provvedevano all'approvvigionamento idrico della città.

Il mulino Fiocchi, attivo ancor oggi, conserva la vecchia ruota sulla derivazione del Redefossi


Le cose cambiarono con la costruzione del naviglio della Martesana. Il canale fu completato, e reso navigabile, fino alla Cassina de' pomm, nel 1471: sfogava le acque in eccesso provenienti dall'Adda parte nel Lambro, che attraversava poco a monte, e parte nel Seveso, nel quale praticamente il naviglio terminava, che vide fortemente aumentata la sua portata. Quando nel 1496 fu completato il tratto dalla Cassina al ponte delle Gabelle, Seveso e Martesana si incrociarono. Il Seveso venne incanalato, forse nel suo antico alveo, dando origine alla roggia Gerenzana[2], ma il carico idrico su Milano in caso di concomitanti piene del Seveso e dell'Adda era diventato eccessivo e si avvertì l'esigenza di creare un canale che potesse scaricarle prima che entrassero attraverso la conca dell'Incoronata nel naviglio di San Marco, recapitandole direttamente nella fossa interna più a valle[3]. Lo scolmatore si chiamò Redefosso, probabilmente dalla contrazione di retrofossum che troviamo in documenti antichi a indicarne la posizione arretrata rispetto alle mura di porta Nuova. Con la costruzione delle mura Spagnole, fu naturale che il Redefossi le contornasse dal ponte delle Gabelle (la "nuova" porta Nuova) fino a confluire nella Vettabbia, a quel punto già uscita dalla fossa interna, nei pressi di porta Lodovica. Ma la portata aggiunta alla Vettabbia non trova sufficiente sfogo nell'irrigazione dei terreni circostanti e le esondazioni sono via via più numerose[4] e colpiscono sia la città, da porta Tosa fino a porta Lodovica sia le campagne sottostanti con effetti catastrofici e si instaura una lunga polemica tra chi considera come soluzione del problema un minore afflusso d'acqua verso la città e chi pensa che un migliore deflusso a valle risolverebbe il problema. In realtà, nel 1708 il governo aveva provveduto a una risistemazione dell'alveo del cavo, tra porta Nuova e porta Lodovica, senza ricavarne alcun reale beneficio, dopo la metà del secolo la polemica infuriava coinvolgendo sulle opposte tesi illustri ingegneri-idraulici come Giovanni Antonio Lecchi e Dionigi Maria Ferrari, architetto camerale. A offrire la soluzione, sarà l'ingegnere Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di "Utenti della Vettabbia" che progetterà il prolungamento del Redefossi fino quasi a Melegnano: il costo dell'opera era assai elevato (un milione di lire milanesi), ma con molto realismo il governo austriaco rispose che la cifra era inferiore a quella sborsata per una delle ricorrenti esondazioni. Così approfondite le indagini tecniche, i lavori iniziarono nel 1783 e furono terminati nel giro di tre anni. Il percorso era quello odierno.

Il percorso lungo i bastioni, a Milano, fu tombinato negli anni trenta, contemporaneamente alla copertura della fossa interna.

E quelli moderni [modifica]

Il primo tratto del Redefossi a San Giuliano[5]
Inalveamento e copertura del Redefossi a san Giuliano in regime di asciutta del canale (2010)

I problemi si ripresentarono però nel secondo dopoguerra e negli anni sessanta: il cavo Redefossi era diventato uno dei collettori del sistema fognario di Milano e la via Emilia, lungo la quale scorreva tra Rogoredo, San Donato e San Giuliano, era diventata in pratica un'ininterrotta strada urbana che assommava al traffico asfissiante, le esalazioni di un canale che per la qualità delle acque era ben poco diverso da una fogna e, per di più, usciva dagli argini con una frequenza esasperante. Va ricordato che le prime opere furono indirizzate più al miglioramento della circolazione stradale che a scopi ambientali e la "luce" del canale inalveato e poi coperto era troppo ridotta per un sicuro contenimento delle periodiche piene. Nel tratto milanese e a San Donato nord, le cose si erano via via normalizzate anche per i continui interventi di razionalizzazione dello svincolo dell'Autostrada del sole e per il resto dell'attraversamento di San Donato, la presenza dell'ENI aveva spinto verso soluzioni definitive del problema.[6]

Per l'attraversamento di San Giuliano,[7] dove si partiva da zero, i primi cantieri sono stati aperti nel1998.[8] Ci si trovò a dovere affrontare anche la risistemazione di un deviatore,[9] costruito nel 1970 ma rivelatosi insufficiente, sia per consentire l'effettuazione dei lavori in regime di asciutta, sia per allontanare il rischio esondazioni: così, a partire dal confine con San Donato, è stato ristrutturato un deviatore Redefossi che raggiunge direttamente il Lambro alla frazione Carpianello, ma i lavori non hanno raggiunto pienamente lo scopo prefisso: esso consente, infatti, ancora il trasferimento soltanto delle portate ordinarie, per cui ad ogni grave allerta meteo il surplus idrico viene reindirizzato sul vecchio percorso, creando problemi ai cantieri.[10] Dopo l'entrata in funzione del sistema depurativo di Milano, la qualità delle acque è migliorata, ma sono emersi vari allacciamenti fognari provenienti da frazioni e comuni contermini che sono stati superati soltanto nel 2010. In compenso, il regime di asciutta, che non è mai assoluto, crea pozze stagnanti o con ricambio lentissimo in cui si accumulano liquami e immondizie[5][11] che favoriscono la proliferazione dei ratti e lo sviluppo di miasmi. La situazione è particolarmente grave nei tratti non cantierati.[12]

Idrografia [modifica]

Il redefossi lascia il territorio di San Giuliano
Il Redefossi alla Rampina a Melegnano allo sbarramento che precede la confluenza nella Vettabbia

La portata del Cavo Redefossi si forma sotto via Melchiore Gioia, all'altezza di via Carissimi, quando il Naviglio della Martesana raccoglie le acque del Seveso. Giunto al ponte delle Gabelle, poche centinaia di metri dopo, il corso d'acqua assume il suo nome e prende il percorso scavato durante la dominazione austriaca lungo le ex-mura spagnole e sotto i viali dei bastioni raggiunge porta Romana dove piega a sinistra verso corso Lodi e raggiunge piazzale Corvetto e la via Emilia. Sempre coperto, il Redefossi attraversa San Donato Milanese e da San Giuliano Milanese, attraverso il deviatore, direttamente il Lambro, nei termini che abbiamo descritto. Il percorso storico, che sarà ripristinato al completamento dei lavori, è rettilineo lungo la via Emilia fino alla frazione Rampina di Melegnano, dove la Vettabbia attraversa la via Emilia e il Redefossi ha il suo "naturale" sbocco.

Note [modifica]

Bibliografia [modifica]

  • "Della Inalveazione del Torrente Redefosso, saggio storico idraulico", dai torchj di Gio. Bernardoni, Milano, 1819
  • Pierino Boselli, "Toponimi lombardi", Sugarco Edizioni, Milano 1977
  • Enciclopedia di Milano Franco Maria Ricci Editore, Milano 1997
  • Roberta Cordani (a cura di), Milano, il volto di una città perduta, Edizioni Celip, Milano, 2004

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