Diocesi di Alessandria

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Diocesi di Alessandria
Dioecesis Alexandrina Statiellorum
Chiesa latina
Alessandria piazzaduomo.jpg
Suffraganea dell' arcidiocesi di Vercelli
Regione ecclesiastica Piemonte
Mappa della diocesi
Provincia ecclesiastica
Provincia ecclesiastica della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Vescovo Guido Gallese
Vicario generale Vittorio Gatti
Vescovi emeriti cardinale Giuseppe Versaldi
Sacerdoti 82 di cui 64 secolari e 18 regolari
1.823 battezzati per sacerdote
Religiosi 21 uomini, 145 donne
Diaconi 9 permanenti
Abitanti 159.822
Battezzati 149.506 (93,5% del totale)
Superficie 740 km² in Italia
Parrocchie 75 (7 vicariati)
Erezione 1175
Rito romano
Cattedrale Santi Pietro e Marco
Santi patroni Madonna della Salve
San Baudolino
San Pio V
Indirizzo via Vescovado,1 - 15121 Alessandria
Sito web www.diocesialessandria.it
Dati dall'Annuario pontificio 2016 (ch? · gc?)
Chiesa cattolica in Italia

La diocesi di Alessandria (in latino: Dioecesis Alexandrina Statiellorum) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Vercelli e appartenente alla regione ecclesiastica Piemonte. Nel 2015 contava 149.506 battezzati su 159.822 abitanti. È attualmente retta dal vescovo Guido Gallese.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio della diocesi è interamente distribuito sulla provincia di Alessandria e comprende i comuni di Alessandria, Borgoratto Alessandrino, Carentino, Casal Cermelli, Predosa, Castelspina, Bassignana, Rivarone, Valenza, Alluvioni Cambiò, Isola Sant'Antonio, Castellazzo Bormida, Felizzano, Quargnento, Frugarolo, Oviglio, Pietra Marazzi, Gamalero, Pecetto di Valenza, Montecastello, Bosco Marengo, Pasturana, Piovera, Tassarolo, Frascaro, Solero e Capriata d'Orba.

La diocesi confina a nord con la diocesi di Casale Monferrato, ad ovest con la diocesi di Asti, a sud-ovest la diocesi di Acqui, a sud, per breve tratto, con l'arcidiocesi di Genova e ad est con la diocesi di Tortona.

Sede vescovile è la città di Alessandria, dove si trova la cattedrale dei Santi Pietro e Marco.

La diocesi conta 75 parrocchie distribuite su un territorio di 753 km² e divisa in 4 zone pastorali[1] accorpando le precedenti 7[2][3]:

  1. Alessandria
  2. Marengo – Fraschetta
  3. Bormida – Orba – Tanaro
  4. Valenza – Po

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Inviziati[4], residenza del vescovo di Alessandria.

La diocesi venne eretta nel 1175 per volere di papa Alessandro III, a cui era stata dedicata la città, con la bolla Sacrosanctae Romanae ecclesiae[5], con la quale il pontefice onora con la dignità episcopale «la chiesa e la città che è stata costituita in onore di San Pietro e per utilità e gloria di tutta la Lombardia».

Successivamente, con il breve De novitate del 30 gennaio 1176[6] Alessandro III si scusa di aver eletto motu proprio il vescovo[7] e dichiara che questo non deve pregiudicare in futuro il diritto di nomina che spetta al capitolo della cattedrale. La nuova diocesi è resa suffraganea dell'arcidiocesi di Milano.

L'estensione della diocesi originaria era pressoché simile a quella odierna[8], tranne per il confine orientale con la diocesi di Tortona che non aveva una precisa delimitazione. Nel breve Congruam officii[9] al vescovo Ottone (18 luglio 1178 oppure 1180), Alessandro III confermava la costituzione del capitolo dei canonici della cattedrale di San Pietro, attuata da Ottone, e riconosceva alla giovane Chiesa alessandrina tutti i suoi possedimenti.

La vita della diocesi, nei suoi primi decenni, fu molto travagliata per discordie di giurisdizione con la diocesi di Acqui, dal cui territorio era nata la sede alessandrina. Papa Alessandro diede incarico all'arcivescovo milanese Algisio di unire le due sedi sotto il vescovo di Acqui, ma per l'opposizione sia di Ottone che del vescovo di Acqui la disposizione non ebbe effetto. La diocesi alessandrina rimase vacante per lungo tempo.

Nel maggio 1205 papa Innocenzo III riprese in mano la questione, decidendo di dare attuazione alle disposizioni di Alessandro III. Fu rinnovata l'unione aeque principaliter delle due sedi con la bolla Cum beatus Petrus[10] e il vescovo acquese Ugo Tornielli divenne anche vescovo di Alessandria, con l'obbligo di risiedere sei mesi in una città e sei mesi nell'altra. Ma i dissidi fra le due diocesi furono tali che alla fine, nel novembre 1213, Ugo Tornielli decise di dimettersi.

Da questo momento Alessandria, benché ancora formalmente unita ad Acqui, non ebbe più vescovi propri; inizialmente fu governata dal capitolo della cattedrale e poi, dal 1235, dall'arcidiacono capitolare. Il vescovo di Acqui, alla cui sede era unita quella di Alessandria, non si preoccupò mai della Chiesa alessandrina, e, ad eccezione di un solo caso, nessuno dei vescovi acquesi portò mai la titolazione di vescovo di Alessandria.[11]

Questo status quo durò fino a quando papa Innocenzo VII, con una bolla Sedis Apostolicae del 15 aprile 1405[12], riorganizzò la diocesi e nominò vescovo l'agostiniano Bertolino Beccari.[13]

Nel 1803, durante l'occupazione francese, la diocesi fu nuovamente soppressa e il territorio incorporato nella diocesi di Casale Monferrato assieme alla soppressa diocesi di Bobbio.

Fu ristabilita il 17 luglio 1817 con la bolla Beati Petri di papa Pio VII e nel contempo divenne suffraganea della nuova arcidiocesi di Vercelli.

I titoli del Vescovo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Alessandria e Bergoglio (Alessandria).

Fino agli anni ‘60 del XX secolo, il Vescovo di Alessandria portava, tra gli altri, il titolo nobiliare di Conte, ed il titolo onorifico di Abate dei ss. Pietro e Dalmazzo. Più precisamente quest'ultimo è: Abate dell'insigne Collegiata dei ss. Pietro e Dalmazzo.

Da quando abbia assunto il titolo di Conte non è dato sapere, mentre quello di Abate è, si può dire, il risultato di un divenire storico che affonda le sue radici in un periodo addirittura antecedente alla fondazione della città. San Pietro, detto di Bergoglio (o Borgoglio), dal nome del borgo oltre il fiume Tanaro nel quale si trovava, era un monastero benedettino che esisteva ben prima della formazione della città e di cui si ha la prima traccia in una bolla di papa Alessandro III del 1162. In Bergoglio, almeno fino al Concilio di Trento, si celebrava con il rito ambrosiano ed il monastero era alle dipendenze dirette dell’Arcivescovo di Milano come si legge nella Chronica Aquensis del domenicano Iacopo d'Acqui che afferma: Verum est quod Bergolium quantum ad officium sequitur ritum Ecclesiae Ambroxianae, solum quantum ad Ecclesiam principalem, quia Bergolium fuit de Diocesi Mediolanensi. Nel monastero probabilmente si ritirò Guido da Velate che vi mori il 23 agosto 1071 e vi fu anche sepolto.

Dal XV secolo, con la decadenza dell'ordine monastico, cominciò ad essere dato in commenda. Nel 1426 fu concesso da papa Martino V ad Arpino Colli; poi, nel 1458 da papa Callisto III a Galvagno Ferrufini; nel 1490 da papa Innocenzo VIII a Luigi Capra; nel 1514 da papa Leone X a Gian Luchino Arnuzzi.

Nel 1518 lo stesso Leone X nominò abate commendatario il cardinale Giulio de Medici, poi papa Clemente VII. Egli ottenne dal papa - Leone X era Giovanni de Medici, suo cugino - con bolla del 20 luglio 1520, la facoltà di sopprimere il monastero benedettino sostituendolo con una Collegiata secolare abaziale, come di fatto avvenne con atto del 28 agosto dello stesso anno dato in Firenze. Nel medesimo atto eresse quattro dignità[14] ed otto canonici[15] trasformando a tal fine alcune cappellanìe che nella stessa chiesa di san Pietro ed altrove erano state fondate. Il governo degli abati secolari cominciò appunto nel 1520 con lo stesso cardinale de' Medici e si concluse con la morte dell'ultimo Gian Giacomo Curioni il 15 agosto 1727.

Leone X, oltre alle prerogative ordinarie di cui erano titolari ab antiquo gli abati ed i monaci di san Pietro, concesse ulteriori privilegi sia all'abate sia al Capitolo della Collegiata. L'abate indossava il rocchetto al modo dei vescovi e dei prelati; portava la mitria, il pastorale e le altre insegne pontificali; impartiva la benedizione solenne, se non fosse presente qualche vescovo; conferiva la tonsura e gli ordini minori; poteva conferire benefici; poteva concedere al priore o al suo vicario la facoltà di amministrare tutti i Sacramenti ai fedeli della parrocchia di cui la Collegiata era titolare.

Il Capitolo fu invece dichiarato esente da ogni giurisdizione e assoggettato immediatamente alla santa Sede apostolica in modo che né il vescovo né altri per alcuna ragione (fosse anche di delitto o di contratto) potessero esercitare alcuna giurisdizione sopra le chiese, l'abate, i canonici, i beneficiati, le persone ed i benefici della Collegiata, né tanto meno promulgare contro di loro scomuniche, interdetti o censure e pene. Gli accordò altresì di portare l'almuzia "di pelli grigie ed onorevoli" al modo della chiese cattedrali. Evidentemente questi privilegi provocarono nel tempo continui scontri e liti soprattutto quando venivano fatti valere senza tener conto delle attenuazioni ad essi apportate dal Concilio di Trento a favore dei vescovi diocesani, in quanto depositari dell'autorità ordinaria.

La Collegiata rimase nella sua chiesa in Bergoglio fino al 1728 quando dovette trasferirsi a seguito della demolizione dell'intero quartiere ordinata dal re Vittorio Amedeo II per la costruzione della nuova cittadella militare. Approfittando di ciò e del fatto che l'abate Curioni era deceduto da otto mesi quindi la dignità era vacante, papa Benedetto XIII con bolla del 22 aprile 1728 estinse la commenda abaziale e la unì con i suoi redditi alla "mensa vescovile" ed è per questo che da quel momento il Vescovo di Alessandria porta il titolo di "Abate della Collegiata".

Il 17 giugno fu demolita la chiesa e la Collegiata si trasferì nella chiesa parrocchiale di santa Maria dell'Olmo poi definitivamente in quella di san Dalmazzo, a seguito di una convenzione stipulata il 16 gennaio 1730 con il suo parroco-prevosto che ottenne di essere membro del Capitolo della Collegiata e di avere, vita natural durante, la precedenza sia sulle dignità capitolari sia sui canonici e che alla sua morte il suo posto fosse convertito in decanato, però quale ultima dignità capitolare. Gli accordi furono approvati con un rescritto apostolico del 28 luglio dello stesso anno ma già dal 18 gennaio la Collegiata si trasferì solennemente in san Dalmazzo. Da allora in poi sia la chiesa sia la Collegiata assunsero il titolo "dei santi Pietro e Dalmazzo". Anche il titolo del Vescovo mutò: Abate dell'insigne Collegiata dei santi Pietro e Dalmazzo.

Per quanto riguarda la situazione delle dignità, nel 1584 il vescovo, poi cardinale, Paravicini estinse la prepositura, cosicchè il priore, con la cura d'anime divenne la dignità principale; permasero l'arcidiacono, l'arciprete e il decano. Nel 1685 fu ricostituita però non più con l'importanza che aveva avuto, fu infatti collocata dopo le altre ma prima del decanato. Degli antichi otto canonicati, due furono uniti per la tenuità dei redditi, due per decisione della famiglia dei patroni, uno fu unito al priorato ed altri furono costituiti ex novo , cosicchè nel XVIII secolo i canonici divennero nove.

Durante la dominazione napoleonica e dopo la Restaurazione la chiesa e la Collegiata subirono diverse vicende. Nel 1807 la chiesa fu occupata dal Genio militare e la Collegiata si trasferì nella chiesa parrocchiale di santa Maria di Castello ove rimase fino al 1813 quando anche questa fu occupata dai militari. Passò quindi alla chiesa di Loreto e, dopo diverse trattative, nel 1824 si stabilì definitivamente nella chiesa parrocchiale della b. V. M. del Carmine che, nella ristrutturazione delle circoscrizioni parrocchiali nel frattempo intervenuta, aveva inglobato la quasi totalità del distretto dell'antica parrocchia di san. Dalmazzo. Morto nel 1828 il parroco del Carmine, la cura delle anime fu nuovamente affidata al priore della Collegiata.

Nel XXI secolo di questa antichissima istituzione ecclesiastica rimane traccia solo nei titoli che competono al Vescovo di Alessandria, Abate, ed al Parroco del Carmine, Priore.

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica wikitesto]

Il vescovo Ottone Ghilini
Lapide dedicata al vescovo Giuseppe Pietro Gagnor (Frassinere 1945-1964)

Santi e beati della diocesi[modifica | modifica wikitesto]

Cattedrale di Alessandria, cappella di san Baudolino, edicola con il sarcofago di san Baudolino posto sopra l'altare.

Persone legate alla diocesi[modifica | modifica wikitesto]

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi al termine dell'anno 2015 su una popolazione di 159.822 persone contava 149.506 battezzati, corrispondenti al 93,5% del totale.

anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
1959 142.500 143.000 99,7 185 138 47 770 41 123 65
1970 150.129 150.737 99,6 168 128 40 893 46 450 70
1980 163.292 165.484 98,7 188 130 58 868 1 70 400 76
1990 145.775 146.192 99,7 148 111 37 984 1 44 280 75
1999 144.000 145.000 99,3 122 94 28 1.180 9 36 287 75
2000 141.109 143.501 98,3 120 93 27 1.175 11 36 261 75
2001 147.880 150.990 97,9 113 88 25 1.308 10 32 265 75
2002 151.486 154.768 97,9 108 86 22 1.402 11 27 222 75
2003 151.486 154.768 97,9 102 82 20 1.485 10 22 204 75
2004 151.410 154.812 97,8 111 87 24 1.364 10 30 197 75
2006 150.100 156.200 96,1 102 82 20 1.471 13 26 192 75
2012 151.000 162.900 92,7 92 74 18 1.641 9 22 182 75
2015 149.506 159.822 93,5 82 64 18 1.823 9 21 145 75

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ don Stefano Tessaglia, Verbale della prima assemblea del presbiterio diocesano (PDF), su diocesialessandria.it, Diocesi di Alessandria, 24 ottobre 2013. URL consultato il 6 marzo 2015.
  2. ^ Alessandria, Bormida, Fraschetta, Marengo, Orba, Valenza Po, Tanaro
  3. ^ Le zone pastorali di "Alessandria Centro", "Alessandria Cristo" e "Alessandria Periferia" erano già state riunite in precedenza nella zona pastorale "Alessandria"
  4. ^ La storia di palazzo Inviziati, su www.diocesialessandria.it, Diocesi di Alessandria. URL consultato il 1 maggio 2106.
  5. ^ Testo della bolla sul sito web della diocesi.
  6. ^ Testo del breve in: Cappelletti, op. cit., pp. 534-535.
  7. ^ Il documento non menziona il nome del vescovo, che potrebbe essere sia Arduino che il suo successore Ottone.
  8. ^ [...]Non può credersi certamente che sia stata costituita quale di presente si trova; se però è lecito, finché non si produca alcun convincente monimento, che rischiari questo bujo, avventurare quale congettura, la quale non sia senza fondamento; si propone che la diocesi Alessandrina possa essere stata formata dei luoghi, e delle ville, che seguono; e se pure gliene furono assegnati altri di più, debba credersi, che questo non gli abbia la Chiesa d'Alessandria fin d'allora conseguiti, ed alcuni di essi non mai, e sono.

    ROVERETO, o sia la città stessa d'Alessandria edificatasi nello stesso castello di Rovereto, o presso il medesimo
    Bergoglio
    Bergamasco
    Carentino
    Felizzano
    Foro
    Fubine
    Gamondio

    San-Giuliano
    Lu
    Marengo
    Oviglio
    Porta-Nuova
    Quargnento
    Solero

    A questi luoghi però si possono aggiungere alcuni altri, i quali si credono non per anco esistenti nel 1175, ma fondati, e formati in appresso nei territorj delle ville sopra menzionate, cioè:

    Borgoratto
    Casal-Cermelli
    Casal-Bagliani
    Cascina-Grossa
    Cantalupo

    Castel-Ceriolo
    Castel-Del-Ferro
    Castel-Spina
    Lobbi. [...]

    Giuseppe Antonio Chenna, Del vescovato, de' vescovi e delle chiese della città e diocesi d'Alessandria, Tomo I, Alessandria 1785, pp 5, 6

  9. ^ Testo del breve in: Cappelletti, op. cit., pp. 535-536.
  10. ^ Testi riportato da Cappelletti, op. cit., pp. 540-543.
  11. ^ Secondo Cappelletti, per la sua fedeltà all'imperatore, la città di Alessandria fu privata dal 1213 al 1240 della dignità episcopale; ripristinata la diocesi nel 1240, fu governata dai vescovi di Acqui fino al 1405. Secondo Savio invece nel 1240 papa Gregorio IX avrebbe sciolto l'unione tra Acqui ed Alessandria, ma senza nominare vescovi alessandrini fino al 1405.
  12. ^ Testo in Cappelletti, op. cit., pp. 551553.
  13. ^ Rafael Lazcano, Episcopologio agustiniano. Agustiniana. Guadarram (Madrid) 2014, vol. I, p. 435-436
  14. ^ La prima dopo l'abate: il preposito o prevosto; poi, il priore con cura d'anime; infine, l'arcidiacono e l'arciprete.
  15. ^ quattro, presbiterali; due: diaconali e due suddiaconati.
  16. ^ Vescovo di Acqui, con la cui diocesi la sede alessandrina venne unita.
  17. ^ Lazcano, op. cit., vol. I, p. 436
  18. ^ Girolamo Ghilini, Annali di Alessandria, Milano, Gioseffo Marelli, 1666, p. 161.
  19. ^ Lazcano, op. cit., vol. I, p. 437-440

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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