David Campese

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David Campese
David Campese 1984.jpg
Campese negli anni ottanta al Petrarca
Dati biografici
Nome David Ian Campese
Paese Australia Australia
Altezza 180 cm
Peso 89 kg
Rugby a 15 Rugby union pictogram.svg
Ruolo Tre quarti ala
Ritirato 1998
Hall of Fame IRB Hall of Fame (2013)
Carriera
Attività provinciale
1987-98 N. Galles del Sud N. Galles del Sud 34 (84)
Attività di club¹
1982-86 Bianco.svg Queanbeyan
1987-98 600px Verde.png Randwick
1984-88 Petrarca Petrarca
1988-93 Amatori Milano Amatori Milano
1996-98 Waratahs Waratahs 22 (30)
Attività da giocatore internazionale
1982-96 Australia Australia 101 (315)
Palmarès internazionale
Vincitore RugbyWorldCup.svg Coppa del Mondo 1991

1. A partire dalla stagione 1995-96 le statistiche di club si riferiscono ai soli campionati maggiori professionistici di Lega

Statistiche aggiornate al 20 gennaio 2011

David Ian Campese (Queanbeyan, 21 ottobre 1962) è un ex rugbista a 15 australiano. Ala-estremo, considerato tra i migliori giocatori in assoluto della storia del rugby[1], vanta 101 presenze in Nazionale australiana tra il 1982 e il 1996, con 64 mete internazionali realizzate, record per gli Wallabies e seconda miglior performance assoluta dietro Daisuke Ohata (69 mete con il Giappone); è inoltre vincitore della II Coppa del mondo che si tenne in Inghilterra nel 1991. Famoso per la sua tecnica di corsa nota come goose step (passo dell’oca)[2] usata per eludere i suoi placcatori, Campese è visto come il primo grande professionista ante litteram del rugby a 15 e uno tra gli innovatori della disciplina[2].

Cenni biografici[modifica | modifica sorgente]

Figlio di un emigrato veneto di Montecchio Precalcino[3], Campese crebbe a Queanbeyan, cittadina del Nuovo Galles del Sud gravitante intorno a Canberra; lì, dopo le scuole superiori, esordì in prima squadra del Queanbeyan Whites, compagine cittadina che milita nel campionato statale; suo compagno di squadra, nel ruolo di pilone, era Alan Webber, padre del futuro pilota di formula 1 Mark[4].

Dopo un positivo esordio nell’Under-21 australiana, nel 1982 fu selezionato per la Nazionale maggiore in occasione della Bledisloe Cup di quell’anno contro la Nuova Zelanda; alla vigilia dell’esordio, quando gli fu fatto notare che avrebbe dovuto confrontarsi con il suo dirimpettaio di ruolo Stu Wilson, lui rispose «Stu chi?»[5]; l’uscita gli valse da parte dei media neozelandesi l’accusa di arroganza, ma più tardi Campese dichiarò di non aver mai sentito parlare di Wilson in precedenza, in quanto cresciuto da giovane nel rugby a 13[5]. Il 14 agosto 1982, quindi, Campese scese in campo a Christchurch e, nonostante la sconfitta australiana, mise a segno la prima delle sue 64 mete internazionali.

Il periodo italiano[modifica | modifica sorgente]

Campese contro il Rovigo, campionato 1987-88

Nel dicembre 1984 Vittorio Munari, allenatore del Petrarca, riuscì a ingaggiare Campese in Italia approfittando dei calendari invertiti rispetto all’Emisfero Sud[3]; a favorire il trasferimento fu anche la vicinanza con la famiglia d’origine di suo padre, presente in blocco ogni domenica sulle tribune dello stadio Appiani[3].

A Padova Campese contribuì alla vittoria in tre campionati consecutivi, dal 1985 al 1987; nell’anno del suo terzo titolo prese parte anche alla Coppa del Mondo di rugby 1987, che fu organizzata congiuntamente da Australia e Nuova Zelanda. Nei sei incontri disputati in tale torneo Campese realizzò 4 mete, anche se gli Wallabies non andarono oltre il quarto posto finale (sconfitti in semifinale dalla Francia e, nella finale di consolazione, dal Galles).

Nel 1988 l’Amatori Milano, da pochissimo entrato nell’orbita societaria di Silvio Berlusconi, stava progettando l’allestimento di una squadra con elementi di spicco, e tra le prime mosse di mercato vi fu quella di rilevare Campese dal Petrarca[6]; dopo due semifinali di campionato perse consecutivamente, nel 1991 giunse lo scudetto numero 4 per Campese e 15 per gli Amatori.

In autunno Campese fu tra i selezionati che presero parte alla Coppa del Mondo di rugby 1991 in Inghilterra. Fu presente in sei incontri del torneo, con 6 mete (record di tale edizione): nell’ordine furono sconfitte dagli Wallabies Argentina, Samoa, Galles, Irlanda, in semifinale la Nuova Zelanda (con una sua meta) e in finale a Twickenham l’Inghilterra padrona di casa. La vittoria diede all’Australia il titolo di campione del mondo e a Campese il riconoscimento di miglior giocatore del torneo[7]. Tornato in Italia per riprendere l’attività con l’Amatori, Campese fu eletto miglior giocatore dell’anno anche nel 1992[7].

Eliminata nel 1992 in semifinale dal Benetton Treviso, l’Amatori si riscattò l'anno successivo, vincendo il suo sedicesimo scudetto; la finale del campionato 1992-93 fu l’ultima partita italiana di Campese[8].

Il ritorno in Australia e il Super 12[modifica | modifica sorgente]

Rientrato a tempo pieno nel Randwick, Campese continuò a rappresentare il Nuovo Galles del Sud e prese parte alla Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, nella quale l’Australia giunse fino ai quarti di finale; il 1996 fu l’anno sia della sua prima stagione ufficialmente professionistica (nelle file degli Waratahs in Super 12) che del suo ritiro internazionale. Impegnato nel tour australiano in Europa, disputò il suo 100º incontro internazionale a Padova contro l’Italia il 23 ottobre, due giorni dopo il suo trentaquattresimo compleanno, festeggiato proprio nella città veneta dove aveva militato per quattro stagioni; fu omaggiato dagli spalti nonostante la sconfitta italiana per 18-40[2]; il 1º dicembre successivo fu il giorno del suo 101º e ultimo test match, all’Arms Park di Cardiff contro il Galles: alla sua uscita dal campo il pubblico di casa gli tributò una standing ovation[9]. Alle sue presenze internazionali si assommano anche quattro inviti nei Barbarians tra il 1988 e il 1990.

Campese fu il secondo giocatore in assoluto ad avere superato le 100 presenze internazionali; più di lui, all’epoca, solo il francese Philippe Sella con 111; inoltre, al momento del ritiro, deteneva il record di mete internazionali con 64, che fu battuto solo quasi 10 anni più tardi dal giapponese Daisuke Ohata, che il 12 maggio 2006 giunse a quota 65[10].

Nel 1998 Campese si aggiudicò anche una medaglia di bronzo ai XVI Giochi del Commonwealth con la Nazionale a sette, cui fece seguito il ritiro definitivo dal rugby giocato; dopo la fine dell’attività Campese si dedicò al suo negozio di articoli sportivi[11] a Sydney.

Da allora porta avanti un’attività di promozione del rugby a vari livelli, pur senza quasi mai occuparsi direttamente della conduzione tecnica: tra le esperienze di rilievo le consulenze presso la nazionale di Singapore (1998)[12], presso i Natal Sharks in Sudafrica (2006-2007)[12] e, più recentemente, per la Nazionale a sette di Tonga (2009-2010)[12]; non sono mancate consulenze in vari istituti sia australiani che neozelandesi che, infine, inglesi[12].

Nel 2001 fu ammesso nell’International Rugby Hall of Fame[13] e, nel 2002, gli fu conferita l’onorificenza di membro dell'Ordine dell'Australia per i suoi contributi al mondo del rugby[14].

Spesso polemico, Campese ha affidato a una sua autobiografia del 1991, On a Wing and a Prayer[15] alcune riflessioni e critiche sul suo ambiente e su alcuni allenatori con cui all’epoca aveva lavorato. Spicca una sua dichiarazione sul rugby a 15, definito «uno sport in via di estinzione»[16], anche se tale frase non teneva conto che, all’epoca, l’International Rugby Board non aveva ancora preso in esame il professionismo, che fu introdotto nella disciplina solo nel 1995.

Dal 2012 il volto di Campese appare in una serie di francobolli celebrativi emessi dalle poste australiane dedicati agli esponenti delle quattro maggiori discipline con il pallone praticate in quel Paese (calcio, football australiano, rugby a 13 e rugby a 15)[17]; insieme a lui, tra gli altri, il suo collega David Pocock e il portiere della Nazionale di calcio Mark Schwarzer[17].

Palmarès[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Membro dell'Ordine dell'Australia - nastrino per uniforme ordinaria Membro dell'Ordine dell'Australia
«Per i servizi resi al rugby[14]»
— Canberra, 26 gennaio 2002

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) David Campese. URL consultato il 20 gennaio 2011 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2008).
  2. ^ a b c Flavio Vanetti, Campese mister 100 contro l'Italia ovale in Corriere della Sera, 23 ottobre 1996. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  3. ^ a b c Corrado Sannucci, Quando sant’Antonio benedice la mischia in la Repubblica, 26 aprile 1986. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  4. ^ (EN) Daniel Lewis, Cash and Campo: how rugby put Webber on track for F1 greatness in The Sydney Morning Herald, 11 novembre 2010. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  5. ^ a b (EN) Winston Aldworth e David Leggat, Top 10 heroes of the Bledisloe Cup in The New Zealand Herald, 30 luglio 2010. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  6. ^ Andrea Fusco, Tutti insieme dietro Rovigo in la Repubblica, 17 settembre 1988. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  7. ^ a b (EN) Tom Barclay, Greatest Rugby World Cup XV: Left-wing profiles ― David Campese in Daily Telegraph, 24 agosto 2011. URL consultato il 18 settembre 2012.
  8. ^ Berlusconi si consola in meta in Corriere della Sera, 30 gennaio 1993. URL consultato il 22 gennaio 2011.
  9. ^ (EN) Chris Hewett, Campese parts on low note in The Independent, 2 dicembre 1996. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  10. ^ (EN) Ohata breaks Campese try record in BBC, 12 maggio 2006. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  11. ^ (EN) Simon Turnbull, Why Campo wants the shirt on your back in The Independent, 8 ottobre 2000. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  12. ^ a b c d (EN) Speaker David Campese. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  13. ^ (EN) 2001 Inductees : David Campese, International Rugby Hall of Fame. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  14. ^ a b Who’s Who 2004, op. cit., pag. 270
  15. ^ Autobiography, op. cit.
  16. ^ (EN) Michael Christie, Book Reviews in Sporting Traditions, vol. 8, n. 2, maggio 1992, pp. 229-231. URL consultato il 21 gennaio 2011.
  17. ^ a b (EN) Footy legends get stamp of approval with special issue in The Courier-Mail, 20 gennaio 2012. URL consultato l'11 marzo 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]


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