Attentato di Gerusalemme del 1997

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Attentato al mercato di Mahane Yehuda del 1997
Shuk (26).JPG
Il mercato di Mahane Yehuda
Stato Israele Israele
Luogo Gerusalemme
Data 30 luglio 1997
13.15 circa
Tipo Attacco suicida
Morti 16
Feriti 178
Responsabili rivendicato da Hamas[1]

L'attentato al mercato di Mahane Yehuda del 1997 fu un attentato terroristico suicida perpetrato da militanti di Hamas[1] il 30 luglio 1997 nel mercato popolare di Mahane Yehuda a Gerusalemme in Israele. Sedici persone morirono ed altre 178 furono ferite[2].

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin il 4 novembre 1995 e la nomina a primo ministro di Benjamin Netanyahu otto mesi dopo, gli Accordi di Oslo siglati nel 1993 furono di fatto accantonati[3]. A metà del 1997 l'amministrazione Clinton inviò il sottosegretario Thomas Pickering in Israele perché prendesse contatto con i leader israeliani e palestinesi per riprendere il processo di pace. Il 28 luglio - due giorni prima dell'attentato - autorità di entrambe le parti annunciarono che i negoziati basati sugli Accordi di Oslo sarebbero ripresi[4].

L'attentato[modifica | modifica wikitesto]

Mercoledì 30 luglio 1997 alle 13:15 circa, due palestinesi che trasportavo borse cariche di esplosivo e chiodi si fecero esplodere, quasi simultaneamente, a circa 45 metri di distanza l'uno dall'altro in una via centrale del mercato di Mahane Yehuda, uccidendo 16 persone - tra cui un cittadino arabo di Eilabun - e ferendone altre 178. Tra le vittime, tredici morirono all'istante, mentre altre furono trasportate all'ospedale e spirarono in seguito per le ferite riportate[2].

Il 4 settembre dello stesso anno, un nuovo attentato terroristico nella via poco distante di Ben Yehuda uccise cinque persone e ne ferì oltre 181[5].

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Le seguenti persone morirono durante l'attentato:[2]

  • Lev Desyatnik, 60, di Gerusalemme
  • Regina Giber, 76, di Gerusalemme
  • Valentina Kovalenko, 67, di Gerusalemme
  • Shmuel Malka, 44, di Mevaseret Zion
  • David Nasco, 44, di Mevaseret Zion
  • Muhi A-din Othman, 33, di Eilabun
  • Simha Fremd, 92, di Gerusalemme
  • Gregory Paskhovitz, 15, di Gerusalemme
  • Leah Stern, 50, di Gerusalemme
  • Rachel Tejgatrio, 83, di Gerusalemme
  • Liliya Zelezniak, 47, di Gerusalemme
  • Shalom (Golan) Zevulun, 52, di Gerusalemme
  • Mark Rabinowitz, 80, di Gerusalemme
  • Eli Adourian, 49, di Kfar Adumim (deceduto l'11 agosto)
  • Ilya Gazarkh, 73, of Gerusalemme (deceduto il 29 agosto)
  • Baruch Ostrovsky, 84, di Gerusalemme (deceduto il 3 ottobre)

Rivendicazione e motivazioni[modifica | modifica wikitesto]

Un messaggio delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, lasciato fuori dagli uffici della Croce Rossa a Ramallah e subito trasmesso alle agenzie di tutto il mondo, rivendicava l'attentato e richiedeva il rilascio di tutti prigionieri palestinesi entro le 21 della domenica successiva, senza però specificare cosa sarebbe successo altrimenti[1][6][7]. Alcuni mettono in dubbio l'autenticità di questa rivendicazione, in quanto non sarebbe conforme allo stile di Hamas[1].

Secondo altri, tra cui Carmi Gillon (ex capo del servizio di sicurezza israeliano), l'attentato rispose alle precise intenzioni di Hamas di sabotare la ripresa dei processi di pace[8]; era infatti in programma per la settimana seguente la visita di Dennis Ross, inviato statunitense che avrebbe somministrato una serie di proposte alle due parti[4]. Visita fu cancellata[4]. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Madeleine Albright visitò la regione in settembre[9].

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Yasser Arafat telefonò a Netanyahu verso le 14:15 dello stesso giorno, per esprimere le proprie condoglianze. Quest'ultimo non accettò il gesto e affermò che Arafat stesso incoraggiava la violenza e non stava facendo abbastanza per combattere Hamas e il terrorismo islamico[1].

Netanyahu ordinò poi la chiusura delle frontiere con i territori sotto il controllo palestinese[4], l'oscuramento della radio Voice of Palestine accusata di incitare alla violenza[1] e l'arresto del capo della polizia palestinese, Ghazi Jabali, accusato anch'egli di incitare alla violenza[1].

Come rappresaglia a lungo termine per questo attentato il governo Israeliano decise di colpire i leader di Hamas. Secondo la stampa israeliana, agenti del Mossad tentarono di avvelenare il presidente Khaled Mesh'al, che al tempo risiedeva in Giordania[10]. Il tentativo di assassinio fallì e gli agenti del Mossad furono catturati dalle autorità giordane. Furono in seguito rilasciati in cambio della libertà di Ahmed Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas che stava scontando l'ergastolo in una prigione israeliana[11].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g (EN) Serge Schmemann, Suicide Bombers Kill 13 in Jerusalem Market, New York Times, 31 luglio 1997. URL consultato il 26 dicembre 2016.
  2. ^ a b c (EN) Victims of Mahane Yehuda Bombing, mfa.gov.il. URL consultato il 25 dicembre 2016.
  3. ^ (EN) Twenty Years after Rabin's Death: The Oslo Illusion, publicseminar.org. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  4. ^ a b c d Hartley, pp. 229-230
  5. ^ (EN) Fatal Terrorist Attacks in Israel (Sept 1993 - 1999), mfa.gov.il. URL consultato il 26 dicembre 2016.
  6. ^ (EN) Rebecca Trounson, Marjorie Miller, Suicide Blasts at Busy Market Kill 15 in Jerusalem, LA Times, 31 luglio 1997. URL consultato il 26 dicembre 2016.
  7. ^ (EN) Ann LoLordo, Suicide Bombers Jerusalem 1997 - Suicide bombers kill 15 in Jerusalem market Militant Islamic group Hamas claims responsibility for attack, demands release of all prisoners, The Baltimore Sun, 31 luglio 1997. URL consultato il 26 dicembre 2016.
  8. ^ (EN) Gillon: Attack was attempt to sabotage peace process, Jerusalem Post. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  9. ^ (EN) Madeleine Korbel Albright - Travels of the President - Travels - Department History - Office of the Historian, history.state.gov. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  10. ^ (EN) Ciechanover Report on Mish'al Affair, fas.org. URL consultato il 25 dicembre 2016.
  11. ^ Ross, p. 26

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]