Nefertiti

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Busto di Nefertiti a Berlino
Altra immagine del busto di Nefertiti vista di profilo

Nefertiti (Tebe, 1366 a.C. – Akhetaton, 1338 a.C.) è stata una regina egizia.

Cambiò, come il marito Akhenaton, il suo nome in Nefer-neferu-Aton per onorare la divinità che il consorte portò in auge: Aton, a scapito dell'intero pantheon tradizionale.

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La bella è arrivata

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Nefer-neferu-Aton

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Regnò a fianco del marito Akhenaton durante la XVIII dinastia, nel cosiddetto periodo Amarniano (da Tell el-Amarna, dove Akhenaton aveva portato la capitale). Poco si sa delle origini di Nefertiti, anche se sembra che fosse di sangue reale. Alcuni studiosi ritengono che il padre fosse un ufficiale di nome Ay, al servizio di Amenofi III. Nefertiti diede ad Akhenaton sei figlie[1]. Cinque se si considera il ritrovamento della tomba di Maketaton secondogenita di Akhenaton, morta prematuramente[2] in giovanissima età. In un'incisione, all'interno di una delle camere funerarie, è rappresentata una balia con un neonato tra le braccia. Si è a lungo pensato che quel neonato fosse in realtà il figlio della stessa Maketaton o di Merytaton e che entrambe le sorelle fossero morte di parto[3]. Ma questa teoria è alquanto improbabile, visto che analizzando la mummia si è scoperto che la bambina aveva solo nove anni al momento della morte, ed era alta poco più di un metro. Un'ipotesi dell'archeologo ed egittologo Marc Gabolde[4], vuole che in realtà il neonato raffigurato, del quale non si conosce il nome, fosse, come scritto lateralmente all'incisione, "figlio della figlia di Nefertiti" [5]. Nel momento della realizzazione dell'incisione le sei figlie di Nefertiti erano già nate, quindi non può riferirsi a nessuna di loro.[6] Non ci sono tracce di eredi maschi e la successione dopo di lei rimane incerta.

I successori di Akhenaton, Smenkhkhara e Tutankhaton (che più tardi modificò il suo nome in Tutankhamon), sono figli di un'altra moglie, Kiya, che divenne regina principale per un breve periodo dopo l'anno 12 del suo regno. Attorno al XVI anno di regno, Kiya scomparve misteriosamente e nei documenti reali non venne mai indicata come vera e propria consorte reale, titolo concesso solo a Nefertiti.[6]

Cosa sia successo in questo periodo non è noto. Sono state avanzate varie ipotesi sul perché la moglie principale sia cambiata. Si suppone che Nefertiti possa essere morta in questo periodo, o che sia caduta in disgrazia. L'ipotesi della caduta in disgrazia appare oggi meno probabile. Si ritiene che in realtà sia Kiya ad essere stata marginalizzata, e che alcuni documenti siano stati mal interpretati, portando a credere che ad essere allontanata fosse Nefertiti. Una terza ipotesi sulla sua scomparsa è legata all'improvvisa apparizione di un co-reggente al fianco di Akhenaton. Alcuni studiosi sostengono che questa persona altri non sarebbe che Nefertiti. Questa interpretazione appare dubbia, benché affascinante. In ogni caso, alcuni studiosi, tra cui Jacobus Van Dijk (responsabile della sezione amarniana del museo egizio di Oxford) si dicono certi di questo fatto. Sostengono che Nefertiti sarebbe anche salita al trono per un breve periodo dopo la morte del marito.

Dall'iconografia ufficiale amarniana, appare, in ogni caso, che Nefertiti aveva assunto una importanza senza precedenti. Spesso appare intenta ad effettuare offerte al Sole, e sembra pressoché equivalente al faraone in termini di status. La regina ha senz'altro giocato un ruolo cruciale nei cambiamenti religiosi e culturali attuati dal marito, al punto che, secondo alcuni, sarebbe stata lei l'iniziatrice di tale rivoluzione. È stata certamente legata ad Akhenaton da un rapporto di profondo affetto, che ha portato a numerose raffigurazioni della coppia reale in atteggiamenti intimi e affettuosi. Akhenaton volle persino che agli angoli del sarcofago nel quale avrebbe dovuto essere sepolto ci fosse il ritratto di lei, al posto delle quattro dee tradizionalmente deputate a proteggere la mummia (Iside, Nephthys, Selkis e Neith).

Come per Akhenaton, non si aveva traccia della sua mummia. Ma oggi, recenti studi su base genetica propongono l'identificazione della Regina nella mummia 61070 e del consorte nella mummia 61072. Queste mummie "anonime", insieme ad una terza, furono trovate nella tomba di Amenhotep II KV35 nel 1898.

Alcuni gioielli col suo cartiglio sono stati trovati presso la sepoltura reale ad Akhetaton, ma non ci sono altri indizi che sia stata veramente sepolta lì.

Le figlie[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Nefertiti conservata al Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino.

Il busto di Nefertiti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Busto di Nefertiti.

Il busto di Nefertiti, che la rappresenta di una bellezza straordinaria, è esposto dal 2009 al Neues Museum di Berlino dove è stata spostata la mostra Aegyptisches Museum und Papyrussammlung. Il busto si trova in Germania dal 1912, quando il responsabile dello scavo di Amarna, l'archeologo tedesco Ludwig Borchardt ve lo portò[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Edda Bresciani, Grande enciclopedia illustrata dell'antico Egitto, pag.238
  2. ^ Guy Rachet, Dizionario della civiltà egizia, pag.219
  3. ^ Graziella S. Busi, Nefertiti l'ultima dimora, pag. 50
  4. ^ Marc Gabold, D'Akhenaton A Toutankhamon, pag.107-123
  5. ^ Graziella S. Busi, Nefertiti l'ultima dimora, pag. 50
  6. ^ a b (EN) Dr Marc Gobolde, The End of the Amarna Period, BBC. URL consultato il 6 maggio 2012.
  7. ^ Andrea Tarquini, Quella statua è nostra. Egitto e Germania in guerra per Nefertiti, la Repubblica, 15 giugno 2009

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edda Bresciani, Grande enciclopedia illustrata dell'antico Egitto, De Agostini, ISBN 88-418-2005-5
  • Guy Rachet, Dizionario della civiltà egizia, Gremese Editore, ISBN 88-8440-144-5
  • Christian Jacq, La grande sposa Nefertiti, Mondadori, ISBN 88-04-45996-4
  • Graziella S. Busi, Nefertiti l'ultima dimora, Ananke, ISBN 88-7325-003-3
  • Marc Gabolde, D'Akhenaton A Toutankhamon, Université Lumière - Lyon 2 - Institute d'Archéologie et d'Histoire de l'Antiquité - Lyon - Diffusion de Boccard, 1998

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