Battaglia di Talamone

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Battaglia di Talamone
Data 225 a.C.
Luogo Campo Regio, nei pressi di Talamone
Esito Decisiva vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
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La Battaglia di Talamone fu combattuta nel 225 a.C. dai Romani e da un'alleanza di popolazioni celtiche nei pressi di Talamone, in località Campo Regio, oggi situata nelle immediate vicinanze della frazione di Fonteblanda.

Le fonti narrano che per questa battaglia, venne formata la più grande coalizione celtica mai realizzata contro i romani; agli "emiliani" Boi, si unirono i "lombardi" Insubri, ed i "piemontesi" Taurini oltre ad un consistente numero di mercenari, chiamati Gesati.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

La repubblica romana attraversava in quegli anni un momento molto favorevole. Essa, infatti, aveva affermato la sua supremazia sul mare Adriatico, vincendo contro le popolazioni illiriche della regina Teuta, e cosa ancora più importante, aveva conquistato la Corsica e la Sardegna sottraendole al dominio cartaginese. Tuttavia il confine settentrionale era ben lungi dall'essere sicuro. I Galli Boi avevano effettuato varie scorrerie sul territorio di recente conquistato da Roma e attaccato alcune delle città centro-settentrionali. I Romani, per tutta risposta, avevano reagito attaccando e sconfiggendo in diverse battaglie i Liguri nel 233 a.C. Inoltre il Senato, approvando una legge voluta dal tribuno Gaio Flaminio Nepote, stabiliva di dividere viritim i territori sottratti alle popolazioni galliche alla plebe. Tale misura fu vista dai Galli come una provocazione; essi radunarono dunque un'armata composta dalle varie popolazioni locali ostili a Roma.

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Alleanza celtica

Come già nel 299 a.C. e nel 236 a.C. si associarono anche contingenti di transalpini (i Gesati, il cui nome forse deriva dal gaesum, un giavellotto che era la loro arma caratteristica) per formare una vera e propria armata interceltica. Polibio racconta che per questa battaglia si riunirono 50.000 fanti e 25.000 cavalieri. L'esercito alleato era comunque inferiore di numero a quello romano.

L'alleanza ebbe anche l'appoggio dei Liguri; gli Etruschi, dal canto loro, non frapposero ostacoli all'avanzata verso sud dei celti in armi. L'armata dei Gesati, scesa in Italia, effettuò il ricongiungimento con le truppe dei celti cisalpini sul Po. I comandanti dell'esercito celtico, i re Concolitano ed Aneroesto, diedero l'ordine di marciare verso Roma passando per il territorio etrusco.

Romani
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano.

I Romani affrontarono l'invasione con le quattro legioni di Gaio Atilio Regolo e Lucio Emilio Papo; con queste, c'erano anche due corpi d'armata alleati: uno sabino-etrusco ed un altro veneto-cenòmane.

La Battaglia[modifica | modifica sorgente]

L'esercito celtico si diresse verso l'Argentario, presumibilmente in vista di uno sbarco di Cartaginesi in appoggio all'offensiva; ma i celti non arrivarono al luogo d'incontro, perché furono attaccati dalle legioni romane presso Talamone.

Attaccato da fronti opposti dalle forze romane ed alleate, l'esercito celtico fu distrutto in una battaglia campale, nella quale probabilmente morirono oltre ventimila soldati celti. Anche i due re celti perirono in seguito alla battaglia; uno ucciso in combattimento e l'altro suicidatosi a seguito della sconfitta. Anche il console Gaio Atilio Regolo fu ucciso. Questo il racconto di Polibio:

« I Celti si erano preparati proteggendo le loro retroguardie, da cui si aspettavano un attacco di Emilio, provenendo i Gesati dalle Alpi e dietro di loro gli Insubri; di fronte a loro in direzione opposta, pronti a respingere l'attacco delle legioni di Gaio, misero i Taurisci ed i Boi sulla riva destra del Po. I loro carri stazionavano all'estremità di una delle ali, mentre raccolsero il bottino su una delle colline circostanti con una forza tutta intorno a protezione. Questo ordine delle forze dei Celti, poste su due fronti, non solo si presentava con un aspetto formidabile, ma si adeguava alle esigenze della situazione. Gli Insubri ed i Boi indossavano dei pantaloni e dei lucenti mantelli, mentre i Gesati avevano evitato di indossare questi indumenti per orgoglio e fiducia in se stessi, tanto da rimanere nudi di fronte all'esercito [romano], con indosso nient'altro che le armi, pensando che così sarebbero risultati più efficienti, visto che il terreno era coperto di rovi che potevano impigliarsi nei loro vestiti e impedire l'uso delle loro armi. In un primo momento la battaglia fu limitata alla sola zona collinare, dove tutti gli eserciti si erano rivolti. Tanto grande era il numero di cavalieri da ogni parte che la lotta risultò confusa. In questa azione il console Caio cadde, combattendo con estremo coraggio, e la sua testa fu portata al capo dei Celti, ma la cavalleria romana, dopo una lotta senza sosta, alla fine prevalse sul nemico e riuscì a occupare la collina. Le fanterie [dei due schieramenti] erano ormai vicine, le une alle altre, e lo spettacolo appariva strano e meraviglioso, non solo a quelli effettivamente presenti alla battaglia, ma a tutti coloro che in seguito ebbero la rappresentazione dei fatti raccontati. In primo luogo, la battaglia si sviluppò tra tre eserciti. È evidente che l'aspetto dei movimenti delle forze schierate una contro l'altra, doveva apparire soprattutto strano e insolito. [...] i Celti, con il nemico che avanzava su di loro da entrambi i lati, erano in posizione assai pericolosa ma anche, al contrario, avevano uno schieramento più efficace, dal momento che nello stesso tempo essi combattevano sia contro i loro nemici, sia proteggevano entrambi nelle loro retrovie; vero anche che non avevano alcuna possibilità per una ritirata o qualsiasi altre prospettiva di fuga in caso di sconfitta, a causa della formazione su due fronti adottata. I Romani, tuttavia, erano stati da un lato incoraggiati, avendo stretto il nemico tra i due eserciti [consolari], ma dall'altra erano terrorizzati per la fine del loro comandante, oltreché dal terribile frastuono dei Celti, che avevano numerosi suonatori di corno e trombettieri, e contemporaneamente tutto l'esercito alzava alto il grido di guerra (barritus). C'era un tale rimbombo di suoni che sembrava che non solo le trombe ed i soldati, ma tutto il paese intorno alzasse le proprie grida. Molto terrificanti erano anche l'aspetto e i gesti dei guerrieri celti, nudi davanti ai Romani, tutti nel vigore fisico della vita, dove i loro capi apparivano riccamente ornati con torques e bracciali d'oro. La loro vista lasciò davvero sgomenti i Romani, ma al tempo stesso la prospettiva di ottenere questi oggetti come bottino, li rese due volte più forti nella lotta. E quando gli hastati avanzarono, come è consuetudine, e dai ranghi delle legioni romane cominciarono a lanciare i loro giavellotti in modo adeguato, i Celti delle retroguardie risultavano ben protetti dai loro pantaloni e mantelli, ma il fatto che cadessero lontano non era stato previsto dalle loro prime file, dove erano presenti i guerrieri nudi, i quali si trovavano così in una situazione molto difficile e indifesa. E poiché gli scudi dei Galli non proteggevano l'intero corpo, ciò si trasformò in uno svantaggio, e più erano grossi e più rischiavano di essere colpiti. Alla fine, incapaci di evitare la pioggia di giavellotti a causa della distanza ravvicinata, ridotto al massimo il disagio con grande perplessità, alcuni di loro, nella loro rabbia impotente, si lanciarono selvaggiamente sul nemico [romano], sacrificando le loro vite, mentre altri, ritirandosi passo dopo passo verso le file dei loro compagni, provocarono un grande disordine per la loro codardia. Allora fu lo spirito combattivo dei Gesati ad avanzare verso gli hastati romani, ma il corpo principale degli Insubri, Boi e Taurisci, una volta che gli hastati si erano ritirati nei ranghi (dietro i principes), furono attaccati dai manipoli romani, in un terribile combattimento "corpo a corpo". Infatti, pur essendo stati fatti quasi a pezzi, riuscivano a mantenere la posizione contro il nemico, grazie ad una forza pari al loro coraggio, inferiore solo nel combattimento individuale per le loro armi. Gli scudi romani, va aggiunto, erano molto più utili per la difesa e le loro spade per l'attacco, mentre la spada gallica va bene solo di taglio, non invece [nel colpire] di punta. Alla fine, attaccati da una vicina collina sul loro fianco dalla cavalleria romana, guidata alla carica in modo assai vigoroso, la fanteria celtica fu fatta a pezzi dove si trovava, mentre la cavalleria fu messa in fuga. »
(Polibio, Storie, II, 28-30.)

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Circa 40.000 Celti furono uccisi ed almeno 10.000 fatti prigionieri, tra i quali il loro re Concolitano. L'altro re, Aneroesto, riuscì a fuggire con pochi seguaci in un luogo dove si suicidò con i suoi compagni. Il console romano, raccolto il bottino, lo inviò a Roma, restituendo il bottino dei Galli ai legittimi proprietari. Con le sue legioni, attraversata la Liguria, invase il territorio dei Boi, da dove, dopo aver permesso il loro saccheggio da parte dei suoi uomini, tornò dopo un paio di giorni a Roma. Inviò, quindi, quale trofeo sul Campidoglio, le collane d'oro dei Galli, mentre il resto del bottino e dei prigionieri fu usato per il suo ingresso in Roma e ad ornare il suo trionfo.[1]

Così furono distrutti i Celti, che con la loro invasione, la più grave che si fosse mai verificata, avevano minacciato i popoli italici ed i Romani. Questo successo incoraggiò i Romani, tanto da credere possibile di essere in grado di espellere completamente i Celti dalla pianura del Po. Entrambi i consoli dell'anno successivo, Quinto Fulvio e Tito Manlio, furono quindi inviati contro di loro con una grossa forza di spedizione, costringendo i Boi a chiedere la pace a Roma, sebbene il resto della campagna non ebbe ulteriori successi, a causa delle piogge incessanti e di una violenta epidemia, scoppiata tra di loro.[2]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Polibio, Storie, II, 31, 1-6.
  2. ^ Polibio, Storie, II, 31, 7-10.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]