Battaglia di Talamone

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Battaglia di Talamone
Data 225 a.C.
Luogo Campo Regio, nei pressi di Talamone
Esito Decisiva vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
40.000 legionari e 2.200 cavalieri[1] 50.000 combattenti a piedi e 20.000 cavalieri[1]
Perdite
sconosciute 40.000 morti e 10.000 prigionieri[2]
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La Battaglia di Talamone fu combattuta nel 225 a.C. dai Romani e da un'alleanza di popolazioni celtiche nei pressi di Talamone, in località Campo Regio, oggi situata nelle immediate vicinanze della frazione di Fonteblanda.

Polibio, la fonte principale per questa battaglia, narra che per l'invasione del territorio romano-italico i celti costituirono la più grande coalizione mai realizzata contro i romani; ai Boi, si unirono gli Insubri, e i Taurini oltre ad un consistente numero di mercenari, chiamati Gesati.

La battaglia fu aspramente combattuta e, dopo fasi drammatiche e combattimenti particolarmente sanguinosi, si concluse con la completa vittoria delle Legioni romane; l'esercito celtico venne in gran parte distrutto o catturato. La Repubblica romana superò un grave pericolo e poté iniziare a sua volta l'espansione verso il territorio gallico nella pianura del Po.

Espansione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la vittoria nella lunga e aspra prima guerra punica la Repubblica romana aveva assunto un ruolo dominante nel Mediterraneo centrale; la Sicilia divenne la prima provincia romana; sfruttando le difficoltà di Cartagine dopo la sconfitta, nel 238 a.C. vennero occupate anche la Sardegna e la Corsica che vennero a loro volta trasformate in province nel 231 a.C.; la resistenza degli indigeni nelle due isole venne schiacciata e un pretore si insedio al governo dei nuovi territori[3]. Mentre estendeva il suo sistema di potere nel Mediterraneo la Repubblica aveva anche agito con rapidità e efficienza per controllare con sicurezza il territorio peninsulare ed evitare minacce sui confini. Nel 233 a. C. il console Quinto Fabio Massimo marciò contro i Liguri che sotto la pressione di migrazioni di popolazioni galliche, si erano spinti verso sud, raggiungendo l'Arno e occupando Pisa. Il console costrinse i Liguri alla ritirata, occupò Lucca e continuò ad avanzare lungo la costa fino a raggiungere Genova con cui la Repubblica concluse un importante trattato di amicizia[3]. I Liguri si ritirarono sulle montagne appenniniche da dove contrastarono tenacemente l'ulteriore espansione romana.

La Repubblica romana era in fase di espansione territoriale e demografica; nel 232 a.C. su impulso di Gaio Flaminio Nepote, importante personaggio politico legato alle correnti democratiche desiderose di estendere il territorio della repubblica verso nord attraverso lo stanziamento di cittadini in nuove colonie romane, si procedette alla grande distribuzione di terre lungo la costa adriatica nel territorio piceno e gallico da Ancona a Rimini conquistato dal pretore Manio Curio Dentato nel 284 a.C. dopo aver sconfitto i Galli Senoni[4]. Si trattò di un evento di grande importanza che suscitò contrasti tra le fazioni popolari e le fazioni conservatrici senatorie di Quinto Fabio Massimo contrarie all'espansione terrestre verso nord. Il progetto di Gaio Flaminio venne infine approvato dai comizi tributi; a sud di Rimini per rafforzare la protezione del nuovo territorio venne fondata la colonia di Sena Gallica[5].

Nel 229 a.C. Roma estese la sua influenza e il suo potere anche sulle coste orientali del Mare Adriatico minacciate dalle scorrerie dei navigli degli Illiri della regina Teuta, a loro volta spinti a sud da nuove migrazioni galliche in movimento nei Balcani. Una imponente flotta romana costrinse la regina Teuta ad accettare il predominio romano ed evacuare i territori occupati nell'Epiro e nelle isole dell'Adriatico. Il console Lucio Pustumio Albino concluse alleanze con alcuni popoli balcanici, mentre le città di Apollonia, Corcira e Epidamno entrarono a far parte dell'alleanza romana; inviati della repubblica si recarono in Grecia e ebbero per la prima volta contatti ufficiali con Atene , gli Etoli e gli Achei[5].

Invasione generale dei Galli[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'espansione romana nel territorio gallo-piceno fino a Rimini e Ravenna, le popolazioni celtiche stanziate in Italia ancora non soggette alla repubblica occupavano il territorio compreso tra Ravenna e le Alpi. A sud del Po si trovavano i Boi e gli Anari a occidente e i Longoni a oriente, mentre a nord del fiume vivevano a oriente i Veneti, popolazioni di probabile origine illirica, e a occidente i Cenomani e gli Insubri, la popolazione celtica italica più numerosa e potente collegata con le tribù galliche transalpine[6]. Le popolazioni galliche avvertivano ormai la crescente pressione espansionistica romana; la colonizzazione del territorio dei Senoni sembrava preludere ad un attacco diretto di Roma; inoltre la repubblica stava agendo per minare la coesione tra le popolazioni celtiche dell'Italia settentrionale; vennero conclusi accordi di colleganza con i Veneti e con i Cenomani, tradizionalmente ostili agli Insubri[7].

Le popolazioni celtiche italiche inoltre erano sollecitate segretamente dai Cartaginesi a passare all'offensiva contro Roma; Cartagine non aveva rinunciato a contendere alla repubblica il predominio mediterraneo e, mentre il condottiero cartaginese Asdrubale estendeva il dominio spagnolo, si cercò di eccitare la determinazione aggressiva dei galli, promettendo anche aiuti concreti in caso di nuova guerra contro la potenza latina[8]. Fenomeni migratori di popolazioni celtiche del nord Europa favorirono il rafforzamento dei galli italici e di conseguenza la decisione di invadere l'Italia. Dalla metà del III secolo erano in movimento le bellicose tribù di Belgi che dall'Europa settentrionale raggiunsero, dopo aver attraversato il Reno, i territori di quella che sarebbe divenuta la Gallia belgica; a causa di queste vaste trasmigrazioni, altre popolazioni celtiche della Gallia si misero in movimento verso sud e i cosiddetti Gesati stanziati nella valle superiore del Rodano iniziarono a trasferirsi nell'Italia settentrionale[9].

Roma era consapevole della nuova minaccia celtica da nord; inoltre si temeva la possibile alleanza dei Galli con Cartagine la cui espansione in Spagna stava divenendo minacciosa, si ritenne opportuno anticipare le azioni avversarie con immediate contro misure militari e politiche. Nel 226 a.C. infatti, l'anno precedente l'invasione celtica, emissari romani si recarono in Iberia per chiarire le intenzioni di Asdrubale e frenarne le mire aggressive[10]. Venne quindi concluso il cosiddetto trattato dell'Ebro che assegnava al predominio cartaginese il territorio iberico a sud di quel fiume ma forse garantiva il disinteresse di Asdrubale per le vicende italiche ed evitava una cooperazione attiva cartaginese con i popoli celtici della Gallia cisalpina[11].

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Alleanza celtica

Come già nel 299 a.C. e nel 236 a.C. si associarono anche contingenti di transalpini (i Gesati, il cui nome forse deriva dal gaesum, un giavellotto che era la loro arma caratteristica) per formare una vera e propria armata interceltica. Polibio racconta che per questa battaglia si riunirono 50.000 fanti e 25.000 cavalieri. L'esercito alleato era comunque inferiore di numero a quello romano.

L'alleanza ebbe anche l'appoggio dei Liguri; gli Etruschi, dal canto loro, non frapposero ostacoli all'avanzata verso sud dei celti in armi. L'armata dei Gesati, scesa in Italia, effettuò il ricongiungimento con le truppe dei celti cisalpini sul Po. I comandanti dell'esercito celtico, i re Concolitano ed Aneroesto, diedero l'ordine di marciare verso Roma passando per il territorio etrusco.

Romani
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano.

I Romani affrontarono l'invasione con le quattro legioni di Gaio Atilio Regolo e Lucio Emilio Papo; con queste, c'erano anche due corpi d'armata alleati: uno sabino-etrusco ed un altro veneto-cenòmane.

La Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito celtico si diresse verso l'Argentario, presumibilmente in vista di uno sbarco di Cartaginesi in appoggio all'offensiva; ma i celti non arrivarono al luogo d'incontro, perché furono attaccati dalle legioni romane presso Talamone.

Attaccato da fronti opposti dalle forze romane ed alleate, l'esercito celtico fu distrutto in una battaglia campale, nella quale probabilmente morirono oltre ventimila soldati celti. Anche i due re celti perirono in seguito alla battaglia; uno ucciso in combattimento e l'altro suicidatosi a seguito della sconfitta. Anche il console Gaio Atilio Regolo fu ucciso. Questo il racconto di Polibio:

« I Celti si erano preparati proteggendo le loro retroguardie, da cui si aspettavano un attacco di Emilio, provenendo i Gesati dalle Alpi e dietro di loro gli Insubri; di fronte a loro in direzione opposta, pronti a respingere l'attacco delle legioni di Gaio, misero i Taurisci ed i Boi sulla riva destra del Po. I loro carri stazionavano all'estremità di una delle ali, mentre raccolsero il bottino su una delle colline circostanti con una forza tutta intorno a protezione. Questo ordine delle forze dei Celti, poste su due fronti, non solo si presentava con un aspetto formidabile, ma si adeguava alle esigenze della situazione. Gli Insubri ed i Boi indossavano dei pantaloni e dei lucenti mantelli, mentre i Gesati avevano evitato di indossare questi indumenti per orgoglio e fiducia in se stessi, tanto da rimanere nudi di fronte all'esercito [romano], con indosso nient'altro che le armi, pensando che così sarebbero risultati più efficienti, visto che il terreno era coperto di rovi che potevano impigliarsi nei loro vestiti e impedire l'uso delle loro armi. In un primo momento la battaglia fu limitata alla sola zona collinare, dove tutti gli eserciti si erano rivolti. Tanto grande era il numero di cavalieri da ogni parte che la lotta risultò confusa. In questa azione il console Caio cadde, combattendo con estremo coraggio, e la sua testa fu portata al capo dei Celti, ma la cavalleria romana, dopo una lotta senza sosta, alla fine prevalse sul nemico e riuscì a occupare la collina. Le fanterie [dei due schieramenti] erano ormai vicine, le une alle altre, e lo spettacolo appariva strano e meraviglioso, non solo a quelli effettivamente presenti alla battaglia, ma a tutti coloro che in seguito ebbero la rappresentazione dei fatti raccontati. In primo luogo, la battaglia si sviluppò tra tre eserciti. È evidente che l'aspetto dei movimenti delle forze schierate una contro l'altra, doveva apparire soprattutto strano e insolito. [...] i Celti, con il nemico che avanzava su di loro da entrambi i lati, erano in posizione assai pericolosa ma anche, al contrario, avevano uno schieramento più efficace, dal momento che nello stesso tempo essi combattevano sia contro i loro nemici, sia proteggevano entrambi nelle loro retrovie; vero anche che non avevano alcuna possibilità per una ritirata o qualsiasi altre prospettiva di fuga in caso di sconfitta, a causa della formazione su due fronti adottata. I Romani, tuttavia, erano stati da un lato incoraggiati, avendo stretto il nemico tra i due eserciti [consolari], ma dall'altra erano terrorizzati per la fine del loro comandante, oltreché dal terribile frastuono dei Celti, che avevano numerosi suonatori di corno e trombettieri, e contemporaneamente tutto l'esercito alzava alto il grido di guerra (barritus). C'era un tale rimbombo di suoni che sembrava che non solo le trombe ed i soldati, ma tutto il paese intorno alzasse le proprie grida. Molto terrificanti erano anche l'aspetto e i gesti dei guerrieri celti, nudi davanti ai Romani, tutti nel vigore fisico della vita, dove i loro capi apparivano riccamente ornati con torques e bracciali d'oro. La loro vista lasciò davvero sgomenti i Romani, ma al tempo stesso la prospettiva di ottenere questi oggetti come bottino, li rese due volte più forti nella lotta. E quando gli hastati avanzarono, come è consuetudine, e dai ranghi delle legioni romane cominciarono a lanciare i loro giavellotti in modo adeguato, i Celti delle retroguardie risultavano ben protetti dai loro pantaloni e mantelli, ma il fatto che cadessero lontano non era stato previsto dalle loro prime file, dove erano presenti i guerrieri nudi, i quali si trovavano così in una situazione molto difficile e indifesa. E poiché gli scudi dei Galli non proteggevano l'intero corpo, ciò si trasformò in uno svantaggio, e più erano grossi e più rischiavano di essere colpiti. Alla fine, incapaci di evitare la pioggia di giavellotti a causa della distanza ravvicinata, ridotto al massimo il disagio con grande perplessità, alcuni di loro, nella loro rabbia impotente, si lanciarono selvaggiamente sul nemico [romano], sacrificando le loro vite, mentre altri, ritirandosi passo dopo passo verso le file dei loro compagni, provocarono un grande disordine per la loro codardia. Allora fu lo spirito combattivo dei Gesati ad avanzare verso gli hastati romani, ma il corpo principale degli Insubri, Boi e Taurisci, una volta che gli hastati si erano ritirati nei ranghi (dietro i principes), furono attaccati dai manipoli romani, in un terribile combattimento "corpo a corpo". Infatti, pur essendo stati fatti quasi a pezzi, riuscivano a mantenere la posizione contro il nemico, grazie ad una forza pari al loro coraggio, inferiore solo nel combattimento individuale per le loro armi. Gli scudi romani, va aggiunto, erano molto più utili per la difesa e le loro spade per l'attacco, mentre la spada gallica va bene solo di taglio, non invece [nel colpire] di punta. Alla fine, attaccati da una vicina collina sul loro fianco dalla cavalleria romana, guidata alla carica in modo assai vigoroso, la fanteria celtica fu fatta a pezzi dove si trovava, mentre la cavalleria fu messa in fuga. »
(Polibio, Storie, II, 28-30.)

Conseguenze e conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Circa 40.000 Celti furono uccisi ed almeno 10.000 fatti prigionieri, tra i quali il loro re Concolitano. L'altro re, Aneroesto, riuscì a fuggire con pochi seguaci in un luogo dove si suicidò con i suoi compagni. Il console romano, raccolto il bottino, lo inviò a Roma, restituendo il bottino dei Galli ai legittimi proprietari. Con le sue legioni, attraversata la Liguria, invase il territorio dei Boi, da dove, dopo aver permesso il loro saccheggio da parte dei suoi uomini, tornò dopo un paio di giorni a Roma. Inviò, quindi, quale trofeo sul Campidoglio, le collane d'oro dei Galli, mentre il resto del bottino e dei prigionieri fu usato per il suo ingresso in Roma e ad ornare il suo trionfo.[12]

Così furono distrutti i Celti, che con la loro invasione, la più grave che si fosse mai verificata, avevano minacciato i popoli italici ed i Romani. Questo successo incoraggiò i Romani, tanto da credere possibile di essere in grado di espellere completamente i Celti dalla pianura del Po. Entrambi i consoli dell'anno successivo, Quinto Fulvio e Tito Manlio, furono quindi inviati contro di loro con una grossa forza di spedizione, costringendo i Boi a chiedere la pace a Roma, sebbene il resto della campagna non ebbe ulteriori successi, a causa delle piogge incessanti e di una violenta epidemia, scoppiata tra di loro.[13]

La battaglia di Talamone è stata considerata dallo storico francese Charles Rollin "una delle più celebri e più straordinarie di cui si parli nella storia romana"; dal punto di vista tattico lo scontro si caratterizza soprattutto per lo schieramento difensivo dei galli, spalla contro spalla, per fronteggiare i due eserciti consolari convergenti da nord e da sud[14].

Storicamente la battaglia di Talamone in tempi recenti divenne un simbolo patriottico italiano e fu citata in varie occasioni come esempio della gloria di Roma antica. Gabriele D'Annunzio citò nei suoi versi "la Maremma tinta del sangue gallico"; mentre Benito Mussolini fece riferimento almeno per due volte alla battaglia, nel 1926 durante una dissertazione all'Università di Perugia e nel 1942 in piena seconda guerra mondiale, quando anacronisticamente collegò la minaccia della Francia all'Italia dell'Asse, con quella celtica del 225 a.C[15].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. I, tomo II, p. 687.
  2. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. I, tomo II, p. 689.
  3. ^ a b A. Bernardi, Storia d'Italia, vol. I, p. 98.
  4. ^ A. Bernardi, Storia d'Italia, vol. I, pp. 98-99.
  5. ^ a b A. Bernardi, Storia d'Italia, vol. I, p. 99.
  6. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. I, tomo 2, p. 685.
  7. ^ G. Della Monaca, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, p. 119.
  8. ^ G. Della Monaca, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, p. 120.
  9. ^ A. Bernardi, Storia d'Italia, vol. 1, p. 100.
  10. ^ G. Della Monica, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, p. 120.
  11. ^ H. H. Scullard, Storia del mondo romano, vol. I, p. 241.
  12. ^ Polibio, Storie, II, 31, 1-6.
  13. ^ Polibio, Storie, II, 31, 7-10.
  14. ^ G. Della Monaca, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, p. 182.
  15. ^ G. Della Monaca, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, p. 170.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Aurelio Bernardi, Storia d'Italia, vol. I, De Agostini, Novara, 1979
  • Gualtiero Della Monaca, Talamone 225 a.C., la battaglia dimenticata, Edizioni Effigi, Arcidosso (GR), 2012
  • Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, Sansoni, Firenze, 2001

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]