Agnese di Merania

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Agnese di Merania
AnezkaMeranska.jpg
Regina consorte di Francia
In carica 1º giugno 1196 –
20 luglio 1201
Predecessore Ingeburge di Danimarca
Successore Ingeburge di Danimarca
Nascita Andechs, 1175
Morte Poissy, 20 luglio 1201
Sepoltura abbazia reale di Saint-Corentin (Septeuil)
Dinastia conti di Andechs e duchi di Merania
Padre Bertoldo IV d'Andechs
Madre Agnese di Rochlitz (casata di Wettin)
Consorte Filippo II Augusto
Figli Maria (1198-1224)

Filippo (1200-1234)

Agnese di Merania (Andechs, 1175Poissy, 20 luglio 1201) fu moglie del re Filippo II Augusto e regina di Francia (1196-1201). Alcuni cronisti francesi la indicano con il nome di Maria.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Quinta dei nove figli del duca di Merania Bertoldo IV e di Agnese di Rochlitz della famiglia dei Wettin, nel 1196 andò in sposa al re di Francia Filippo II Augusto, colpito dalla sua "straordinaria" bellezza.[1] Questi, rimasto vedovo di Isabella di Hainaut nel 1190, si era unito in seconde nozze con Ingeburge di Danimarca il 14 agosto 1193, ma già l'indomani avrebbe voluto ricusarla.[2] Poco dopo aveva ottenuto una sentenza di divorzio dal cardinale Guglielmo dalle Bianche Mani, arcivescovo di Reims, e un sinodo di vescovi compiacenti, celebrato a Compiègne il 5 novembre 1193, aveva decretato la nullità di quel matrimonio. Ingeburge, tramite il fratello Canuto VI re di Danimarca, aveva fatto ricorso alla Santa Sede e il 13 marzo 1195 papa Celestino III aveva dichiarato illegale l'annullamento, ma il re di Francia aveva comunque impalmato Agnese il 1º giugno 1196, a Compiègne, nonostante il parere negativo di molti suoi consiglieri.[3]

Morto Celestino III nel 1198, il suo successore Innocenzo III sollecitò per via diplomatica[4] il reintegro di Ingeburge e l'allontanamento di Agnese finché, rivelatosi inutile ogni appello, non colpì il re lanciando l'interdetto sui suoi possedimenti (13 gennaio 1200).[5] Per il timore di possibili rivolte, Filippo II richiamò allora alla corte la precedente consorte ma, non appena l'interdetto venne tolto (7 settembre 1200), tornò a rinchiuderla nel castello di Dourdan (e poi in quello di Étampes) in attesa che una nuova assemblea di vescovi annullasse il precedente matrimonio. Così non fu: il concilio di Soissons del marzo 1201 riconobbe la validità delle nozze del 1193.[6]

Quattro mesi dopo però, Agnese di Merania moriva nel castello di Poissy mettendo alla luce un bimbo, Tristano, che non le sopravvisse. Sepolta inizialmente nella collegiata Notre-Dame di Poissy, le sue spoglie furono poi trasferite nell'abbazia reale di Saint-Corentin, a Septeuil, una quindicina di chilometri a sud di Mantes-la-Jolie.[7] Solo dopo la sua morte, Filippo II Augusto chiese e ottenne (2 novembre 1201) la legittimazione da parte del papa dei due figli avuti da lei:

La famiglia d'origine[modifica | modifica sorgente]

Agnese di Merania (terza da sinistra) con la sua famiglia d'origine.
Miniatura tratta dallo Schlackenwerther Codex (1353).

Al di là della notevole e indubbia influenza esercitata su Filippo II e dell'immenso dolore provocatogli dalla sua scomparsa, in realtà si sa ben poco della personalità di questa giovane regina morta a soli 25 anni. Indipendentemente dalle valutazioni storiografiche e dalle romantiche interpretazioni ottocentesche del suo personaggio, resta il drammatico paradosso di una nobile passione coinvolta nella lotta di potere fra stato e chiesa in contrapposizione con la temperie profondamente religiosa e gli stretti legami con gli ambienti ecclesiastici della sua famiglia d'origine.

In proposito si può ricordare che il maggiore dei suoi fratelli, Ekbert von Andechs, intraprese la carriera religiosa e fu vescovo di Bamberga dal 1203 al 1231; la sorella maggiore Edvige, moglie di Enrico I il Barbuto, duca di Slesia, venne canonizzata nel 1267; la sorella minore Gertrude, moglie del re Andrea II d'Ungheria, fu la madre di santa Elisabetta d'Ungheria; il fratello Bertoldo fu conte e vescovo di Kalocsa, quindi patriarca di Aquileia; la sorella più giovane, Matilde, fu badessa nel convento delle benedettine di Kitzingen, dove era stata educata anche Edvige.

La "fortuna" del personaggio[modifica | modifica sorgente]

Lo scrittore Charles-Victor Prévost d'Arlincourt in un dipinto di Robert Lefèvre del 1822.

Nonostante la relativa scarsità di notizie sulla sua vicenda, la figura di Agnese di Merania ebbe una straordinaria fortuna nel corso dell'Ottocento: la sua breve e tragica avventura umana rappresentava infatti un soggetto troppo ricco di pathos e di suggestione per restare ignorato dallo spirito romantico dell'epoca.

Così nel 1825 lo scrittore Charles-Victor Prévost d'Arlincourt, con alle spalle i tre "colossali trionfi" editoriali[8] di Le Solitaire (1821), Le Renégat (1822) e Ipsiboé (1823), diede il via alla riscoperta del personaggio pubblicando il romanzo storico L'étrangère, dramma tenebroso e passionale ricostruito con fantasie stravaganti e inverosimili attorno ai pochi fatti noti della vicenda di Agnese di Merania. L'enorme successo riscosso in Francia da quel testo e dall'omonima riduzione teatrale di Frédéric Dupetit-Méré ed Edmond Crosnier ebbe vasta e rapida eco anche in Italia, ancor prima della traduzione di Gaetano Paganucci edita a Livorno nel 1826.

Nella primavera di quello stesso 1826 Andrea Leone Tottola ne ricavò un libretto per il dramma in musica Il solitario ed Elodia di Stefano Pavesi, mentre l'8 dicembre ne andò in scena al teatro dei Fiorentini di Napoli una versione teatrale del barone Giovanni Carlo Cosenza: La straniera, "azione patetica" in 5 atti, poi pubblicata nel 1827. Nel 1829 ebbe luogo la prima della versione operistica più nota, La straniera di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani, cui va aggiunta la traduzione italiana del testo teatrale di Dupetit-Méré e Crosnier.

Seguirono: nel 1830 Agnese, ossia la straniera di Karensi, nuova traduzione italiana dell'"aneddoto storico" del Prévost; nel 1833 L'incognita della Brettagna, dramma in 5 atti di Domenico De Ferrari; nel 1846 la tragedia romantica Agnès de Méranie del drammaturgo francese François Ponsard; per concludere nel 1865 (ma l'elenco è probabilmente incompleto) con il dramma in 4 atti del poeta neoclassico Ernest Legouvé Les deux reines de France, che poté fregiarsi delle musiche di scena di Charles Gounod.[9]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Da genealogie-mittelalter.de.
  2. ^ Per il fetore del suo fiato o qualche deformità nascosta, secondo il cronista inglese William of Newburgh, riportato in Richard Howlett (a cura di), Chronicles of the Reigns of Stephen, Henry II and Richard I, Londra, Longman, 1884-89, vol. 1, p. 369 (in Capetian kings).
  3. ^ La vicenda è narrata diffusamente in Jager, Histoire..., pp. 353-358.
  4. ^ Prima per il tramite del vescovo di Parigi Eudes de Sully, poi con una lettera personale, quindi inviando come suo legato il cardinale Pietro Capuano e infine con una seconda e ultima lettera (Jager, Histoire..., pp. 367-368).
  5. ^ Il cardinal Capuano aveva convocato numerosi abati, vescovi (18) e arcivescovi (3) in un concilio a Digione il 6 dicembre 1199 e già sette giorni dopo poté pronunciare l'interdetto sui territori di Filippo II Augusto. Concesse tuttavia la dilazione di un mese, sperando in un ravvedimento del re e trasferendosi per sicurezza in territorio imperiale, a Vienne, dove il 13 gennaio 1200 convocò una nuova assemblea ecclesiastica per promulgarlo (Jager, Histoire..., pp. 384-391, dove esclude che Filippo II sia stato scomunicato).
  6. ^ Jager, Histoire..., pp. 391-398.
  7. ^ La relativa lapide tombale scomparve durante la Rivoluzione francese, quando l'abbazia venne distrutta (Cimetières de France).
  8. ^ Alfred Marquiset, Le Vicomte d'Arlincourt, Prince des Romantiques, Parigi, Hachette, 1909, p. 87.
  9. ^ L'opera di Legouvé, in verità modesta, è nota soprattutto per essere stata vittima della censura. Il richiamo al contrasto medievale fra papato e re di Francia, con relativo interdetto, riuscì molesto all'imperatore Napoleone III, allora coinvolto nella questione romana sia come difensore della sovranità pontificia su Roma sia come protettore del neonato Regno d'Italia. Il dramma, che doveva essere rappresentato al Théâtre Lyrique di Parigi nel marzo 1865 con Adelaide Ristori come protagonista, fu quindi vietato e poté andare in scena solo il 27 novembre 1872, a questione romana ormai risolta (da Louis Pagnerre, Charles Gounod: sa vie et ses oeuvres, Parigi, Sauvaitre, 1890, p. 334. Il testo, sia pure con numerosi errori di scansione, è consultabile anche su Internet Archive).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Jean Nicolas Jager, Histoire de l'Église catholique en France, Parigi, Le Clère, 1864, vol. 8, pp. 353-358, 367-368, 384-398. Parzialmente consultabile su Google libri.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Regina consorte di Francia Successore
Ingeburge di Danimarca 1º giugno 1196 - 20 luglio 1201 Ingeburge di Danimarca


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