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Yuppie

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Disambiguazione – "Yuppies" rimanda qui. Se stai cercando il film, vedi Yuppies - I giovani di successo.

Yuppie (spesso "Yuppy"), derivante dalla trascrizione della pronuncia della sigla YUP, a sua volta acronimo di Young Urban Professional (in italiano giovane professionista urbano),[1][2] ci si riferisce a un termine diffusosi all'inizio degli anni '80 del XX secolo per indicare un professionista o imprenditore giovane e "rampante" che abbraccia la comunità economica capitalista ed in essa trova la sua piena realizzazione.[3]

Visuale di Midtown e dell'East River di New York dall'Empire State Building nel 1984.
L'ingresso di Broad Street dell'ufficio della Borsa di New York a Wall Street, luogo che rappresentava l'icona della società yuppie.

La storia degli “yuppie” ebbe origine a partire dalla metà degli anni ottanta del XX secolo, quando con tale termine iniziò ad essere uso comune indicare i giovani "rampanti" di età tra i 25 e i 35 anni che, una volta laureatisi alle università di Yale, Harvard e Princeton,[1][4] perseguirono il sogno di diventare velocemente ricchi a New York, e in particolar modo a Manhattan,[5] metropoli ritenuta simbolo del mondo occidentale e capitalista che durante la presidenza del repubblicano Ronald Reagan avevano raggiunto un elevato livello di benessere e prosperità economica per tutti coloro che investivano in borsa o lavoravano nel campo della finanza.[6]

La parola comparve per la prima volta in stampa il 1º maggio del 1980, in un articolo scritto da Dan Rottenberg per il Chicago Magazine, in cui indagava sui cambiamenti demografici nel centro di Chicago legati all'improvvisa ondata di giovani professionisti in crescita.[7] Tuttavia, lo stesso Rottenberg affermò in seguito di non aver inventato la parola, ma «[...] di averla sentita in giro».[6][8] Nel 1983 il termine acquisì una certa risonanza mediatica facendo sì che il giornalista Bob Greene lo usasse all'interno in una rubrica settimanale del Chicago Tribune intitolata "From Hippie to Yuppie", riportandovi un dialogo udito per caso tra due uomini d'affari che discutevano su come un loro amico in comune di nome Rubin fosse «passato dall'essere un hippy a uno yuppie»;[6] la carica satirica del racconto, basata sullo stridente contrasto d'immagine tra l'attivismo pacifista degli anni '60 e lo spietato consumismo dell'età reaganiana, suscitò grande ilarità tra i lettori del periodico, soprattutto presso i primi detrattori del fenomeno yuppista, facendo sì che sia quest'ultimo che i suoi più noti e illustri rappresentati acquisissero in poco tempo una definitiva popolarità tra le masse.[4][9][10]

«A Chicago sta succedendo qualcosa. Negli ultimi dieci anni, circa 20.000 nuove unità abitative sono state costruite a meno di tre chilometri dal Loop per accogliere la crescente ondata di yuppies, giovani professionisti urbani che si ribellano allo stile di vita suburbano e monotono dei loro genitori. Gli yuppies non cercano né comodità né sicurezza, ma stimoli, e possono trovarli solo nelle zone più densamente popolate della città.»
 Dan Rottenberg, 1º maggio 1983[11]

Come ebbe poi da sintetizzare la sociologa Theressa Kersten, intervistata nel 1985 dal Wall Street Journal[12], tra i fattori che parteciparono alla consacrazione dello yuppismo vi furono il cinema, la radio, la televisione, i giornali e i mass media in generale che, attraverso inchieste lanciate con l'intento di screditare un fenomeno ritenuto volgare e inutilmente scandalistico, finirono invece per solleticare la curiosità del pubblico nei confronti di un mondo a loro totalmente inacessibile ma allo stesso tempo nuovo e affascinante.[4] Molti di questi soggetti erano caratterizzati dall'ostentazione di vari e talvolta effimeri status symbol del tempo, come frequentare ristoranti e discoteche esclusivi quali il celebre Studio 54 di Manhattan, vestire abiti firmati e costosi come quelli degli stilisti Giorgio Armani e Gianni Versace, comprare quadri dell'artista Jean-Michel Basquiat o recarsi a feste organizzate da loro colleghi, attori famosi e a volte dall'allora magnate dell'immobiliare Donald Trump.[8] Tuttavia molte delle indagini compiute in quegli anni riuscirono a porre l'attenzione anche sui lati meno edificanti dello yuppismo della grande mela, con un'intera generazione di ventenni e trentenni profondamente arrivisti, servili e donnaioli all'ossessiva ricerca del successo a tutti i costi, spesso dedicandosi all'uso di cocaina e tabagismo come svago, al mobbing verso i colleghi o allo stereotipare, sminuire e deridere argomenti e minoranze, etnici e non, della società americana, come il razzismo, gli ebrei, la povertà, gli omosessuali e così via.[13]

Per quanto riguarda la sfera privata, i tipici yuppies americani degli anni ottanta abitavano in appartamenti di lusso arredati con toni monotematici, dotati di poltrone e divani di pelle bianchi e neri. In cucina era di rigore il forno a microonde, novità commerciale del tempo; facevano la loro comparsa i primi alimenti precotti da riscaldare, ideali per pasti veloci, quindi adatti ad un professionista dinamico che non si ferma mai, totalmente dedito al lavoro e, soprattutto nello stereotipo cinematografico, allo sfogo dell'appetito sessuale, anch'esso simbolico dell'istinto predatorio e di gratificazione egocentrica. La musica ascoltata erano i Duran Duran, i The Blow Monkeys, gli Huey Lewis and The News, Prince e Cyndi Lauper; un altro oggetto all'avanguardia dal punto di vista tecnologico indispensabile da sfoggiare era il compact disc, mentre le audiocassette venivano ormai considerate superate.

Il fenomeno in Italia

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Da sinistra: Luca Cordero di Montezemolo e Gianni Agnelli (qui nel 1985), tra le più grandi icone dello yuppismo italiano.

Lo yuppismo italiano si sviluppò negli anni ottanta come emulazione e adattamento locale dell'omonimo fenomeno statunitense. A differenza del modello anglosassone, perlopiù circoscritto all'alta finanza, in Italia la figura dello yuppie assunse caratteristiche trasversali, legandosi fortemente al boom del settore terziario, della moda, del design e della televisione commerciale.

Tra le figure di riferimento di questa sottocultura figurava l'imprenditore Gianni Agnelli, di cui i giovani rampanti emulavano i dettagli sartoriali (come il celebre orologio portato sopra il polsino della camicia) e lo status sociale di successo[14][15]. La caratteristica principale dello yuppie italiano era dettata dalla cura maniacale per l'immagine e dal consumo vistoso, con abitudini specifiche nel cibo e negli svaghi: tra queste spiccavano la frequentazione di ristoranti di cucina internazionale (con particolare attenzione all'allora pionieristico sushi), le vacanze in mete esclusive come Cortina d'Ampezzo o le Maldive, e la pratica di sport costosi come lo sci e il golf.[16]

Il fenomeno si intrecciò storicamente con la fase politica dominata dal Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e coincise con l'epoca della cosiddetta "Milano da bere"[17]. Quest'ultima, un'espressione giornalistica nata da un celebre spot pubblicitario del 1985, divenne ben presto il simbolo dell'arrivismo e del benessere diffuso dei ceti emergenti dell'epoca[18]. L'ambiente yuppie esercitò così una forte influenza anche sulle generazioni più giovani, contribuendo alla nascita di subculture studentesche affini, come quella dei paninari[19]. Dal punto di vista professionale, si assistette a un diffuso inseguimento del prestigio sociale e della carriera manageriale, favorito anche dall'avvio dell'informatizzazione di massa in cui i primi personal computer e telefoni portatili venivano sfoggiati come veri e propri status symbol[20].

La figura dello yuppie divenne ben presto bersaglio della satira di costume, sia al cinema (con i film Yuppies - I giovani di successo e Yuppies 2), sia nella musica. Un esempio lampante è il noto brano Yuppies, pubblicato nel 1988 dal cantautore Luca Barbarossa, che ne offriva un ritratto critico menzionando proprio l'attitudine rampante, gli agganci politici e l'ossessione per i beni di lusso e i viaggi[21].

Il fenomeno, così come gran parte del sistema politico ed economico che ne costituiva lo sfondo, subì una drastica battuta d'arresto all'inizio degli anni novanta. Lo scoppio del grande scandalo giudiziario di Tangentopoli svelò la corruzione sistemica e segnò la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, portando al tramonto definitivo dell'ottimismo e dell'opulenza ostentata tipici degli anni ottanta.

Gli yuppies sul grande schermo

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Vi sono numerosi film incentrati sul tema e sugli ambienti sociali degli yuppies, realizzati sia negli anni in cui essi erano attuali sia in seguito:

  1. 1 2 John Algeo, Fifty Years Among the New Words: A Dictionary of Neologisms, Cambridge University Press, 1991, p. 220, ISBN 0-521-41377-X.
  2. Peter Childs e Mike Storry (a cura di), Acronym Groups, in Encyclopedia of Contemporary British Culture, London, Routledge, 2002, pp. 2–3.
  3. (EN) Dan Rottenberg, About That Urban Renaissance…, su Chicago Magazine. URL consultato l'8 maggio 2026.
  4. 1 2 3 (EN) Nikki Finke, Claimed Creator of Yuppie Comes to Terms With Gal, su Los Angeles Times, 11 maggio 1987. URL consultato il 2 gennaio 2026.
  5. yuppie, n., in Oxford English Dictionary. URL consultato il 20 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 21 dicembre 2021).
  6. 1 2 3 Fred R. Shapiro, Yuppies, Yumpies, Yaps, and Computer-Assisted Lexicology, in American Speech, vol. 61, n. 2, 1986, pp. 139–146, DOI:10.2307/455160. URL consultato il 1º gennaio 2026.
  7. (EN) Dan Rottenberg, About That Urban Renaissance…, su Chicago Magazine. URL consultato il 1º gennaio 2026.
  8. 1 2 (EN) Luke Seemann, The Yuppie Turns 35, su Chicago Magazine. URL consultato il 1º gennaio 2026.
  9. (EN) THE WACKY SIDE OF CHICAGO-BORN, BERKELEY-BRED ALICE KAHN, su Chicago Tribune, 28 marzo 1986. URL consultato il 2 gennaio 2026.
  10. Here Come the Yuppies! - TIME, su time.com. URL consultato il 2 gennaio 2026 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2008).
  11. (EN) Luke Seemann, Chicago's Yuppie Turns 35. Do We Celebrate Yet?, in Chicago, 3 giugno 2015. URL consultato il 14 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 28 dicembre 2021).
  12. (EN) Luke Seemann, The Yuppie Turns 35, su Chicago Magazine. URL consultato il 2 gennaio 2026.
  13. (EN) Jon Blistein, Pink Houses, Yuppie Scum and Beastie Boy Kidnappings: Relive MTV's Most Insane Contests, su Rolling Stone, 8 maggio 2019. URL consultato il 2 gennaio 2026.
  14. La Milano da bere, tra Yuppies, moda e frenesia, su Montenapo Daily.
  15. Yuppie style: origini e outfit consigliati, su Fashionaut.
  16. archiviolastampa.it, http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,27/articleid,1010_01_1985_0280_0027_14120529/.
  17. Guido Crainz, Il paese reale. Dall'assassinio di Moro all'Italia di oggi, Donzelli Editore, 2012, p. 115-120, ISBN 9788860369833.
  18. Michele Serra, Milano da bere o da vomitare?, in la Repubblica, 29 ottobre 1989.
  19. Paninari di Milano: Solo una Moda o un Fenomeno Culturale degli anni 80?, su Italy Segreta.
  20. John Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, 2003, ISBN 978-8807103421.
  21. Luca Barbarossa - Yuppies (1988 - 7"), su Orrore a 33 Giri, 30 marzo 2015.

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