Paninaro

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Paninaro è un termine con il quale si identifica una sottocultura giovanile nata negli anni ottanta a Milano[1][2] per poi diffondersi prima nell'area metropolitana milanese e poi in tutta Italia e nel Canton Ticino. Si caratterizzò per l'ossessione per l'abbigliamento griffato e l'adesione a uno stile di vita fondato sul consumo che coinvolse ogni aspetto della vita quotidiana. Il fenomeno divenne presto noto in tutta Italia tanto da portare alla nascita di riviste[3][4][5], film e parodie televisive[6][5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni ottanta le zone di Milano erano frequentate da gruppi molto chiusi di giovani con proprie regole e stili che ne determinavano l'appartenenza come i metallari o i dark. All'interno di questo contesto si sviluppò una sottocultura giovanile, affine alle altre per la necessità di rimarcare l'appartenenza a uno specifico gruppo, costituito da giovani adolescenti o poco più grandi, che si riunivano presso i locali di zona piazza san Babila codificando un proprio lessico e un proprio stile basato sull'ostentazione di capi firmati molto costosi ma che era al contempo anche alla portata di tutti grazie a un mercato che, colta la nuova moda, incominciò a fornire a prezzi accessibili quanto necessario per uniformarsi al nuovo stile. Nelle paninoteche e nei fast food del centro di Milano prese forma un fenomeno di costume che dopo essersi diffuso in tutta Italia, si estese anche all'estero. I luoghi di ritrovo, paninoteche e fast food, dove potevano essere consumati pasti veloci ne determinarono quindi anche il nome.[7][8]

Il termine deriva, più in particolare, proprio da un locale di Milano, il bar Al panino, ritrovo abituale del primo nucleo di paninari, un gruppo di ragazzi che aveva codificato un proprio gergo e un proprio abbigliamento basato fondamentalmente su determinati capi di vestiario e accessori di note marche italiane o straniere.[6][7] Il fenomeno nacque nei primi anni ottanta come espressione dell'ondata di riflusso e disimpegno che seguì il turbolento e politicizzato decennio precedente, rifiutando ogni forma di impegno sociale godendosi la vita senza troppe preoccupazioni conformandosi ai modelli del cinema statunitense del periodo e ai consigli degli spot pubblicitari trasmessi dalle televisioni commerciali in ossequio all'edonismo reaganiano.[8] I nuovi valori che si affermano sono: «funzionare, dimostrare di valere, avere un corpo e una immagine perfetta, essere alla moda, fare carriera»[9] ma curiosamente però i paninari non indossano l'abbigliamento tipico degli yuppie americani, i giovani in carriera, ma capi di abbigliamento tipici della classe operaia e contadina americana come scarponi Timberland, jeans Levi's, camice a scacchi, stivali e cinturoni tipici dei boscaioli ma tutto rigorosamente di marca e molto costosi.[5][10] La controparte femminile del paninaro si chiama sfitinzia[11][12] o squinzia che, secondo i dizionari è definibile come una ragazza smorfiosa, poco intelligente, civettuola, spesso patita della moda ma secondo l'accezione originale del 1986, scritta da Lina Sotis, la squinzia è «La categoria femminile più diffusa del momento. Hanno tutte un imprinting, quello televisivo degli show della seconda serata, vestiti, toni di voce, lunghezze, cortezze e tacco a spillo: nella squinzia tutto, tranne il cervello, è esagerato. La squinzia è quella che vorrebbe beccare di più e becca di meno, è l'eterna tacchinata e mai presa.».

Il fenomeno si diffuse rapidamente in tutta Italia grazie alla pubblicità trasmesse dalle nascenti televisioni commerciali che ne sfruttano il fenomeno amplificandone il messaggio e diffondendone lo stile;[5] a renderlo ulteriormente famoso contribuì anche un personaggio interpretato dall'attore Enzo Braschi che fornì alla nazione una versione stereotipata del paninaro in una fortunata trasmissione televisiva, Drive In, che ne contribuì a diffondere la moda codificandone a sua volta degli stilemi alla quale molti giovani di tutta Italia cercarono di uniformarsi.[5][8] Il successo è tale che nascono anche riviste dedicate al fenomeno e indirizzate ai paninari come Il Paninaro, con una tiratura che raggiunse 100.000 copie mensili, alle quali seguirono Wild Boys, ispirata alla canzone omonima dei Duran Duran e cantata da Braschi nella sua parodia, Zippo Panino, Il Cucador oltre alle versioni al femminile come Preppy e Sfitty.[13][4][3]

Paninare in piazza San Babila a Milano nel 1986

I prodromi del fenomeno si osservarono a Milano in un periodo storico di assestamento della valuta italiana e di importanti segnali di ripresa economica, cui fecero seguito un relativo benessere e maggior disponibilità di beni di consumo. Con l'espansione della moda, fu naturale la formazione di gruppi e comitive, ciascuna dotata di una propria punto di ritrovo come un bar e un relativo territorio nel quartiere; gruppi anche molto ampi, le cui frequentazioni potevano raggiungere anche l'ordine del centinaio di persone. Il sabato pomeriggio e la sera erano il luogo deputato al ritrovo in massa con successivo trasferimento in una delle discoteche che ben si prestavano a sfruttare questo fenomeno. Alcuni di questi gruppi, quelli più importanti, disponevano dei leader di grande popolarità locale, solitamente dotati di soprannome. I locali di frequentazione avevano periodo di vita effimero o mutavano nome e ragione sociale in tempi brevi, in base alla tendenza e il gusto dei frequentatori.

Tratto caratteristico dei paninari era il cibo consumato presso alcune catene di ristoranti a ristorazione rapida, che proprio in quegli anni iniziano a diffondersi in tutta Italia. A Roma, ad esempio, l'apertuta del primo ristorante McDonald's, nel 1986, a Piazza di Spagna, fu un evento memorabile per i paninari della capitale italiana. A Milano, al contrario, la maggior parte delle varie compagnie di paninari si ritrovavano in normali bar sparsi in tutta la città, e le decine di ristoranti a ristorazione rapida di Burghy (ad eccezione di quello di piazza San Babila e di Corso Re Vittorio Emanuele II), Wendy's e King Burger (da non confondere con Burger King approdato in Italia solo nel 1999), le due cosiddette "seconde scelte", venivano poco frequentati dagli appartenenti a questa sottocultura giovanile.

Il tipico panino con hamburger di un ristorante fast food, che si diffuse in Italia a partire dai primi anni 1980

In breve tempo i paninari divengono fenomeno di costume acquistando una discreta notorietà a livello nazionale, soprattutto per merito della pubblicazione di alcuni fumetti dedicati ai paninari e del personaggio interpretato da Enzo Braschi a Drive In[14]. Nel 1986 i Pet Shop Boys, a seguito di una visita nel centro di Milano, incisero il singolo Paninaro, che permise alla moda di valicare i confini nazionali. I protagonisti del videoclip, girato a Milano, erano alcuni ragazzi perfettamente vestiti secondo i dettami della moda.

Il fenomeno inizialmente non aveva connotazioni politiche in quanto l'impegno sociale non rientrava negli interessi dei gruppi che si conformavano all'estetica paninara. Vi era invece una sorta di coscienza di classe che li portava a rifiutare contatti con altri giovani di diversa estrazione sociale in quanto i paninari, almeno nel nucleo originario milanese che aveva come punto di ritrovo i locali in zona Piazza San Babila, erano i figli della borghesia medio alta e quindi con quella disponibilità economica che permetteva l'acquisto di capi d’abbigliamento particolarmente costosi come i piumini Moncler o le scarpe Timberland o di accessori come gli occhiali da sole Ray-Ban. Successivamente incominciò a sorgere una coscienza politica di ispirazione conservatore che portò a contrapposizioni con gruppi di diversa identità politica. Comunque il fenomeno si estinse presto e verso la fine del decennio si poteva dire concluso sostituito da altre sottoculture che prendevano atto della fine del periodo caratterizzato dall'ottimismo e dalla spensieratezza.[15][16][5][8] La moda si esaurì a Milano con il finire del decennio e nel resto dell'Italia di lì a poco, sostituita da altre sottoculture che riflettevano la fine di un decennio consumato all'insegna dell'edonismo e della superficialità. In generale può dirsi come la moda dei paninari sia stata legata ai giovanissimi delle scuole medie inferiori e superiori. Perlomeno, a Milano i paninari erano quasi totalmente assenti nelle università. L'intestazione sulla testata principale, Paninaro, inizialmente I veri galli, accomiata il periodo d'uscita di scena con Pochi, duri, giusti. Come per qualsiasi moda passata, specialmente a Milano si tengono serate di revival presso discoteche, dove i frequentatori sono dei reduci oramai adulti, esortati a presentarsi con indumenti della moda dell'epoca[17].

Diffusione del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Gruppo di paninari a Perugia nel 1986

Lo stile si diffuse da Milano nelle zone limitrofe della Lombardia e poi nel resto d'Italia, mescolandosi a tendenze comunque già in atto in altre città. A Bologna, per esempio, già da tempo si chiamavano zanari i gruppi di ragazzi - omologhi dei paninari milanesi - che si ritrovavano regolarmente in centro al bar Zanarini, poco distante dal palazzo dell'Archiginnasio, mentre a Verona erano curiosamente definiti bondolari[18].[senza fonte]

A Roma vi erano i tozzi, abbigliati con piumino Moncler, Millet o Ciesse Piumini, giacca in pelle da aviatore di marca Schott, pantaloni jeans Levi's 501, camicia sempre di jeans rigorosamente blu scuro, cintura da mandriano dalla vistosa fibbia El Charro, scarponcini da boscaiolo Timberland ma anche le Clarks e, caratteristicamente, incedevano con le punte dei piedi all'infuori, sembrando l'antitesi della ricercatezza della versione milanese. Come l'aggettivo inglese tough, il termine "tozzo" dava l'idea di prestante, gagliardo, ma anche di rozzo, prepotente. L'abbigliamento di molti tozzi ricordava l'uniforme dei detenuti nelle prigioni americane, portato alla notorietà dalle interpretazioni "carcerarie" di attori come Clint Eastwood e Burt Reynolds.[senza fonte]

Il fenomeno fu "importato" anche a Napoli dove, sul finire degli anni 1980, era piuttosto frequente sentir parlare dei chiattilli (l'origine del termine fa riferimento alle piattole). Appartenenti in gran parte ai ceti benestanti, si riunivano nei pressi dei più importanti licei del centro, in particolare il Liceo classico Umberto I, il Pontano e il Mercalli, tutti nel quartiere Chiaia. I chiattilli imitavano i paninari soprattutto per atteggiamenti e abbigliamento: immancabili l'occhiale Ray-Ban e la cintura firmata El Charro. Tra i luoghi di ritrovo più noti c'erano piazza Amedeo e piazza San Pasquale, nei pressi del My Way, la prima cornetteria notturna della città (ha aperto nel 1989). Erano anche gli anni d'oro della discoteca La Mela e di altri rinomati locali della zona. I chiattilli erano poi soliti "emigrare" in massa nelle stesse mete estive: tra le preferite c'erano le isole di Panarea, Capri, Ponza e più avanti la greca Paxos. Il fenomeno si è poi ridimensionato negli anni 1990: i "fratelli minori" dei chiattilli già da tempo si erano dati come punto di ritrovo i locali alla moda della zona flegrea, su tutti l'Arenile di Bagnoli.[senza fonte][è dubbio che l'argomento sia attinente]

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Abbigliamento[modifica | modifica wikitesto]

Nel vestiario e per gli accessori erano d'obbligo la griffe e la sua autenticità, quale indice di ricchezza familiare reale o presunta[16]. Proibite rigorosamente le imitazioni e le merci contraffatte pena il disconoscimento sociale con appellativo di gino o truzzo.

Il paninaro coltivava una maniacale attenzione per il proprio stile, rigorosamente costoso e di marca. L'abbigliamento del paninaro prevedeva giacconi imbottiti (es. Ciesse Piumini, Moncler, Henry Lloyd), stivali da mandriano (es. Frye o Durango), le prime scarpe da barca Docksides by Sebago, & Sperry Topsiders, jeans (es. Armani, Levi's, Uniform, Rifle in velluto millecoste, Avirex, Americanino, Stone Island), tra le felpe (American System, Best Company), maglioni (es. Marina Yachting), cinture di pelle (es. El Charro), camicie a quadri (es. Naj-Oleari), calzini decorati a rombi della Burlington per i ragazzi, colorati della Naj-Oleari per le ragazze, scarponcini (es. Timberland), Celini oppure scarpe sportive (Superga colorate, Vans rigorosamente senza stringhe e, più tardi, New Balance e Nike).

Vi erano alcune marche di moto solitamente associate al mondo dei paninari: ad esempio, inizialmente, i motocicli Zündapp 125 (con scritta "175" sulla fiancata per andare in autostrada), successivamente Laverda, con motore Zündapp, Gilera KZ (stradale) e RX (enduro). Il modo di vestire paninaro variava da città a città; così mentre a Milano si usavano le felpe Best Company, a Roma andava per la maggiore il jeans marchiato Americanino. Altri capi di abbigliamento erano il berrettino delle armate americane sudiste e i guanti in pelle scamosciata Ocean Star, e ancora occhiali rigorosamente Ray-Ban e Vuarnet di svariati modelli, dai Wayfarer di Tom Cruise in Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano del 1983 ai Caravan di Top Gun. E ancora, camicie Controvento e tutto l'abbigliamento di C.P Company e Stone Island. Anche i negozi erano un culto: ad esempio, a Roma la meta era Energie di via del Corso, mentre a Milano si andava al Pharmacia di via Durini.

Il primo indumento comune ai primi paninari furono gli scarponcini da lavoro in pelle scamosciata della Timberland, seguiti poi dal giubbotto da aviatore bomber della Avirex, poi dal giubbotto di jeans foderato di finto pelo all'interno della Levi's, dal Moncler, dal Ciesse Piumini, da altri tre tipi di giubbotti da aviatore (Schott, bomber canadese e RAF), dalla giacca da vela Henri Lloyd. Per circa tre anni impazzarono anche le toppe sui jeans di Naj-Oleari e Fiorucci, così come le sue borse e parecchi accessori per le ragazze. Il negozio di El Charro in via Monte Napoleone divenne una sorta di paradiso degli acquisti, importando dozzine di indumenti in stile texano, prodotti principalmente dalla Lyntone Belts Inc. (Edmond - Oklahoma). Altri negozi di riferimento erano Di Segni e Conforti.

Linguaggio[modifica | modifica wikitesto]

Sul modello del linguaggio dei giovani milanesi venne modellato un gergo che divenne comune dei paninari diffusi in altre parti d'Italia caratterizzato da un rifiuto dell'iperbole e in un ricorso al prosaico. Per esempio: «Sono fuori come un citofono» oppure «... come un'antenna» per intendere uno stato confusionale.

Il cabarettista Enzo Braschi mette in parodia comportamento e slang del paninaro

Sono frequenti le abbreviazioni come a esempio "Timba" riferito alle scarpe di marca Timberland, «Faccio il week a Curma» traducibile come «passo un weekend a Courmayeur», talora combinati agli accrescitivi o storpiature (es. panozzo per panino), così come i continui ricorsi spesso fantasiosi all'inglese (es. arrapation, very original, Il mio boy, arrivano i ciàina - deformazione dell'inglese chinese, cinese ovvero militante di sinistra o più esteso, appartenente ai gruppi antagonisti) o ad altre lingue (I sapiens, Mi gusti mucho).[13]

Merita far presente che il cosiddetto linguaggio dei paninari non milanesi è stato spesso profondamente influenzato dalle invenzioni degli autori delle riviste paninare e dal personaggio comico televisivo di Enzo Braschi. Nella realtà ben pochi utilizzavano quello slang, divenuto, negli anni, uno dei tanti stereotipi sulle culture giovanili. Non improbabile da questo processo, una diffusione nazionale di alcune espressioni triviali meneghine, esempio tangibile quelle relative alla sessualità, sostituendo via via quelli tradizionali locali.

Interessi culturali[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Un concerto dei Duran Duran, uno dei gruppi preferiti dai paninari

Quella dei paninari è stata la prima sottocultura italiana a poter eleggere i propri idoli musicali attraverso la televisione. La rete televisiva Videomusic e il programma di Italia Uno DeeJay Television diffondevano i videoclip di alcuni gruppi e solisti pop, in gran parte britannici, su cui convergettero i gusti dei paninari italiani: nacque, a esempio, un'agguerrita competizione tra gli ammiratori dei Duran Duran e quelli degli Spandau Ballet in un periodo nel quale questi gruppi musicali abbandonavano la new wave, diversamente da altri gruppi. Tra gli altri musicisti preferiti dai paninari c'erano gli Wham!, i Simple Minds, i Frankie Goes to Hollywood, Boy George e i Pet Shop Boys, che pubblicarono addirittura un brano, chiamato Paninaro. Il paninaro, solitamente, non amava la musica italiana, sebbene brani in inglese di Tracy Spencer, Taffy, Gazebo ed Albert One fossero scritti da Claudio Cecchetto.[senza fonte]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

I gusti cinematografici dei paninari si orientavano sui blockbuster statunitensi come Top Gun e le saghe di Rocky, Rambo.[5]

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1986 il fenomeno è al suo apice e viene realizzato un lungometraggio, Italian Fast Food, trasposizione cinematografica di molte idee presenti nel programma televisivo Drive In, compreso ovviamente Braschi nei panni del paninaro; si svolge in un fast food nel centro di Milano[19][13].

Altro film dello stesso anno è Sposerò Simon Le Bon, tratto da un libro/diario scritto dall'adolescente milanese Clizia Gurrado che descrive gli sforzi della protagonista, che vive nel periodo di massima esplosione del movimento, per incontrare il suo idolo Simon Le Bon. Il libro stesso è un fenomeno editoriale che in poco tempo vende mezzo milione di copie[senza fonte]. L'autrice stessa, anni dopo, ricordando la sua esperienza come adolescente nella Milano dei paninari, alla domanda se anche lei fosse stata una paninara, rispose che «se per essere paninari si intende il fatto di indossare il Moncler, le Timberland e la borsa Naj Oleari e ascoltare i Duran Duran, allora sì, ma è anche pur vero che tutto terminava a quello.»[13]

Nel 1986 il gruppo britannico dei Pet Shop Boys pubblicò un brano chiamato Paninaro.

La Edifumetto pubblicò un fumetto intitolato Paninaro, del quale vennero prodotti 48 albi mensili tra il 1986 e il 1989[20].

Nel 1985 l'editrice Edisoft pubblicò il videogioco per Commodore 64 Il paninaro, costituito da una fase di guida in moto per Milano e una fase ambientata in un fast food, dove il paninaro deve superare scorrettamente la coda[21]. Sempre per Commodore 64 l'editrice Logica 2000 pubblicò, tra i supplementi della sua omonima collana, la rivista con cassetta Squinzie, sfitinzie & paninari, contenente programmi vari sul tema[22].

Nel 2011 viene pubblicato su Internet il mediometraggio Il ritorno dei paninari, basato sul fumetto Paninaro, diretto da Fabio Notario e Ramon Verdoia e prodotto dalla Fabius Art[23]. Il seguito, Il ritorno dei paninari 2, ottenne il "Premio 2014" dal programma Stracult di Rai 2[24].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per sineddoche, non esistendo un nome come paninarismo o paninaresimo per tutto il movimento, a cui ci si riferisce semplicemente come i paninari.
  2. ^ 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale, Massimo Emanuelli, GRECO & GRECO Editori, 2004, ISBN 8879803468
  3. ^ a b Wild Boys, su www.guidafumettoitaliano.com. URL consultato il 28 luglio 2017.
  4. ^ a b Paninaro, su www.guidafumettoitaliano.com. URL consultato il 1° agosto 2017.
  5. ^ a b c d e f g Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia, Quelli che Milano: Storie, leggende, misteri e varietà, Bur, 02 novembre 2010, ISBN 9788858608791. URL consultato il 03 agosto 2017.
  6. ^ a b Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti, 101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton Editori, 16 luglio 2015, ISBN 9788854183025. URL consultato il 03 agosto 2017.
  7. ^ a b Aldo Nove, Milano non è Milano, Gius.Laterza & Figli Spa, 18 maggio 2012, ISBN 9788858102633. URL consultato il 03 agosto 2017.
  8. ^ a b c d Francesca Palermo, Varietà sociali nell'italiano contemporaneo: i gerghi come sottocodici non tecnici, Panda Edizioni, 22 marzo 2016, ISBN 9788899091866. URL consultato il 03 agosto 2017.
  9. ^ Chiara Meroni, Alessandro Sevi, Anna Maria Paulis, Adolescenti di oggi e generazioni precedenti : Emo & Co., Rivista di psicoterapia relazionale : 35, 1, 2012, p. 19, secondo cui "siamo nel pieno di una società della Milano da bere, dove si afferma il mito dell’estetica e dello yuppie: giovane rampante, bello, ricco, abbronzato in tutte le stagioni, che gioca in borsa. Nasce e impazza la tv privata di Berlusconi, piena di programmi che mostrano una società laccata, imbrillantata. In questo clima di festini alla moda, pieni di Vip televisivi, non può che prendere piede una droga come la cocaina che, diversamente dalle droghe più utilizzate negli anni ’70, che servivano ad aprire le porte della percezione, serve per aumentare le prestazioni, non ingrassare, essere falsamente sempre in prima linea. È una generazione che abbiamo definito illusa, dove i giovani cercano una visibilità mostrandosi sempre alla moda e ben vestiti, anche quando le possibilità economiche sono più limitate di quanto ci si aspetti. In questo periodo nascono i paninari (il nome deriva dal fatto che si ritrovano presso i fast food importati dagli USA, dove si mangiano i “panini”), ragazzi attenti alla firma, all’abbronzatura e all’apparire. Ma tutto questo mondo del falso benessere era destinato a crollare, ed è proprio dalla fine degli anni ’80 che iniziano i primi segni della crisi economica che culminerà nei decenni successivi. Dopo il crollo della finanza seguiranno gli scandali, le inchieste per corruzione, gli arresti e il mito della Milano da bere crolla per sempre e si apre l’epoca di tangentopoli".
  10. ^ Raduno dei Paninari: amarcord tra Moncler e Timberland. URL consultato il 03 agosto 2017.
  11. ^ sfitinzia: significato e definizione - Dizionari - La Repubblica, in sfitinzia: significato e definizione - Dizionari - La Repubblica. URL consultato il 03 agosto 2017.
  12. ^ (IT) sfitìnzia in Vocabolario - Treccani, su www.treccani.it. URL consultato il 03 agosto 2017.
  13. ^ a b c d Paolo Morando, '80: L'inizio della barbarie, Gius.Laterza & Figli Spa, 14 gennaio 2016, ISBN 9788858124086. URL consultato il 03 agosto 2017.
  14. ^ Enzo Braschi: "A Drive In creammo il fenomeno", Corriere della Sera, 22 dicembre 2007
  15. ^ (IT) Antonio Marino, Gli Anni 80 a Milano: tra Paninari e Metallari, le mode di un’epoca che ha fatto storia - La Voce - Quotidiano Online, in La Voce - Quotidiano Online. URL consultato il 03 agosto 2017.
  16. ^ a b Natalia Aspesi, LA LOTTA DI CLASSE IN TIMBERLAND, in La Repubblica, 3 marzo 2015. URL consultato il 23-06-2016.
  17. ^ “TROPPO GIUSTI!” - DAVANTI ALL’EX BURGHY DI PIAZZA SAN BABILA A MILANO È ANDATO IN SCENA IL RADUNO-NOSTALGIA DEI “PANINARI”, in dagospia, 23 novembre 2015. URL consultato il 23-06-2016.
  18. ^ dal termine "bóndola", che in dialetto veronese indica la mortadella, cibo povero da mettere nel panino per recuperare i soldi spesi nel costoso abbigliamento firmato
  19. ^ Trattasi esplicitamente del Wendy's che era aperto in piazza Duca D'Aosta, 12.
  20. ^ Fumetti Edifumetto, collana Paninaro, fumetto-online.it.
  21. ^ Roberto Nicoletti, Il paninaro, su Ready64.it.
  22. ^ Squinzie, sfitinzie & paninari, specialprogramsipe.altervista.org.
  23. ^ Il ritorno dei paninari, cinemaitaliano.info.
  24. ^ BIRCIDE (Il Paninaro) ospite a STRACULT su RAI 2 "Premio 2014" al Film IL RITORNO DEI PANINARI 2, musicjinni.com.

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