Chiese di rito orientale

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Le Chiese di rito orientale o sui iuris sono parti della Chiesa cattolica in piena comunione con la Santa Sede e che usano riti liturgici diversi dal rito latino, usato nella Chiesa occidentale.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

All'interno della Chiesa cattolica le Chiese di rito orientale o sui iuris sono Chiese particolari, distinte per forme di culto liturgico e pietà popolare, disciplina sacramentale (cfr. Orientalium Ecclesiarum, 12-18) e canonica (si distinguono il Codice di diritto canonico e il Codice dei canoni delle Chiese orientali), terminologia e tradizione teologica. L'autonomia a cui si riferisce l'espressione sui iuris è stata riconosciuta, fra l'altro, dal Concilio Vaticano II nel decreto Orientalium Ecclesiarum concernente le "Chiese particolari" o "riti orientali".

Diversamente dalle "famiglie" o "federazioni" di Chiese formate dal riconoscimento mutuo di corpi ecclesiali distinti (come la Comunione anglicana o la Federazione mondiale luterana), la Chiesa cattolica si considera un'unica Chiesa incarnata in una pluralità di Chiese locali o particolari, essendo "una realtà ontologicamente e temporalmente preesistente ad ogni Chiesa individuale particolare"[1].

Pertanto, essendo in piena comunione con il papa e quindi fra loro, le Chiese sui iuris rendono presente in ciascuna di esse, in ciascuna loro porzione (diocesi ed eparchia), e nel loro insieme, l'unica Chiesa cattolica.

Dipendono da un dicastero specifico della Santa Sede: la Congregazione per le Chiese orientali.

Tipologie di Chiese sui iuris[modifica | modifica wikitesto]

Il Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) distingue quattro categorie di Chiese sui iuris.[2]

Chiesa patriarcale[modifica | modifica wikitesto]

È guidata da un patriarca, il quale la governa assistito dal sinodo della Chiesa patriarcale, composto da tutti i vescovi di tale Chiesa, e da uno speciale sinodo permanente, ristretto, composto dal patriarca e da quattro vescovi. Il patriarca viene eletto dal sinodo della Chiesa patriarcale; una volta eletto, il nuovo patriarca è tenuto a notificare l’avvenuta elezione al papa, il quale poi concede la ecclesiastica communio. La Chiesa patriarcale gode di grande autonomia dalla Santa Sede nell’esercizio dei poteri di governo.[3]

Chiesa arcivescovile maggiore[modifica | modifica wikitesto]

È guidata da un arcivescovo maggiore e ha la stessa struttura della Chiesa patriarcale. La differenza consiste nella modalità di elezione dell’arcivescovo maggiore: una volta eletto dal sinodo della Chiesa arcivescovile maggiore, non si limita a notificare l’avvenuta elezione al papa, ma deve ottenere la sua conferma.[4]

Chiesa metropolitana sui iuris[modifica | modifica wikitesto]

È guidata da un metropolita nominato dal papa, il quale gli conferisce il pallio in segno di comunione gerarchica. Il metropolita è assistito dal consiglio dei gerarchi e ha giurisdizione reale sui vescovi e i fedeli della sua Chiesa sui iuris. Questa categoria di Chiesa gode di meno autonomia rispetto alle due precedenti, ma ha comunque poteri maggiori di una conferenza episcopale latina. La più recente Chiesa metropolitana sui iuris è la Chiesa greco-cattolica ungherese, istituita nel XVIII secolo ed elevata a Chiesa metropolitana da papa Francesco il 20 marzo 2015. La più recente ex novo è, invece, la Chiesa cattolica eritrea, istituita da papa Francesco il 19 gennaio 2015 separandola dalla Chiesa cattolica etiope.[5]

Altre Chiese sui iuris[modifica | modifica wikitesto]

In questa categoria sono comprese tutte le altre Chiese sui iuris che non sono né patriarcali, né arcivescovili maggiori né metropolitane sui iuris. Ognuna di esse è guidata da un gerarca, che non è necessariamente insignito del carattere episcopale, è nominato dal papa e guida la propria Chiesa senza sinodo né consiglio dei gerarchi. Ognuna di queste Chiese è retta da un diritto particolare che stabilisce la sua struttura e i suoi rapporti con la Santa Sede.[6]

Comunità cattoliche orientali non sui iuris[modifica | modifica wikitesto]

Non tutte le comunità cattoliche orientali sono ufficialmente costituite in "Chiese sui iuris": in alcuni Paesi, dove il numero dei loro fedeli è particolarmente esiguo, essi sono sottoposti alla giurisdizione di ordinari di altri riti (sia latini che di altri riti orientali), definiti per ogni singolo caso dalla Santa Sede. Ad esempio, i cristiani della Chiesa cattolica di rito bizantino-slavo in Polonia sono affidati alla cura pastorale del vescovo latino di Siedlce; gli ordinariati di Francia e del Brasile comprendono fedeli di più riti; i greco-cattolici del Montenegro fanno capo al vescovo latino del territorio in cui si trovano.

Lista delle Chiese sui iuris[modifica | modifica wikitesto]

Attualmente esistono 23 Chiese sui iuris in piena comunione con la Chiesa di Roma.

Rito Chiesa Status Diffusione
Rito alessandrino
(3)
Chiesa cattolica copta patriarcale Egitto
Chiesa cattolica etiope metropolitana Etiopia
Chiesa cattolica eritrea metropolitana Eritrea
Rito antiocheno o siriaco-occidentale
(3)
Chiesa maronita patriarcale Libano, Siria, Cipro, Israele, Palestina, Egitto, Giordania, diaspora
Chiesa cattolica sira patriarcale Libano, Iraq, Giordania, Kuwait, Palestina, Egitto, Sudan, Siria, Turchia, Stati Uniti, Canada, Venezuela
Chiesa cattolica siro-malankarese arcivescovile maggiore India
Rito armeno
(1)
Chiesa armeno-cattolica patriarcale Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Armenia, Turchia, Israele, Palestina, Grecia, Italia, diaspora
Rito caldeo o siriaco orientale
(2)
Chiesa cattolica caldea patriarcale Iraq, Iran, Libano, Egitto, Siria, Turchia, Stati Uniti
Chiesa cattolica siro-malabarese arcivescovile maggiore India, Stati Uniti
Rito bizantino
(14)
Chiesa cattolica greco-melchita patriarcale Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania, Iraq, Egitto, diaspora
Chiesa cattolica greca di rito bizantino due esarcati apostolici Grecia e Turchia
Chiesa bizantina cattolica in Italia tre circoscrizioni ecclesiastiche[7] Italia
Chiesa greco-cattolica albanese un'amministrazione apostolica Albania
Chiesa greco-cattolica bielorussa visitatore apostolico Bielorussia
Chiesa greco-cattolica bulgara un esarcato apostolico Bulgaria
Chiesa bizantina cattolica di Croazia e Serbia un'eparchia e un esarcato apostolico Croazia, Serbia
Chiesa greco-cattolica macedone un esarcato apostolico Macedonia
Chiesa greco-cattolica rumena arcivescovile maggiore Romania, Stati Uniti, Canada
Chiesa greco-cattolica rutena metropolitana Ucraina, Stati Uniti, Repubblica Ceca
Chiesa greco-cattolica russa due esarcati apostolici Russia, Cina, diaspora
Chiesa greco-cattolica slovacca metropolitana Slovacchia, Canada
Chiesa greco-cattolica ucraina arcivescovile maggiore Ucraina, Polonia, Stati Uniti, Canada, Brasile
Chiesa greco-cattolica ungherese metropolitana Ungheria

L'espressione "Chiesa uniate"[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa uniate è la denominazione comunemente usata per indicare le Chiese dell'Oriente europeo che tra il XV ed il XVI secolo sono tornate in comunione con la Chiesa cattolica. Per questo motivo essa è anche detta Chiesa greco-cattolica, ad indicare la compresenza di obbedienza romana e utilizzo del rito di tradizione greca e costantinopolitana. Riconoscono pertanto l'autorità giurisdizionale del vescovo di Roma e ne condividono la fede e la teologia, ma conservano strutture, disciplina, tradizioni e liturgia proprie del Rito bizantino, similmente alla Chiesa ortodossa, sebbene presentando differenze sostanziali, secondo una formula già indicata dal Concilio di Firenze.

In particolare prende il nome di Chiesa uniate quella sorta in seguito all'Unione di Brest (1596), nell'ambito dell'Unione tra il regno di Polonia e il granducato di Lituania. L'Unione di Lublino nel 1569 aveva comportato uno stretto vincolo tra il regno di Polonia (che era cattolico) alla Lituania propriamente detta (anch'essa cattolica) e anche ai territori da quest'ultima dipendenti, abitati da popolazioni slave di religione greco-ortodossa. Il compromesso fu appunto di ottenere un'unità religiosa nell'ambito dell'obbedienza romana, mantenendo però i rituali bizantini.

In seno alla Chiesa cattolica, in modo ricorrente, nacque, però una diffidenza per la Chiesa uniate. In particolare i gesuiti, che pure con Piotr Skarga avevano difeso la Chiesa uniate, si impegnarono per riportare nell'ambito del rito latino i cattolici di quei territori.

Analogamente nel corso del XVII secolo i cristiani orientali che dimoravano nei territori soggetti al regno d'Ungheria adottarono sostanzialmente la stessa formula: dogmi cattolici, obbedienza al papa di Roma, ma conservazione del rito bizantino: nel 1646 gli ortodossi della Rutenia subcarpatica e nel 1698 quelli della Transilvania.

L'espressione "Chiesa uniate" venne da allora usata per indicare i cattolici della Chiesa greco-cattolica rutena oltre a quelli della Chiesa greco-cattolica ucraina, e a volte veniva non correttamente applicata a tutti i cattolici di rito orientale delle 15 chiese di rito bizantino.

La Santa Sede nel 1927 incaricò la Congregazione per le Chiese orientali di elaborare un codice di diritto canonico proprio per queste Chiese.

Il termine uniate in alcune lingue e in alcune culture aveva, però, assunto una valenza spregiativa e i documenti del Concilio Vaticano II lo evitano accuratamente. In ambito ortodosso non mancano tuttora le polemiche nei confronti degli uniati[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Congregazione per la dottrina della fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione, 28 maggio 1992
  2. ^ Nedungatt, Le Chiese cattoliche orientali e il nuovo Codice dei canoni, pp. 329-332.
  3. ^ CCEO, can. 55-150.
  4. ^ CCEO, can. 151-154.
  5. ^ CCEO, can. 155-173.
  6. ^ CCEO, can. 174-176.
  7. ^ Eparchie di Lungro e di Piana degli Albanesi e abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata.
  8. ^ Psicopatologia dell'Uniatismo

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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