Paulicianesimo

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I pauliciani o le corruzioni "pobliciani" o "populiciani" erano una setta di asceti sorta in Armenia nel VII secolo che prendevano il nome dal patronimico Paul-ik, ovvero il "figlio di Paolo" perché i membri pensavano di vivere secondo il vero insegnamento di Paolo di Tarso[1].

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il paulicianesimo fu una setta dualista, fondata secondo la tradizione da Costantino di Manamali nel 655. Costantino fu ucciso da un ufficiale delle truppe bizantine nel 682, il suo uccisore Simeone divenne il nuovo capo della setta fino al 690, quando venne bruciato sul rogo. Nel 717 la comunità si riorganizza a Episparsis (Erek) Armenia occidentale, nell'attuale Turchia ai confini con l'Iraq. In questa regione si sviluppò e si susseguirono diversi capi, tra cui Paolo l'Armeno, a cui alcuni fanno risalire il nome della setta. Varie persecuzioni, dissidi interni e le guerre con gli arabi, portarono la setta sull'orlo dell'estinzione. L'avvento del capo Sergio provocò uno scisma tra chi seguiva le idee del vecchio capo Baannes, i cosiddetti Baaniti e la nuova corrente guidata appunto da Sergio. Sotto di esso la setta riprese vigore e si espanse dapprima in Cilicia e poi in tutta l'Asia Minore. L'impero bizantino era retto in quel periodo dalla dinastia isaurica che era iconoclasta come i Pauliciani. Niceforo I Logoteta (802–811) ne tollerò la presenza, purché i loro adepti accettassero il servizio militare per combattere l'Islam. Con gli imperatori Teofilo II di Bisanzio (813–842) e Michele III (829–867) ricominciarono le persecuzioni, causando la ribellione dei pauliciani che, nonostante gli appelli pacifisti di Sergio, si allearono con gli Arabi, nemici dell'Impero. Artefice di questa alleanza fu Karbeas, che fondò nel 856 uno stato pauliciano nell'Anatolia centrale, con capitale Tephrike (oggi Divriği). Alla morte di Karbeas gli successe Crisoceir che per dieci anni tenne in scacco le truppe di Bisanzio, portandosi con il suo esercito fino a Efeso e alle coste di fronte a Costantinopoli. Nel 872 i pauliciani vennero tuttavia sconfitti, il loro capo ucciso e la loro capitale distrutta, decretando quindi la fine di questo effimero regno. Sopravvissero come comunità eretiche non ribelli che nel 970 vennero deportate in massa da Giovanni I Zimisce in Tracia, come forza d'urto contro le invasioni dei Bulgari nella penisola balcanica. In queste regioni contribuirono nei secoli successivi allo sviluppo di altri gruppi dualisti, come i Bogomili e i Catari. Sopravvissero come cellule di fedeli sia in Bulgaria che in Armenia. È attestato che sette ereticali pauliciane sopravvissero nella regione di Svishtov e Filippopoli (Plovdiv), fino al XVI e XVII secolo, per poi mantenere una propria identità religiosa, convertendosi al cattolicesimo di rito latino, pur di mantenersi lontano dall'ortodossia di tipo greco.

Dottrina[modifica | modifica sorgente]

Il paulicianesimo deriva dalla fusione sincretica di diverse dottrine, molto diffuse, nei secoli precedenti al suo avvento, nell'Asia Minore. Tra queste lo gnosticismo, il marcionismo, i messaliani e il manicheismo, sembrano essere invece estranee a questa filosofia le idee adozioniste di Paolo di Samosata. Come nel marcionismo essi negavano l'importanza del Vecchio Testamento, propugnavano il concetto dualista e gnostico di due Dei, il Dio malvagio del Vecchio Testamento, creatore del mondo e della materia e il Dio buono del Nuovo Testamento, creatore dello spirito e dell'anima, che è l'unico degno di essere adorato. Essi utilizzavano solo i testi sacri del Nuovo Testamento, con particolare attenzione alle lettere di San Paolo e al Vangelo di San Luca, mentre rifiutavano le lettere di San Pietro. L'organizzazione era strutturata come presso i manichei, con pochi eletti detti Perfetti, celibi, astemi e vegetariani e molti Uditori o catecumeni. Come i messaliani, ritenevano inutile la mediazione di una Chiesa e rifiutavano, con alcune eccezioni, i sacramenti. Non accettavano il culto delle immagini. Come nel docetismo i pauliciani rifiutavano la realtà dell'incarnazione di Cristo, poiché credevano che il corpo di Cristo fosse immateriale, essendo egli un angelo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, pag. 121.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (IT) Marcello Craveri, L'eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996. ISBN 88-04-39789-6.
  • (FR) Nikoghayos Adontz: Samuel l'Armenien, Roi des Bulgares. Bruxelles, Palais des academies, 1938, Pp. 63.
  • R. M. Bartikian: Quellen zum Studium der Geschichte der paulikianischen Bewegung, Eriwan 1961 (in armenischer Sprache).
  • (EN) The Key of Truth, A Manual of the Paulician Church of Armenia, edited and translated by Fred C. Conybeare, Clarendon Press, Oxford, 1898.
  • (EN) S. B. Dadoyan: The Fatimid Armenians: Cultural and Political Interaction in the Near East, Islamic History and Civilization, Studies and Texts 18. Leiden: Brill Publishers, 1997, Pp. 214.
  • (EN) Nina G. Garsoian: The Paulician Heresy. A Study in the Origin and Development of Paulicianism in Armenia and the Eastern Provinces of the Byzantine Empire. Publications in Near and Middle East Studies. Columbia University, Series A 6. The Hague: Mouton, 1967, 296 pp.
  • (EN) Nina G. Garsoian: Armenia between Byzantium and the Sasanians, London: Variorum Reprints, 1985, Pp. 340.
  • (EN) Herzog: "Paulicians". In Philip Schaff (ed.): A Religious Encyclopaedia or Dictionary of Biblical, Historical, Doctrinal, and Practical Theology, 3rd edn, Vol. 2. Toronto, New York & London: Funk & Wagnalls Company, 1894. pp. 1776–1777.
  • (EN) Vahan M. Kurkjian: A History of Armenia (Chapter 37, The Paulikians and the Tondrakians), New York, 1959, 526 pp.* A. Lombard: Pauliciens, Bulgares et Bons-hommes, Geneva 1879.
  • (EN) Vrej Nersessian: The Tondrakian Movement, Princeton Theological Monograph Series, Pickwick Publications, Allison Park, Pennsylvania, 1948, Pp. 145.
  • (FR) Edouard Selian: Le dialect Paulicien, In: The Proceedings of the Fifth International Conference on Armenian Linguistics, McGill University, Montreal, Quebec, Canada, 1995. Publisher: Caravan books, Delmar, New York, 1996, 408 pp.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]