Celebrazione della Passione del Signore

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La celebrazione della Passione del Signore[1] (in latino: Celebratio Passionis Domini[2]; detta anche azione liturgica della Passione del Signore o celebrazione ''in Passione Domini' ) è la funzione liturgica della Chiesa cattolica che si tiene nel pomeriggio del Venerdì santo (e per questo è detta anche azione liturgica pomeridiana), in ricordo della passione di Gesù e della sua morte in croce.

È la seconda celebrazione del Triduo Pasquale e tradizionalmente tale celebrazione era officiata alle ore 15:00 del venerdì, ora nella quale, secondo i Vangeli, Cristo esalò l'ultimo respiro; oggi, secondo necessità, essa può essere spostata a ora più tarda, ma comunque sempre nel pomeriggio.

«In questo giorno e nel giorno seguente, la Chiesa, per antichissima tradizione, non celebra l'eucaristia. Nelle ore pomeridiane ha luogo la celebrazione della Passione del Signore. Commemoriamo insieme i due aspetti del mistero della Croce: la sofferenza che prepara la gioia di Pasqua, l'umiliazione e la vergogna di Gesù da cui sorge la sua glorificazione. Oggi è già Pasqua: Cristo che muore sulla croce «passa» da questo mondo al Padre; dal Suo Costato sgorga per noi la vita divina: noi «passiamo» dalla morte del peccato alla vita in Dio.»

(Messale Romano)

Struttura della celebrazione nel rito romano[modifica | modifica wikitesto]

La celebrazione incomincia in silenzio: nessun'antifona introitale è prevista e non si effettua alcun canto; il sacerdote e il diacono (se partecipa un diacono) indossano i paramenti da messa di colore rosso. Arrivati al presbiterio, si prostrano o si inginocchiano per qualche momento in silenziosa preghiera, mentre tutti gli altri si inginocchiano. Quindi si alzano e raggiungono il loro posto insieme al clero. Arrivato alla sede il sacerdote pronuncia una orazione, senza saluto o parole di introduzione.[3]

Segue la liturgia della Parola, che consta di:

  • una prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia (Is 52,13-53,12);
  • il salmo responsoriale (Sal 30);
  • una seconda lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei (Fil 4,14-16; 5,7-9);
  • la Passione secondo Giovanni (Gv 18,1-19,42), preceduta dal canto di acclamazione e seguita solitamente dall'omelia;
  • la Preghiera Universale, formata da dieci intenzioni in preghiera, introdotte da un diacono o un altro ministro e concluse ciascuna con l'orazione del sacerdote.[4]

Quindi comincia l'adorazione della Santa Croce, in una delle due forme previste dal rito; nella prima, si porta al presbiterio una croce velata; ivi il sacerdote la svela in tre momenti, intonando (con il canto a cappella) o recitando l'"Ecce lignum crucis" (Ecco il legno della croce), a cui il popolo risponde "Venite adoremus" (Venite adoriamo); a ogni momento, dopo il canto, tutti si inginocchiano in silenziosa adorazione. Svelata totalmente la croce, essa viene esposta per il bacio della croce, da parte del clero e del popolo, mentre la schola può intonare dei canti, come gli Improperia (in genere senza il supporto di organo o altri strumenti musicali, che comunque non possono suonare senza canto) o si possono leggere delle antifone indicate.[5]

Seguono i riti di Comunione; la croce viene posta sopra l'altare e, dal luogo della riposizione, vengono portate le Ostie consacrate la sera prima. Quindi il sacerdote introduce il Padre nostro e alcune poche orazioni, riceve la Comunione e la distribuisce al popolo.[6]

Terminata la Comunione, le ostie che restano sono portate a un luogo fuori della chiesa o, se necessario, messe nel tabernacolo.[7]

Quindi, letta l'Orazione dopo la Comunione e l'Orazione sul popolo, senza dare alcuna benedizione, il sacerdote e i ministri, dopo avere fatto genuflessione alla croce, fanno ritorno in sacrestia in silenzio, senza canti o musica.[8]

Il Venerdì santo è richiesto a tutti i fedeli con più di 14 anni l'astinenza dalle carni e ai fedeli tra i 18 e i 60 anni il digiuno ecclesiastico.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'azione liturgica del Venerdì santo trae origine dall'antica Liturgia dei Presantificati, comune anche al rito bizantino e descritta per la prima volta da papa Gregorio I (VI secolo) come un uso costantinopolitano.

Struttura della celebrazione secondo il messale del 1962[modifica | modifica wikitesto]

È ancora autorizzato, in conformità con i limiti indicati nel motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI, l'uso della forma incorporata nell'edizione 1962 del Messale Romano promulgata da papa Giovanni XXIII, forma che differisce da quella introdotta da papa Pio XII nel 1955 solo nella preghiera per la conversione dei giudei. In tale preghiera, riscritta nel 2008 da Benedetto XVI, il Messale 1962 rimosse l'aggettivo "perfidis" e invece di "Judaicam perfidiam" mise "Iudaeos".

Tale schema della celebrazione è intitolato De solemni actione liturgica postmeridiana in Passione et Morte Domini e non più Missa Praesanctificatorum, come prima del 1955.[9]

Il celebrante, rivestito di camice e stola nera, e i ministranti vanno all'altare, sprovvisto di croce, tovaglia e candelabri. Il celebrante e i ministri sacri (diacono e suddiacono) si prostrano e gli altri si inginocchiano. Dopo qualche minuto, a conclusione, di questa preghiera fatta in silenzio, si alza solamente il celebrante, mentre tutti gli altri restano in ginocchio, e canta l'Orazione. Quindi si legge in latino un passo del libro del Profeta Osea e si canta o si recita un responsorio di versetti del cantico di Abacuc. Poi, si dice Flectamus genua e, dopo una breve preghiera silenziosa inginocchiati, Levate, e un'altra orazione. Si legge l'inizio del capitolo 12 del Libro dell'Esodo, cui segue in forma responsoriale alcuni versetti del salmo 140/139. Segue il canto o la lettura del Vangelo, ossia della Passione secondo Giovanni, in questo giorno luttuoso senza incenso né lumi.[10]

Quindi il celebrante indossa il piviale nero, il diacono la dalmatica nera e il suddiacono la tunicella nera. Gli accoliti stendono una tovaglia sull'altare e mettono al centro il Messale, da dove il sacerdote canterà le "Orazioni Solenni, dette anche Orazione dei Fedeli". A ciascuna di queste nove orazioni, il celebrante invita i fedeli a pregare per una intenzione, il diacono comanda di mettersi in ginocchio e, dopo qualche istante di silenzio, comanda di rialzarsi. Poi il sacerdote recita l'Orazione. Queste orazioni sono nell'ordine pro Sancta Ecclesia, pro Summo Pontefice, pro omnibus ordinibus gradibusque fidelium, pro res publicas moderantibus, pro catechumenis, pro fidelium necessitatibus, pro unitate Ecclesiae, pro conversione Iudaeorum (riscritta da Benedetto XVI nel 2008), pro conversione infidelium.[11]

Poi la croce è portata velata al presbiterio e il celebrante la scopre in tre fasi al canto Ecce lignum. Segue la sua devota adorazione da parte di ministri e fedeli, mentre si cantano gli Improperia: il Popule meus con l'inno Trisagio, l'antifona Crucem tuam adoramus con un versetto del salmo 67/66 e il Crux fidelis.[12]

Terminata l'adorazione, il celebrante e i sacri ministri (se ci sono) si mettono i paramenti violacei, si porta il Santissimo Sacramento solennemente dall'altare della reposizione, tutti recitano in latino il Padre nostro con Amen e si dà la Comunione ai partecipanti. Poi il sacerdote dice tre Orazioni e si ritira coi ministri. Più tardi si riporta il Santissimo Sacramento senza solennità all'altare della reposizione e si spoglia l'altare della chiesa.[13]

Struttura della celebrazione secondo il messale di san Pio V[modifica | modifica wikitesto]

Prima della riforma liturgica introdotta da papa Pio XII nel 1955, la celebrazione liturgica del Venerdì santo si faceva nella tarda mattinata. Secondo questo messale, il sacerdote indossa una pianeta di colore nero. Il diacono e il suddiacono, ai quali in simili giorni di lutto non è permesso portare dalmatica e tunicella, indossano, tranne nelle chiese piccole, pianete plicate nere.

All'arrivo nel presbiterio, i ministri sacri si prostrano in silenzio per un po', come nella riforma del 1955, ma poi il sacerdote va all'altare, che non è spoglio ma coperto con una tovaglia bianca, lo bacia e lì recita l'Orazione iniziale.

Le letture bibliche sono come nel 1955 ma, mentre vengono proclamate, il sacerdote, stando all'altare, le legge per sé stesso a bassa voce.

Vengono poi cantate le preghiere che il testo del 1955 chiamerà "Orazioni Solenni, dette anche Orazione dei Fedeli". Dopo le prime tre, il cui testo rimarrà uguale fino al 1969, si trova un'orazione per l'Imperatore, che però dopo lo scioglimento del Sacro Romano Impero non viene più recitata, e che il testo 1955 rimpiazzerà con l'orazione "pro res publicas moderantibus". Le successive orazioni corrispondono a quelle del 1955, ma quella che il testo 1955 intitolerà "pro conversione Iudaeorum" qualifica il sostantivo Iudaeis con l'aggettivo perfidis (che verrà tolto nell'edizione 1962 del Messale romano) e dice judaicam perfidiam dove dal 1962 si dirà Iudaeos. Inoltre, prima del 1955 viene indicato nel Messale che – contrariamente a quello che si fa nelle altre orazioni – dopo l'invito del sacerdote a pregare non ci si mette in ginocchio e il sacerdote recita la corrispondente preghiera senza pausa intermedia.

L'adorazione della croce si fa quasi esattamente come a partire dal 1955, ma per i ministri sacri togliersi le scarpe, facoltativo nel testo 1955, è obbligatorio, e le tre genuflessioni da fare nell'avvicinarsi alla croce sono doppie (con tutte e due le ginocchia a terra e un inchino). Inoltre, mentre si cantano gli Improperia, il sacerdote recita privatamente lo stesso testo insieme ai ministri sacri.

Poi viene la cosiddetta "messa dei presantificati", termine comunemente usato,[14][15] ma che non appare nel Messale. Si porta solennemente dal luogo di reposizione l'ostia consacrata nella messa di Giovedì santo e ivi depositata. Si compiono all'altare alcune delle cerimonie solitamente compiute all'offertorio della messa, fra le quali il versamento del vino e di un po' d'acqua nel calice, che è poi messo sull'altare. Dopo questo il sacerdote dice l'invocazione Orate fratres e, senza attendere alcuna risposta, recita da solo il Padre nostro e l'embolismo Libera nos, quaesumus. Rompe poi l'ostia in tre parti, delle quali mette la più piccola nel calice del vino, consuma le due maggiori parti e poi il calice del vino non consacrato insieme alla piccola parte dell'ostia consacrata, purifica il calice e il pollice e l'indice di entrambe le mani, dicendo silenziosamente la solita breve preghiera che accompagna tale azione e, immediatamente dopo, parte dal presbiterio con i ministri.

I ministri e i fedeli presenti non ricevono la santa comunione.

Struttura della celebrazione nel rito ambrosiano[modifica | modifica wikitesto]

La celebrazione della Passione del Signore nel rito ambrosiano presenta sensibili differenze rispetto al rito romano, dovute in primo luogo al fatto che il Venerdì santo, come tutti i venerdì di Quaresima ambrosiani, è giorno aneucaristico: non solo non viene celebrata l'eucaristia ma, a differenza del rito romano, non viene nemmeno distribuita con il pane eucaristico avanzato la sera prima, e le particole restano conservate all'altare della riposizione (che per questo motivo non viene spogliato) fino alla Veglia Pasquale.

La liturgia si celebra tra i Vespri. Dopo una breve monizione introduttiva del sacerdote, la celebrazione incomincia con il Rito della Luce durante il quale si accendono le candele e le luci della chiesa, quindi si canta l'inno Vexílla Regis pródeunt mentre il sacerdote incensa l'altare. Terminato l'inno si proclamano le letture:

Tra il Salmo e la seconda lettura profetica viene recitata un'orazione.

Durante la proclamazione del brano evangelico della Passione, al momento della morte di Cristo la lettura si interrompe, vengono spente tutte le luci della chiesa, l'altare viene spogliato e la campana viene suonata a morto. Dopo un momento di silenzio il sacerdote conclude la lettura della Passione e quindi tiene l'omelia.

Terminata l'omelia ha luogo l'adorazione della croce. La croce viene portata in processione dal fondo della chiesa lungo la navata centrale: per tre volte, all'inizio, in mezzo alla chiesa e in prossimità dell'altare la processione si ferma e il sacerdote intona l'Ecce lignum crucis a cui tutti rispondono inginocchiandosi Venite adoremus. Conclusa la processione la croce viene deposta ai piedi dell'altare e il clero fa l'adorazione con tre genuflessioni consecutive, a debita distanza l'una dall'altra, prima di giungere a baciare la croce. Nel frattempo si recita o si canta un altro frammento del Salmo 21.

Terminata l'adorazione della croce ha luogo la grande Preghiera Universale con undici intenzioni di preghiera (per la Chiesa, per il Papa, per il clero e i fedeli, per i catecumeni, per l'unità dei Cristiani, per gli Ebrei, per i non Cristiani, per i non credenti, per i governanti, per i sofferenti e per i defunti): ciascuna intenzione viene introdotta da un diacono e conclusa da un'orazione recitata dal sacerdote.

Al termine della Preghiera Universale, non essendoci distribuzione della Comunione, il sacerdote congeda immediatamente i fedeli senza impartire la benedizione e l'assemblea si scioglie senza eseguire alcun canto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice (a cura di), Celebrazione della Passione del Signore presieduta dal Santo Padre Francesco (PDF), su vatican.va, Tipografia Vaticana, 14 aprile 2017, pp. 31.
  2. ^ Missale Romanum 2002, Feria VI in Passione Domini (p. 313)
  3. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 4–6
  4. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 7–13
  5. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 14–21
  6. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 22–28
  7. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 29
  8. ^ Missale Romanum, Feria VI in Passione Domini, 30–32
  9. ^ Messale Romano 1962, Feria Sexta in Passione et Morte Domini
  10. ^ Messale Romano 1962, Feria Sexta in Passione et Morte Domini, 4–11
  11. ^ Messale Romano 1962, Feria Sexta in Passione et Morte Domini, 12–13
  12. ^ Messale Romano 1962, Feria Sexta in Passione et Morte Domini, 14–19
  13. ^ Messale Romano 1962, Feria Sexta in Passione et Morte Domini, 20–38
  14. ^ Charles-Louis Richard, Biblioteca sacra ovvero Dizionario universale delle scienze ecclesiastiche (Milano 1836), t. XVI, p. 50
  15. ^ Michel Feuillet, Vocabolario del cristianesimo (Edizioni Arkeios, 2001), p. 104

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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