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Sekhmet

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Sekhmet

Sekhmet (anche Sachmis, Sakhmet, Sekhet o Sakhet) è una divinità egizia solare zoomorfa appartenente alla religione dell'antico Egitto[1][2]. Era venerata come divinità della guerra, delle epidemie e delle guarigioni[3]. Veniva rappresentata come leonessa o donna dalla testa di leonessa, la belva più feroce dell'immaginario egizio: la ferocia, la violenza e l'ira distruttiva erano infatti caratteristiche attribuite questa temuta dea[1]. Gli antichi egizi ritenevano che il suo respiro generasse il deserto. Era inoltre considerata una patrona dei faraoni, specialmente in ambito militare.

Sekhmet era una divinità solare (e rappresentata con il disco solare sul capo), talvolta definita figlia di Ra[4], sposa di Ptah[4] e associata a Bastet[5], Hathor[6], Tefnut[7] e Mut[4], a sua volta rappresentata come leonessa.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome di Sekhmet deriva dalla parola egizia sekhem che significa potenza, avere controllo con l'aggiunta del suffisso femminile t. Il suo nome ne esplica le caratteristiche: è traducibile come la Potente[2]. Veniva anche denominata Colei davanti a Cui perfino il Male trema, Signora del terrore, Signora della strage, Colei Che percuote[8][9].

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Busto di Sekhmet in granodiorite, risalente al regno di Amenofi III (ca. 1386 a.C. - 1348 a.C.). Brooklyn Museum, New York. Sono ben visibili attribuiti comuni della dea quali il disco solare sul capo e le due rosette in corrispondenza dei seni.

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]

Sekhmet era rappresentata come una feroce leonessa o come una donna con testa di leonessa[10] e vestita di rosso, colore del sangue; uno dei suoi epiteti era Rossa Signora[9]. Talvolta il suo abito esibiva in corrispondenza del seno due rosette stilizzate, antico simbolo leonino. In quanto collegata al culto del sole, il suo capo era sempre sormontato dal disco solare il quale si fregiava dell'ureo; dal disco solare poteva sprigionare fiamme distruttive contro i suoi nemici[11][4] (caratteristica condivisa con l'altra dea solare Tefnut[7]). Occasionalmente poteva essere raffigurata quasi o completamente svestita.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dal Periodo arcaico al Nuovo Regno: il rapporto con Bastet[modifica | modifica wikitesto]

Le varie culture dell'Egitto arcaico, confluite in una all'unificazione del Paese, avevano diverse divinità con le stesse funzioni e gli stessi attributi iconografici: nel III millennio a. C., sia Sekhmet che Bastet (o più correttamente Bast, nome con cui fu nota fino al Periodo tardo) erano rappresentate sia integralmente come leonesse sia come donne con la testa di leonessa[12].

Statua di Sekhmet proveniente dal tempio di Mut a Karnak (XIX dinastia). Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco di Baviera.

Il leone era considerato la più feroce belva africana; gli antichi osservavano le leonesse cacciare in gruppo: ebbe così origine, parallelamente, la rappresentazione di Sekhmet e Bast come dee della guerra. La dea-leonessa Sekhmet era adorata come divinità della guerra nell'Alto Egitto, mentre il culto di Bast era diffuso nel Basso Egitto. Diversamente da molte divinità fuse in un'unica entità con l'unione delle Due Terre, Sekhmet e Bast rimasero ancora per molto tempo due personalità ben distinte nel pantheon egizio.

Il pantheon dell'antica religione egizia era in costante evoluzione. Durante la XVIII dinastia, Tebe divenne la capitale del Paese: in questo modo Amon, patrono della città, divenne la suprema divinità nazionale. I sacerdoti del tempio di Amon ebbero modo di modificare i livelli d'importanza e di influenza degli altri dei; per esempio, Amon-Ra acquisì un'importanza fondamentale nel Nuovo Regno. Tuttavia, le differenze di significato che Sekhmet e Bast assunsero nelle rispettive regioni d'influenza ne impedì la fusione in un'unica divinità. In questa epoca, il ruolo di Bast come dea della guerra cominciò ad attenuarsi a favore di Sekhmet, che a sua volta andava prendendo connotati di grande violenza e ferocia[5].

Amenofi III[modifica | modifica wikitesto]

Si stima che più di 700 statue di Sekhmet si trovassero nel tempio funerario di Amenofi III[13] (1386 a.C. - 1348 a.C.[14]) il quale, afflito verso la fine della sua vita numerose e dolorose patologie[15], come emerge dalla sua mummia[16], avrebbe cercato di attirare la speciale benevolenza della dea delle guarigioni e dei medici[17]. I sacerdoti di Sekhmet erano medici, e viceversa[18], venendo chiamati sunu, termine che indica i medici[19].

La scoperta di nuove sculture facenti parte, un tempo, di quel set immenso continua ancora oggi nel sito del tempio funerario[20][21].

Alcuni hanno ipotizzato che la devozione estremamente accesa dimostrata da Amenofi III derivasse dal suo legame con la madre, Mutemuia, che fu anche reggente durante la minore età del figlio divenuto faraone da bambino: il nome Mutemuia è teoforo, cioè reca il nome della dea Mut, che allora era strettamente connessa con Sekhmet, e che forse il faraone individuò come speciale patrona del proprio regno[22].

Ruolo e culto[modifica | modifica wikitesto]

Sekhmet come divinità distruttrice[modifica | modifica wikitesto]

Figlia di Ra, nella tarda teogonia menfita, a partire dal Nuovo Regno, era membro della triade come sposa di Ptah[4] e madre di Nefertum, prendendo anche l'epiteto di "La grande, amata da Ptah". Era la terribile divinità della guerra e incarnava i raggi dal calore mortale del sole, incarnava il potere distruttivo dell'astro, ma anche l'aria rovente del deserto, i cui venti erano il suo respiro di fuoco e con i quali puniva e bruciava i suoi nemici.

Sekhmet alle spalle di Khnum, nel tempio di quest'ultimo dio a Esna.

Rappresentava anche lo strumento della vendetta di Ra[11] contro l'empietà degli uomini imponendo l'ordine del mondo. Sekhmet era temuta persino nel Duat, l'aldilà, dove il malvagio Seth e il serpente Apopi venivano sconfitti dalla dea che abbracciava suo padre Ra con spire di fuoco nel corso del viaggio notturno del sole nell'oltretomba sulla barca Mesektet[23].

Dietro a un carattere molto pericoloso, quindi, questa dea aveva un lato benevolo che richiedeva rituali specifici soprattutto durante gli ultimi cinque giorni dell'anno solare, considerati estremamente pericolosi[11]: per placare l'ira della sanguinaria Sekhmet, la sua classe sacerdotale celebrava ogni giorno dell'anno, al mattino e al pomeriggio, un rituale davanti a una diversa statua della divinità[24]. Tale pratica si può dedurre da varie rappresentazioni della dea conservatesi fino a oggi. La maggior parte delle statue della dea non esibiva alcun movimento o dinamismo, per limitare al massimo il rischio di rompersi e assicurare così al simulacro una lunga durata: l'ira di Sekhmet, credevano, avrebbe portato allo scoppio di epidemie[19] e altre sciagure.

Sekhmet come dea guaritrice[modifica | modifica wikitesto]

Portava morte e distruzione all'umanità ma era anche la divinità protettrice dei medici, come citano i papiri medici Ebers ed Edwin Smith. I suoi sacerdoti, molto potenti, erano spesso chiamati, fra le altre, per la cura di patologie ossee, quali le fratture. Fra i molti epiteti minacciosi e inquietanti della dea, quali Signora del terrore e Signora della strage, spiccava l'epiteto Signora della vita[9], riferimento al suo ruolo di dea delle guarigioni che ha il potere di porre fine anche alle grandi epidemie.

Centro del suo culto era a Letopolis nel 2º distretto del Basso Egitto.

Mito[modifica | modifica wikitesto]

In un mito sulla fine del dominio di Ra sulla terra, adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, inviò Sekhmet fra gli uomini per distruggerli. Nel mito, al termine della battaglia la sete di sangue della dea non era ancora domata e ciò la portò a iniziare la distruzione dell'umanità intera. Per porre freno alla strage e salvare il genere umano, Ra tinse della birra con ocra rossa ed ematite perché sembrasse sangue. Scambiando la birra per sangue, Sekhmet si ubriacò e non portò a termine il massacro, ritornando da Ra ammansita[25][26].

Questo mito compare, per esempio, nel papiro 86637 del Museo egizio del Cairo, detto Calendario dei Giorni Fortunati e Sfortunati, ove le azioni di Sekhmet, Horus, Ra e Uadjet vengono ricondotte al sistema stellare Algol, nella costellazione di Perseo[27].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Wilkinson, Richard H. (2003). The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt. Thames & Hudson.
  2. ^ a b Guy Rachet, Dizionario della Civiltà egizia, Gremese Editore, Roma (1994). ISBN 88-7605-818-4. p.284.
  3. ^ Rosalie David, Religion and Magic in Ancient Egypt, Penguin Books, 2002. ISBN 978-0-14-026252-0. pp.200, 287.
  4. ^ a b c d e Veronica Ions, Egyptian Mythology, Paul Hamlyn ed. (1973). p.106.
  5. ^ a b Bastet, ancient.eu.
  6. ^ Hathor, ancient.eu.
  7. ^ a b Watterson, Barbara (2003). Gods of Ancient Egypt. Sutton Publishing. ISBN 0-7509-3262-7.
  8. ^ Germond, Philippe (1981). Sekhmet et la protection du monde. Editions de Belles-Lettres.
  9. ^ a b c Sekhmet, read-legends-and-myths.com.
  10. ^ Louis Charbonneau-Lassay, Il bestiario del Cristo, 2 voll., Ed. Arkeios, Roma, 1995, ISBN 88-86495-02-1, p. 87
  11. ^ a b c Barbara S. Lesko, The Great Goddesses of Egypt, University of Oklahoma Press (1999). ISBN 978-0806132020. p.140.
  12. ^ Velde, Herman te (1999). "Bastet". In Karel van der Toorn; Bob Becking; Pieter W. van der Horst. Dictionary of Demons and Deities in the Bible (2nd ed.). Leiden: Brill Academic. pp. 164–5. ISBN 90-04-11119-0. p.165.
  13. ^ The British Museum Book of Ancient Egypt, The British Museum Press, London (2007). ISBN 978-0-7141-1975-5. p.77.
  14. ^ Beckerath, Jürgen von, Chronologie des Pharaonischen Ägypten. Philipp von Zabern, Mainz, (1997) p.190
  15. ^ Why the Pharaohs didn’t smile, ancientegypt.eu.
  16. ^ G. Elliot Smith, The Royal Mummies, Duckworth Egyptology, 1912 (ristampa 2000), ISBN 0-7156-2959-X. pp. 46-51.
  17. ^ 2 frammenti di scultura della dea Sekhmet, osiris.beniculturali.it.
  18. ^ David (2002), p.200.
  19. ^ a b Pierre Montet, Eternal Egypt, Phoenix Press, London 2005. ISBN 1-89880-046-4. p.147.
  20. ^ Two Statues Of Goddess Sekhmet Discovered By German Archaeologists In The Ruined City Of Luxor, messagetoeagle.com.
  21. ^ Statues of Sekhmet and Amenhotep III Uncovered in Luxor, archaeology.org.
  22. ^ Barbara S. Lesko, The Great Goddesses of Egypt, University of Oklahoma Press (1999). ISBN 978-0806132020. p.140.
  23. ^ Hart, George (1986). A Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses. London, England: Routledge & Kegan Paul Inc. pp. 179–182. ISBN 0-415-05909-7.
  24. ^ Statue of the lioness goddess Sekhmet, www2.sptimes.com.
  25. ^ Lichtheim, Miriam (2006) [1976]. Ancient Egyptian Literature, Volume Two: The New Kingdom. University of California Press. pp. 197–199.
  26. ^ The British Museum Book of Ancient Egypt, The British Museum Press, London (2007). ISBN 978-0-7141-1975-5. p.75.
  27. ^ Jetsu, L.; Porceddu, S. (2015). "Shifting Milestones of Natural Sciences: The Ancient Egyptian Discovery of Algol's Period Confirmed". PLOS ONE. 10(12): e.0144140 (23pp). doi:10.1371/journal.pone.0144140.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto, collana Seshat, Ananke, Torino, 2004, pp. 352 pp., ISBN 978-88-7325-064-7.
  • Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto. Luoghi di culto e necropoli dal Delta alla bassa Nubia, collana Seshat, Ananke, Torino, 2005, pp. 455 pp., ISBN 978-88-7325-115-6.
  • Germond, Philippe (1981). Sekhmet et la protection du monde. Editions de Belles-Lettres.
  • Veronica Ions, Egyptian Mythology, Paul Hamlyn ed. (1973).

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