Santa Rita (Torino)

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Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Circoscrizioni di Torino.
Santa Rita
Santaritatorino.jpg
Veduta della Chiesa S.Rita
StatoItalia Italia
RegionePiemonte Piemonte
ProvinciaTorino Torino
CittàTurin coat of arms.svg Torino
CircoscrizioneCircoscrizione 2
Codice postale10136 e 10137
Superficie3,57 km²
Abitanti58 509 ab. (2008)
Densità16 389,08 ab./km²
Patronosanta Rita
Giorno festivo22 maggio

Santa Rita (così anche in piemontese) è un quartiere della zona sud-ovest di Torino. Insieme a Mirafiori Nord, costituisce la Circoscrizione 2 della città che, dal 2016, con reg. comunale di decentramento n. 374[1], ha accorpato anche il quartiere Mirafiori Sud (ex Circoscrizione 10).
Il quartiere prende il nome dalla chiesa-Santuario dedicata a Santa Rita da Cascia, edificata in stile neoromanico medioevale nella prima metà del XX secolo.

Il quartiere è delimitato:

La zona si popolò principalmente negli anni sessanta e settanta ed oggi appare ricca di servizi e esercizi pubblici.
Il quartiere inoltre, ospita un vasto complesso sportivo, principalmente composto dal riqualificato Stadio Olimpico di calcio, sulle basi del precedente Stadio Comunale-Monumentale, ampliato in occasione dei XX Giochi olimpici invernali di Torino del 2006; di stesso periodo è l'adiacente Palasport Olimpico, chiamato anche PalaIsozaki e, dal 2015 col nome di PalaAlpitour.
Sono altresì presenti due parchi comunali, il Parco Rignon (più piccolo), e il cosiddetto "Piazza d'Armi" (o parco Cavalieri di Vittorio Veneto), più grande, adiacente al suddetto Stadio e prospiciente al mercato rionale di Corso Sebastopoli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini agricole[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio fu inizialmente diviso in poderi agricoli, che subirono un frazionamento a partire dal XV secolo, periodo in cui vennero costruite numerose cascine. Gli edifici rurali, circondati da campi coltivati e bealere (piccoli canali di irrigazione), erano collegati con la città da due assi stradali: lo stradone di Stupinigi (l'attuale corso Unione Sovietica) e la strada di Orbassano (l'attuale corso Orbassano)[2]. La definitiva fisionomia agricola dell'area si stabilizzò nel XVII secolo. Le cascine più note erano la Martiniana (oggi Centrale del Latte), la Olivero di Via Arbe e la Grangia di Via Caprera, oggi pressoché in rovina.[3].

XVIII-XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'assedio di Torino del 1706, la zona fu compresa tra due linee di controvallazione e circonvallazione dell'esercito francese. L'area fu scelta come centro di comando dal duca de la Feuillade, il generale responsabile dell'attacco da sud-ovest. La cascina Olivero ospitava il quartier generale dell'esercito stesso; cascina Grangia, all'epoca ancora munita delle mura medievali, fu invece destinata a fureria, mentre la Martiniana fu trasformata in forno per il pane. Tutti gli edifici furono uniti con delle opere di fortificazione (mura e valli), collegate con un sistema di trincee[4]. Con la costruzione della prima cinta daziaria nella prima metà del XIX secolo, la futura Piazza Santa Rita ospiterà l'ingresso da sud-ovest della città, la cosiddetta Barriera di Orbassano.

Primo Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Il tradizionale impianto agricolo rimase pressoché intatto, almeno fino ai primi del Novecento, quando furono costruiti i primi edifici al di fuori della cinta daziaria: lo sviluppo urbano infatti, venne fissato intorno alle barriere doganali di Orbassano e Stupinigi e alle relative direttrici stradali, secondo i piani regolatori del 1887, del 1901 e del 1908[5]. Le prime case popolari di via Tripoli 71-75 sorsero tra il 1908 e il 1912[6], mentre nel 1913 sorse nelle vicinanze la scuola elementare Mazzini, in stile liberty[7]. Nel 1906 poi, si sviluppò il nuovo polo militare torinese attorno alla attuale Piazza d'Armi, incluse le aree di Corso Stupinigi (attuale Corso Unione Sovietica) e la zona fino a via Tirreno (dove sorse l'eliporto). Nel periodo 1908-1914 infatti, furono costruiti i seguenti complessi militari:

Tali caserme furono demilitarizzate con l'abolizione del servizio militare obbligatorio in Italia nel 2005.

  • l'ospedale militare "Alessandro Riberi" invece, terminato nell'autunno del 1913 e inaugurato il 5 luglio del 1914 con un'area complessiva di 85000 m2 tra la fine di Corso Vinzaglio (poi chiamato Corso IV Novembre) e Corso Orbassano, fu considerato uno dei migliori esempi di edilizia ospedaliera del tempo[8] e un "prodigio di modernità"[9]. La palazzina centrale est fu destinata al Comando Regionale della Guardia di Finanza. In occasione dei Giochi Olimpici Invernali 2006, l'ospedale militare fu ampiamente ristrutturato in diciannove delle venticinque palazzine interne, diciassette delle quali furono destinate a oltre mille giornalisti durante l'evento olimpico, e due per assicurare una migliore collocazione del Centro Militare di Medicina Legale. La struttura, tornata all'Esercito, fu riqualificata nell'attuale "Comprensorio A. Riberi" (Via Barletta ang. C.so IV Novembre), sia per dare ospitalità ai nuovi militari in servizio, sia per creare un nuovo poliambulatorio medico.[10].

Sempre nel settore della sanità ospedaliera, spicca anche l'Ospedalino Koelliker, ancor oggi esistente, tra corso Unione Sovietica e corso Galileo Ferraris, a est dello Stadio e a ridosso del Borgo Filadelfia (quartiere Lingotto), fondato nel 1828 dalla omonima famiglia come ospedale infantile, spinta dal lutto di ben due figli persi in tenera età[11], fu costruito da Armando Melis De Villa[12], quindi lungamente diretto dai primari Baudolino Mussa ed Enrico Mensi. Fu donato ai Missionari della Consolata come policlinico per adulti[13] nel 1958. Nella stessa zona, l'asilo infantile all'angolo di Corso Sebastopoli, e il grazioso isolato di alcune ville d'epoca d'inizio Novecento, tra Via Contratti e Piazzale San Gabriele da Gorizia.
A partire dagli anni cinquanta, l'espansione urbanistica avvenne soprattutto verso occidente. Nel 1950, fu costruita la Centrale del Latte di Torino in Via Filadelfia, con la ciminiera sul retro alta ben 65 metri[14], mentre nel 1953, al fondo di via Buenos Aires, sorse l'officina di biciclette Frejus, spostandosi dalla storica sede di Piazza Statuto (chiuse, però, nel 1959).

Anni recenti[modifica | modifica wikitesto]

Illuminazione di via Tripoli realizzata da Guido Chiarelli negli anni sessanta

Nel 1961 si registrò un ulteriore aumento della popolazione, più del doppio rispetto ai dieci anni precedenti: gli abitanti passarono da 23.000 a ben 74.000[15]. Il ritmo costruttivo si accentuò ancora, anche in conseguenza della legge sulle case popolari n. 167 del 1962. Tra il 1963 e il 1968, il quartiere crebbe disordinatamente, evidenziando molte carenze di servizi per l'enorme popolazione residente. Nel 1970 si toccarono i 104.191 residenti (evento che fece diventare il quartiere popolarmente noto come il borgo dei Centomila[16]), con soli tre mercati e nessun ospedale; anche scuole, servizi sociali e sanitari, aree verdi risultavano insufficienti[17][18][19]. Finalmente, nel 1972 nacque il primo comitato di quartiere, con funzioni di tipo consultivo[20]. Dall'inizio degli anni settanta quindi, i servizi furono notevolmente migliorati, tanto da far assumere al quartiere un prestigio ed una qualità sociale, culturale ed economica ancor oggi degna di considerazione. Nel 1985, quando Santa Rita fu accorpato a Mirafiori Nord per formare la II Circoscrizione, nel quartiere c'erano ancora 80000 abitanti residenti.[21]. Ancor oggi, il quartiere è molto ricco di servizi e di commercio, e viene considerato discretamente ben servito. Il mercato rionale di Corso Sebastopoli risulta uno dei più frequentati dell'intera parte sud di Torino. Le tradizioni popolari restano: ogni sera del 22 maggio, ricorrenza della santa, si svolge un'affollata processione intorno al Santuario.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Il Santuario[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della chiesa di Santa Rita a Torino

Nel 1916, un giovane prete, don Giovanni Baloire, cappellano militare nel corpo di Sanità, si trovò acquartierato nella scuola elementare Mazzini di Corso Orbassano a Torino, per prestare servizio presso il nuovo ospedale militare, ed ebbe quindi modo di osservare il nuovo borgo in espansione. Partito e ritornato dalla guerra nel Carso, fu nominato vice-parroco nel 1919 presso la parrocchia di San Secondo a Torino, dove era già presente il culto a Rita Lotti da Cascia, santificata da Leone XVII meno di un ventennio prima. Baloire insistette per titolare un santuario presso l'area della Barriera di Orbassano; le chiese della Crocetta e di Lingotto non erano più sufficienti per il borgo in espansione.[22]. Con l'appoggio di monsignor Pinardi, parroco di S. Secondo, il sostegno e il sostanzioso aiuto dei devoti della allora Compagnia di Santa Rita, il progetto venne approvato dal vescovo nel 1925. Il Comune concedette un'area prima di 5000, poi di 10000 m2 prospiciente la piazza che, con delibera dell'11 aprile 1928, ufficialmente intitolata a santa Rita da Cascia. I lavori cominciarono nel 1927 e la sola parte muraria terminò nel 1933, con la costruzione del campanile[23] acuto, alto 40 metri. L'autore del progetto fu l'architetto salesiano don Giulio Valotti, già celebre per i progetti della chiesa di Gesù Adolescente, l'ampliamento della basilica di Maria Ausiliatrice e dell'Oratorio Valdocco in Torino, il Santuario del Selvaggio a Giaveno e numerosi altri istituti salesiani in Italia. Fu concepito in stile neoromanico medioevale, a tre navate e con l'annessione all'interno di una Cappella laterale, detta La Primitiva o Cappella delle Grazie, presente sul lato Via Vernazza[24]. In fondo alla navata sinistra invece, l'organo a canne, più una piccola cappella, con un mezzobusto di don Baloire. Le splendide vetrate colorate furono disegnate direttamente dal Valotti nel 1931, e riproducono nove momenti spirituali della vita della santa; i lavori delle vetrate furono commissionati alla ditta tedesca Zettler-Glasmarei, ma eseguiti soltanto nel 1953-1955, quando furono ceduti ai lavori del Centro Arte di Loppiano (FI)[25]. Sul lato est del Santuario fu annesso nel 1950 anche un oratorio, delle sale culturali ed un teatro sotterraneo (1947-1950); successivamente, furono arredati anche gli interni della chiesa. I mosaici frontali e sulle colonne, rappresentanti 28 virtù, furono eseguiti su disegni di Carlo Morgari (1947). Le pitture dell'abside, della navata centrale e dell'interno cupola furono di Piero Dalle Ceste (1948), mentre quelle della santa sulla pala d'altare e della Cappella furono eseguiti da Paolo Giovanni Crida. Il Santuario contiene inoltre un statua della santa (opera di Luigi Aghemo), ottenuta da 200 kg di argento 900/1000, donati dai devoti nel 1931-1933[26], e portata in processione la sera di ogni 22 maggio. L'intera chiesa fu consacrata soltanto l'11 maggio 1957[27].

Lo Stadio Olimpico Grande Torino e il parco di Piazza d'Armi[modifica | modifica wikitesto]

L'attuale impianto sportivo denominato Stadio Olimpico Grande Torino presente nel quartiere è, in realtà, il risultato dell'opera di riqualificazione avvenuta nel 2006, in occasione dei Olimpiadi invernali, sulla struttura del precedente Stadio detto Monumentale, poi Municipale, quindi Comunale. Quest'ultimo, fu eretto nel lontano 1932, sui terreni dei Tetti Varrò e cascina Osazza, voluto e titolato dapprima a Mussolini, quindi successivamente rinominato Vittorio Pozzo. Lo stadio ospita anche il Palasport Olimpico o Pala-Isozaki, oggi ridenominato PalaAlpitour, sul lato settentrionale (storicamente detto "Curva Maratona", oggi Piazzale pedonale "Grande Torino"), quindi una piscina comunale e una piscina privata su Corso Ferraris, il centro di medicina dello sport e il Palanuoto sulla Via Filadelfia.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stadio Olimpico Grande Torino e Palasport Olimpico.
Laghetto di Piazza d'Armi, con la torre Maratona e lo stadio Olimpico Grande Torino sullo sfondo

Il parco popolarmente noto come "Piazza d'Armi", fu invece creato e utilizzato effettivamente a tale scopo dall'esercito militare, nel periodo compreso tra il 1906 e il 1970 circa. Ospitò, dal 1959 al 1971, anche l'Eliporto "Aldo Cavallo"[28]. Il comune poi, acquistò i due terzi meridionali del vasto terreno, per farne un grande parco pubblico di circa 220000 m2, mentre la restante parte settentrionale fu sostituita dall'espansione edilizia dell'adiacente quartiere Crocetta. Il parco fu ufficialmente inaugurato nel 1973[29], col nome di Parco Cavalieri di Vittorio Veneto (nome, tuttavia, poco usato), e soltanto lo spezzone centrale rimase proprietà dell'esercito.
La parte sud del parco invece, a ridosso del suddetto Stadio, fu anch'essa trasformata in occasione delle Olimpiadi del 2006, con la creazione di una piazza pedonale di 20000 m2, che sostituì il preesistente tratto continuo di corso Sebastopoli.[30]. Fu costruito un piccolo specchio d'acqua in asse con la Torre Maratona, quindi l'opera artistica in rame chiamata Punti di vista, dell'inglese Tony Cragg, e il camino del braciere olimpico dello Stadio, che fu acceso nel 2006. All'interno del parco è presente anche un'oasi naturalistica, dove nidificano varie specie di uccelli[31].

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Piazza d'armi (Torino).

Villa Amoretti e Parco Rignon[modifica | modifica wikitesto]

Villa Amoretti.

Nel 1650, la villa del Parco Rignon era ancora una semplice cascina, quando l'acquistò Giambattista Amoretti, un giovane prete ligure, divenuto poi elemosiniere e diplomatico presso la corte ducale di Carlo Emanuele II. Il podere fu poi acquistato dai marchesi di Osasio[32] e fu edificata l'attuale villa nel 1730-1740. L'ultimo discendente, il marchese Carlo, ebbe una sola figlia, che morì nel 1807, lasciando quindi la villa in eredità ai Guasco di Castelletto, famiglia della madre, per poi passare ai Provana di Collegno. Questi, a loro volta, la cedettero ai conti Rignon; il conte Vittorio, proprietario unico nel 1899, la fece ristrutturare, abbattendo i rustici adiacenti, e ingrandendo il parco con delle nuove scuderie e un'arancera.[33].
La proprietà passò quindi a Paolo Luigi Rignon, quindi al nipote Felice, già sindaco di Torino e senatore del Regno, che la donò al Comune, il quale la adibì a biblioteca civica.

Nell'anno 2004 fu aggiunto un nuovo padiglione sul retro, per ospitare nuove aree culturali.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Parco Rignon.

Complesso ex Istituto di Riposo per la Vecchiaia[modifica | modifica wikitesto]

Il grande edificio su Corso Unione Sovietica a ridosso del quartiere Lingotto, popolarmente noto col nome di Poveri Vecchi, fu progettato da Crescentino Caselli, allievo di Alessandro Antonelli, e costruito tra il 1881 e il 1887 come succursale decentrata dell'ormai inadeguato Ospizio Generalissimo di Carità (Palazzo degli Stemmi di Via Po), quindi destinato a poveri, anziani e malati. Fu poi ribattezzato nel 1931 come Regio Istituto di Riposo per la Vecchiaia. Costituito da un corpo centrale e quattro padiglioni, la struttura è di muratura e tiranti metallici a volte, con una copertura di laterizi incombustibili. La facciata misura 351,5 metri e l'intera struttura occupa un'area di 25000 m2. Inizialmente poteva ospitare fino a 1800 assistiti. Attualmente, la parte sud dell'edificio ospita una residenza per anziani, mentre le due ali nord sono la sede di parte della Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Torino e della sede centrale del Consorzio CSI-Piemonte[34].

Persone legate al quartiere[modifica | modifica wikitesto]

Impianti sportivi e parasportivi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.comune.torino.it/decentr/Circ2.pdf
  2. ^ Santa Rita, p. 41
  3. ^ Cascina Grangia, via Ricaldone
  4. ^ Santa Rita, p. 35
  5. ^ Giovanni Maria Lupo, Le barriere e la cinta daziaria, in (a cura di Umberto Levra) Storia di Torino 7 - Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Torino, Giulio Einaudi editore, 2001, pp. 310-315, ISBN 88-06-15771-X
  6. ^ Santa Rita, p. 24
  7. ^ Santa Rita, p. 106
  8. ^ Santarita, pp. 100-101
  9. ^ Come è sorto e come funziona il nuovo grande Ospedale Militare «La Stampa», 10 luglio 1914, 5
  10. ^ Ex ospedale militare Riberi - MuseoTorino
  11. ^ http://www.osp-koelliker.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46&Itemid=34&lang=it
  12. ^ http://www.comune.torino.it/circ2/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2624
  13. ^ http://www.oculisticakoelliker.it/
  14. ^ Centrale del Latte di Torino - La storia
  15. ^ "Boom" edilizio a Torino quartiere per quartiere «La Stampa», 12 maggio 1962, 2
  16. ^ “Santa Rita. Il quartiere dei Centomila”, alla Biblioteca Villa Amoretti di Torino
  17. ^ Santa Rita: case e ancora case «Stampa Sera», 15 dicembre 1970, 7
  18. ^ Nel quartiere di Santa Rita centomila abitanti in 50 anni «Stampa Sera», 17 gennaio 1974, 6
  19. ^ I centomila di Santa Rita «Stampa Sera» 13 gennaio 1977, 10
  20. ^ Nascono i consigli di quartiere per i molti problemi della città «la Stampa» 12 gennaio 1972, 5
  21. ^ Santa Rita ora "esplode" Mirafiori è ottimista «Stampa Sera», 25 maggio 1985, 17
  22. ^ Santa Rita, pp. 67-68
  23. ^ Santa Rita, pp. 68-71
  24. ^ Santuario Santa Rita - TORINO (TO)
  25. ^ Santuario di Santa Rita da Cascia
  26. ^ Luigi Aghemo - Scultore
  27. ^ Santa Rita, p. 72
  28. ^ Finalmente si fa l'eliporto a Torino «Stampa Sera», 16 luglio 1958, 2
  29. ^ Così sarà il grande parco di piazza d'Armi su cui potranno correre i bambini «la Stampa», 23 giugno 1973, 5
  30. ^ Tony Cragg
  31. ^ Città di Torino - Verde Pubblico
  32. ^ Storia della Villa Amoretti
  33. ^ Santa Rita, pp. 53-56
  34. ^ Santa Rita op. cit. pp. 98-99

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enrico Bonasso, Maria Clotilde Fagnola; Giancarlo Libert; Bartolomeo Paolino, Santa Rita. Un santuario e un quartiere torinese, Torino, Associazione Nostre Origini, 2008.
  • Amedeo Grossi, Guida alle vigne e cascine del territorio di Torino e suoi contorni, Torino, 1790.
  • Giancarlo Libert, Cascine e territorio ai confini della Città. Roccafranca e Pozzo Strada dall'Assedio del 1706 ai giorni nostri, Torino, Associazione Amici degli Archivi Piemontesi, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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