Guerra civile in Somalia

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Guerra civile somala
Black Hawk Down Super64 over Mogadishu coast.jpg
Un elicottero Black Hawk mentre sorvola la costa di Mogadiscio.
Data 26 gennaio 1991 - in corso
Luogo Somalia Somalia
Esito Conflitto in corso
  • Caduta del regime di Siad Barre
  • Consolidamento degli Stati regionali
  • Reintroduzione della Shari'a, conflitto tra estremisti islamici e governo
  • Crisi umanitaria
  • Nuovo governo
Schieramenti
Comandanti
Perdite
300.000 - 400.000 non definito
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La guerra civile somala è un conflitto scoppiato in Somalia nel 1991 e tuttora in corso.

Il conflitto nacque dalla resistenza nei confronti del regime di Siad Barre, portata avanti durante gli anni 80'. Nel 1988-90 le forze armate somale ingaggiarono scontri con diversi gruppi ribelli, tra i quali figuravano: il Fronte democratico di salvezza somalo nel nordest, il Movimento nazionale somalo nel nordovest e il Congresso della Somalia Unita nel sud.

Nel 1991, i clan ed i gruppi armati ribelli rovesciarono il regime di Barre. Il conseguente vuoto di potere portò ad una lotta tra le varie fazioni, scontro precipitato dopo un tentativo delle Nazioni Unite di organizzare una missione di peace-keeping a metà anni 90'. Il periodo di decentralizzazione del potere che ne seguì si caratterizzò, in molte aree, per un ritorno ai costumi e alle leggi religiose e dall'insediamento di governi locali nel nord dello Stato. Tale situazione portò ad un relativo affievolimento dell'intensità degli scontri, tanto che il SIPRI rimosse la Somalia dalla lista dei maggiori conflitti in corso nel 1997 e nel 1998.

Nel 2000 venne insediato il Governo nazionale di transizione (GNT), seguito dal Governo federale di transizione nel 2004 (GFT). Il GFT nel 2006, con l'aiuto dell'Etiopia, riuscì a conquistare la maggior parte del territorio a sud controllato dall'Unione delle Corti Islamiche (UCI). Le UCI si trasformarono in un gruppo ancora più radicale che prese il nome di Al-Shabaab, il quale, a sua volta, ha ingaggiato uno scontro con il governo federale e la missione AMISOM dell'Unione Africana, nata per controllare lo Stato.

Nel 2011 venne avviata una missione che prese il nome di Operazione Linda Nchi, condotta dalle forze somale in collaborazione con forze multinazionali[3]. Nell'agosto 2014 il governo ha dato il via all'Operazione Oceano Indiano con lo scopo di riconquistare gli ultimi territori controllati dai ribelli[4].

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenza della guerra di Ogaden[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra dell'Ogaden.

Successivamente alla sconfitta nella guerra dell'Ogaden, il governo socialista in carica nella Repubblica Democratica di Somalia, guidato dal Maggior Generale Siad Barre, portò avanti una campagna di arresti tra i membri governo e tra gli ufficiali militari sospettati di essere coinvolti nel tentato Golpe del 1978 [5] [6] . La maggior parte delle persone che presumibilmente sostennero l'organizzazione del Golpe furono sommariamente uccise [7]. In ogni caso, diversi ufficiali riuscirono a fuggire all'estero dove crearono il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (FDSS), il primo tra i vari gruppi di dissidenti che intendesse rimuovere il regime di Barre con la forza [8].

La caduta di Siad Barre (1986–1992)[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 1986, Barre fu coinvolto in un incidente automobilistico vicino a Mogadiscio nel quale rischiò la vita e che gli produsse molte ferite gravi; durante un forte temporale, l'auto su cui viaggiava tamponò violentemente un autobus [9]. In un ospedale saudita venne curato, per diversi mesi, dalle ferite alla testa, dalle costole rotte e dallo shock [10][11] Il Vicepresidente dell'epoca, il Tenente generale Mohamed Ali Samatar, durante la degenza di Barre servì come Capo di Stato de facto. Sebbene Barre fosse riuscito a recuperare abbastanza per presentarsi come candidato-unico alle elezioni presidenziali, alla fine del settennato, del 23 dicembre 1986, la sua debole salute e la sua età avanzata produssero delle speculazioni su chi sarebbe stato il suo successore al potere. Tra i possibili contendenti figuravava il generale Ahmed Suleiman Abdile (nonché genero di Barre), all'epoca Ministro dell'Interno, in aggiunta al generale Muhammad Ali Samatar[12]. [13]

In un tentativo di mantenere il vecchio potere, il govero di Barre nel Consiglio Rivoluzionario Supremo divenne sempre più autoritario ed arbitrario. L'opposizione al suo regime di conseguenza crebbe. Barre cercò a sua volta di arrestare i disordini abbandonando gli appelli al nazionalismo, affidandosi sempre di più alla sua cerchia e sfruttando la storica rivalità tra i clan. A metà anni 80', però, altri gruppi di ribelli, supportati dall'amministrazione comunista dell'Etiopia del Derg, nacquero in tutto il paese. Barre rispose ordinando misure punitive contro questi gruppi e contro quelle comunità locali che si riteneva li supportassero, soprattutto nelle regioni del nord. La repressione prevedeva anche il bombardamento di città, tra le zone colpite figurava nel 1988 Hargeisa, roccaforte del Movimento nazionale somalo. [14]

Nel 1990, alla vigilia della guerra civile, il primo Presidente della Somalia indipendente, Aden Abdullah Osman Daar, e altri 100 politici somali firmarono un manifesto che chiedeva la riconciliazione [15]. Molti dei firmatari furono successivamente arrestati [16]. La dura repressione operata da Barre portò ad un rafforzamento dell'appello lanciato dai gruppi di opposizione, nonostante l'unico obiettivo comune fosse la caduta del regime. [17]

La prima fase della guerra civile deriva dalle insurrezioni contro il repressivo governo di Siad Barre. Dopo la sua esclusione dal potere, il 26 gennaio del 1991, una contro-rivoluzione cercò di restaurarlo al potere a capo del Paese. La sempre più violenta e caotica situazione evolse in una crisi umanitaria e in uno stato di anarchia. Nel 1991, per isolarsi dai sempre più violenti combattimenti nel sud del Paese, la Somaliland si dichiarò indipendente, per quanto la sua sovranità non venisse riconosciuta da nessun Paese o organizzazione internazionale. Essa comprende il nord-ovest del Paese, tra il Gibuti e l'area a nord-est nota come Puntland.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

Berretti rossi, CSU, MNS[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 1990, dei militanti del Congresso della Somalia Unita (CSU) entrarono segretamente a Mogadiscio per fornire aiuto a membri di alcuni clan, i quali avevano formato dei comitati popolari per difendersi dagli attacchi di altri clan sostenitori di Barre. La presenza dei ribelli del CSU nella capitale portò all'intervento militare dei Berretti rossi, un'unità d'elite che serviva come Guardia del Presidente della Repubblica. Le quattro settimane di battaglia tra i Berretti rossi e i ribelli del CSU determinarono l'ingresso di altri ribelli del CSU in città. Nel gennaio 1991 i ribelli CSU, nel processo di rovesciamento del regime di Barre, riuscirono a sconfiggere i Berretti rossi [18]. L'esercito nazionale somalo e tutte le altre forze militari e di sicurezza andarono allo sbando, un numero indeterminato di loro componenti formarono delle forze irregolari o andarono ad ingrossare le file dei clan [19]. Dopo la vittoria del CSU sul regime di Barre, gli altri gruppi ribelli non accettarono di collaborare con esso, ognuno guardava al consenso. dei propri sostenitori [20]. Oltre a questi, esistevano altri gruppi di opposizione il: Movimento Patriottico Somalo (MPS) e l'Alleanza Democratica Somala (ADS), a un gruppo appartenente al clan Gadabuursi, quest'ultimo si era formato nel nordovest per contrastare la fazione del Movimento Nazionale Somalo (MNS) vicino al clan Isaaq [21]. Inizialmente il MNS non riconobbe la legittimità del governo provvisorio istituito dal CSU. In ogni caso, l'ex leader del MNS, Ahmed Mohamed Silanyo, propose, nel marzo 1991, una condivisione del potere tra CSU e MNS sotto un nuovo governo di transizione [22] .

Successivamente molti gruppi di opposizione cominciarono a scontrarsi per riempire quel vuoto di potere creatosi con la caduta del regime di Barre. Nel sud, fazioni armate guidati dai generali del CSU Mohamed Farah Aidid e Ali Mahdi Mohamed si scontrarono contro chi che voleva esercitare delle influenze sulla capitale [23]. Nel nordovest, alla conferenza di Burao dell'aprile-maggio 1991, i secessionisti del MNS proclamarono l'indipendenza della regione con il nome di Somaliland [24]; contemporaneamente nominarono come presidente il leader del MNS Abdirahman Ahmed Ali Tuur [25].

L'intervento delle Nazioni Unite (1992–1995)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Mogadiscio, UNOSOM I, UNITAF e UNOSOM II.
Un soldato statunitense a Mogadiscio

La Risoluzione ONU 733 e la 746 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite portarono alla creazione di UNOSOM I, la prima missione a fornire soccorso umanitario e aiuti per restaurare l'ordine in Somalia dopo la dissoluzione del governo centrale.

In data 3 dicembre 1992, venne approvata all'unanimità la risoluzione 794 del Consiglio di sicurezza, la quale istituiva una coalizione di forze di peace-keeping sotto la guida degli Stati Uniti. La coalizione, che prese il nome di UNITAF, aveva il compito di assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e ristabilire la pace in Somalia. Le forze di pace sbarcarono nel 1993 e iniziarono uno sforzo di due anni,principalmente nel sud [26] , per alleviare le condizioni di fame; la missione prese il nome di UNOSOM II. Il mandato originario dell'UNITAF prevedeva l'utilizzo di "tutti i mezzi necessari" per garantire la consegna degli aiuti unamitari, in linea con quanto stabilito nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite[27].

Durante i negoziati tenutisi dal 1993 al 1995, i signori somali ottennero alcuni successi nella riconciliazione e nella creazione di pubbliche autorità. Allinterno di queste iniziative si inseriva l'Accordo di Pace di Mudug del giugno 1993 tra le forze di Mohammed Farah Aidid e il Fronte democratico di salvezza somalo, mediante il quale: venne stabilito un cessate il fuoco tra il clan Haber Gedir ed il clan Majeerteen, furono aperte le rotte commerciali e formalizzato il ritiro dei militanti da Galkayo.La UNOSOM mediò la riconciliazione di Hirab del gennaio 1994 a Mogadiscio, tra gli anziani dei clan rivali Abgal e Haber Gedir; sostenuta anche dai politici, si concluse con un patto per cessare le ostilità, smantellare la linea verde che divideva la città e rimuovere i blocchi stradali. La UNOSOM mediò anche la iniziativa di Kismayo del 1994 tra forze armate somale, Movimento patriottico somalo, Fronte democratico di salvezza somalo ed i rappresentanti di 99 clan provenienti dalla regioni meridionali Lower Juba e Middle Juba[28]. Nel 1994 la conferenza di Bardhere tra i Marehan e Rahanweyn risolse i conflitti riguardanti le risorse locali. Nel marzo 1995 venne istituito il Concilio di Governo Digil-Mirifle per le regioni meridionali di Bay e Bakool, ma ebbe vita breve [29].

Alcune delle milizie che si scontravano per ottenere il potere videro nell'UNOSOM una presenza in grado di contrastare la loro egemonia. Di conseguenza si ebbero degli scontri armati tra miliziani locali e membri delle forze di peace-keeping. All'interno di questi si inseriva la Battaglia di Mogadiscio dell'ottobre 1993, un tentativo fallito delle truppe americane di fermare il potere della fazione di Aidid. I soldati ONU si ritirarono il 3 marzo 1995, dopo aver subito molte perdite[30].

Critici del coinvolgimento USA evidenziarono che "proprio prima che il presidente pro-USA Mohamed Siad Barre fosse deposto,quasi due terzi del territorio erano stati assegnati in concessione petrolifera a Conoco, Amoco, Chevron e Phillips. La Conoco aveva addirittura dato in prestito la sua sede in Mogadiscio all'ambasciata USA pochi giorni prima dell'arrivo dei Marines, che l'inviato speciale della prima amministrazione Bush usava come proprio temporaneo quartier generale.[31][32][33]

La cinica asserzione era che, piuttosto che un gesto puramente umanitario, il coinvolgimento USA mirasse al controllo delle concessioni petrolifere. La Somalia non ha riserve di petrolio certe, ma vengono considerate possibili riserve in Puntland. A tutt'oggi le esplorazioni petrolifere rimangono controverse. Il Governo federale transitorio avvertì gli investitori di evitare affari finché il Paese non venisse riportato alla stabilità.[34]

Nel periodo giugno-ottobre, numerose sparatorie tra elementi locali e forze di pace portarono alla morte di 24 pakistani 19 soldati USA (in totale le perdite USA ammontarono a 31), la maggioranza dei quali venne uccisa nella battaglia di Mogadiscio, in cui vennero uccisi 1000 miliziani somali. L'incidente, in seguito, diede le basi per il libro Black Hawk down e il susseguente film con lo stesso titolo. Le Nazioni Unite si ritirarono il 3 di marzo del 1995 avendo sofferto molte altre significanti perdite, senza che l'ordine in Somalia fosse stato restaurato.

Congresso Somalo Unito/Alleanza Somala di Salvezza (1995/2000)[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'ONG Interpeace, dopo il ritiro dell'UNOSOM II nel marzo 1995, gli scontri tra militari e fazioni locali diminuirono, in genere furono più brevi, meno intensi e più localizzati. Ciò fu dovuto, in parte, all'intervento militare ONU su larga scala che contribuì a ridurre l'intensità degli scontri tra le fazioni principali, le quali si concentrarono a consolidare i gli utili ottenuti. Le iniziative locali di pace e riconciliazione organizzate nel centro e nel sud del paese tra il 1993 e 1995, ebbero anch'esse un impatto positivo.[35]

Successivamente, Aidid si dichiarò Presidente della Somalia il 15 giugno 1995.[36] In ogni caso, la sua dichiarazione non venne accolta, visto che il suo rivale Ali Mahdi Muhammad era già stato eletto Presidente ad interim alla conferenza di Djibouti e riconosciuto come tale dalla comunità internazionale.[37] Di conseguenza, la fazione di Aidid portò avanti la sua lotta per l'egemonia nel sud. Nel settembre 1995, le milizie locali attaccarono e occuparono la città di Baidoa.[38] Le forze di Aidid mantennero il controllo della città dal settembre 1995 fino alla fine del gennaio 1996, mentre la locale milizia Rahanweyn Resistance Army continuava ad agire nei dintorni della città.

I combattimenti continuarono fino alla seconda metà del 1995 nel sud a Kismayo e nella valle di Juba, coma anche nel sudovest e nel centro. Nonostante i diversi conflitti in corso, le regioni di Gedo e Middle Shabelle, il nordest ed il nordovest, si mantennero relativamente in pace. Diverse amministrazioni regionali e distrettuali, le quali erano state istituite negli anni precedenti, continuarono ad operare in queste aree. Nel marzo 1996, Ali Mahdi venne eletto a capo del Congresso Somalo Unito/Alleanza Somala di Salvezza, insediato nella parte nord di Mogadiscio. Nella zona sud della città, le forze di Aidid combattevano contro quelle di Osman Atto per il controllo del porto di Merca, zona strategica della città. I combattimenti a Merca cessarono dopo l'intervento degli anziani ma continuarono a Mogadiscio. Nell'agosto 1996, Aidid morì per le ferite riportate durante i combattimenti nell'area di Medina.

Il periodo tra il 1998 e il 2006 vide la frammentazione dell'unità politica somala. Numerosi comandanti militari che si erano guadagnati posizioni di rilievo nel periodo dell'anarchia militare, costituirono formazioni parastatali (definite da alcuni studiosi di geopolitica veri e propri feudi) sostanzialmente svincolati da ogni autorità centrale. Alcune di queste formazioni giunsero a dichiarare una "temporanea indipendenza", nell'ottica di preservare i territori amministrati dallo stato di guerra endemica e predisporre un processo di riunificazione reale del paese.

Nel 1998, nella città Garoe nel nordest del paese, si tenne una conferenza costituzionale della durata di tre mesi. All'evento parteciparono esponenti dell'elite politica, gli anziani (detti Issims), membri della comunità economica, intellettuali e altri rappresentanti della società. La regione autonoma del Puntaland venne ufficialmente istituita così da fornire servizi alla popolazione, offrire sicurezza, facilitare il commercio e il dialogo con le controparti, nazionali ed internazionali.

Un secondo movimento si verificò nel 1998 con la dichiarazione dello stato di Jubaland nel sud. Secondo l'IRIN, nel 1999 l'Eritrea venne accusata di sostenere e rifornire la Somali National Alliance, guidata dall'ultimo figlio di Hussein Farrah Aidid. Aidid junior respinse le accuse, dichiarando che il Primo ministro etiopie, Meles Zenawi, richiese il suo aiuto per portare avanti la mediazione tra Etiopia ed Eritrea, all'epoca in conflitto. Inoltre, affermò che sia Zenawi che il Presidente Eritreo, Isaias Afwerki, avevano addestrato in Somalia, durante il regime di Siad Barre [39].

Alla fine dell'anno, la Rahanweyn Resistance Army prese il controllo della zona meridionale delle province di Bay e Bakool. Successivamente, la RRA istituì la regione amministrativa del Sudovest dello Stato di Somalia, con il leader del gruppo, Hasan Muhammad Nur Shatigadud, eletto primo Presidente della nuova entità, la terza autoproclamatasi[40]. Questa recessione "temporanea" venne confermata nel 2002. Ciò portò all'autonomia della Somalia sud-occidentale. Il territorio dello Jubaland venne dichiarato sotto il controllo dello stato della Somalia sud-occidentale, ma la sua situazione non era ben chiara.

Nel 2000, Ali Mahdi partecipò a un'altra conferenza a Djibouti; perse la rielezione a favore dell'ex ministro dell'interno durante il regime di Barre, Abdiqasim Salad Hassan [41]. Un quarto stato autoproclamato nacque con il nome Galmudug nel 2006 in risposta al potere crescente dell'Unione delle corti islamiche. In questo periodo, diversi tentativi di riconciliazione incontrarono varie misure di successo. Movimenti come l'interclan Governo nazionale di transizione (TNG) e il Consiglio di riconciliazione e restaurazione della Somalia (SRRC) portarono alla fondazione, nel novembre 2004, del TFG Governo federale di transizione. In ogni modo violenze tra clan e tra signori della guerra continuarono per tutto il periodo e i cosiddetti "Movimenti di governo nazionale" mantennero un controllo del Paese piuttosto limitato.

Ascesa del ICU, conflitto con ARPCT, GFT ed Etiopia (dal 2006 al 2009)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Unione delle corti islamiche.

Nel 2000 venne istituito il Governo nazionale transitorio [42]. Dopo un processo consultivo di due anni, nel 2004 i politici somali istituirono, a Nairobi, il Governo federale transitorio (GFT), sotto gli auspici dell'Autorità Intergovenativa per lo Sviluppo;la situazione era ancora troppo instabile in Somalia perché la Convenzione potesse tenersi a Mogadiscio. Il processo portò anche alla creazione delle Istituzioni Federali Transitorie e si concluse nell'ottobre 2004 con l'elezione di Abdullahi Yusuf Ahmed come presidente. Il GFT divenne il governo somalo riconosciuto a livello internazionale [43].

Nella prima metà del 2005, emersero delle divergenze tra il Primo ministro Ali Mohammed Ghedi ed il Presidente del Parlamento Sharif Hassan Sheikh Adan su dove insediare il GFT. Ghedi preferiva Jowhar mentre Aden era favorevole a Baidoa. In un tentativo di convincere il Presidente Yusuf, Adan insieme ad un gruppo di parlamentari e ministri visitarono Mogadiscio, per mobilitare il supporto da parte della comunità economica locale [44]. Il due leader, il Presidente Yusuf e membri del Parlamento, inoltre, si incontrarono in Kenya per trovare un compromesso. Allo stesso tempo, il GTF inviava delle delegazioni ufficiali nelle città di Jowhar e Baidoa per verificare se fossero in grado di ospitare, temporaneamente, il quartier generale del GTF; prima di un' eventuale ricollocazione degli uffici governativi a Mogadiscio. Nel giugno-luglio 2005, il GTF istituiva un sede temporanea a Jowhar, a causa della persistente insicurezza della capitale [45]. Successivamente, all'inizio del 2006, il GTF spostava la sua sede temporanea a Baidoa

Nella prima parte del 2006, venne formata da signori della guerra, per lo più basati nella zona di Mogadiscio, l'Alleanza per la restaurazione della pace e dell'anti-terrorismo (ARPCT). Essi si opponevano all'ascesa della Unione delle corti islamiche (ICU) orientata alla Shari'a.[46] Ciò portò a incrementare il conflitto nella capitale.

Il Presidente Yusuf, con l'obiettivo di stabilizzare la sicurezza, chiese l'invio di forze armate in Somalia da parte dell'Unione Africana, la quale però era a corto di risorse per porre in essere ciò nel breve periodo. Il Presidente Yusuf arruolò soldati provenienti dal suo elettorato. Contemporaneamente, l'Etiopia provvedeva all'addestramento militare delle nuove truppe. Tali sviluppi, insieme ai finanziamenti statunitensi alla coalizione Alliance for the Restoration of Peace and Counter-Terrorism (ARPCT), allertarono molti leader nella Somalia sud-centrale e portarono all'ascesa dell'Unione delle Corti Islamiche (ICU).

L'ICU conquista il potere[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 2006, la ICU riuscì a catturare la capitale nella seconda battaglia di Mogadiscio, scacciando la ARPCT sulle alture circostanti, e riuscendo a persuadere altri signori della guerra a far parte della propria fazione. Sulla scia di modesti successi militari le Corti islamiche, con l'assistenza militare dell'Eritrea, estesero la loro autorità fino alle frontiere del Puntland, e presero il controllo del centro - sud del paese (Jubaland). In un tentativo di riconciliazione, i rappresentanti del GFT e dell'ICU si incontrarono a Kartoum per diversi round di colloqui, sotto l'auspicio della Lega Araba. Tali incontri si conclusero con un insuccesso, dovuto alla rigidità mantenuta da entrambe le parti, non incline a compromessi. Successivamente, la linea dura degli islamisti prese il potere all'interno dell'ICU, determinando così la talebanizzazione del movimento.

La crescente base di potere e di attivismo del movimento Islamico portò a un sempre più aperto stato di guerra tra gli islamisti e le altre fazioni, inclusi il Governo federale (GFT), gli Stati autonomi di Puntland e Galmudug, l'ultimo dei quali nacque precipuamente come argine politico al fondamentalismo islamico. Il caos imperante generò l'intervento dell'Etiopia, interessata più che a mantenere la pace, ad arginare l'esplosione di fanatismo religioso che avrebbe potuto creare disordini entro i propri confini nazionali. L'ICU presumibilmente ottenne l'aiuto dell'Eritrea, rivale dell'Etiopia, e di mujahidin stranieri, e proclamò il Jihad contro l'Etiopia in risposta alla sua occupazione di Gedo e allo spiegamento delle sue forze intorno a Baidoa.

Intervento etiopico e crollo dell'ICU[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 2006, le truppe etiopi entrarono in Somalia per aiutare il GFT nella lotta contro le ICU e, inizialmente, vinsero la battaglia di Baidoa. Il 28 dicembre 2006, le forze alleate ripreso la capitale dalle mani dell'ICU. L'offensiva aiutò il GFT a consolidare il suo ruolo. Le forze etiopi e del GTF allontanarono l'ICU da Ras Kamboni tra il 7 ed il 12 gennaio 2007; nell'occasione erano sostenute da almeno due bombardieri statunitensi. Dopo una breve azione finale nella battaglia di Jowhar il 27 dicembre, i leaders della ICU si dimisero. In seguito alla battaglia di Jilib, combattuta il 31 dicembre 2006, Kismayo cadde in mano alle forze del GFT e agli etiopici, il 1º gennaio 2007. In data 8 gennaio 2007, il Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed, per la prima volta da quando aveva assunto la carica, entrava a Mogadiscio per portare avanti le consultazioni con la locale società civile, economica e religiosa. L'amministrazione temporanea aveva già stabilito il controllo sulla maggior parte del territorio centrale e meridionale del paese. Membri del governo e ufficiali del International Contact Group on Somalia incominciavano, allo stesso tempo, a pianificare colloqui di riconciliazione, dispiegamento di force peace-keeping, disarmo e una strategia di sviluppo nazionale. Secondo l'AMISOM, il GFT aveva guadagnato molta approvazione e fatto molti progressi significativi nella istituzionalizzazione politica dell'area.

A Mogadiscio, i residenti appartenenti al clan Hawiye, i quali erano stati spodestati dall'ICU, risentirono anche della sconfitta di quest'ultima. Essi diffidavano del GFT, il quale era al tempo dominato da membri del clan Darod, ritenendolo funzionale all'avanzata degli interessi del clan Darod, a discapito di quelli del clan Hawiye. Inoltre, temevano rappresaglie per i massacri compiuti a Mogadiscio nel 1991 dai miliziani Hawiye contro i civili Darod ed erano sbigottiti per il coinvolgimento dell'Etiopia. Critiche furono rivolte anche alla base federale del GFT, considerata come parte di un complotto del governo etiope per mantenere la Somalia divisa e debole. Nel marzo 2007, il Presidente Ahmed annunciava dei piani per una smilitarizzazione forzata delle milizie in città. Successivamente, secondo l'ISA, una coalizione di ribelli locali guidati da Al-Shabaab lanciò una serie di attacchi contro le truppe del GTF e dell'Etiopia [47]. La risposta delle forze alleate fu molto dura [48]. Human Rights Watch ha dichiarato che entrambe le parti in conflitto si resero responsabili di diverse violazioni delle leggi di guerra. I resoconti riferiscono che i ribelli si distribuirono e fissarono le loro basi nei quartieri densamente popolati, sparando colpi di mortaio dai quartieri residenziali e individuando in soggetti pubblici e privati gli obiettivi per violenze e assassini. Mentre le truppe del GFT ebbero un ruolo secondario rispetto a quelle etiopi,le prime furono accusate di non aver avvisato, in modo efficace, i civili presenti nelle zone di guerra, di aver impedito i soccorsi, saccheggiato le proprietà e maltrattato i detenuti durante degli arresti di massa. Le truppe etiopi furono anch'esse accusate di aver sparato, in modo indiscriminato, colpi di mortaio, razzi e proiettili in zone densamente popolate, saccheggiato le proprietà e, in certe situazioni, praticato esecuzioni sui civili [49].

L'intervento USA[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2007, gli Stati Uniti intervennero militarmente nel paese, per la prima volta in modo ufficiale dallo schieramento dell'ONU negli anni 90 conducendo attacchi aerei con l'uso dei AC-130 contro le posizioni islamiche a Ras Kamboni, come parte del tentativo di catturare o uccidere elementi di al-Qaida presumibilmente infiltrati nelle forze dell'ICU. Rapporti non confermati asseriscono che consiglieri USA sono stati sul terreno con le forze etiopiche e somale sin dall'inizio della guerra. Forze navali furono dispiegate al largo per prevenire tentativi di fuga in mare e la frontiera con il Kenya chiusa.

Nel febbraio 2007, l'embargo degli armamenti sulla Somalia venne rimosso, così da permettere agli Stati di fornire armi alle forze del GFT; tali forniture dovevano essere approvate, prima della consegna, dalla UN's Somalia Sanctions Committee. Dopo una lunga discussione, nel marzo 2007 l'Unione africana il primo dispiegamento della African Union Mission to Somalia (AMISOM), con il compito di facilitare la ricostruzione delle forze di sicurezza somale [50]. Questa missione ampliò il numero dei Paesi che potevano parteciparvi rispetto alla missione precedentemente proposta guidata dai Paesi del Corno d'Africa, IGAD. In reazione alla missione panacfricana sorse il Movimento popolare di resistenza nella terra delle due migrazioni (PRM). L'AMISOM istituì una piccola area di protezione intorno all'aeroporto, al porto di Mogadiscio e Villa Somalia; iniziò anche ad instaurare negoziati di basso profilo con gli attori chiave. Nel novembre 2008, in seguito a diverse violazioni sul blocco delle armi, il Consiglio di Sicurezza ONU decise che poteva essere imposto un embargo sulle armi alle entità coinvolte in tali violazioni [51].

Infiltrazioni islamiche e la lotta tra clan[modifica | modifica wikitesto]

Appena la ICU venne scacciata dal campo di battaglia, le sue truppe si dispersero per cominciare la guerriglia contro le forze governative etiopi e somale. Nello stesso tempo, la fine della guerra venne seguita dalla continuazione di esistenti conflitti tribali. Alcune delle frange più radicali, inclusi gli Al-Shabaab, si riunirono per continuare la ribellione verso il GFT e l'opposione verso la presenza delle truppe etiopi in Somalia. Tra il 2007 ed il 2008, gli Al-Shabaab ottennero delle vittorie militari ed il controllo di porti e città-chiave sia nel centro che nel sud della Somalia. Alla fine del 2008, la fazione conquistò Baidoa, ma non Mogadiscio. Il 1º maggio 2008, gli Stati Uniti bombardarono Dhusamareb, mentre il successivo 3 maggio colpirono la città di confine di Dobley. Ascoltati dal International Crisis Group, i leader etiopi erano sorpresi dalla persistenza della ribellione ed erano stanchi e frustrati dai cronici problemi interni del GFT [52]. Nel gennaio 2009, gli Al-Shabaab e altre milizie riuscirono a spingere le truppe etiopi a ripiegare, lasciando dietro di sé una forza di peace-keeping, quella dell'UNione Africana, sottorganico [53].

A causa della mancanza di fondi e di risorse umane, dell'embargo sulle armi che rendeva difficile ricostruire uan forza di sicurezza nazionale e la generale indifferenza della comunità internazionale, il Presidente Yusuf si trovò obbligato a spostare molto truppe da Puntland a Mogadiscio, così da sostenere il conflitto contro le forze ribelli emergenti nel sud. Il supporto finanziario per questo sforzo venne sostenuto dal governo regionale autonomo. Il territorio di Puntland divenne, però, vulnerabile agli attacchi dei pirati e dei terroristi [54] [55].

Il 29 dicembre 2008, il Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed annunciò, di fronte ad un Parlamento riunito a Baidoa, le sue dimissioni da Presidente della Somalia. Nel suo discorso, che venne trasmesso alla Radio nazionale, espresse il suo rammarico per aver fallito nel tentativo di porre fine alla guerra che durava da diciassette anni; compito che rientrava nel mandato del suo governo[56]. Inoltre, egli accusò la comunità internazionale di aver fallito nel sostegno del suo governo e dichiarò che il Presidente del Parlamento sarebbe stato il suo successore a capo del Governo Federale di Transizione [57].

Coalizione di governo[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 31 maggio ed il 9 giugno 2008, rappresentanti del Governo federale somalo e del gruppo islamico-moderato Alleanza per la Ri-liberazione della Somalia (ARS) parteciparono a dei colloqui di pace a Djibouti, moderati dall'ex-Inviato Speciale ONU per la Somalia Ahmedou Ould-Abdallah. La conferenza si chiuse con la firma di un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe etiopi in cambio della fine delle ostilità. Il Parlamento venne successivamente allargato a 550 posti, così da permettere l'ingresso dei membri dell'ARS. Il 30 gennaio 2009 si tennero le elezioni presidenziali, le quali videro vincitore Sheik Sharif Sheikh Ahmed, ex-vertice dell'ARS. Poco tempo dopo, il Presidente Sharif indicò Abdirashid Ali Sharmake, il figlio dell'ex Presidente Abdirashid Ali Sharmarke, come il nuovo Primo ministro somalo [58].

Nel febbraio 2009 la coalizione al governo, con l'aiuto dell'AMISOM, diede il via ad una controffensiva per assumere il totale controllo della metà meridionale dello Stato. Per rafforzare il suo ruolo, il GTF formò un'alleanza con l'Unione delle Corti Islamiche, altri membri della Alleanza per la re-liberazione della Somalia e con Ahlu Sunna Waljama'a, una milizia sufi moderara [59]. Inoltre a metà del 2009, gli Al-Shabaab e Hizbul Islam, i due principali gruppi islamisti dell'opposizione, incominciarono a scontrarsi tra loro.

L'introduzione della Shari'a, attentati e battaglie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sharif Sheikh Ahmed.

Per tutto l'inizio del 2009 numerosi attacchi suicidi degli estremisti islamici martoriarono la credibilità del governo provvisorio, tenuta insieme da fragili accordi intertribali. Il 1º marzo 2009, a causa dei frequenti kamikaze mandati da Hizbul Islam, una fazione estremista islamica emergente, il presidente Sharif Sheikh Ahmed chiese la tregua in cambio della Shari'a. Le fazioni accettano, ma il presidente non ritirò le truppe. Per questi motivi la tregua non entrò mai in vigore: il 25 maggio gli scontri raggiunsero la capitale nella terza battaglia di Mogadiscio, e il 6 maggio il fronte si estese a Wabho, mentre si contavano ormai centinaia e centinaia di vittime. Il 22 giugno, a causa dell'avvicinarsi delle fazioni alla capitale, Sharif Ahmed inviò un appello ai Paesi esteri chiedendo un sostegno internazionale di fronte alla crisi e dichiarò lo stato di emergenza. Per tutto il mese di giugno 2009, inoltre, le forze etiopi si mantennero operative, acquisendo numerose posizioni fortificate dei fondamentalisti.

L'attentato al governo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Governo federale di transizione somalo.

A giugno 2009 il governo era già stato colpito con l'uccisione del ministro della Sicurezza Homar Hashi Aden in un attentato terroristico. Il giorno del 3 dicembre 2009, durante una festa per diplomi di laurea, un durissimo colpo viene inferto al Governo somalo a partire dai suoi stessi membri. All'Università di Mogadiscio, nella ormai piccola zona della città non invasa dagli estremisti islamici, dove risiede il governo, e controllata dalle forze dell'Unione africana, un kamikaze vestito da donna si fa esplodere causando la morte di 22 persone, tra cui 15 studenti e 4 ministri del governo di Sharif Ahmed. Il 5 dicembre 2009, a causa delle lesioni conseguite in seguito a quest'attentato, moriranno altre due persone tra cui un altro ministro, il ministro dello Sport. Ciò che resta del Governo della Somalia, immediatamente accusa l'organizzazione al-Shebāb, ricollegata ad al-Qaida, di aver organizzato l'attentato, nonostante l'organizzazione ufficialmente neghi[60].

Guerra in Somalia (dal 2009 ad oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 2010 venne insediato un nuovo governo tecnocratico il quale portò avanti diverse riforme. Nei suoi primi 50 giorni la nuova amministrazione completò il primo pagamento mensile dei soldati e cominciò a dare esecuzione ad un registro biometrico completo delle forze di sicurezza, programma che si sarebbe concluso nei successivi quattro mesi.

Per tutto il 2010, la guerra continua, e il Governo è ormai accerchiato a Mogadiscio. Il 23 agosto 2010 Al Shabaab irrompe nell'hotel solitamente frequentato dai deputati e fucila trentatré persone, tra cui quattro parlamentari[61]. Una decina di giorni più tardi, è drammatico l'annuncio del parlamentare di maggioranza Sharif Said, che annuncia la prossima fine totale del Governo somalo di transizione. I miliziani infatti, si trovano, al periodo dell'annuncio, a soli cento metri dal palazzo presidenziale nella divisa Mogadiscio e il presidente Sharif Ahmed è stato costretto a fuggire dal Palazzo e a rifugiarsi tra gli uomini della sua tribù, a nord della capitale. Molti dei deputati e ministri hanno abbandonato la città, e vivono stabilmente nella keniota Nairobi.

Sharif Said afferma, inoltre, che le vere motivazioni del conflitto non sono soltanto religiose, ma anche economiche, e cioè mettere le mani sugli aiuti che arrivano più o meno clandestinamente, milioni di euro in gran parte dal Sudan, lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti[62].

Nell'estate del 2011 una terribile carestia si abbatte sulla Somalia. Sin dall'inizio, si prevedono centinaia e centinaia di morti. Nella confusione che si viene a creare, regna l'anarchia più assoluta, e persino Al-Shabaab non riesce a far fronte alla situazione. A seguito di ciò, il gruppo islamista si ritira definitivamente e completamente da Mogadiscio. Ciò porta un'isperata vittoria al governo di Sharif Sheikh Ahmed[63].

Nell'ottobre 2011 venne dato il via ad una operazione coordinata tra Forze armate somale e keniote contro i gruppi Al-Shabaab nel sud della Somalia; l'operazione era stata preceduta da un fine settimana di incontri preparatori tra ufficiali militari somali a kenioti tenutisi a Dhobley [64]. Le incursioni oltre confine richiesero quasi due anni di pianificazione, durante i quali gli ufficiali kenioti cercarono il supporto statunitense [65]. La missione venne guidata ufficialmente dall'esercito somalo, con le forze del Kenya a sostegno. Agli inizi del 2012 del truppe del Kenya sono state formalmente integrate nell'AMISOM. Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 2012, le truppe somale, il contingente keniota dell'AMISOM e la milizia alleata Raskamboni strapparono la città strategica di Kismayo agli Al-Shabaab. Il centro abitato rappresentava una delle maggiori fonti di reddito per gli Al-Shabaab, nonché la loro ultima roccaforte [66].

Nel novembre 2012,secondo quanto dichiarato dall'Inviato speciale ONU per la Somalia Augustine Mahiga, circa l'85% dei territori contesi era sotto il controllo del governo somalo. Un'eventuale ritiro delle truppe AMISOM sarebbe avvenuto una volta che forze di sicurezza e di polizia somale avessero raggiunto un adeguato livello di preparazione. [67]

Nel gennaio 2013, in seguito alla Risoluzione ONU 2093, il mandato dell'AMISOM era stato esteso per un altro anno. I 15 membri del Consiglio di Sicurezza ONU, votarono all'unanimità per la sospensione dell'embargo sulle armi leggere per il periodo di un anno. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza invitò il governo federale ad accelerare lo sviluppo di una nuova strategia di sicurezza nazionale, sollecitando le autorità centrali a velocizzare il piano con l'individuazione della composizione delle forze di sicurezza e delle relative lacune. Così da permettere ai partner internazionali di affrontarle al meglio. [68]

Secondo Laura Hammond della School of Oriental and African Studies il governo federale sostenuto dall'AMISOM ha gestito la riconquista dei maggiori centri urbani della Somalia. In ogni caso, gli Al-Shabaab continuano a controllare molte zone rurali, nelle quali, secondo le testimonianze, molti militanti si confondono nelle comunità locali, così da confondere le autorità centrali. [69]

Nell'ottobre 2013, i militari statunitensi incominciarono a installare la Mogadishu Coordinating Cell nella capitale somala, divenuta pienamente operativa a fine dicembre.[70] L'unità venne formata in seguito ad una richiesta del governo somalo e dell'AMISOM, i quali ne discussero in settembre con il Segretario alla Difesa USA Chuck Hagel. L'unità consiste in una piccola squadra composta da meno di cinque consiglieri, inclusi progettisti e comunicatori, che si pone fra le autorità somale e l'AMISOM. Scopo della cellula è fornire consulenza e supporto alla pianificazione alle forze alleate, con l'obiettivo di accrescere le loro capacità e promuovere la pace e la sicurezza in tutto il paese e, più ampiamente, nella regione. [71] Nel novembre 2013, un alto ufficiale del governo etiope annunciò che le truppe dislocate in Somalia sarebbero entrate a far parte dell'AMISOM e affermando come una richiesta in tal senso era già stata formalizzata. All'epoca, circa 8.000 soldati etiopi erano presente nel paese. [72] Il Ministro degli Esteri somalo accolse con favore la notizia, sostenendo che la decisione avrebbe rafforzato la campagna dell'AMISOM contro gli Al-Shabaab.

In seguito alla Risoluzione ONU 2124, la quale ha autorizzato il dispiegamento di altri 4.000 soldati per aumentare il contingente AMISOM, le truppe etiopi hanno formalizzato, nel gennaio 2014, il loro ingresso nella missione. Il loro compito è quello di operare insieme all'Esercito nazionale somalo, con la responsabilità per le operazioni nelle zone a sud di Ghedo, Bakool e nella regione di Bay. Le truppe etiopi rappresentano il sesto contingente AMISOM, dopo quelli di Gibuti, Burundi, Sierra Leone, Kenya e Uganda. [73]

Nel gennaio 2014, al Summit dell'Unione Africana tenutosi ad Addis Abeba, il Presidente Hassan Sheikh Mohamud chiese un prolungamento del mandato per l' acquisto di armi stabilito dalle Nazioni Unite, in scadenza per marzo dello stesso anno. Il presidente affermò che le forze di difesa somale avessero la necessità armi ed equipaggiamento migliori per combattere efficacemente i miliziani.[74] Il mese successivo il Gruppo di monitoraggio ONU su Somalia ed Eritrea rilasciò un rapporto dal quale emersero gli abusi sistematici degli ufficiali all'interno del governo somalo, i quali permisero la distrazione delle armi dalle frze di sicurezza somale per consegnarle nelle mani di capi fazione e miliziani Al-Shabaab. Il gruppo dichiarò di aver osservato diversi problemi e manifestò molte preoccupazioni per ciò che concerneva la gestione delle scorte di armi e munizioni, tra queste vi era anche la difficoltà per gli osservatori di accedere ai locali, nei quali erano immagazzinate le armi, e ottenere informazioni. Pur riconoscendo l'impossibilità di quantificare il numero di armi dirottate, a causa dei vari limiti, gli osservatori affermarono come uno dei consiglieri chiave del presidente fosse coinvolto nella consegna di armi agli Al-Shabaab e come le spedizioni di armi da Djibouti a dall'Uganda non sarebbero state quantificabili. Il Capo di Stato maggiore dell'esercito Dahir Adan Elmi negò le accuse, dichiarando come nessun ufficiale avesse venduto o dirottato armi e che queste erano conservate in luoghi sicuri. Egli affermò anche come una squadra di monitoraggio ONU avesse per due volte visitato i siti di stoccaggio di armi e munizioni del governo a Mogadiscio; durante la visita vennero mostrate le scorte di armi e i funzionari si mostrarono soddisfatti [75] . Inoltre il comando dichiarò che il governo aveva per due volte acquistato armamenti da quando l'embargo sulle armi applicato alla Somalia era stato parzialmente cancellato. Il generale Elmi sostenne anche che gli Al-Shabaab già possedevano forniture di armi, utilizzando soprattutto ordigni esplosivi e bombe modificate; allo stesso tempo sostenne che il Gruppo di monitoraggio avesse creato le accuse con lo scopo di impedire il funzionamento del governo somalo e delle forze armate, mentre tentava di raccogliere fondi per le sue attività mantenendo la minaccia degli Al-Shabaab costante [76].

Nel febbraio 2014, una delegazione guidata dal Primo ministro somalo Abdiweli Sheikh Ahmed ebbe un incontro ad Addis Abeba con il Primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, per discutere di un rafforzamento delle relazioni tra i due paesi. Ahmed elogiò il ruolo dell'Etiopia del processo di pace e stabilizzazione della Somalia, come il suo supporto nella lotta agli Al-Shabaab, e diede il benvenuto alla decisione dei militari etiopi di entrare nell'AMISOM. Hailemariam Desalegn, in risposta, promise di continuare negli sforzi di pacificazione e stabilizzazione della Somalia, come quelli per sostenere la crescita delle forze di sicurezza somale, attraverso esperienza, partecipazione e addestramento [77].

All'inizio di marzo 2014 le forze di sicurezza somale e l'AMISOM hanno lanciato un'intensa operazione militare volta a cacciare gli Al-Shabab dalle zone meridionali dello Stato ancora sotto il loro controllo. Secondo il primo ministro Abdiweli Sheikh Ahmed, il governo ha successivamente compiuto degli sforzi per stabilizzare le aree appena liberate, tra le quali Rab Dhure, Hudur, Wajid e Burdhbo. Il Ministro della Difesa forniva rassicurazioni alla popolazione locale e supporto logistico. Inoltre il Ministro dell'Interno venne preparato ad inserire nei programmi azioni di supporto all'amministrazione locale e alla sicurezza. Un vice ministro e diversi studenti religiosi furono dislocati in tutte e quattro le città per coordinare e supervisionare le iniziative del governo sulla stabilizzazione[78]. Il 26 marzo le forze alleate avevano liberato dieci città nel giro di un mese, tra le quali Qoryoley ed El Buur [79] [80]. Il Rappresentante Speciale dell'ONU per la Somalia Nicholas Kay descrisse l'avanzata militare come l'offensiva più importante, e geograficamente estesa, da quando le truppe dell'Unione Africana incominciarono le loro operazioni nel 2007 [81]. Nell'agosto 2014, il governo somalo ha dato il via all'Operazione Oceano Indiano con l'obiettivo di rimuovere dal paese gli ultimi nuclei di resistenza. Il 1º settembre 2014, un drone statunitense, nel contesto di una missione più estesa, uccise il leader di Al-Shabaab Moktar Ali Zubeyr [82]. Le autorità americane indicarono il raid come una delle maggiori perdite per gli Al-Shabaab, da un punto di vista simbolico e operativo e il governo somalo offrì per 45 giorni l'amnistia per tutti i membri moderati del gruppo terroristico. Analisti politici suggerirono che la morte del leader degli Al-Shabaab porterà alla frammentazione e alla eventuale dissoluzione del gruppo.

In data 9 giugno 2015, il Primo ministro della Somalia Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha dichiarato che prevede la fine del gruppo terroristico entro il termine dell'anno, aggiungendo però che per affrontare le cause profonde del conflitto, quelle che portano molti giovani ad arruolarsi, servirà molto più tempo.[83]

Perdite[modifica | modifica wikitesto]

Secondo le stime, circa 500.000 persone sono morte in Somalia dall'inizio della guerra civile nel 1991 [84]. Armed Conflict Location e Event Dataset stima che circa 3.300 persone furono uccise nel 2012 [85], mentre nel 2013 le perdite furono 3150.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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