Guerra civile in Somalia

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Guerra civile somala
Black Hawk Down Super64 over Mogadishu coast.jpg
Un elicottero Black Hawk mentre sorvola la costa di Mogadiscio.
Data 26 gennaio 1991 - in corso
Luogo Somalia Somalia
Schieramenti
Comandanti
Perdite
300.000 - 400.000 non definito
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La guerra civile somala è un conflitto scoppiato in Somalia nel 1991 e tuttora in corso.

Il conflitto nacque dalla resistenza nei confronti del regime di Siad Barre, portata avanti durante gli anni 80'. Nel 1988-90 le forze armate somale ingaggiarono scontri con diversi gruppi ribelli, tra i quali il Congresso della Somalia Unita, il Movimento Nazionale Somalo (nel Somaliland) e il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (nel Puntland).

Nel 1991, i clan ed i gruppi armati ribelli rovesciarono il regime di Barre; il successivo vuoto di potere portò ad una lotta tra le varie fazioni, specie tra quella di Ali Mahdi e quella guidata da Aidid. Il conflitto indusse le Nazioni Unite ad organizzare una missione di peace-keeping a metà anni 90'. Il periodo di decentralizzazione del potere che ne seguì si caratterizzò, in molte aree, per un ritorno ai costumi e alle leggi religiose e dall'insediamento di governi locali nel nord dello Stato. Tale situazione portò ad un relativo affievolimento dell'intensità degli scontri, tanto che il SIPRI rimosse la Somalia dalla lista dei maggiori conflitti in corso nel 1997 e nel 1998.

Nel 2000 venne insediato il Governo nazionale di transizione (GNT), seguito dal Governo federale di transizione nel 2004 (GFT). Il GFT nel 2006, con l'aiuto dell'Etiopia, riuscì a conquistare la maggior parte del territorio a sud controllato dall'Unione delle Corti Islamiche (UCI). Le UCI si trasformarono in un gruppo ancora più radicale che prese il nome di Al-Shabaab, il quale, a sua volta, ha ingaggiato uno scontro con il governo federale e la missione AMISOM dell'Unione Africana, nata per controllare lo Stato.

Nel 2011 venne avviata una missione che prese il nome di Operazione Linda Nchi, condotta dalle forze somale in collaborazione con forze multinazionali[3]. Nell'agosto 2014 il governo ha dato il via all'Operazione Oceano Indiano con lo scopo di riconquistare gli ultimi territori controllati dai ribelli[4].

Secondo le stime, circa 500.000 persone sono morte in Somalia dall'inizio della guerra civile nel 1991[5]. Armed Conflict Location e Event Dataset stima che circa 3.300 persone furono uccise nel 2012[6], mentre nel 2013 le perdite furono 3150.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenza della guerra di Ogaden[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra dell'Ogaden.

Successivamente alla sconfitta nella guerra dell'Ogaden, il governo socialista in carica nella Repubblica Democratica di Somalia, guidato dal Maggior Generale Siad Barre, portò avanti una campagna di arresti tra i membri governo e tra gli ufficiali militari sospettati di essere coinvolti nel tentato Golpe del 1978[7][8]. La maggior parte delle persone che presumibilmente sostennero l'organizzazione del Golpe furono sommariamente uccise[9]. In ogni caso, diversi ufficiali riuscirono a fuggire all'estero dove crearono il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (FDSS), il primo tra i vari gruppi di dissidenti che intendesse rimuovere il regime di Barre con la forza[10].

La caduta di Siad Barre (1986–1992)[modifica | modifica wikitesto]

Siad Barre

Nel maggio 1986, Barre fu coinvolto in un incidente automobilistico vicino a Mogadiscio nel quale rischiò la vita e che gli produsse molte ferite gravi; durante un forte temporale, l'auto su cui viaggiava tamponò violentemente un autobus[11]. In un ospedale saudita venne curato, per diversi mesi, dalle ferite alla testa, dalle costole rotte e dallo shock[12][13] Il vicepresidente dell'epoca, il tenente generale Mohamed Ali Samatar, durante la degenza di Barre servì come Capo di Stato de facto. Sebbene Barre fosse riuscito a recuperare abbastanza per presentarsi come candidato-unico alle elezioni presidenziali del 23 dicembre 1986, alla fine del settennato, la sua debole salute e la sua età avanzata produssero delle speculazioni su chi sarebbe stato il suo successore al potere. Tra i possibili contendenti figurava il generale Ahmed Suleiman Abdile (nonché genero di Barre), all'epoca Ministro dell'Interno, in aggiunta al generale Muhammad Ali Samatar[11].[12]

In un tentativo di mantenere il vecchio potere, il governo di Barre nel Consiglio Rivoluzionario Supremo divenne sempre più autoritario ed arbitrario. L'opposizione al suo regime di conseguenza crebbe. Barre cercò a sua volta di arrestare i disordini abbandonando gli appelli al nazionalismo, affidandosi sempre di più alla sua cerchia e sfruttando la storica rivalità tra i clan. A metà anni 80', però, altri gruppi di ribelli, supportati dall'amministrazione comunista dell'Etiopia del Derg, nacquero in tutto il paese. Barre rispose ordinando misure punitive contro questi gruppi e contro quelle comunità locali che si riteneva li supportassero, soprattutto nelle regioni del nord. La repressione prevedeva anche il bombardamento di città; tra le zone colpite figurava nel 1988 Hargeisa, roccaforte del Movimento Nazionale Somalo.[14]

Nel maggio 1990, alla vigilia della guerra civile, il primo Presidente della Somalia indipendente, Aden Abdullah Osman Daar, insieme a più di 100 esponenti politici somali (Gruppo Manifesto), siglarono un documento di intenti per la cessazione delle ostilità e per sollecitare il ritiro di Barre dal potere [15]. Molti dei firmatari furono successivamente arrestati[16]. La dura repressione operata da Barre portò ad un rafforzamento dell'appello lanciato dai gruppi di opposizione, nonostante l'unico obiettivo comune fosse la caduta del regime.[17]

La prima fase della guerra civile deriva dalle insurrezioni contro il repressivo governo di Siad Barre. Dopo la sua esclusione dal potere, il 26 gennaio del 1991, una contro-rivoluzione cercò di restaurarlo al potere a capo del Paese. La sempre più violenta e caotica situazione evolse in una crisi umanitaria e in uno stato di anarchia. Nel 1991, per isolarsi dai sempre più violenti combattimenti nel sud del Paese, la Somaliland si dichiarò indipendente, per quanto la sua sovranità non venisse riconosciuta da nessun Paese o organizzazione internazionale. Essa comprende il nord-ovest del Paese, tra il Gibuti e l'area a nord-est nota come Puntland.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

I berretti rossi e la caduta di Barre[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 1990, un gruppo di militanti del Congresso della Somalia Unita (USC) entrarono segretamente a Mogadiscio per fornire aiuto a membri di alcuni clan, i quali avevano formato dei comitati popolari per difendersi dagli attacchi di altri clan sostenitori di Barre. La presenza dei ribelli dell'UCS nella capitale portò all'intervento militare dei Berretti rossi, un'unità d'elite che serviva come Guardia del Presidente della Repubblica. Le quattro settimane di battaglia tra i Berretti rossi e i ribelli del CSU determinarono l'ingresso di altri ribelli in città.

La sera del 27 gennaio 1991 i ribelli USC asserragliarono Barre presso Villa Somalia e lo costrinsero alla fuga[18][19]. Barre si diresse dapprima alla volta di Chisimaio, protetto dai Berretti rossi a lui fedeli[20], poi presso l'isola kenyota di Lamu. Il 29 gennaio, l'USC nominò Ali Mahdi Presidente della Somalia[21].

Lo scontro tra Aidid e Ali Mahdi[modifica | modifica wikitesto]

Frattanto, all'interno del Congresso della Somalia Unita si apriva lo scontro tra Ali Mahdi Mohamed, che era stato nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid; entrambe le fazioni si contendevano il controllo della capitale Mogadiscio. Al fine di risolvere il conflitto, nel giugno 1991 fu convocata presso Gibuti una prima conferenza di pace, cui fece seguito, dal 15 al 21 luglio, la seconda conferenza di Gibuti.[22][23] I lavori si conclusero con la conferma di Ali Mahdi alla carica di Presidente della Repubblica; fu inoltre raggiunta un'intesa programmatica volta a coinvolgere tutti i clan del Paese nella formazione di un futuro governo provvisorio.

In occasione della conferenza, peraltro, erano sorti alcuni contrasti rispetto alla scelta dei delegati. Sia Aidid che Ali Mahdi appartenevano al clan degli hauia: Aidid al sottoclan degli Habr Ghedir; Ali Mahdi a quello degli Abgal. Per assecondare le richieste di Aidid ed evitare una sua mancata partecipazione ai lavori, i delegati degli hauia furono scelti in gran parte da lui; all'ultimo momento, tuttavia, il generale decise di non presenziare alla conferenza, pur avendo scelto pressoché per intero la delegazione. Non veniva così risolto il contrasto interno all'USC tra l'ala politica, governata da Ali Mahdi, e quella militare guidata dal generale Aidid, che immediatamente dopo la conclusione della conferenza non ne riconobbe i risultati.

Successivamente Ali Mahdi e Aidid giunsero ad un accordo di massima: Ali Mahdi avrebbe presieduto il governo provvisorio, mentre il generale Aidid sarebbe diventato presidente dell'USC, con l'impegno di assumere la carica di presidente dell'Assemblea nazionale somala una volta superata la fase transitoria. Lo scontro riesplose però al momento della formazione del governo provvisorio, il quale, per tenere conto dei vari clan presenti in Somalia, era formato da un'ottantina di ministri.

In tale quadro si mosse anche la diplomazia italiana, in ragione degli stretti rapporti che l'Italia aveva instaurato con la sua ex colonia, specie durante il governo di Bettino Craxi. Il Governo inviò il sottosegretario agli Esteri Andrea Borruso: la missione era nata da un invito ufficiale di Ali Mahdi al Presidente del Consiglio italiano, Giulio Andreotti, e mirava a verificare le condizioni per avviare una nuova fase della cooperazione bilaterale. Giunto in Somalia, tuttavia, l'aereo fu fatto allontanare dall'aeroporto di Mogadiscio, ufficialmente per ragioni di sicurezza[24][25]: in realtà, l'atterraggio dell'aereo fu proibito da Aidid, che accusò l'Italia di interferenza negli affari interni della Somalia. L'aereo fu così costretto a raggiungere Nairobi.

I rapporti tra la Somalia e l'Italia[modifica | modifica wikitesto]

La diffidenza di Aidid nei confronti dell'Italia si ricollegava ai rapporti che il governo italiano aveva instaurato con Siad Barre. In un'intervista rilasciata nel giugno 1993, la figlia del generale, Faduma Aidid, accuserà Craxi di aver ordito un complotto contro il padre, al fine di riportare Barre al potere[26]. In effetti, all'epoca del governo Craxi i rapporti fra l'Italia e il regime di Barre erano stati molto intensi e spesso poco trasparenti[27], tra aiuti d'oro a Barre[28] e tangenti fatte passare come aiuti della cooperazione verso la Somalia[29]. Nel 1986, il sottosegretario agli affari esteri del governo Craxi I, Francesco Forte (PSI), in qualità di commissario del Fondo Aiuti Italiani, versò al governo somalo 400 miliardi di lire per la cooperazione allo sviluppo[30]; fu a suo tempo evidenziato come la Somalia fosse divenuta "una riserva di caccia per politici e faccendieri"[31][32].

Un fatto si rivelò particolarmente inquietante: nell'ambito degli aiuti alla cooperazione italo-somala era stata donata alla società Shifco, facente capo all'ingegner Said Omar Mugne, una flotta di sei pescherecci; uno di questi era il cosiddetto 21 Ottobre (21 Oktobaar), al centro di un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici[33]. Lo stesso peschereccio si sarebbe trovato a Livorno la sera del 10 aprile 1991, quando si verificò il disastro del Moby Prince. Sulla vicenda avrebbero cercato di far luce, nel 1994, la giornalista Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo 1994 davanti all'ambasciata italiana a Mogadiscio. I due reporter avevano appena intervistato Abdullahi Mussa Bogor, il cosiddetto sultano di Bosaso, sui traffici di armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia[34]. A questa vicenda si aggiunse poi l'imboscata tesa ad alcuni militari italiani presso Balad, nel corso della quale morì il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi.

Un altro motivo di contrasto tra Aidid e la diplomazia italiana era legato ai rapporti che lo stesso generale aveva intrattenuto con Craxi. Aidid e Alì Ashi Dorre, allora presidente della Camera di commercio di Mogadiscio (e convivente della figlia di Aidid), chiesero un risarcimento di alcuni miliardi a Craxi e a suo cognato Paolo Pillitteri, che era stato console onorario della Somalia a Milano. I due esponenti socialisti non avrebbero rispettato gli accordi presi al momento della costituzione della Camera di commercio italo-somala, presieduta dallo stesso Pillitteri: essi avrebbero dovuto pagare una percentuale sugli affari conclusi, ma le relative somme non sarebbero mai arrivate a destinazione[35].

Sulla titolarità dei rapporti diplimatici con la Somalia si divise poi la politica italiana: all'azione del sottosegretario Borruso, della DC, si affiancava quella del deputato socialista Mario Raffaelli.

L'inizio della guerra civile[modifica | modifica wikitesto]

L'11 novembre 1991, l'ala politica dell'USC convocò la propria assemblea per la destituzione di Aidid, ma il numero di firme necessario per esautorare il generale non fu raggiunto. A questo punto Ali Mahdi tentò di liberare l'aeroporto di Mogadiscio, sotto il controllo di Aidid, il quale, per tutta risposta, promosse una dura controffensiva, consolidando il controllo sulla zona dell'aeroporto e occupando Radio Mogadiscio e gran parte della capitale: scoppiò così, il 17 novembre, la guerra civile. Nella mattinata del 18 novembre, i seguaci di Aidid misero a ferro e fuoco Mogadiscio; un gruppo di guerriglieri fece irruzione anche presso l'ambasciata italiana a Mogadiscio, saccheggiando l'edificio di Via Alto Giuba e sequestrando il personale (l'ambasciatore Mario Sica si trovava in quel momento a Nairobi).[36]

I successivi sviluppi[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 gennaio 1992, l'inviato speciale dell'ONU, James Jonah, giunse a Bali Dogle (a 140 km a nord ovest della capitale) per ricercare una mediazione tra le due fazioni in lotta.[37][38][39]. Il 23 gennaio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con risoluzione 733, stabilì un completo embargo su tutte le spedizioni di armi per la Somalia; autorizzò inoltre il Segretario generale, Boutros-Ghali, a prendere contatto con tutte le parti coinvolte nel conflitto per ottenere la cessazione delle ostilità e consentire la distribuzione degli aiuti umanitari,

Il 14 febbraio Ali Mahdi e Aidid firmarono un impegno per la cessazione delle ostilità[40], anche se la tregua fu formalizzata soltanto il 3 marzo[41]. Il cessate il fuoco rese possibile la distribuzione di aiuti urgenti alla popolazione, minacciata dalla carestia: dal novembre 1991 al marzo 1992, infatti, il conflitto aveva provocato la morte di quarantamila persone[42].

I gruppi armati[modifica | modifica wikitesto]

Fazioni armate in Somalia nel 1992

L'esercito nazionale somalo e tutte le altre forze militari e di sicurezza andarono allo sbando, un numero indeterminato di loro componenti formarono delle forze irregolari o andarono ad ingrossare le file dei clan. Le principali fazioni in conflitto erano le seguenti:

A queste si aggiungevano, nel Somaliland:

Nel Puntland vi erano poi:

Nel giugno 1992, infine, Aidid e i suoi seguaci fondarono l'Alleanza Nazionale Somala (Somali National Alliance - SNA), alla quale aderì anche il Movimento Patriottico Somalo.

La guerra civile in Somalia vide come protagonisti indiscussi Ali Mahdi e Aidid; teatro degli scontri fu soprattutto Mogadiscio e la regione del Benadir.

L'intervento delle Nazioni Unite (1992–1995)[modifica | modifica wikitesto]

I tentativi di UNOSOM I[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 marzo, con risoluzione 746, il Consiglio di sicurezza, prendendo nota degli accordi di cessate il fuoco a Mogadiscio in data 3 marzo 1992, approvò l'invio di una équipe tecnica in Somalia, accompagnata dal coordinatore; il 27 aprile, con risoluzione 751, decise di istituire alle proprie dipendenze una operazione delle Nazioni Unite in Somalia (UNOSOM) e sollecitò il Segretario Generale di dispiegare immediatamente un'unità di cinquanta osservatori per sovrintendere al rispetto del cessate il fuoco. Il gruppo di osservatori militari, accettato da tutte le parti in causa, giunse in Somalia dal 5 al 23 luglio 1992, tra Mogadiscio e Berbera[43] Un primo iniziale progetto prevedeva l'invio di seimila caschi blu, ma trovò subito la netta opposizione di Aidid.

Con risoluzione 767 del 27 luglio, il Consiglio di Sicurezza, preoccupato dalla proliferazione di bande armate e allarmato dal deterioramento della situazione umanitaria, sollecitò il Segretario generale di avvalersi pienamente di tutti i mezzi e dispositivi disponibili. Il Consiglio approvò inoltre la proposta del Segretario generale tendente a stabilire in Somalia quattro zone di operazioni nel quadro UNOSOM.

Il 19 agosto l'Italia e la Francia, cui si aggiunsero gli Stati Uniti alcuni giorni dopo, lanciarono un ponte aereo per i soccorsi,[44] mentre il 15 settembre ebbero inizio gli aiuti umanitari dell'ONU.[45][46], con un contingente di circa 500 unità. Si ventilava intanto un possibile intervento armato nella regione[47]; Ali Mahdi, intervistato da Panorama, invitò ufficialmente il Ministro degli affari esteri italiano, Emilio Colombo, a mediare tra le due fazioni, mentre il suo omologo somalo, il Ministro Haji Mohamed Hashi Haile, chiese all'Italia un particolare impegno nella regione.[48][49]

L'intervento militare: UNITAF[modifica | modifica wikitesto]

Un mezzo FIAT 6614 italiano (a destra) e un LAV-25 statunitense (a sinistra).

Il 3 dicembre 1992 fu approvata all'unanimità la risoluzione 794 del Consiglio di sicurezza, la quale istituiva una coalizione di forze di peace-keeping sotto la guida degli Stati Uniti. La coalizione, che prese il nome di UNITAF, aveva il compito di assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e ristabilire la pace in Somalia: il mandato prevedeva l'utilizzo di "tutti i mezzi necessari" per garantire la consegna degli aiuti unamitari, in linea con quanto stabilito nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, compreso, dunque, il ricorso all'uso della forza[50]. Era la prima volta che l'ONU autorizzava l'utilizzo delle armi.

L'8 dicembre 1992, alle 22:40 ora italiana, iniziava la missione Restore Hope: i marines americani sbarcarono a Mogadiscio[51]. Nei giorni successivi partirono anche i militari italiani, al comando del generale Bruno Loi: l'Italia mandò uomini del San Marco, del Tuscania, del Col Moschin, della Folgore. L'11 dicembre partirono dal porto di Brindisi l'incrociatore Vittorio Veneto, la nave anfibia San Giorgio e il rifornitore di squadra Vesuvio, mentre il giorno successivo salparono da Livorno la fregata Grecale e la nave anfibia San Marco (XXIV gruppo navale)[52].

La linea verde, la strada che divideva l'area di influenza di Ali Madhi (a est), da quella di Aidid (a ovest). Corrispondeva, da nord a sud, a Via Mohammed Harbi (tangente a ovest dello Stadio); via Sinai e via janaral Daud.

Sempre l'11 dicembre, Aidid e Ali Madhi giunsero ad una tregua che prevedeva, tra l'altro, una cosiddetta linea verde che divideva Mogadiscio in due aree di influenza.[53][54]. L'accordo, sintetizzato in sette punti, fu letto pubblicamente dall'ambasciatore somalo negli Stati Uniti, Abdulkadir Yahya Ali; ma alle strette di mano tra i due belligeranti non seguirono i fatti, tanto che gli scontri tra le due fazioni si protrassero nei giorni successivi. Il 26 dicembre, tuttavia, Aidid e Ali Madhi giunsero ad un nuovo accordo che, inizialmente, apparve essere duraturo.[55][56].

UNOSOM II[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Pastificio, Battaglia di Mogadiscio e Operation Gothic Serpent.

L'8 gennaio 1993, le Nazioni Unite promossero la conclusione di un accordo programmatico tra le varie fazioni in lotta: punti qualificanti dell'intesa erano la convocazione di una conferenza di riconciliazione nazionale e l'immediata cessazione delle ostilità[57]. La conferenza, convocata per il 15 marzo ad Addis Abeba, fu presieduta da Lansana Kouyaté, portavoce del segretario ONU Boutros Ghali, e vide la mediazione del Presidente etiope Meles Zenawi. La prima questione affrontata si legava alle rimostranze di Aidid, che accusò l'ONU di aver dislocato i propri soldati soltanto nelle zone meridionali di Mogadiscio (ad ovest della linea verde), ossia nelle aree che erano sotto il controllo del generale. Aidid propose poi la costituzione di governi di zona, mentre Ali Mahdi si disse favorevole alla creazione di un unico governo, pur aperto a tutte le fazioni[58].

I lavori si conclusero il 27 marzo con gli accordi di Addis Abeba, siglati da 15 esponenti delle diverse fazioni in conflitto[59], compreso Aidid e il rappresentante di Ali Mahdi, Mohamed Afrah Qanyare. Gli accordi disponevano un immediato cessate il fuoco, un programma di ricostruzione e un nuovo sistema di governo. Dal punto di vista istituzionale, fu previsto un Consiglio nazionale di transizione, formato da tre rappresentanti per ciascuna delle 18 regioni della Somalia, cinque seggi in rappresenza di Mogadiscio e un membro per ogni fazione presente alla conferenza. A tale Consiglio si sarebbero affiancati Dipartimenti amministrativi centrali, Consigli regionali e consigli distrettuali. Nel frattempo, l'ONU riorganizzò le regole di ingaggio della missione attraverso il passaggio da UNITAF a UNOSOM II.

Nei mesi successivi, tuttavia, tornarono a verificarsi violenti scontri tra Aidid e Ali Mahdi. Il 5 giugno 1993, nel corso della cosiddetta battaglia della radio, 23 militari pakistani furono uccisi dai milizani di Aidid presso la manifattura tabacchi di Mogadiscio: soltanto l'intervento dei militari italiani, inquadrati nei reparti del Col Moschin, riuscì ad evitare una strage di dimensioni catastrofiche, senza ulteriore spargimento di sangue[60].

Alcune settimane dopo, il 2 luglio, gli stessi Italiani furono bersaglio dei guerriglieri di Aidid. Il comando italiano aveva predisposto, in conformità alle regole stabilite dall'ONU, un rastrellamento nella zona di Haliwa (operazione Canguro 11), al fine di disarmare le varie fazioni in lotta. A operazione pressoché ultimata, i mezzi italiani furono circondati: una volta occupate le vie di fuga attraverso la costruzione di barricate, i miliziani iniziarono a sparare con RPG-2 dagli edifici circostanti; al contempo, per evitare ogni possibile reazione da parte italiana, gli uomini di Aidid costrinsero la popolazione civile ad affluire nella zona degli scontri. Fu questa la battaglia del pastificio: nell'imboscata caddero tre italiani e altri venti rimasero feriti. I tragici fatti del 2 luglio destarono particolare sorpresa presso il comando italiano, dal momento che i soldati del generale Loi erano stati visti fino ad allora con particolare favore dalla popolazione somala. Con ogni probabilità, i motivi degli scontri erano legati al timore di Aidid di essere catturato: proprio quel giorno, infatti, Aidid si era rifugiato nella zona di Haliwa, che pure si trovava nella zona di influenza di Ali Mahdi; la situazione sarebbe poi sfuggita di mano ad Aidid, che non sarebbe riuscito a smobilitare i suoi miliziani dall'area degli scontri.

Ancora, il 12 luglio, quattro giornalisti furono barbaramente uccisi dalla folla inferocita[61].

Si giunse poi alla battaglia di Mogadiscio del 3-4 ottobre: i reparti statunitensi, in totale contrasto con gli altri Paesi partecipanti alla missione umanitaria, imbastirono un'operazione su vasta scala, l'Operation Gothic Serpent. La strategia americana si rivelò un fallimento, con numerose perdite civili e l'abbattimento di un elicottero Black Hawk statunitense (conflitto che avrebbe ispirato il libro Black Hawk Down, noto in Italia come Falco nero, e il film Black Hawk Down).

Durante i negoziati tenutisi dal 1993 al 1995, i signori della guerra somali ottennero alcuni successi nella riconciliazione e nella creazione di pubbliche autorità. All'interno di queste iniziative si inseriva l'Accordo di Pace di Mudugh del 4 giugno 1993 tra le forze di Mohammed Farah Aidid e il Fronte Democratico di Salvezza Somalo, mediante il quale venne stabilito un cessate il fuoco tra il clan Haber Gedir ed il clan Majeerteen, furono aperte le rotte commerciali e formalizzato il ritiro dei militanti da Galkayo.

La fine della missione[modifica | modifica wikitesto]

La UNOSOM mediò la riconciliazione di Hirab del gennaio 1994 a Mogadiscio, tra gli anziani dei clan rivali Abgal e Haber Gedir; sostenuta anche dai politici, si concluse con un patto per cessare le ostilità, smantellare la linea verde che divideva la città e rimuovere i blocchi stradali. La UNOSOM mediò anche la iniziativa di Kismayo del 1994 tra forze armate somale, Movimento Patriottico somalo, Fronte Democratico di Salvezza Somalo ed i rappresentanti di 99 clan provenienti dalla regioni meridionali del Basso e Medio Giuba[62].

Nel 1994 la conferenza di Bardhere tra i Marehan e Rahanweyn risolse i conflitti riguardanti le risorse locali. Nel marzo 1995 venne istituito il Concilio di Governo Digil-Mirifle per le regioni meridionali di Bay e Bakool, ma ebbe vita breve[63].

I soldati ONU si ritirarono il 3 marzo 1995, senza che l'ordine in Somalia fosse stato restaurato e dopo aver subito molte perdite[64].

Critiche all'intervento ONU[modifica | modifica wikitesto]

Critici del coinvolgimento USA evidenziarono che "proprio prima che il presidente pro-USA Mohamed Siad Barre fosse deposto,quasi due terzi del territorio erano stati assegnati in concessione petrolifera a Conoco, Amoco, Chevron e Phillips. La Conoco aveva addirittura dato in prestito la sua sede in Mogadiscio all'ambasciata USA pochi giorni prima dell'arrivo dei Marines, che l'inviato speciale della prima amministrazione Bush usava come proprio temporaneo quartier generale.[65][66][67]

La cinica asserzione era che, piuttosto che un gesto puramente umanitario, il coinvolgimento USA mirasse al controllo delle concessioni petrolifere. La Somalia non ha riserve di petrolio certe, ma vengono considerate possibili riserve in Puntland. A tutt'oggi le esplorazioni petrolifere rimangono controverse. Il Governo avvertì gli investitori di evitare affari finché il Paese non venisse riportato alla stabilità.[68]

La guerra dopo il ritiro dei caschi blu (1995-2000)[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenze del disimpegno dell'ONU[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione United Shield.

Secondo l'ONG Interpeace, dopo il ritiro dell'UNOSOM II nel marzo 1995, gli scontri tra militari e fazioni locali diminuirono, in genere furono più brevi, meno intensi e più localizzati. Ciò fu dovuto, in parte, all'intervento militare ONU su larga scala che contribuì a ridurre l'intensità degli scontri tra le fazioni principali, le quali si concentrarono a consolidare gli utili ottenuti. Le iniziative locali di pace e riconciliazione organizzate nel centro e nel sud del paese tra il 1993 e 1995, ebbero anch'esse un impatto positivo.[69]

Successivamente, Aidid si dichiarò Presidente della Somalia il 15 giugno 1995.[70] In ogni caso, la sua dichiarazione non venne accolta, visto che il suo rivale Ali Mahdi Muhammad era già stato eletto Presidente ad interim alla conferenza di Gibuti e riconosciuto come tale dalla comunità internazionale.[71] Di conseguenza, la fazione di Aidid portò avanti la sua lotta per l'egemonia nel sud. Nel settembre 1995, le milizie locali attaccarono e occuparono la città di Baidoa.[72] Le forze di Aidid mantennero il controllo della città dal settembre 1995 fino alla fine del gennaio 1996, mentre la locale milizia Rahanweyn Resistance Army continuava ad agire nei dintorni della città.

I combattimenti continuarono fino alla seconda metà del 1995 nel sud a Kismayo e nella valle del Giuba, come anche nel sudovest e nel centro. Nonostante i diversi conflitti in corso, le regioni di Gedo e del medio Uebi Scebeli, il nordest ed il nordovest, si mantennero relativamente in pace. Diverse amministrazioni distrettuali, istituite negli anni precedenti, continuarono ad operare in queste aree.

Nella zona sud della città di Merca, le forze di Aidid combattevano contro quelle di Osman Ali Ato per il controllo del porto, zona strategica della città. I combattimenti a Merca cessarono dopo l'intervento degli anziani ma continuarono a Mogadiscio.

La morte di Aidid[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto 1996, Aidid morì per un arresto cardiaco, dopo essere rimasto ferito durante i combattimenti nel distretto di Wadajir (Medina).[73][74][75][76]

I tentativi di pacificazione[modifica | modifica wikitesto]

Gli accordi di Nairobi e la conferenza di Sodere[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre 1996 il processo di pace sembrò avviarsi a prendere forma con gli accordi di Nairobi, con i quali Ali Mahdi, il figlio del defunto generale Aidid, Hussein Farrah Aidid, e Ali Ato, si impegnavano alla cessazione delle ostilità. Nel novembre fu poi convocata una conferenza di pace a Sodere, in Etiopia, ma i lavori furono boicottati da Hussein Aidid, il quale lanciò l'offensiva contro Ali Ato e Muse Sudi Yalahow, alleato di Ali Mahdi, per il controllo della zona di Mogadiscio sud. Gli scontri, iniziati il 13 dicembre [77], proseguirono nei giorni successivi e portarono alla morte di più di cento persone, fra civili e miliziani.[78][79]

Frattanto, il 3 gennaio 1997, si concluse la conferenza di Sodere. L'esito fu una solenne dichiarazione diretta al popolo somalo e alla comunità internazionale; la conferenza condusse inoltre alla formazione di un Consiglio di salvezza nazionale, rappresentativo delle varie cabile presenti nel Paese. Secondo gli accordi, il Consiglio sarebbe stato formato da 41 esponenti scelti proporzionalmente fra tutti i clan: ai quattro clan maggiori (Darod, Hauia, Issaq e Reewin) nove seggi ciascuno, mentre i restanti cinque agli altri gruppi[80]. Sei ulteriori seggi furono successivamente riservati al Movimento Nazionale Somalo, formato dai clan Issaq e Dir del Puntland, che non avevano preso parte ai lavori. Fu poi istituita Commissione esecutiva nazionale formata da 11 membri e presieduta da cinque esponenti: il Presidente uscente Ali Mahdi Muhammad, Osman Ali Ato, Aden Abdullahi Nur Gabyow, Abdullahi Yusuf Ahmed, Abdulkadir Muhammad Aden.

I rappresentati dei diversi clan rinviarono ad una seconda conferenza, da tenere a Bosaso, i lavori per la costituzione di un governo nazionale provvisorio, ma la conferenza non fu poi convocata.

Hussein Aidid accusò l'Etiopia di interferire nelle questioni somale; da parte sua, il Primo ministro etiope, Meles Zenawi, ribadì che la mediazione da lui offerta rispondeva alle richieste prospettate dalle diverse fazioni in lotta [81].

Il 20 gennaio 1997 l'ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, incontrò Ali Mahdi e Hussein Aidid al Ramadan Hotel a Mogadiscio, per smantellare la linea verde e cessare le ostilità per la grave emergenza umanitaria. Il 29 luglio il sottosegretario agli esteri Rino Serri giunse a Mogadiscio incontrando, separatamente, Ali Mahdi, Hussein Aidid e Ali Ato.[82][83]

Il 18 maggio una nuova conferenza fu tenuta a Sana'a, in Yemen, fra i tre capi somali.[84]

La conferenza del Cairo[modifica | modifica wikitesto]

Dal 12 novembre al 22 dicembre si tennero poi, presso Il Cairo, i lavori per dar vita ad un processo di pacificazione. In tale circostanza, i diversi leader del Paese giunsero ad un accordo di massima, con il quale furono messi a punto i criteri per la costituzione di un'apposita Conferenza di riconciliazione nazionale, formata da 464 delegati. La dichiarazioe fu sottoscritta da Ali Mahdi, Hussein Aidid e da altri 26 capi fazione[85]. I lavori si sarebbero dovuti tenere a Baidoa il 15 febbraio successivo, ma furono rinviati al 15 maggio e di nuovo procrastinati; nel giugno, Ali Ato dichiarò che il processo di pace avviato al Cairo era morto.

Alla fine del gennaio 1998, tuttavia, Ali Mahdi, Hussein Aidid e Ali Ato erano ad un accordo di pace per l'amministrazione della città di Mogadiscio[86]; l'accordo fu confermato nel marzo successivo.[87]

I movimenti indipendentisti[modifica | modifica wikitesto]

A maggio si tenne poi, presso Garoe, nel nord-est del Paese, una conferenza costituzionale della durata di tre mesi. All'evento parteciparono esponenti dell'élite politica, gli anziani (detti Issims), membri della comunità economica, intellettuali e altri rappresentanti della società. La regione autonoma del Puntland venne ufficialmente istituita così da fornire servizi alla popolazione, offrire sicurezza, facilitare il commercio e il dialogo con le controparti, nazionali ed internazionali.

Il 3 settembre 1998, Mohammed Said Hersi Morgan, cognato dell'ex dittatore Siad Barre e suo ministro della difesa, proclamò l'indipendenza dell'Oltregiuba, nel sud-ovest del Paese.

Un ulteriore motivo di conflitto si legava al'aiuto prestato dalle truppe etiopi all'Esercito di Resistenza Rahanweyn (Rahanweyn Resistance Army), il cui leader, Hasan Muhammad Nur Shatigadud, si proclamò presidente della Somalia sud-occidentale. Il portavoce della fazione, Mohamed Ali Aden Qalinleh, si proclamò poi governatore della regione di Bai[88].

Nel corso del 1999 si ebbe una nuova esplosione di ostilità: i combattimenti si susseguirono con regolarità, causando la morte di centinaia di persone, tra civili ed esponenti delle fazioni in lotta. Ad aggravare la situazione si aggiunse l'epidemia di colera che colpì il Paese intorno a Bardera, provocando la morte di centinaia di persone.

Nel dicembre 1999, alcuni dei capi fazione di Mogadiscio giunsero ad un nuovo accordo per un nuovo governo della città. Ai lavori presero parte Hussein Aidid, Ali Ato, Mohamed Qanyare Afrah, Hussein Haji Bod e un rappresentante di Ali Mahdi, che si era frattanto trasferito in Egitto e che sarebbe tornato in Somalia nel febbraio 2000, dopo dieci mesi di permanenza all'estero; l'accordo portò alla riapertura del porto e dell'aeroporto di Mogadiscio, ma suscitò l'opposizione di Jama Mohamed Furuh, uno dei comandanti delle milizie di Aidid, che occupò la zona portuale.

La nascita del Governo nazionale di transizione (2000)[modifica | modifica wikitesto]

I tentativi di riportare la pace in Somalia trovarono un primo coronamento in occasione della conferenza di Gibuti tenutasi nell'agosto del 2000, alla quale presero parte oltre 2000 capi clan somali. I lavori, conclusisi il 13 agosto, condussero alla formazione di un Parlamento costituito da 225 membri e di un Governo nazionale di transizione. Fu eletto presidente Abdiqasim Salad Hassan, già ministro dell'interno durante il regime di Barre, mentre Primo ministro sarebbe divenuto Ali Khalif Galaid. Alla conferenza prese parte lo stesso Ali Madhi, che tuttavia aveva perso ogni effettiva influenza nello scacchiere del Paese.

In ogni modo violenze tra clan e tra signori della guerra continuarono per tutto il periodo e i cosiddetti "Movimenti di governo nazionale" mantennero un controllo del Paese piuttosto limitato.

La nascita del Governo federale di transizione (2004)[modifica | modifica wikitesto]

La formazione del nuovo governo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2004 i politici somali istituirono, a Nairobi, il Governo federale di transizione (GFT), sotto gli auspici dell'Autorità Intergovenativa per lo Sviluppo; la situazione era ancora troppo instabile in Somalia perché la Convenzione potesse tenersi a Mogadiscio. Il processo portò anche alla creazione delle Istituzioni Federali Transitorie e si concluse nell'ottobre 2004 con l'elezione di Abdullahi Yusuf Ahmed come presidente. Il GFT divenne il governo somalo riconosciuto a livello internazionale[89].

Nella prima metà del 2005, emersero delle divergenze tra il Primo ministro Ali Mohammed Ghedi ed il Presidente del Parlamento Sharif Hassan Sheikh Adan su dove insediare il GFT. Ghedi preferiva Jowhar mentre Aden era favorevole a Baidoa. In un tentativo di convincere il Presidente Yusuf, Adan insieme ad un gruppo di parlamentari e ministri visitarono Mogadiscio, per mobilitare il supporto da parte della comunità economica locale[90]. Il due leader, il Presidente Yusuf e membri del Parlamento, inoltre, si incontrarono in Kenya per trovare un compromesso. Allo stesso tempo, il GTF inviava delle delegazioni ufficiali nelle città di Jowhar e Baidoa per verificare se fossero in grado di ospitare, temporaneamente, il quartier generale del GTF; prima di un'eventuale ricollocazione degli uffici governativi a Mogadiscio. Nel giugno-luglio 2005, il GTF istituiva un sede temporanea a Jowhar, a causa della persistente insicurezza della capitale[91]. Successivamente, all'inizio del 2006, il GTF spostava la sua sede temporanea a Baidoa

L'ascesa dell'Unione delle corti islamiche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Unione delle corti islamiche.

Nei primi mesi del 2006 alcuni gruppi islamici integralisti fondarono l'Unione delle corti islamiche, con l'obiettivo di conquistare il governo del Paese e di imporre la Shari'a. Ad essi si opponeva l'Alleanza per la restaurazione della pace e dell'anti-terrorismo (ARPCT), formata dalle varie formazioni politiche somale. Il Presidente Yusuf, con l'obiettivo di stabilizzare la sicurezza, chiese l'invio di forze armate in Somalia da parte dell'Unione Africana, la quale però era a corto di risorse per porre in essere ciò nel breve periodo. Il Presidente Yusuf arruolò soldati provenienti dal suo elettorato. Contemporaneamente, l'Etiopia provvedeva all'addestramento militare delle nuove truppe. Tali sviluppi, insieme ai finanziamenti statunitensi alla coalizione Alliance for the Restoration of Peace and Counter-Terrorism (ARPCT), allertarono molti leader nella Somalia sud-centrale e portarono all'ascesa dell'Unione delle Corti Islamiche (ICU).

Nel giugno 2006, la ICU riuscì a catturare la capitale nella seconda battaglia di Mogadiscio, scacciando la ARPCT sulle alture circostanti, e riuscendo a persuadere altri signori della guerra a far parte della propria fazione. Sulla scia di modesti successi militari le Corti islamiche, con l'assistenza militare dell'Eritrea, estesero la loro autorità fino alle frontiere del Puntland, e presero il controllo del centro - sud del paese (Jubaland). In un tentativo di riconciliazione, i rappresentanti del GFT e dell'ICU si incontrarono a Kartoum per diversi round di colloqui, sotto l'auspicio della Lega Araba. Tali incontri si conclusero con un insuccesso, dovuto alla rigidità mantenuta da entrambe le parti, non incline a compromessi. Successivamente, la linea dura degli islamisti prese il potere all'interno dell'ICU, determinando così la talebanizzazione del movimento.

La crescente base di potere e di attivismo del movimento Islamico portò a un sempre più aperto stato di guerra tra gli islamisti e le altre fazioni, inclusi il Governo federale (GFT), gli Stati autonomi di Puntland e Galmudug, l'ultimo dei quali nacque precipuamente come argine politico al fondamentalismo islamico. Il caos imperante generò l'intervento dell'Etiopia, interessata più che a mantenere la pace, ad arginare l'esplosione di fanatismo religioso che avrebbe potuto creare disordini entro i propri confini nazionali. L'ICU presumibilmente ottenne l'aiuto dell'Eritrea, rivale dell'Etiopia, e di mujahidin stranieri, e proclamò il Jihad contro l'Etiopia in risposta alla sua occupazione di Gedo e allo spiegamento delle sue forze intorno a Baidoa.

Intervento etiopico e crollo dell'ICU[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 2006, le truppe etiopi entrarono in Somalia per aiutare il GFT nella lotta contro le ICU e, inizialmente, vinsero la battaglia di Baidoa. Il 28 dicembre 2006, le forze alleate ripreso la capitale dalle mani dell'ICU. L'offensiva aiutò il GFT a consolidare il suo ruolo. Le forze etiopi e del GTF allontanarono l'ICU da Ras Kamboni tra il 7 ed il 12 gennaio 2007; nell'occasione erano sostenute da almeno due bombardieri statunitensi. Dopo una breve azione finale nella battaglia di Jowhar il 27 dicembre, i leaders della ICU si dimisero. In seguito alla battaglia di Jilib, combattuta il 31 dicembre 2006, Kismayo cadde in mano alle forze del GFT e agli etiopici, il 1º gennaio 2007. In data 8 gennaio 2007, il Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed, per la prima volta da quando aveva assunto la carica, entrava a Mogadiscio per portare avanti le consultazioni con la locale società civile, economica e religiosa. L'amministrazione temporanea aveva già stabilito il controllo sulla maggior parte del territorio centrale e meridionale del paese. Membri del governo e ufficiali del International Contact Group on Somalia incominciavano, allo stesso tempo, a pianificare colloqui di riconciliazione, dispiegamento di force peace-keeping, disarmo e una strategia di sviluppo nazionale. Secondo l'AMISOM, il GFT aveva guadagnato molta approvazione e fatto molti progressi significativi nella istituzionalizzazione politica dell'area.

A Mogadiscio, i residenti appartenenti al clan Hawiye, i quali erano stati spodestati dall'ICU, risentirono anche della sconfitta di quest'ultima. Essi diffidavano del GFT, il quale era al tempo dominato da membri del clan Darod, ritenendolo funzionale all'avanzata degli interessi del clan Darod, a discapito di quelli del clan Hawiye. Inoltre, temevano rappresaglie per i massacri compiuti a Mogadiscio nel 1991 dai miliziani Hawiye contro i civili Darod ed erano sbigottiti per il coinvolgimento dell'Etiopia. Critiche furono rivolte anche alla base federale del GFT, considerata come parte di un complotto del governo etiope per mantenere la Somalia divisa e debole. Nel marzo 2007, il Presidente Ahmed annunciava dei piani per una smilitarizzazione forzata delle milizie in città. Successivamente, secondo l'ISA, una coalizione di ribelli locali guidati da Al-Shabaab lanciò una serie di attacchi contro le truppe del GTF e dell'Etiopia[92]. La risposta delle forze alleate fu molto dura[93]. Human Rights Watch ha dichiarato che entrambe le parti in conflitto si resero responsabili di diverse violazioni delle leggi di guerra. I resoconti riferiscono che i ribelli si distribuirono e fissarono le loro basi nei quartieri densamente popolati, sparando colpi di mortaio dai quartieri residenziali e individuando in soggetti pubblici e privati gli obiettivi per violenze e assassini. Mentre le truppe del GFT ebbero un ruolo secondario rispetto a quelle etiopi,le prime furono accusate di non aver avvisato, in modo efficace, i civili presenti nelle zone di guerra, di aver impedito i soccorsi, saccheggiato le proprietà e maltrattato i detenuti durante degli arresti di massa. Le truppe etiopi furono anch'esse accusate di aver sparato, in modo indiscriminato, colpi di mortaio, razzi e proiettili in zone densamente popolate, saccheggiato le proprietà e, in certe situazioni, praticato esecuzioni sui civili[92].

L'intervento USA[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2007, gli Stati Uniti intervennero militarmente nel paese, per la prima volta in modo ufficiale dallo schieramento dell'ONU negli anni 90 conducendo attacchi aerei con l'uso dei AC-130 contro le posizioni islamiche a Ras Kamboni, come parte del tentativo di catturare o uccidere elementi di al-Qaida presumibilmente infiltrati nelle forze dell'ICU. Rapporti non confermati asseriscono che consiglieri USA sono stati sul terreno con le forze etiopiche e somale sin dall'inizio della guerra. Forze navali furono dispiegate al largo per prevenire tentativi di fuga in mare e la frontiera con il Kenya chiusa.

Nel febbraio 2007, l'embargo degli armamenti sulla Somalia venne rimosso, così da permettere agli Stati di fornire armi alle forze del GFT; tali forniture dovevano essere approvate, prima della consegna, dalla UN's Somalia Sanctions Committee. Dopo una lunga discussione, nel marzo 2007 l'Unione africana il primo dispiegamento della Missione dell'Unione africana in Somalia (AMISOM), con il compito di facilitare la ricostruzione delle forze di sicurezza somale[94]. Questa missione ampliò il numero dei Paesi che potevano parteciparvi rispetto alla missione precedentemente proposta guidata dai Paesi del Corno d'Africa, IGAD. In reazione alla missione panacfricana sorse il Movimento popolare di resistenza nella terra delle due migrazioni (PRM). L'AMISOM istituì una piccola area di protezione intorno all'aeroporto, al porto di Mogadiscio e Villa Somalia; iniziò anche ad instaurare negoziati di basso profilo con gli attori chiave. Nel novembre 2008, in seguito a diverse violazioni sul blocco delle armi, il Consiglio di Sicurezza ONU decise che poteva essere imposto un embargo sulle armi alle entità coinvolte in tali violazioni[94].

Infiltrazioni islamiche e la lotta tra clan[modifica | modifica wikitesto]

Appena la ICU venne scacciata dal campo di battaglia, le sue truppe si dispersero per cominciare la guerriglia contro le forze governative etiopi e somale. Nello stesso tempo, la fine della guerra venne seguita dalla continuazione di esistenti conflitti tribali. Alcune delle frange più radicali, inclusi gli Al-Shabaab, si riunirono per continuare la ribellione verso il GFT e l'opposione verso la presenza delle truppe etiopi in Somalia. Tra il 2007 ed il 2008, gli Al-Shabaab ottennero delle vittorie militari ed il controllo di porti e città-chiave sia nel centro che nel sud della Somalia. Alla fine del 2008, la fazione conquistò Baidoa, ma non Mogadiscio. Il 1º maggio 2008, gli Stati Uniti bombardarono Dhusamareb, mentre il successivo 3 maggio colpirono la città di confine di Dobley. Ascoltati dal International Crisis Group, i leader etiopi erano sorpresi dalla persistenza della ribellione ed erano stanchi e frustrati dai cronici problemi interni del GFT[95]. Nel gennaio 2009, gli Al-Shabaab e altre milizie riuscirono a spingere le truppe etiopi a ripiegare, lasciando dietro di sé una forza di peace-keeping, quella dell'UNione Africana, sottorganico[96].

A causa della mancanza di fondi e di risorse umane, dell'embargo sulle armi che rendeva difficile ricostruire una forza di sicurezza nazionale e la generale indifferenza della comunità internazionale, il Presidente Yusuf si trovò obbligato a spostare molto truppe da Puntland a Mogadiscio, così da sostenere il conflitto contro le forze ribelli emergenti nel sud. Il supporto finanziario per questo sforzo venne sostenuto dal governo regionale autonomo. Il territorio di Puntland divenne, però, vulnerabile agli attacchi dei pirati e dei terroristi[97][98].

Il 29 dicembre 2008, il Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed annunciò, di fronte ad un Parlamento riunito a Baidoa, le sue dimissioni da Presidente della Somalia. Nel suo discorso, che venne trasmesso alla Radio nazionale, espresse il suo rammarico per aver fallito nel tentativo di porre fine alla guerra che durava da diciassette anni; compito che rientrava nel mandato del suo governo[99]. Inoltre, egli accusò la comunità internazionale di aver fallito nel sostegno del suo governo e dichiarò che il Presidente del Parlamento sarebbe stato il suo successore a capo del Governo Federale di Transizione[100].

Coalizione di governo[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 31 maggio ed il 9 giugno 2008, rappresentanti del Governo federale somalo e del gruppo islamico-moderato Alleanza per la Riliberazione della Somalia (ARS) parteciparono a dei colloqui di pace a Djibouti, moderati dall'ex-Inviato Speciale ONU per la Somalia Ahmedou Ould-Abdallah. La conferenza si chiuse con la firma di un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe etiopi in cambio della fine delle ostilità. Il Parlamento venne successivamente allargato a 550 posti, così da permettere l'ingresso dei membri dell'ARS. Il 30 gennaio 2009 si tennero le elezioni presidenziali, le quali videro vincitore Sheik Sharif Sheikh Ahmed, ex-vertice dell'ARS. Poco tempo dopo, il Presidente Sharif indicò Abdirashid Ali Sharmake, il figlio dell'ex Presidente Abdirashid Ali Sharmarke, come il nuovo Primo ministro somalo[101].

Nel febbraio 2009 la coalizione al governo, con l'aiuto dell'AMISOM, diede il via ad una controffensiva per assumere il totale controllo della metà meridionale dello Stato. Per rafforzare il suo ruolo, il GTF formò un'alleanza con l'Unione delle Corti Islamiche, altri membri della Alleanza per la re-liberazione della Somalia e con Ahlu Sunna Waljama'a, una milizia sufi moderara[102]. Inoltre a metà del 2009, gli Al-Shabaab e Hizbul Islam, i due principali gruppi islamisti dell'opposizione, incominciarono a scontrarsi tra loro.

L'introduzione della Shari'a, attentati e battaglie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sharif Sheikh Ahmed.

Per tutto l'inizio del 2009 numerosi attacchi suicidi degli estremisti islamici martoriarono la credibilità del governo provvisorio, tenuta insieme da fragili accordi intertribali. Il 1º marzo 2009, a causa dei frequenti kamikaze mandati da Hizbul Islam, una fazione estremista islamica emergente, il presidente Sharif Sheikh Ahmed chiese la tregua in cambio della Shari'a. Le fazioni accettano, ma il presidente non ritirò le truppe. Per questi motivi la tregua non entrò mai in vigore: il 25 maggio gli scontri raggiunsero la capitale nella terza battaglia di Mogadiscio, e il 6 maggio il fronte si estese a Wabho, mentre si contavano ormai centinaia e centinaia di vittime. Il 22 giugno, a causa dell'avvicinarsi delle fazioni alla capitale, Sharif Ahmed inviò un appello ai Paesi esteri chiedendo un sostegno internazionale di fronte alla crisi e dichiarò lo stato di emergenza. Per tutto il mese di giugno 2009, inoltre, le forze etiopi si mantennero operative, acquisendo numerose posizioni fortificate dei fondamentalisti.

L'attentato al governo[modifica | modifica wikitesto]

A giugno 2009 il governo era già stato colpito con l'uccisione del ministro della Sicurezza Homar Hashi Aden in un attentato terroristico. Il giorno del 3 dicembre 2009, durante una festa per diplomi di laurea, un durissimo colpo viene inferto al Governo somalo a partire dai suoi stessi membri. All'Università di Mogadiscio, nella ormai piccola zona della città non invasa dagli estremisti islamici, dove risiede il governo, e controllata dalle forze dell'Unione africana, un kamikaze vestito da donna si fa esplodere causando la morte di 22 persone, tra cui 15 studenti e 4 ministri del governo di Sharif Ahmed. Il 5 dicembre 2009, a causa delle lesioni conseguite in seguito a quest'attentato, moriranno altre due persone tra cui un altro ministro, il ministro dello Sport. Ciò che resta del Governo della Somalia, immediatamente accusa l'organizzazione al-Shebāb, ricollegata ad al-Qaida, di aver organizzato l'attentato, nonostante l'organizzazione ufficialmente neghi[103].

La Somalia verso la normalizzazione (2009-2012)[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 2010 venne insediato un nuovo governo tecnocratico il quale portò avanti diverse riforme. Nei suoi primi 50 giorni la nuova amministrazione completò il primo pagamento mensile dei soldati e cominciò a dare esecuzione ad un registro biometrico completo delle forze di sicurezza, programma che si sarebbe concluso nei successivi quattro mesi.

Per tutto il 2010, la guerra continua, e il Governo è ormai accerchiato a Mogadiscio. Il 23 agosto 2010 Al-Shabaab irrompe nell'hotel solitamente frequentato dai deputati e fucila trentatré persone, tra cui quattro parlamentari[104]. Una decina di giorni più tardi, è drammatico l'annuncio del parlamentare di maggioranza Sharif Said, che annuncia la prossima fine totale del Governo somalo di transizione. I miliziani infatti, si trovano, al periodo dell'annuncio, a soli cento metri dal palazzo presidenziale nella divisa Mogadiscio e il presidente Sharif Ahmed è stato costretto a fuggire dal Palazzo e a rifugiarsi tra gli uomini della sua tribù, a nord della capitale. Molti dei deputati e ministri hanno abbandonato la città, e vivono stabilmente nella keniota Nairobi.

Sharif Said afferma, inoltre, che le vere motivazioni del conflitto non sono soltanto religiose, ma anche economiche, e cioè mettere le mani sugli aiuti che arrivano più o meno clandestinamente, milioni di euro in gran parte dal Sudan, lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti[105].

Nell'estate del 2011 una terribile carestia si abbatte sulla Somalia. Sin dall'inizio, si prevedono centinaia e centinaia di morti. Nella confusione che si viene a creare, regna l'anarchia più assoluta, e persino Al-Shabaab non riesce a far fronte alla situazione. A seguito di ciò, il gruppo islamista si ritira definitivamente e completamente da Mogadiscio. Ciò porta un'isperata vittoria al governo di Sharif Sheikh Ahmed[106].

Nell'ottobre 2011 venne dato il via ad una operazione coordinata tra Forze armate somale e keniote contro i gruppi Al-Shabaab nel sud della Somalia; l'operazione era stata preceduta da un fine settimana di incontri preparatori tra ufficiali militari somali a kenioti tenutisi a Dhobley[107]. Le incursioni oltre confine richiesero quasi due anni di pianificazione, durante i quali gli ufficiali kenioti cercarono il supporto statunitense[108]. La missione venne guidata ufficialmente dall'esercito somalo, con le forze del Kenya a sostegno. Agli inizi del 2012 del truppe del Kenya sono state formalmente integrate nell'AMISOM.

Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 2012, le truppe somale, il contingente keniota dell'AMISOM e la milizia alleata Raskamboni strapparono la città strategica di Kismayo agli Al-Shabaab. Il centro abitato rappresentava una delle maggiori fonti di reddito per gli Al-Shabaab, nonché la loro ultima roccaforte[109].

Nel novembre 2012,secondo quanto dichiarato dall'Inviato speciale ONU per la Somalia Augustine Mahiga, circa l'85% dei territori contesi era sotto il controllo del governo somalo. Un'eventuale ritiro delle truppe AMISOM sarebbe avvenuto una volta che forze di sicurezza e di polizia somale avessero raggiunto un adeguato livello di preparazione.[110]

La nascita della Repubblica Federale Somala (2012)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo di transizione si concluse ufficialmente nell'agosto 2012, quando fu approvata la nuova Costituzione (1º agosto); nuovo Presidente divenne Hassan Sheikh Mohamud.

Sviluppi dell'AMISOM[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2013, in seguito alla Risoluzione ONU 2093, il mandato dell'AMISOM era stato esteso per un altro anno. I 15 membri del Consiglio di Sicurezza ONU, votarono all'unanimità per la sospensione dell'embargo sulle armi leggere per il periodo di un anno. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza invitò il governo federale ad accelerare lo sviluppo di una nuova strategia di sicurezza nazionale, sollecitando le autorità centrali a velocizzare il piano con l'individuazione della composizione delle forze di sicurezza e delle relative lacune. Così da permettere ai partner internazionali di affrontarle al meglio.[111]

Secondo Laura Hammond della School of Oriental and African Studies il governo federale sostenuto dall'AMISOM ha gestito la riconquista dei maggiori centri urbani della Somalia. In ogni caso, gli Al-Shabaab continuano a controllare molte zone rurali, nelle quali, secondo le testimonianze, molti militanti si confondono nelle comunità locali, così da confondere le autorità centrali.[112]

Nell'ottobre 2013, i militari statunitensi incominciarono a installare la Mogadishu Coordinating Cell nella capitale somala, divenuta pienamente operativa a fine dicembre.[113] L'unità venne formata in seguito ad una richiesta del governo somalo e dell'AMISOM, i quali ne discussero in settembre con il Segretario alla Difesa USA Chuck Hagel. L'unità consiste in una piccola squadra composta da meno di cinque consiglieri, inclusi progettisti e comunicatori, che si pone fra le autorità somale e l'AMISOM. Scopo della cellula è fornire consulenza e supporto alla pianificazione alle forze alleate, con l'obiettivo di accrescere le loro capacità e promuovere la pace e la sicurezza in tutto il paese e, più ampiamente, nella regione.[114] Nel novembre 2013, un alto ufficiale del governo etiope annunciò che le truppe dislocate in Somalia sarebbero entrate a far parte dell'AMISOM e affermando come una richiesta in tal senso era già stata formalizzata. All'epoca, circa 8.000 soldati etiopi erano presente nel paese.[115] Il Ministro degli esteri somalo accolse con favore la notizia, sostenendo che la decisione avrebbe rafforzato la campagna dell'AMISOM contro gli Al-Shabaab.

In seguito alla Risoluzione ONU 2124, la quale ha autorizzato il dispiegamento di altri 4.000 soldati per aumentare il contingente AMISOM, le truppe etiopi hanno formalizzato, nel gennaio 2014, il loro ingresso nella missione. Il loro compito è quello di operare insieme all'Esercito nazionale somalo, con la responsabilità per le operazioni nelle zone a sud di Ghedo, Bakool e nella regione di Bay. Le truppe etiopi rappresentano il sesto contingente AMISOM, dopo quelli di Gibuti, Burundi, Sierra Leone, Kenya e Uganda.[116]

Nel gennaio 2014, al Summit dell'Unione Africana tenutosi ad Addis Abeba, il Presidente Hassan Sheikh Mohamud chiese un prolungamento del mandato per l'acquisto di armi stabilito dalle Nazioni Unite, in scadenza per marzo dello stesso anno. Il presidente affermò che le forze di difesa somale avessero la necessità di armi ed equipaggiamento migliori per combattere efficacemente i miliziani.[117] Il mese successivo il Gruppo di monitoraggio ONU su Somalia ed Eritrea rilasciò un rapporto dal quale emersero gli abusi sistematici degli ufficiali all'interno del governo somalo, i quali permisero la distrazione delle armi dalle forze di sicurezza somale per consegnarle nelle mani di capi fazione e miliziani Al-Shabaab. Il gruppo dichiarò di aver osservato diversi problemi e manifestò molte preoccupazioni per ciò che concerneva la gestione delle scorte di armi e munizioni, tra queste vi era anche la difficoltà per gli osservatori di accedere ai locali, nei quali erano immagazzinate le armi, e ottenere informazioni. Pur riconoscendo l'impossibilità di quantificare il numero di armi dirottate, a causa dei vari limiti, gli osservatori affermarono come uno dei consiglieri chiave del presidente fosse coinvolto nella consegna di armi agli Al-Shabaab e come le spedizioni di armi da Djibouti a dall'Uganda non sarebbero state quantificabili. Il Capo di Stato maggiore dell'esercito Dahir Adan Elmi negò le accuse, dichiarando come nessun ufficiale avesse venduto o dirottato armi e che queste erano conservate in luoghi sicuri. Egli affermò anche come una squadra di monitoraggio ONU avesse per due volte visitato i siti di stoccaggio di armi e munizioni del governo a Mogadiscio; durante la visita vennero mostrate le scorte di armi e i funzionari si mostrarono soddisfatti[118]. Inoltre il comando dichiarò che il governo aveva per due volte acquistato armamenti da quando l'embargo sulle armi applicato alla Somalia era stato parzialmente cancellato. Il generale Elmi sostenne anche che gli Al-Shabaab già possedevano forniture di armi, utilizzando soprattutto ordigni esplosivi e bombe modificate; allo stesso tempo sostenne che il Gruppo di monitoraggio avesse creato le accuse con lo scopo di impedire il funzionamento del governo somalo e delle forze armate, mentre tentava di raccogliere fondi per le sue attività mantenendo la minaccia degli Al-Shabaab costante[119].

Nel febbraio 2014, una delegazione guidata dal Primo ministro somalo Abdiweli Sheikh Ahmed ebbe un incontro ad Addis Abeba con il Primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, per discutere di un rafforzamento delle relazioni tra i due paesi. Ahmed elogiò il ruolo dell'Etiopia del processo di pace e stabilizzazione della Somalia, come il suo supporto nella lotta agli Al-Shabaab, e diede il benvenuto alla decisione dei militari etiopi di entrare nell'AMISOM. Hailemariam Desalegn, in risposta, promise di continuare negli sforzi di pacificazione e stabilizzazione della Somalia, come quelli per sostenere la crescita delle forze di sicurezza somale, attraverso esperienza, partecipazione e addestramento[120].

All'inizio di marzo 2014 le forze di sicurezza somale e l'AMISOM hanno lanciato un'intensa operazione militare volta a cacciare gli Al-Shabab dalle zone meridionali dello Stato ancora sotto il loro controllo. Secondo il primo ministro Abdiweli Sheikh Ahmed, il governo ha successivamente compiuto degli sforzi per stabilizzare le aree appena liberate, tra le quali Rab Dhure, Hudur, Wajid e Burdhbo. Il Ministro della Difesa forniva rassicurazioni alla popolazione locale e supporto logistico. Inoltre il Ministro dell'Interno venne preparato ad inserire nei programmi azioni di supporto all'amministrazione locale e alla sicurezza. Un vice ministro e diversi studenti religiosi furono dislocati in tutte e quattro le città per coordinare e supervisionare le iniziative del governo sulla stabilizzazione[121]. Il 26 marzo le forze alleate avevano liberato dieci città nel giro di un mese, tra le quali Qoryoley ed El Buur[122][123]. Il Rappresentante Speciale dell'ONU per la Somalia Nicholas Kay descrisse l'avanzata militare come l'offensiva più importante, e geograficamente estesa, da quando le truppe dell'Unione Africana incominciarono le loro operazioni nel 2007[124]. Nell'agosto 2014, il governo somalo ha dato il via all'Operazione Oceano Indiano con l'obiettivo di rimuovere dal paese gli ultimi nuclei di resistenza. Il 1º settembre 2014, un drone statunitense, nel contesto di una missione più estesa, uccise il leader di Al-Shabaab Moktar Ali Zubeyr[125]. Le autorità americane indicarono il raid come una delle maggiori perdite per gli Al-Shabaab, da un punto di vista simbolico e operativo e il governo somalo offrì per 45 giorni l'amnistia per tutti i membri moderati del gruppo terroristico. Analisti politici suggerirono che la morte del leader degli Al-Shabaab porterà alla frammentazione e alla eventuale dissoluzione del gruppo.

In data 9 giugno 2015, il Primo ministro della Somalia Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha dichiarato che prevede la fine del gruppo terroristico entro il termine dell'anno, aggiungendo però che per affrontare le cause profonde del conflitto, quelle che portano molti giovani ad arruolarsi, servirà molto più tempo.[126]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Kenya: Seven Oromo Liberation Front Fighters Held in Garissa Allafrica.com (Daily Nation), January 6, 2007
  2. ^ allAfrica.com: Somalia: Islamist Group Supports President Sharif
  3. ^ E. African Nations Back Kenyan Offensive in Somalia
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