Conflitto in Sudan del 2023
| Conflitto in Sudan del 2023 | |||
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Controllato dalle Forze armate sudanesi Controllato dalle Forze di Supporto Rapido Controllato dal Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord (al-Hilu) Controllato dalle Forze di Supporto Rapido e dal Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord (al-Hilu) Controllato dal Movimento per la Liberazione del Sudan (al-Nur) Controllato dal Darfur Joint Protection Force | |||
| Data | 15 aprile 2023 - in corso (2 anni e 278 giorni) | ||
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| Causa | Conflitto interno tra due schieramenti armati | ||
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| 60 000-150 000 vittime, 11 milioni di sfollati (gennaio 2025)[4][5] | |||
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Il conflitto in Sudan del 2023 è un conflitto armato non internazionale che ha avuto inizio il 15 aprile 2023 in Sudan, e vede contrapposti due gruppi militari, i cui capi erano anche membri del principale organo esecutivo del Paese, il Consiglio sovrano. Le due principali parti in causa sono le Forze armate sudanesi, capeggiate dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, e dall'altra le Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), un gruppo paramilitare controllato da Mohamed Hamdan Dagalo.[6][7]
Lo scontro tra queste due fazioni avvenne sia a causa dell'instabilità dovuta alla grave crisi economica del Paese, sia per ragioni politiche: dopo un primo (2019) e un secondo colpo di Stato (2021), un accordo per un periodo di transizione verso un governo civile prevedeva lo scioglimento delle Forze di Supporto Rapido e l'inquadramento dei loro membri nell'esercito regolare. Gli attriti tra Burhan e Dagalo sulle tempistiche e le modalità dello scioglimento furono una delle cause scatenanti del conflitto.[8][9][10]
I combattimenti comportarono una gravissima crisi umanitaria: a gennaio 2025 vennero stimate più di 60 000 vittime, 11 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, e vi furono gravi episodi di carestia.[4] Tra il 22 e il 23 aprile 2024, vennero evacuati per via aerea e navale diversi cittadini provenienti da vari Paesi.[11][12] La gravità del conflitto spinse Edem Wosornu, direttrice delle operazioni dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, a dichiarare che quello del Sudan "è uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d'uomo".[13]
Dopo una serie di successi iniziali delle Forze di Supporto Rapido, tra cui la cattura della capitale Khartum e la conquista di gran parte del Darfur, le Forze armate sudanesi lanciarono una controffensiva che portò alla riconquista di diverse località chiave, tra cui proprio Khartum. Alla fine del 2025 l'esercito regolare controllava la parte orientale e settentrionale del paese. Le RSF controllavano invece la parte occidentale del paese, dove formarono un governo parallelo denominato Governo di Pace e Unità.[14][15]
Contesto
[modifica | modifica wikitesto]Il Sudan, proveniva da un periodo di forte instabilità politica e economica: nell'aprile 2019 il presidente Omar Al Bashir, al potere da più di trent'anni, venne destituito da un colpo di Stato organizzato dai militari e a seguito di partecipate proteste popolari. Anche dopo il colpo di Stato le proteste continuarono poiché il capo della giunta militare, il generale Ahmed Awad Ibn Auf, era considerato troppo vicino a Omar Al Bashir. Poco dopo al posto di Auf subentrò l’ex capo di stato maggiore Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, che si mise a capo di un nuovo organo governativo, il Consiglio sovrano composto da civili e militari. Il vicecapo del Consiglio sovrano era il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, che esercitava una grande influenza negli affari del paese grazie al controllo del gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido.[16][17]
Il governo di transizione frutto dell'accordo tra i militari e le forze di opposizione a Bashir venne a sua volta rovesciato da un altro colpo di Stato organizzato dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Anche in questa occasione, venne creato un nuovo Consiglio sovrano presieduto da Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo. Nel dicembre 2022 venne stipulato un nuovo accordo tra i militari e i gruppi pro-democrazia per la transizione verso un regime democratico. Al pari del precedente accordo del 2019, le tempistiche e la modalità della transizione erano descritte in maniera molto vaga. Fra le altre cose, veniva specificato che le Forze di Supporto Rapido avrebbero dovuto fondersi con l'esercito regolare, ma mentre il generale Burhan proponeva un orizzonte temporale di due anni, il capo del gruppo Dagalo sosteneva che sarebbero serviti almeno dieci anni. Tale differenza di vedute si spiegava con il fatto che l'unione delle Forze di Supporto Rapido con l'esercito regolare avrebbe indebolito considerevolmente il potere detenuto da Dagalo. Le tensioni tra i due militari crebbero rapidamente, con accuse e attacchi reciproci.[18][19][20]
Le parti in causa
[modifica | modifica wikitesto]Forze Armate Sudanesi e Abdel Fattah Burhan
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All'inizio del conflitto il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan era il comandante delle Forze armate sudanesi e il capo del Consiglio sovrano, l'organo esecutivo del Paese formato dopo il colpo di Stato del 2021. Durante il conflitto del Darfur partecipò ai combattimenti come comandante regionale dell'esercito, e ebbe i primi contatti con Mohamed Hamdan Dagalo. La sua ascesa al potere iniziò dopo il colpo di Stato del 2019 e la caduta di Omar al-Bashir e del suo immediato successore, l'allora ministro della difesa Ibn Auf. Da quel momento Burhan, a capo del primo Consiglio sovrano assieme a Dagalo, consolidò il suo potere e il controllo dell'esercito.[21][22]
Secondo il CIA World Factbook, all'inizio del conflitto l'esercito contava fino a 200 000 soldati. L'aviazione e i mezzi corazzati sono principalmente di fabbricazione cinese, russa e sovietica, in aggiunta a una produzione interna tramite compagnie statali di sistemi di armamento sotto licenza di origini cinesi, russe, turche e ucraine. L'esercito dispone anche di una marina e di un'aviazione.[23] Le forze armate sudanesi godevano anche del supporto della Central Reserve Police, un'unità di polizia con addestramento militare, comprendente circa 80 000 unità. Il gruppo opera specialmente a Khartum ed è specializzato in combattimenti in aree urbane.[24]
Forze di Supporto Rapido e Mohamed Hamdan Dagalo
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Le Forze di Supporto Rapido (RSF), sono un gruppo paramilitare creato nel 2013 e capeggiato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il gruppo ebbe origine dai Janjaweed, miliziani filogovernativi utilizzati negli anni 2000 dal regime di Omar al-Bashir per reprimere la ribellione in Darfur. Tali milizie erano composte in particolare da combattenti di etnia araba appartenenti alla tribù nomade dei Rizeigat, provenienti dal Darfur settentrionale e dalle zone limitrofe del Ciad.[22][25][26]
Dagalo faceva parte dei Janjaweed, e nel 2007 minacciò assieme agli uomini della sua brigata un ammutinamento a causa dei ritardi nelle loro paghe. Riuscì così a stipulare un accordo con Omar al-Bashir, ottenendo le paghe per sé e per i suoi uomini e venendo nominato brigadier generale. Nel 2013 il regime di al-Bashir volle dare un maggior ruolo istituzionale a Dagalo e ai Janjaweed, creando così le Forze di Supporto Rapido, di cui Dagalo fu subito nominato comandante. Nel 2017 le RSF presero il controllo delle miniere d'oro del Darfur, permettendo a Dagalo di diventare uno degli uomini più ricchi del Paese. Una parte consistente delle RSF combatté anche in Yemen e in Libia per conto dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, e il gruppo collaborò con la Russia e il gruppo Wagner per le operazioni minerarie nel Darfur.[22][25][25]
Le RSF rimasero sempre un gruppo autonomo scollegato dall'esercito e sotto il controllo diretto di Dagalo. Si stima che all'inizio del conflitto contassero tra i 70 000 e i 150 000 combattenti e diverse migliaia di mezzi corazzati. Non disponevano tuttavia di aviazione e avevano prevalentemente esperienza in combattimenti nelle zone rurali del Paese.[25][25]
Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord
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Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord (Sudan People's Liberation Movement–North, o SPLM–N) è un'organizzazione politica e gruppo militare presente negli Stati di Nilo Azzurro e Kordofan Meridionale. Separatosi dal Sudan People's Liberation Movement dopo l'indipendenza del Sudan del Sud, è a sua volta diviso in tre fazioni, che prendono il nome dai loro rispettivi comandanti: Abdelaziz al-Hilu, Malik Agar, e Yasir Arman. L'SPLM–N (Agar) non è in lotta con il governo, al punto che Malik Agar venne nominato vice capo del Consiglio sovrano al posto di Dagalo a maggio 2023. Al contrario, l'SPLM–N (al-Hilu) entrò nel conflitto a giugno 2023, combattendo contro le forze governative nel Kordofan Meridionale. All'inizio del conflitto si stimò che l'SPLM–N (al-Hilu) disponesse di decine di migliaia di uomini e di artiglieria pesante.[27][28]
Il conflitto
[modifica | modifica wikitesto]15 aprile 2023: L'inizio delle ostilità
[modifica | modifica wikitesto]Il 13 aprile 2023 un gruppo di soldati delle Forze di Supporto Rapido con più di 200 veicoli al seguito circondò l'aeroporto di Merowe, dove si trovava una base militare dell'Egitto. Testimoni riferirono anche l'entrata di vari mezzi pesanti nella capitale Khartum. L'esercito sudanese denunciò le operazioni delle Forze di Supporto Rapido, sostenendo che fossero avvenute in modo illegale e senza che ne venissero informati, mentre le RSF dichiararono che si trattavano di normali procedure di ricollocamento di uomini e mezzi. Vari membri del governo sudanese e delle diplomazie internazionali di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea invitarono a una risoluzione pacifica delle controversie e a una futura riunificazione dell'esercito sotto il controllo civile.[29][30]

Attorno alle 9 del mattino del 15 aprile 2023 iniziarono gli scontri tra l'esercito regolare e i membri delle Forze di Supporto Rapido. Inizialmente gli scontri si erano concentrati in una base militare a sud di Khartum controllata dalle RSF, ma dopo poco tempo si allargarono al palazzo presidenziale, al quartier generale dell'esercito, alla sede della televisione di Stato sudanese, e all'aeroporto della città. Zone vicine a Khartum furono a loro volta coinvolte nei combattimenti, come ad esempio le città di Omdurman e di Bahrī. A Bahrī in particolare l'esercito utilizzò l'aviazione già dal 16 aprile 2023. Gli scontri si estesero anche in altre città del Paese: furono riportati combattimenti negli Stati settentrionali di Nord, Kordofan Settentrionale e Mar Rosso, e specialmente a Port Sudan, Merowe e al-Ubayyid. Anche la regione del Darfur, dove RSF aveva una forte presenza, fu interessata dai combattimenti, specialmente nei pressi di Geneina (Darfur Occidentale) e a Kabkabiya e Al-Fashir (Darfur Settentrionale).[20][29][31][32][33]
Le informazioni sui combattimenti furono frammentate e confuse: dapprima le RSF dichiararono di aver preso il controllo di varie infrastrutture chiave di Khartum. Successivamente l'esercito sostenne che in realtà queste infrastrutture fossero ancora sotto il loro controllo. Entrambi gli schieramenti fecero uso di artiglieria e mezzi corazzati, e l'esercito ricorse anche all'aviazione. Il giorno successivo risultavano fra la popolazione civile almeno 59 morti e 500 feriti. Anche tre impiegati del Programma alimentare mondiale situati nella città di Kabkabiya vennero uccisi. Un aereo della compagnia aerea Saudia situato nell'aeroporto della capitale prese fuoco e un velivolo del Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite venne danneggiato come conseguenza degli intensi combattimenti. La fornitura di elettricità venne interrotta in alcune zone del Paese.[20][29][31][34]
Aprile 2023: Le reazioni internazionali e i tentativi di tregua
[modifica | modifica wikitesto]Le reazioni internazionali all'attacco furono generalmente unanimi nel chiedere un cessate il fuoco e una risoluzione pacifica del conflitto. I ministri degli esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti emisero un comunicato congiunto in cui chiedevano una interruzione delle ostilità e il proseguimento delle trattative per un accordo di governo tra civili e militari. Analoghi messaggi vennero inviati da rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unione africana, dell'Unione europea, dell'Egitto, della Russia e del Ciad, che nel frattempo aveva chiuso il suo confine con il Sudan.[29]
Il 18 aprile 2023 venne stipulata una tregua di 24 ore tra le due parti in causa tramite l'intermediazione dell'allora segretario di Stato statunitense Anthony Blinken. La sospensione dei combattimenti aveva lo scopo di permettere ai civili di evacuare le aree interessate dai combattimenti e di fare arrivare acqua e viveri. Tuttavia, il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti continuarono anche durante la tregua.[35][36] Nonostante le pressioni internazionali, anche una proposta successiva di una tregua di tre giorni in corrispondenza della festività di Eid al-Fitr non ebbe seguito.[37]
A causa dei combattimenti, migliaia di persone, specialmente quelle residenti nella periferia di Khartum, lasciarono il paese. Molti civili residenti nella capitale rimasero però bloccati nelle loro case a causa dell'intensità dei combattimenti.[38] Tra il 22 e il 23 aprile 2023 venne organizzata l'evacuazione per via aerea di buona parte degli stranieri residenti nel paese, fra cui i cittadini di Regno Unito, Stati Uniti, Italia, Francia, Spagna, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Giordania, Cina e Canada. Anche cittadini di altri paesi vennero evacuati tramite questi voli, partiti dal piccolo aeroporto di Wadi Sednia a nord di Khartum a causa dell'inagibilità dell'aeroporto internazionale. Cittadini di vari stati del Golfo Persico, dell'Egitto e del Pakistan lasciarono invece il Paese via nave diretti verso Gedda.[39][40][41]
Un ulteriore accordo per una tregua di 72 venne raggiunto il 24 aprile 2023: iniziata alla mezzanotte del 24 aprile e con una durata prevista di 72 ore, aveva lo scopo di ultimare l'evacuazione dei cittadini stranieri dal Paese e permettere ai civili di lasciare le zone maggiormente interessate dai combattimenti. Tale tregua, raggiunta con la mediazione dei Paesi limitrofi, di Stati Uniti, Arabia Saudita e Regno Unito, venne successivamente estesa per altre 72 ore. Anche in questo caso, tuttavia, furono comunque riportati scontri a Khartum e nel Darfur: a Khartum in particolare vennero utilizzate artiglieria e aviazione anche presso uffici governativi e ospedali.[42][43][44]
Maggio 2023: Pre-negoziati in Arabia Saudita
[modifica | modifica wikitesto]A inizio maggio i combattimenti tra le due fazioni continuarono nonostante un accordo per una tregua di sette giorni mediato dal Sudan del Sud. Diversi ospedali di Khartum e del Darfur furono pesantemente danneggiati dai combattimenti e le loro attività furono gravemente compromesse.[45][46]

Il 6 maggio rappresentanti dell'esercito e delle Forze di Supporto Rapido si incontrarono a Gedda per dei colloqui pre-negoziali organizzati da Arabia Saudita e Stati Uniti. I due paesi emisero una dichiarazione congiunta in cui esortarono «entrambe le parti a prendere in considerazione gli interessi della nazione sudanese e del suo popolo e a impegnarsi attivamente nei colloqui per un cessate il fuoco e la fine del conflitto». Tuttavia, le due parti non raggiunsero un accordo per una cessazione dei combattimenti, ma solo un impegno a creare corridoi umanitari per soccorsi e aiuti e a permettere ai civili di lasciare le zone maggiormente interessate dal conflitto.[47][48][49][50]
Il 20 maggio 2023 il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, presidente del Consiglio sovrano, rimosse il vicepresidente Mohamed Hamdan Dagalo da tale organo. Al suo posto venne nominato Malik Agar. Nello stesso giorno venne stipulata un'altra tregua di sette giorni a partire dal 22 maggio, ma anche in questo caso i combattimenti non cessarono, non vennero creati corridori umanitari e solo un numero minimo di aiuti riuscì a arrivare agli ospedali e alla popolazione civile. Il 31 maggio il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan dichiarò il suo ritiro dai colloqui organizzati da Stati Uniti e Arabia Saudita, sostenendo che le RSF non stessero rispettando gli accordi.[51][52][53][54][55]
Nel frattempo i combattimenti continuarono, in particolare in Darfur, a Khartum e nelle città limitrofe di Omdurman e di Bahrī. Nella capitale, l'esercitò cercò di tagliare le linee di rifornimenti delle Forze di Supporto Rapido mentre cercava di difendere le proprie basi. D'altra parte Dagalo e molti dei principali comandanti delle RSF erano asserragliati nel quartiere di Jabra, mentre le loro truppe portavano avanti un'offensiva nella parte sud-ovest della città. Le dichiarazioni di entrambe le parti sull'andamento del conflitto furono comunque poco credibili e difficili da verificare.[56]
Giugno–Agosto 2023
[modifica | modifica wikitesto]Il 1º giugno 2023 l'artiglieria dell'esercito presente nel quartiere di al-Shajara bombardò un mercato nel quartiere di Mayo a sud della capitale, lontano da possibili obiettivi militari, causando almeno 27 morti e 106 feriti.[55][57] Il conflitto si inasprì anche nel Darfur e in particolare nella città di Kutum, nel Darfur Settentrionale, dove venne attaccato anche il campo profughi di Kassab, con almeno 40 morti e 12 feriti fra i civili.[58] Le due fazioni in lotta cercarono di assicurarsi il controllo di infrastrutture chiave, come aeroporti e basi militari, nelle città della regione, fra cui Al-Fashir e Zalingei. Le forze delle RSF e le milizie arabe loro alleate marciarono verso Geneina, dove l'esercito stava reclutando membri delle tribù di etnia africana a difesa della città. Si verificarono anche numerosi saccheggi: a Nyala, nel Darfur Meridionale, i membri delle forze paramilitari presero d'assalto le banche poiché i loro beni e i loro conti erano stati congelati dal governo.[59]

Le notizie di uccisioni di massa nella regione portarono il governatore del Darfur Occidentale, Khamis Abakar, in una intervista a una televisione saudita, a accusare le Forze di Supporto Rapido di genocidio e di violenze contro le popolazioni di etnia Massalit e non araba. Poche ore dopo, Abakar venne assassinato: rappresentanti dell'ONU nel paese accusarono dell'omicidio le Forze di Supporto Rapido e le milizie arabe operanti nella zona. Alcuni filmati mostrarono un gruppo di uomini armati, alcuni con le uniformi delle RSF, che sequestravano il governatore.[60][61] Anche l'inviato dell'ONU in Sudan, Volker Perthes, accusò le Forze di Supporto Rapido e le milizie arabe loro alleate di uccisioni indiscriminate contro la popolazione civile.[62] Le RSF compirono anche degli arresti contro capi e attivisti dei movimenti islamisti, storicamente alleati dell'ex dittatore Omar al-Bashir e largamente presenti nelle forze armate sudanesi.[63]
Il 18 giugno venne annunciato un altro cessate il fuoco di 72 ore, ottenuto tramite la mediazione di Stati Uniti e Arabia Saudita.[64] Il 25 giugno le RSF dichiarano di aver preso il controllo di una stazione della polizia di Khartum appartenente alla Central Reserve Police, un'unità di polizia con addestramento militare che combatteva assieme all'esercito regolare.[65][66] A luglio 2023 continuarono le violenze contro la popolazione civile, fra cui l'uccisione di decine di persone per un bombardamento di un mercato e di diversi quartieri a Omdurman.[67][68][69]
In questo periodo altri gruppi armati si unirono ai combattimenti. A inizio giugno la fazione del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord (SPLM–N) capeggiata da Abdelaziz al-Hilu entrò nel conflitto nel Kordofan Meridionale e nel Nilo Azzurro, attaccando diverse basi militari delle Forze armate sudanesi e conquistando una decina di esse nei pressi di Kaduqli e Dilling.[27][70][71] Anche le forze del Movimento per la Liberazione del Sudan della fazione di Abdul Wahid al-Nur intervennero nel conflitto a sostegno delle Forze armate sudanesi, ritornando nel Darfur Meridionale e attaccando le Forze di Supporto Rapido presso Jebel Marra.[71][72] Varie tribù del Darfur Meridionale si schierarono invece con le RSF.[73]
Settembre–Ottobre 2023
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A settembre 2023 i combattimenti a Khartum fra le Forze di Supporto Rapido e le Forze armate sudanesi si intensificarono, con un maggior utilizzo di artiglieria e di droni. Le RSF adottarono la tattica di colpire una base militare dell'esercito alla volta, mentre le forze dell'esercito venivano impegnate in schermaglie in vari punti della città.[74] L'uso dell'artiglieria e dei droni causò diverse vittime tra i civili, tra cui più di 40 persone uccise il 10 settembre da un drone aereo mentre si trovavano in un mercato nella parte meridionale della città.[75][76] Durante i combattimenti, un iconico grattacielo della capitale, la Greater Nile Petroleum Oil Company Tower, venne pesantemente danneggiato.[77] Gli scontri furono particolarmente intensi a sud della capitale, dove le RSF chiusero la strada principale di Jabal Awlia, attaccarono diverse basi militari dell'esercito e conquistarono al-Aylafon, sede di vari pozzi petroliferi.[78]
Nel Darfur si intensificarono le operazioni militari della fazione al-Nur del Movimento per la Liberazione del Sudan, che occupò una vasta area tra il Darfur Centrale e il Darfur Meridionale. Si verificarono anche combattimenti tra diverse milizie locali, spesso motivate da conflitti etnici.[74] Le Forze di Supporto Rapido lanciarono diverse offensive per la conquista della capitale del Darfur Settentrionale, Al-Fashir, e il 26 ottobre le RSF presero il controllo di Nyala, capitale del Darfur Meridionale e seconda città più grande del paese. Il 31 ottobre conquistarono anche Zalingei, capitale del Darfur Centrale.[78][79][80]
I combattimenti tra le RSF e l'esercito continuarono anche nel Kordofan Settentrionale e nel Kordofan Occidentale: le RSF presero il controllo dei pozzi petroliferi e dell'aeroporto di Baleela, nel Kordofan Occidentale. Nel Kordofan Meridionale, dopo un periodo di pausa, alla fine di settembre continuarono gli scontri tra le Forze armate sudanesi e la fazione di Al-Hilu del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord, che controllava vaste aree della regione.[74] A ottobre, nello Stato di Gezira un importante comandante delle RSF, Abuagla Keikal, passò dalla parte dell'esercito assieme ai suoi uomini.[81] Il 26 ottobre ripresero i colloqui di pace tra le Forze di Supporto Rapido e le Forze armate sudanesi a Gedda.[74]
Novembre 2023: Le RSF espandono il controllo sul Darfur
[modifica | modifica wikitesto]A novembre continuarono i combattimenti tra le Forze armate sudanesi e le Forze di Supporto Rapido nei pressi della capitale Khartum. Due ponti di importanza strategica, il ponte di Shambat nel centro città e quello di Jabal Awlia a sud, vennero bombardati l'11 e il 18 novembre 2023. Entrambe le fazioni attribuirono all'altra parte la responsabilità per l'accaduto.[82][83]
In Darfur, le RSF continuarono la conquista delle città principali della regione, espugnando la capitale del Darfur Occidentale Geneina il 4 novembre. La cattura della città fu accompagnata da diversi episodi di violenze e uccisioni, in particolare nei confronti del gruppo etnico dei Masalit. Le Nazioni Unite e ONG locali stimarono tra le 800 e le 1300 vittime. Pochi giorni dopo, il 20 novembre, le RSF presero il controllo della città di El Daein, nel Darfur Orientale. La città di Al-Fashir, capitale del Darfur Settentrionale, rimase l'unica principale città della regione sotto il controllo dell'esercito sudanese e delle forze loro alleate del Movimento per la Liberazione del Sudan della fazione di Abdul Wahid al-Nur; tuttavia, il rischio di possibili scontri costrinse la popolazione civile ad abbandonare la città e pose le condizioni per una nuova crisi umanitaria.[82][84][85][86]
Dicembre 2023: Le Forze di Supporto Rapido conquistano Wad Madani
[modifica | modifica wikitesto]Le Forze di Supporto Rapido continuarono la loro serie di conquiste militari e il 15 dicembre iniziarono un'offensiva contro Wad Madani, seconda città del paese e capitale dello Stato di Gezira e in quel periodo sede di centinaia di migliaia di sfollati. La città fu conquistata tre giorni dopo. La caduta della città spinse diverse milizie a base etnica presenti nel territorio ancora sotto il controllo delle Forze armate sudanesi a mobilitarsi per constrastare una eventuale avanzata delle RSF.[87][88][89]
Febbraio 2024: il contrattacco delle forze armate sudanesi
[modifica | modifica wikitesto]La conquista di Wad Medani da parte delle Forze di Supporto Rapido rappresentò un momento di svolta nel conflitto civile sudanese, con significative ripercussioni militari, umanitarie e simboliche. Le RSF approfittarono della vittoria per espandere il controllo verso altre regioni del paese come Sennar nel sudest, e gli stati di Nilo Azzurro a est e di Nilo Bianco a sud. Nei mesi successivi le Forze armate sudanesi e i gruppi islamisti legati al precedente regime di Omar al-Bashir, riemersi come forza politica di supporto al governo di Port Sudan dopo anni di isolamento successivi alla rivoluzione del 2018-2019, annunciarono piani di riconquista. Tuttavia, gli sforzi di controffensiva dell'esercito regolare produssero risultati significativi principalmente a Omdurman agli inizi di febbraio 2024, con la riconquista dei quartieri centrali attorno alle sedi della radio e televisione nazionale.[90]
Aprile–Maggio 2024: Le RSF circondano Al-Fashir
[modifica | modifica wikitesto]Nel Darfur Settentrionale le Forze di Supporto Rapido continuarono la loro avanzata, conquistando il 14 aprile la città di Mellit. Ciò permise loro di circondare completamente Al-Fashir, capoluogo dello Stato. La città aveva una rilevanza strategica per le RSF, che con la sua conquista avrebbero controllato un terzo dell'intero Sudan. Come successo in precedenza, le regioni conquistate furono oggetto di diffusi episodi di violenza nei confronti dei gruppi etnici non arabi, e in particolare di quelli di etnia Masalit and Zaghawa.[91][92][93] Oltre alle truppe delle Forze armate sudanesi, la città era difesa dalle Darfur Joint Forces, un gruppo nato per proteggere i civili di Al-Fashir, e delle milizie di etnia Zaghawa, da tempo ostili alle milizie arabe alleate delle RSF.[94]
Nel frattempo nello Stato di Khartum le Forze armate sudanesi e i gruppi loro alleati lanciarono un'operazione per riprendere il controllo della raffineria di al-Gaili, conquistando alcune zone circostanti.[91]
Giugno–Luglio 2024: Avanzata delle RSF nel Sennar e nel Kordofan Occidentale
[modifica | modifica wikitesto]Il 29 giugno le RSF conquistarono Sennar, capoluogo dell'omonimo stato. Complice la ritirata delle Forze armate sudanesi, le RSF conquistarono anche diverse basi militari nella regione. La conquista della regione aveva una importanza strategica per le RSF, perché permetteva il passaggio di armi e rifornimenti dal Sudan del Sud.[95]
Nel Kordofan Occidentale, il 20 giugno le RSF conquistarono la capitale dello Stato Al-Fula e il 4 luglio la città di al-Meiram, a 60 km dal confine con il Sudan del Sud. Queste due città furono le prime dello Stato a cadere sotto il controllo delle RSF e permisero di assicurare un canale sicuro per il trasporto di armi e rifornimenti dal Sudan del Sud. Invece, nel 9 giugno le Forze armate sudanesi riuscirono a riprendere il controllo di alcuni quartieri della città.[95]
Agosto 2024: I negoziati a Ginevra
[modifica | modifica wikitesto]Il 14 agosto venne organizzato con il supporto degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita, dell'Egitto e degli Emirati Arabi Uniti un tavolo di negoziati a Ginevra, con lo scopo di arrivare ad un accordo di pace. Tuttavia, solo i rappresentanti delle Forze di Supporto Rapido si presentarono ai negoziati, mentre non giunsero rappresentanti governativi. Il capo delle Forze armate sudanesi, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, sostenne che i negoziati avrebbero dato legittimità alle RSF e rappresentanti dell'esercito chiesero come precondizione per la partecipazione il rispetto delle RSF degli accordi presi a Gedda, che avrebbero comportato il loro ritiro dalle zone abitate. Di fatto, i negoziati non portarono a cambiamenti rilevanti nella situazione in Sudan.[96][97][98][99]
Settembre 2024: La controffensiva dell'esercito a Khartum
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Il 6 settembre 2024 il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite aveva richiesto l'invio di una forza di peacekeeping e un'espansione all'embargo alla vendita di armi a seguito di un rapporto che documentava i casi di uccisioni, violenze e arresti indiscriminati portati avanti dalle due fazioni in lotta.[100] Il governo sudanese sostenne tuttavia che le richieste e il rapporto del consiglio costituisse una «palese violazione del mandato», e che le proposte delle Nazioni Unite fossero politiche e illegittime e che tentassero di imporre delle decisioni esterne al governo del Sudan.[101] L'8 settembre 2024 a Sennar, un attacco delle RSF al mercato cittadino causò la 21 morti e 70 feriti.[101]
Il 26 settembre le Forze armate sudanesi iniziarono una controffensiva a Khartum, nel tentativo di riprendere il controllo della capitale, occupata dalle Rapid Support Forces. L'esercito condusse una serie di attacchi contro le RSF a Omdurman e Al Khartum Bahrī, conquistando i quartieri di al-Izirgab e al-Halfaya e collegando le proprie forze presenti attorno alla capitale.[102][101][103] Alcuni testimoni raccontarono di arresti e esecuzioni indiscriminate di uomini accusati di essere collaboratori delle RSF nel quartiere di Halfaya. Gli esecutori apparterrebbero alla brigata islamista Al-Bara’ ibn Malik, che combatteva a fianco dell’esercito regolare.[104]
Nel Darfur settentrionale, le RSF condussero una serie di attacchi a Al-Fashir tentando di entrare nella città controllata dall'esercito e dalle Darfur Joint Forces. Nonostante una serie di iniziali avanzamenti nella città, le RSF vennero successivamente respinte.[102]
Ottobre–Dicembre 2024: Ulteriori vittime tra i civili
[modifica | modifica wikitesto]Fra ottobre e dicembre del 2024 la situazione sul campo rimase sostanzialmente invariata, ma gli scontri provocarono diverse vittime tra la popolazione civile. Nella seconda metà di ottobre Abu Aqla Kayka, comandante delle RSF originario dello Stato di Gezira, disertò assieme alle sue truppe dopo aver raggiunto un accordo con le Forze armate sudanesi, il primo caso di questo tipo dall’inizio del conflitto. Come ritorsione, le RSF uccisero almeno 124 persone della regione, attaccando indiscriminatamente diversi villaggi e compiendo saccheggi e atti di violenza sui civili.[105][106][107][108]
Il 9 dicembre 2024 un attacco aereo delle Forze armate sudanesi nel mercato cittadino di Kabkabiya, nel Darfur settentrionale, uccise più di 100 persone.[109] [110] Il 26 dicembre un primo convoglio di aiuti umanitari del Programma alimentare mondiale arrivò a Khartum, a seguito di un accordo tra Nazioni Unite, associazioni locali, le Forze armate sudanesi e le RSF.[111][112]
Gennaio 2025: Wad Madani riconquistata dalle Forze armate sudanesi
[modifica | modifica wikitesto]L’11 gennaio 2025 le Forze armate sudanesi riconquistarono Wad Madani, la capitale dello Stato di Gezira, occupata dalle RSF dal dicembre 2023. Il controllo di Wad Madami aveva una certa rilevanza stragica in quanto la città è situata a soli 130 chilometri a sud-est di Khartum.[113][114]
In un attacco al Saudi teaching maternal hospital, l’unico ospedale funzionante di Al-Fashir, vennero uccise 70 persone e ferite 19. Fonti locali attribuirono la responsabilità alle RSF.[4][115]
Febbraio–Marzo 2025: L'esercito regolare prende il controllo di Khartum
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A inizio febbraio 2025 le Forze armate sudanesi annunciarono di controllare la parte nord della capitale Khartum, prima saldamente sotto il controllo delle RSF. I recenti successi militari dell’esercito vennero ricondotti all’appoggio dato all’esercito da alcuni gruppi islamisti presenti nel paese e dal sostegno degli attivisti pro-democrazia sudanesi, che pur diffidando dell'esercito regolare cominciarono a vedere nelle RSF un rischio maggiore per la sovranità e l'unità del paese.[116][117][118] In un bombardamento su un mercato a Omdurman, attribuito alle RSF, vennero uccise 54 persone e ferite almeno 158.[119][120] Nei villaggi di al-Kadaris al-Khelwat situati nello Stato di Nilo Bianco a 100 km a sud di Khartum, le RSF lanciarono un attacco che uccise più di 200 persone in tre giorni.[121][122]
Il 18 febbraio 2025 rappresentanti delle Rapid Support Forces e dei gruppi armati loro alleati si riunirono a Nairobi, in Kenya, per stipulare un accordo per la formazione di un governo parallelo nelle aree da loro controllate. Fra i presenti vi era il vicecomandante delle RSF Abdul Rahim Dagalo e Abdel Aziz al-Hilu, comandante della fazione al-Hilu del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord[123][124][125] L'incontro causò una crisi diplomatica tra il governo sudanese e quello kenyota, con il primo che accusò il secondo di prendere le parti delle RSF. Fonti di Al Jazeera suggerirono che l'organizzazione dell'incontro fosse stata permessa dai buoni rapporti personali tra il capo delle RSF Mohamed Hamdan Dagalo e il presidente del Kenya William Ruto, mentre altri sottolinearono i recenti accordi economici del Kenya con gli Emirati Arabi Uniti, paese sospettato di supportare le RSF.[126] Come ritorsione, il Sudan bloccò l'importazione dei prodotti kenyoti nel paese, tra cui tè, caffè, tabacco, sapone, equipaggiamento elettrico e farmaci.[127]

Il 21 marzo 2025 le Forze armate sudanesi ripresero il controllo del Palazzo presidenziale di Khartum. L'evento rappresentò un segnale importante degli avanzamenti dell'esercito regolare nella capitale. [128][129] Pochi giorni dopo, il 26 marzo 2025, le Forze armate sudanesi ripresero il controllo dell'intera città, quasi due anni dopo che le Forze di Supporto Rapido se ne erano impadronita.[130]
Le RSF si ritirarono in Darfur, dove controllavano gran parte del territorio e dove da tempo assediavano la città di al-Fashir, capoluogo del Darfur settentrionale. Conquistarono anche ulteriori territori della regione, soprattutto a nord. Il 20 marzo 2025 presero il controllo della città di Al Mahla, a 200 km da al-Fashir.[131] Il 25 marzo 2025 le Forze armate sudanesi bombardarono un mercato frequentato da civili a Tura, a 40 km da al-Fashir, causando decine se non centinaia di vittime.[132]
Aprile 2025: Il massacro al campo profughi di Zamzam
[modifica | modifica wikitesto]Il 15 aprile 2025, esattamente due anni dopo l'inizio del conflitto, il comandante delle Forze di Supporto Rapido Mohamed Hamdan Dagalo annunciò la formazione di un governo parallelo nelle zone controllate dal suo gruppo, con il nome di Governo di Pace e Unità.[133][15] Pochi giorni prima, tra l'11 e il 13 aprile 2025, le RSF effettuarono una serie di attacchi contro dei campi per sfollati attorno a al-Fashir, tra cui il campo di Zamzam, abitato da più di 500 000 persone. Centinaia di persone vennero uccise, incluso l'intero personale centro medico di Relief International, l'unico rimasto operativo nel campo: le RSF giustificarono gli attacchi sostenendo di cercare combattenti dell'esercito regolare nascostisi nel campo.[134][135][136] Sebbene le stime iniziali parlassero di 400 vittime, una successiva indagine del Guardian ipotizzò che le vittime potessero essere più di 1 500 e documentò diversi casi di abusi e violenze.[137][138][139] L'attacco del campo causò un enorme esodo degli sfollati superstiti: circa 300 000 persone si spostarono verso Tawila, controllata dal Movimento di liberazione del Sudan (al-Nur), mentre circa 80000 persone si recarono a al-Fashir.[140] Nello stesso periodo le RSF conquistarono la città di Um Kadadah, nei pressi di al-Fashir, e altre 56 persone rimasero uccise negli scontri.[134][135][136]
Il 15 aprile, il Regno Unito tramite il suo segretario di Stato per gli affari esteri David Lammy organizzò un incontro a Lancaster House, a Londra, tra i ministri degli esteri di più di 20 paesi per raggiungere un cessate il fuoco tra le due fazioni. I rappresentanti del governo sudanese e delle RSF non vennero invitati: la riunione aveva infatti lo scopo di raggiungere una posizione comune tra i paesi con un manifesto interesse nell'area, tra cui i paesi sostenitori delle due fazioni in conflitto. Tuttavia, l'incontro non riuscì nell'intento di arrivare a una dichiarazione di intenti congiunta tra i rappresentanti degli stati arabi presenti.[141][142] Nonostante il ministero degli esteri britannico fosse stato informato in precedenza del massacro nel campo di Zamzam, l'evento non fu menzionato nei colloqui del 15 aprile. Alcuni diplomatici e attivisti per i diritti umani ipotizzarono che ciò fosse dovuto alla volontà del Regno Unito di non guastare i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, con cui stava negoziando un importante accordo commerciale.[137][139]
Maggio 2025: L'attacco con droni delle RSF a Port Sudan
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A inizio maggio le Forze di Supporto Rapido attaccarono con droni esplosivi Port Sudan, diventata nel corso del conflitto sede del governo. Il 4 maggio 2025 venne colpito un aeroporto militari e alcune strutture civili circostanti.[143] Il 6 maggio 2025 vennero colpiti una centrale elettrica, la sezione militare dell'aeroporto internazionale, un’area del porto, un deposito di carburante, la principale base militare della città, l'hotel Coral e l’hotel Marina, quest'ultimo vicino a una delle residenze abituali di Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, capo delle Forze armate sudanesi.[144][145][146] Come conseguenza dell'attacco, vi furono interruzioni nella fornitura di energia elettrica e di acqua nella città.[145] Le Forze armate sudanesi sostennero che i droni, di modello più avanzato di quelli normalmente disponibili dalle RSF, fossero stati forniti dagli Emirati Arabi Uniti e fatti partire da una base militare a Bosaso, nel Puntland, oppure da basi delle RSF in Kordofan.[146]
Nello stesso periodo dell'attacco a Port Sudan le RSF catturarono la città di En Nahud. La conquista della cittadina aveva l'obiettivo di consolidare le proprie posizioni nell'ovest del paese: En Nahud infatti serve da accesso all'area del Darfur, controllata dalle RSF.[146] A fine maggio le Forze di Supporto Rapido bombardarono con dei droni un ospedale nella città di El Obeid, capitale del Kordofan Settentrionale, uccidendo 6 persone e ferendone 15. La città è un importante collegamento tra la capitale Khartum, controllata dalle Forze armate sudanesi, e al-Fashir, città controllata dall'esercito ma sotto assedio da parte delle RSF.[147]
Giugno–Agosto 2025: Scontri nel Kordofan
[modifica | modifica wikitesto]A giugno e a luglio del 2025 si intensificarono gli scontri in Kordofan tra le Forze armate sudanesi e le Forze di Supporto Rapido. La regione si trova tra il Darfur, controllato dalle RSF, e tra le zone recentemente conquistate dall'esercito regolare, tra cui la capitale Khartum: aveva perciò un importante ruolo strategico. Inoltre in Kordofan si trovano diversi giacimenti petroliferi sotto il controllo dell'esercito, che le RSF minacciarono di attaccare se l'esercito avesse continuato a bombardare le loro posizioni. Poiché buona parte delle truppe delle RSF proveniva dal Kordofan, la riconquista da parte delle RSF avrebbe costituito anche un importante vittoria sul piano simbolico e una potenziale fonte di nuove reclute.[148] Il 21 giugno 2025 l'ospedale di al-Mujlad nel Kordofan Occidentale venne attaccato, causando almeno 40 morti tra la popolazione civile. Le Forze di Supporto Rapido e le Forze armate sudanesi si attribuirono a vicenda la responsabilità dell'attacco.[149][150] A luglio un ulteriore attacco contro i civili, attribuito alle RSF, avvenne in vari centri abitati nei pressi di Barah, nel Kordofan Settentrionale, dove quasi 300 persone vennero uccise.[151][152]
Anche in Darfur si ebbero notizie di attacchi: a giugno 2025 venne attaccato un convoglio del Programma alimentare mondiale e dell'UNICEF che portava viveri alla città di Al-Fashir, assediata dalle RSF. L'attacco causò diversi morti, ma sia l'esercito regolare che le RSF negarono di esserne gli autori, attribuendone la responsabilità alla fazione opposta.[153] L'11 agosto 2025 venne annunciato da un'associazione umanitaria locale che un attacco delle Forze di Supporto Rapido nel campo per sfollati di Abu Shouk, nei pressi di Al-Fashir, aveva causato almeno 40 morti.[154]
Settembre–Ottobre 2025: Le Forze di Supporto Rapido entrano a Al-Fashir
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Da maggio 2024 le Forze di Supporto Rapido assediavano la città di Al-Fashir, capitale del Darfur Settentrionale e unica grande città del Darfur non ancora sotto il loro controllo. A settembre iniziarono a costruire un muro attorno alla città, per impedire agli abitanti di uscire.[155] Dall'inizio dell'assedio nessun convoglio di aiuti era riuscito a entrare nella città. Secondo il quotidiano The Guardian, ciò sarebbe dovuto all'intervento degli Emirati Arabi Uniti, sospettati di aver rifornito le RSF di armi e equipaggiamento durante il lungo assedio, che ostacolarono la stipula di una pausa umanitaria dei combattimenti attorno la città, esigendo che contemporaneamente dovesse essere raggiunto un più esteso cessate il fuoco comprendente alcune città del Kordofan. Solamente il 4 settembre 2025 un convoglio delle Nazioni Unite riuscì surrettiziamente ad arrivare in città.[156] Il 19 settembre, un attacco delle RSF mediante un drone uccise 75 persone che frequentavano una moschea della città.[157][158] A ottobre un attacco delle RSF eseguito con droni e artiglieria presso il campo di Dar al-Arqam, presso l'università, causò almeno 60 morti.[159][160]
Il 27 ottobre 2025 le RSF annunciarono di avere conquistato la città. La conquista della città permise alle Forze di Supporto Rapido di controllare tutti e cinque gli Stati del Darfur.[161][162] Pochi giorni dopo emersero le prime prove e testimonianze delle esecuzioni di civili da parte delle RSF, in alcuni case filmate dai membri delle RSF stessi.[163][164][165] Il 29 ottobre, all'interno dell'unico ospedale operativo di Al-Fashir, l'Ospedale saudita di maternità, le RSF fecero strage di pazienti e dei loro famigliari, uccidendo più di 460 persone.[166][167] Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, dopo l'occupazione di Al-Fashir da parte delle RSF almeno 36 000 persone scapparono dalla città, la maggior parte diretta verso Tawila, una città a ovest di Al-Fashir che ospitava già 652 000 sfollati.[168][169]
Novembre 2025: La proposta di tregua
[modifica | modifica wikitesto]A settembre 2025 venne proposta alle due fazioni in guerra una proposta di tregua umanitaria di tre mesi mediata da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Egitto, a cui sarebbe dovuto seguire un cessate il fuoco permanente. A inizio novembre le Forze di Supporto Rapido accettarono la proposta. Tuttavia, il 24 novembre 2025 il capo delle Forze armate sudanesi Abdel Fattah al-Burhan rifiutò di accettare, sostenendo che le condizioni della tregua fossero eccessivamente sbilanciate a favore delle RSF.[170][171]
Coinvolgimento di paesi esteri
[modifica | modifica wikitesto]Egitto
[modifica | modifica wikitesto]Sebbene ufficialmente l'Egitto non appoggi nessuna delle parti nel conflitto, secondo diversi media internazionali il paese avrebbe supportato le Forze armate sudanesi nel conflitto contro le Forze di Supporto Rapido.[172][173][174] Secondo il Wall Street Journal, nel settembre 2023 l'Egitto avrebbe fornito dei droni alle Forze armate sudanesi.[175] A ottobre 2024 le RSF accusarono l'Egitto di essere stato coinvolto in alcuni bombardamenti contro le proprie posizioni a Jebel Moya, a sud di Khartum.[176]
L'Egitto aveva da tempo dei legami con l'esercito sudanese, con cui compiva regolarmente delle esercitazioni congiunte, e ritiene la stabilità del Sudan come essenziale per la propria sicurezza nella regione del Nilo e del Mar Rosso.[29][172] Il Sudan è considerato anche come un alleato nella disputa con l'Etiopia riguardo la Grand Ethiopian Renaissance Dam, a causa del possibile effetto sulle risorse idriche egiziane.[173] Allo stesso tempo, l'Egitto ha interesse a mantenere dei buoni rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le Forze di Supporto Rapido ma che allo stesso tempo a inizio 2024 avevano annunciato un investimento di 35 miliardi di dollari in Egitto. La necessità di bilanciare questi molteplici interessi impedirebbe, secondo alcuni ufficiali sudanesi, un appoggio più esplicito alle Forze armate sudanesi.[172][177]
Emirati Arabi Uniti
[modifica | modifica wikitesto]Secondo un rapporto del gennaio 2023 di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito armi, droni e munizioni alle Forze di Supporto Rapido: diverse volte alla settimana gli aerei carichi di armi atterravano all'aeroporto di Amdjarass, in Ciad, e poi venivano portati via tramite camion per essere consegnati alle RSF nel Darfur. Il gruppo di esperti ha ritenuto «credibili» le accuse di coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il New York Times, a Amdjarass un ospedale gestito dagli Emirati Arabi Uniti avrebbe medicato membri delle RSF, e alcuni di essi sarebbero stati trasferiti all'ospedale militare Zayed a Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti negarono le accuse, sostenendo di non prendere parte al conflitto e che gli aerei contenessero aiuti umanitari.[178][179][180][181]
Secondo Brian Castner, esperto di armamenti di Amnesty International, alcuni droni quadrirotore utilizzati dalle RSF sarebbero stati forniti dagli Emirati Arabi Uniti. Droni con le stesse caratteristiche sarebbero stati forniti anche a altri paesi con cui gli Emirati hanno stretti rapporti, fra cui lo Yemen e l'Etiopia.[182] Gli Emirati Arabi Uniti avevano già prima del conflitto dei rapporti stretti con il capo delle Forze di Supporto Rapido Mohamed Hamdan Dagalo, che nel 2018 aveva fornito alcuni dei suoi mercenari per combattere in Yemen contro i ribelli Houthi. Secondo il New York Times, anche la rivalità con l'Egitto, che supporta le Forze armate sudanesi, potrebbe essere un fattore che ha spinto il paese a sostenere le RSF.[180][181]
Per il presunto sostegno alle Forze di Supporto Rapido il governo sudanese cercò di portare gli Emirati Arabi Uniti davanti alla Corte internazionale di giustizia, asserendo che il paese fosse un complice indispensabile del genocidio che le RSF avrebbero compiuto contro le minoranze non arabe del paese. Tuttavia, la Corte non potè pronunciarsi sulla questione, stabilendo di non avere giurisdizione sul caso: gli Emirati avevano infatti sottoscritto la Convenzione sul genocidio avvalendosi di una riserva per l'articolo IX, che introduceva la risoluzione dei casi di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia.[183][184] Il 6 maggio 2025 il governo sudanese interruppe i rapporti diplomatici con gli Emirati.[185]
Iran
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Sudan e Iran avevano storici rapporti di collaborazione militare, che si interruppero solo nel 2016 a causa del conflitto tra Iran e Arabia Saudita, che vide il governo sudanese schierarsi con quest'ultimo. Nell'ottobre 2023 il governo sudanese riprese i rapporti diplomatici con l'Iran e a gennaio il ministro degli esteri sudanese Ali al-Sadiq incontrò il vicepresidente iraniano Mohammad Mokhber. Secondo varie fonti, tra cui BBC e Bloomberg, l'Iran avrebbe fornito dei droni di tipo Mohajer 6 e Zajil-3 alle Forze armate sudanesi, che sarebbero stati usati nella zona di Khartum nel 2024. Tali testimonianze non vennero confermate da fonti governative. Secondo analisti del Sudan Transparency and Policy Observatory e dell'International Crisis Group, l'obiettivo del governo iraniano sarebbe quello di riprendere le relazioni diplomatiche con il Sudan e mantenere una influenza nella regione.[182][96][186][187]
Russia
[modifica | modifica wikitesto]Per gran parte del conflitto, la Russia ha inviato armi sia alle Forze armate sudanesi sia le Forze di Supporto Rapido,[188][189] ma a metà del 2024 il governo russo cominciò a sostenere solo le Forze armate sudanesi, in concomitanza con le discussioni tra Russia e le Forze armate sudanesi sulla costruzione di una base navale russa a Port Sudan.[190][191]
Conseguenze del conflitto
[modifica | modifica wikitesto]Gli scontri tra l'esercito sudanese e le Forze di Supporto Rapido ebbero pesanti conseguenze per la popolazione civile, sia perché direttamente coinvolte nei combattimenti o costrette a lasciare le proprie abitazioni, sia per i gravi episodi di carestia verificatisi nel Paese.[4]
Decessi
[modifica | modifica wikitesto]Non vi sono stime esatte sul numero di decessi dovuti al conflitto, ma varie fonti concordano che, dall'inizio degli scontri e la fine del 2024, furono uccise dalle 60 000 alle 150 000 persone.[4][5] Un gruppo di studiosi di salute pubblica e di medicina di università belghe e statunitensi stimò a ottobre 2024 che i decessi totali oscillassero dalle 62 000 alle 130 000 persone.[192] Una stima simile proviene da un articolo di ricercatori affiliati presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine e altre istituzioni, non ancora sottoposto a revisione paritaria, che concluse che tra aprile 2023 e giugno 2024 nel solo Stato di Khartum sarebbero morte circa 61 000 persone, di cui 24 000 circa come conseguenza diretta dei combattimenti.[193][194] Le difficoltà a calcolare con precisione le vittime del conflitto sono dovute al fatto che un grande numero di decessi non è riportato e che il calcolo delle vittime indirette, causate da indisponibilità di cibo, medicine e strutture mediche, è basato su delle stime.[192][193]
Sfollati
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A causa dei combattimenti, molti civili dovettero lasciare le proprie abitazioni per rifugiarsi in altre località del Paese o in nazioni confinanti. Un rapporto dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni registrò dal 15 aprile 2023 fino al 14 gennaio 2025 circa 8,83 milioni di nuovi sfollati interni e circa 3,47 milioni di nuovi profughi verso i Paesi confinanti, soprattutto Egitto, Sudan del Sud e Ciad. La maggioranza degli sfollati proveniva dagli Stati di Khartum, del Darfur Meridionale e del Darfur Settentrionale, e circa la metà erano persone sotto i 18 anni.[195]
Carestia
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A causa del conflitto, l'attività agricola del Paese venne gravemente compromessa: la produzione agricola nel 2023 fu inferiore alla media del Paese, a causa delle scarse piogge, delle difficoltà a accedere ai campi e al minore utilizzo di prodotti e macchinari. I contadini ebbero difficoltà a reperire fertilizzanti, diserbanti, e macchine agricole, in parte per una mancata disponibilità e in parte a causa di un peggioramento della situazione economica delle famiglie. La minore produzione agricola, la chiusura dei mercati, la debolezza della sterlina sudanese, la maggiore dipendenza da derrate alimentari importate dall'esterno, la distruzione di campi e infrastrutture e i saccheggi furono tutti fattori che contribuirono a aumentare drasticamente il costo degli alimenti di base: a maggio 2024 il prezzo della farina di grano aumentò del 247% rispetto alla media quinquennale, quello del sorgo del 383%, e quello delle capre del 399%. In aggiunta, entrambe le parti in lotta impedirono il passaggio di aiuti alimentari da parte di Medici senza frontiere e delle Nazioni Unite.[196][197]
Come conseguenza, il livello di malnutrizione aumentò sensibilmente. Secondo l'Integrated Food Security Phase Classification (IPC), a giugno 2024 il Sudan ebbe a che fare con il peggior livello di insicurezza alimentare mai registrato nel Paese, con 25,6 milioni di persone in situazioni critiche di carenza di cibo. Nonostante l'arrivo della stagione del raccolto, si stima che anche nei mesi successivi situazioni di grave insicurezza alimentare abbiano coinvolto almeno 21 milioni di persone. Il rischio di carestia è presente in particolare nel Darfur, nel Kordofan, nello Stato di Gezira, e in alcune zone nello Stato di Khartum.[198][196]
Situazione sanitaria
[modifica | modifica wikitesto]A causa del conflitto, la situazione sanitaria del paese peggiorò notevolmente. I combattimenti resero inagibili molte infrastrutture sanitarie del paese, fra cui ospedali, laboratori e cliniche, oltre che a acquedotti e impianti di trattamento dell'acqua. Assieme al deterioramento delle infrastrutture sanitarie, la stagione delle piogge contribuì al sorgere di diversi focolai di dengue, colera, e febbre tifoide.[199][200] Anche il tasso di vaccinazione infantile contro morbillo, difteria, tetano e pertosse calò drasticamente.[201]
Colera
[modifica | modifica wikitesto]Dall’inizio del conflitto sono state documentate tre ondate di colera. La prima, iniziata a agosto 2023, coinvolse lo Stato di Gadaref e parti del Kordofan Meridionale, con in totale di 510 casi e 16 morti. La seconda ondata, iniziata a agosto 2024, si estese per 12 Stati, con più di 60000 casi e 1600 morti. La terza ondata iniziò a maggio 2025 negli stati di Khartum e Nilo Bianco, con più di 2700 casi e 172 morti nella prima settimana: in totale, a Khartum a metà giugno 2025 furono registrati più di 16000 casi e 239 morti.
Cause delle epidemie di colera sono gli attacchi con droni e artiglieria alle centrali elettriche e agli acquedotti, impedendo la distribuzione di acqua potabile. Ad esempio a Khartum gli attacchi con droni delle Forze di Supporto Rapido hanno danneggiato gli impianti di trattamento dell'acqua. Gli attacchi a ospedali, laboratori e altre infrastrutture sanitarie hanno limitato le capacità di prevenzione e trattamento dei casi di colera. Particolarmente vulnerabili sono le popolazioni sfollate che condividono spazi angusti, spesso senza accesso all'acqua potabile. Le campagne vaccinali contro il colera sono ostacolate dalla ridotta disponibilità di vaccini, dalle difficoltà di consegna, e dalle restrizioni all'accesso di certe aree del paese.[202]
Dengue
[modifica | modifica wikitesto]Già prima del conflitto la dengue costituiva uno dei principali fattori di rischio a livello sanitario. Il principale vettore della malattia, la zanzara Aedes aegypti, si era già diffuso in aree dove storicamente non era presente e nel 2022 era ormai presente in tutti i 18 gli Stati del Sudan. Durante il conflitto, con il danneggiamento degli acquedotti e l'interruzione dei programmi di consegna di acqua potabile, divenne sempre più diffuso l'uso di bacini di raccolta dell'acqua, che rappresentano un ideale vettore di riproduzione per Aedes aegypti. I combattimenti resero anche meno efficaci i programmi sanitari per il monitoraggio e il controllo delle epidemie, e l'aumento di fenomeni di infezione congiunta di dengue e malaria aggravò le conseguenze della diffusione di queste due malattie.[203]
A luglio 2024 ebbe inizio un'ondata di dengue che a marzo 2025 aveva causato 10464 casi and 16 morti in 9 Stati e 36 località. Gli Stati di Khartum e Cassala furono particolarmente colpiti, e a seguire quelli di Gadaref, Kordofan Settentrionale, Kordofan Occidentale, Kordofan Meridionale, Mar Rosso, Nilo Azzurro, e Darfur Settentrionale.[203]
Crimini di guerra
[modifica | modifica wikitesto]Durante la guerra, l'UNICEF ha denunciato che bambini di appena un anno sono stati stuprati.[204][205]
Furti di beni archeologici
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Nel corso del conflitto diversi musei in aree controllate dalle Rapid Support Forces vennero saccheggiati, tra cui il Museo Nazionale del Sudan a Khartum, il Museo della Casa del Khalifa a Omdurman e il Museo Nyala nel Darfur Meridionale.[206][207][208] Dopo la riconquista di Khartum da parte delle forze governative, fu possibile calcolare i danni effettivi al Museo Nazionale: migliaia di reperti e oggetti preziosi erano stati trafugati, con l'eccezione degli oggetti più voluminosi.[209] Immagini satellitari mostrarono camion carichi di reperti rubati dirigersi verso il confine del paese, tra cui quello con il Sudan del Sud.[206]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ La guerra tra Ucraina e Russia si allarga al ….Sudan, su analisidifesa.it.
- ↑ Le forze speciali di Kiev in Sudan: così lo contro con Mosca diventa globale, su it.insideover.com.
- ↑ Sudan: la guerra civile si espande, su ispionline.it, ISPI.
- 1 2 3 4 5 Circa 70 persone sono state uccise in un attacco a un ospedale del Darfur, in Sudan, in il Post, 26 gennaio 2025.
- 1 2 (EN) Disaster by the Numbers: The Crisis in Sudan, in The New York Times, 7 gennaio 2025.
- ↑ Sudan, a Khartum scontri tra esercito e paramilitari. Farnesina invita italiani a non uscire di casa, su fanpage.it.
- ↑ Sudan, colpo di stato rischia di scatenare una guerra civile, su Articolo 21, liberi di....
- ↑ Guerra in Sudan 2023, perché è scoppiata e cosa sta succedendo, su tag24.it.
- ↑ Sudan: guerra tra signori della guerra, su ispionline.it.
- ↑ Perché il Sudan è in fiamme, su rainews.it.
- ↑ Fuga dal Sudan, via anche ambasciatore e militari italiani, su avvenire.it.
- ↑ L’evacuazione di italiani ed europei dal Sudan, su ilpost.it.
- ↑ Onu, 'il Sudan è uno dei peggiori disastri umanitari' di sempre, in ANSA, 20 marzo 2024.
- ↑ (EN) Natasha Booty, Farouk Chothiaand e Wedaeli Chibelushi, A simple guide to what is happening in Sudan, in BBC, 13 novembre 2025.
- 1 2 Sara de Simone e Lucia Ragazzi, Sudan: due anni di guerra civile, in ISPI, 22 aprile 2025.
- ↑ In Sudan i manifestanti hanno ottenuto un’altra vittoria, in Il Post, 13 aprile 2019.
- ↑ Il nuovo uomo più potente del Sudan, in Il Post, 22 giugno 2019.
- ↑ In Sudan è stato nominato il nuovo organo di governo, con a capo il generale che aveva guidato l’ultimo colpo di stato, in Il Post, 12 novembre 2021.
- ↑ C’è un accordo per formare un governo civile in Sudan, in Il Post, 5 dicembre 2022.
- 1 2 3 Gli scontri in Sudan tra l’esercito e un gruppo paramilitare, in Il Post, 15 aprile 2023.
- ↑ (EN) Abdi Latif Dahir, Who is Gen. Abdel Fattah al-Burhan, the head of Sudan’s military?, in The New York Times, 15 aprile 2023.
- 1 2 3 I due militari al centro della crisi in Sudan, in Il Post, 17 aprile 2023.
- ↑ (EN) The World Factbook - Sudan, su cia.gov.
- ↑ (EN) Mustafa Abu Sneineh, Sudan's Central Reserve Police: The notorious force taking on the RSF, su Middle East Eye, 3 maggio 2023.
- 1 2 3 4 5 (EN) Elian Peltier e Abdi Latif Dahir, Who are the Rapid Support Forces, the paramilitaries fighting Sudan’s Army?, in The New York Times, 17 aprile 2023.
- ↑ (EN) Alex de Waal, Sudan crisis: The ruthless mercenaries who run the country for gold, in BBC, 20 luglio 2019.
- 1 2 (EN) Alex de Waal, Rebel mobilisation in southern Sudan raises fears of conflict spreading, in Reuters, 8 giugno 2023.
- ↑ (EN) Andrew McGregor, The Third Front: Sudan’s Armed Rebel Movements Join the War Between the Generals, su The Jamestown Foundation.
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- ↑ (EN) Sudan's army says paramilitary mobilisation risks confrontation, in Reuters, 14 aprile 2021.
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- ↑ In Sudan, nonostante la tregua, stanno continuando gli scontri tra esercito e paramilitari, in Il Post, 18 aprile 2023.
- ↑ I complessi tentativi per organizzare una tregua in Sudan, in Il Post, 21 aprile 2023.
- ↑ Moltissime persone stanno fuggendo dal Sudan, in Il Post, 20 aprile 2023.
- ↑ Dal Sudan verranno evacuati cittadini e diplomatici stranieri, in Il Post, 22 aprile 2023.
- ↑ È stata evacuata la gran parte dei cittadini italiani che avevano chiesto di lasciare il Sudan dopo l’intensificarsi degli scontri nel paese, in Il Post, 23 aprile 2023.
- ↑ L’evacuazione di italiani ed europei dal Sudan, in Il Post, 24 aprile 2023.
- ↑ C’è un nuovo tentativo di tregua in Sudan, in Il Post, 25 aprile 2023.
- ↑ La tregua cominciata alla mezzanotte di lunedì in Sudan è stata prorogata di 72 ore, ma i combattimenti continuano, in Il Post, 28 aprile 2023.
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