Operazione Power Pack

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Operazione Power Pack
parte Guerra fredda
Domrep-f2.jpg
Ufficiali del Servizio Medico si riuniscono vicino Santo Domingo ai primi di maggio. Rivolti verso la camera ci sono il tenente colonnello William L. Richardson, ufficiale di comando del 15º Ospedale da campo, e il maggiore Quitman W. Jones, chirurgo, 82ª Divisione aviotrasportata
Data28 aprile 1965 - settembre 1966
LuogoRepubblica Dominicana
CausaInvasione statunitense per impedire la dittatura comunista nell'isola caraibica
EsitoVittoria statunitense;
Juan Bosch ritirò la sua candidatura;
Joaquín Balaguer Ricardo venne eletto presidente della Repubblica Dominicana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Stati Uniti 42 000 Marines statunitensi
1 748 Forza di pace interamericana:
Brasile 1 130 brasiliani
Honduras 250 honduregni
Paraguay 184 paraguayani
Nicaragua 160 nicaraguensi
Costa Rica 21 poliziotti costaricani
El Salvador 3 ufficiali salvadoregni
Rep. Dominicana 6 000 Esercito della difesa dominicana
Perdite
Stati Uniti 44 morti e 283 feriti
Leali dominicani 825 morti
IAPF 17 feriti
Rep. Dominicana 600 morti soldati dominicaniPiù di mille vittime civili
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L'operazione Power Pack (nella storiografia è conosciuta con il termine seconda occupazione della Repubblica Dominicana per gli Stati Uniti d'America) è stato l'intervento militare condotto dagli Stati Uniti nella Repubblica Dominicana durante il 1965. I Marines, sostenuti da elementi dell'82ª Divisione Aviotrasportata, sbarcarono il 28 aprile; tutte le unità statunitensi si ritirarono alla fine del settembre 1966.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

L'eredità di Trujillo[modifica | modifica wikitesto]

Il trentennale regime dittatoriale di Rafael Leónidas Trujillo sulla Repubblica Dominicana ebbe bruscamente fine il 30 maggio 1961, quando il dittatore fu assassinato con un colpo di fucile su una strada fuori la capitale Santo Domingo. Al potere dal 1930, anche se spesso mascherato da presidenti di facciata che ricoprivano formalmente la più alta carica dello Stato al posto suo, Trujillo aveva istituito sul paese un regime nepotistico, autoritario e sanguinario, caratterizzato da un forte culto della personalità e da metodi brutali per la repressione del dissenso, e pur tuttavia sostenuto dagli Stati Uniti in virtù del suo acceso anticomunismo e della stabilità economica che aveva saputo dare alla Repubblica Dominicana, paese fino troppo caratterizzato negli anni precedenti da governi deboli e corrotti intervallati da colpi di stato dei militari. Alla fine degli anni 1950, tuttavia, la politica dei servizi di sicurezza dominicani di omicidi mirati e sparizioni forzate degli oppositori politici rifugiati all'estero aveva garantito a Trujillo l'ostilità manifesta dell'intera Organizzazione degli Stati americani, e la perdita dell'appoggio da parte degli statunitensi; la stessa Central Intelligence Agency fu in qualche misura coinvolta nel suo assassinio[1][2][3].

L'uccisione di Trujillo faceva parte di un tentativo di colpo di stato portato avanti da alcuni alti ufficiali delle forze armate dominicane, che tuttavia fallì rapidamente: gli apparati di sicurezza scoprirono ben presto l'identità dei cospiratori, che per la maggior parte finirono fucilati nei giorni immediatamente seguenti. Joaquín Balaguer ricopriva all'epoca la carica di presidente della repubblica, ma alla morte del dittatore furono i suoi familiari a contendersi il potere: si aprì una lotta per la successione tra il figlio di Trujillo, Ramfis Trujillo, e gli zii di quest'ultimo, Hector Bienvenido e Jose Arismendi Trujillo, ma l'amministrazione del presidente John Fitzgerald Kennedy mise bene in chiaro che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato un ripristino puro e semplice della passata dittatura; nel novembre 1961, quindi, i membri della famiglia Trujillo abbandonarono Santo Domingo dopo aver svuotato il tesoro nazionale[4][5].

Balaguer resse precariamente il potere fino al 1º gennaio 1962 quando, su pressione delle manifestazioni di piazza, accettò di condividere il governo della nazione con un "Consiglio di Stato" di sette membri scelti tra gli alti ranghi militari e tra gli uomini d'affari più in vista; dopo un fallito colpo di stato da parte del capo di stato maggiore delle forze armate dominicane, generale Pedro Rodríguez Echavarría, e la sostituzione alla presidenza di Balaguer (troppo colluso con il regime di Trujillo) con Rafael Filiberto Bonnelly, il Consiglio di Stato indisse elezioni democratiche da svolgersi il 20 dicembre 1962. Tra le otto formazioni politiche che si presentarono alle urne solo due sembravano raccogliere il grosso dei consensi: il Partito Rivoluzionario Dominicano (PRD) di Juan Bosch, fondato da esuli dominicani riparati a Cuba e schierato su posizioni di centro-sinistra, e l'Unione Civica Nazionale (UCN) di Viriato Fiallo, conservatore e strettamente connesso con le élite economiche della nazione; grazie a un forte sostegno dei ceti popolari, Bosch ottenne la presidenza con il 64% dei voti e il PRD guadagnò una maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del parlamento. Bosch entrò quindi in carica come presidente il 27 febbraio 1963, il primo capo di stato liberamente eletto nel paese da molti decenni a questa parte[5][6][7].

La deposizione del governo Bosch[modifica | modifica wikitesto]

Forte della sua maggioranza parlamentare, Bosch inaugurò un vasto programma di riforme economiche e sociali, comprensivo dell'adozione di una nuova costituzione che imponeva la separazione tra Stato e Chiesa, riconosceva i diritti politici e umani fondamentali e garantiva il controllo del governo civile sulle forze armate; il governo Bosch promosse una riforma agraria comprendente una vasta redistribuzione delle terre, e incrementò la tassazione sulle attività economiche e industriali. I 24 anni di esilio dalla Repubblica Dominicana avevano tuttavia fatto perdere a Bosch il contatto con la reale situazione del paese, e le sue riforme furono ben presto percepite come troppo radicali e minacciose da vari segmenti della società dominicana: la Chiesa Cattolica locale avversava la secolarizzazione della società imposta dalla nuova costituzione, mentre le classi abbienti avversavano le riforme economiche liberali del nuovo governo. Vasti settori della società, dai conservatori ai militari ma anche all'interno della stessa maggioranza di centro-sinistra, furono spaventati dalla decisione di Bosch di legalizzare i movimenti dichiaratamente comunisti e dal fatto che il governo non prendeva alcuna posizione contro gli elementi più radicali dell'arco politico; iniziò a diffondersi il timore che Bosch stesse ponendo le fondamenta per un regime di stampo castrista come nella vicina Cuba, cosa che alienò al nuovo governo il sostegno, pur inizialmente dato, degli Stati Uniti[5][8][7].

Il 25 settembre 1963 elementi ultraconservatori delle forze armate, capitanati dal colonnello Elías Wessin y Wessin, condussero un colpo di stato a Santo Domingo. Bosch fu arrestato e obbligato ad andare in esilio a Porto Rico, la costituzione del 1963 venne dichiarata come "non esistente" e le organizzazioni comuniste furono bandite, ma il golpe non trovò il sostegno dell'amministrazione Kennedy: davanti all'ennesimo rovesciamento di un governo democratico da parte dei militari, gli statunitensi interruppero le relazioni diplomatiche con Santo Domingo, sospesero gli aiuti e minacciarono l'imposizione di severe sanzioni economiche al nuovo regime. Il neo-promosso generale Wessin y Wessin dovette quindi farsi da parte e lasciare il potere in mano a un "triumvirato" di politici civili, controllato da esponenti del partito conservatore UCN: Emilio de los Santos y Salcié, Donald Reid Cabral e Ramón Tapia Espinal. Il "triumvirato" fu inizialmente presieduto da Emilio de los Santos, sostituito poi il 23 dicembre 1963 da Donald Reid Cabral, un diplomatico già vicepresidente del "Consiglio di Stato" del 1962[9][10][11].

Reid promise nuove libere elezioni generali per il settembre 1965, ma il suo governo non riuscì a imporsi sul paese. La situazione economica era disastrosa: il calo del prezzo dei prodotti agricoli esportati dalla nazioni aveva portato a una grossa crisi economica, cui Reid cerò di porre rimedio con forti misure di austerità che gli alienarono il sostegno tanto dei lavoratori quanto degli uomini d'affari e dei gruppi professionali. Nel tentativo di recuperare risorse, Reid tagliò le spese militari e cercò di porre un freno alle attività di contrabbando portate avanti, fin dagli anni di Trujillo, dagli alti gradi delle forze armate; questo provocò più di un malcontento tra i generali, ma anche gli ufficiali di basso grado avversavano il nuovo governo, ritenuto troppo lento nell'opera di pensionamento degli alti ufficiali collusi con il vecchio regime e nell'avvicendamento dei ranghi delle forze armate. In breve, il "triumvirato" non riuscì né a imporre la sua autorità sugli ambienti conservatori, fuori e dentro le forze armate, né a proporsi come governo legittimo agli occhi delle masse popolari che avevano votato per Bosch[9][11][12].

L'unico successo che il governo Reid conseguì fu di ottenere il riconoscimento da parte degli Stati Uniti. La decisione di riconoscere il nuovo governo dominicano, presa da Kennedy poco prima del suo assassinio e confermata poi dalla nuova amministrazione di Lyndon B. Johnson, era più che altro detta dalla disillusione e dall'indifferenza: all'iniziale enfasi sulla necessità di riforme democratiche nei paesi dell'America latina si sostituì una visione più pragmatica che poneva al centro la protezione degli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti, che il fortemente filo-statunitense Reid sembrava assicurare. Concentrato sui programmi di riforma interna della "Grande società" e sull'incremento della partecipazione statunitense alla guerra del Vietnam, Johnson dedicò scarsa attenzione alle vicende in corso nell'America latina; ad ogni modo, il nuovo presidente mantenne fede alla priorità, già fissata da Kennedy, di impedire il sorgere di un nuovo regime castrista (una "seconda Cuba") nella regione[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Yates, pp. 5-6.
  2. ^ Greenberg, pp. 9-10.
  3. ^ (EN) Dominican Republic - The era of Trujillo, su workmall.com. URL consultato il 12 dicembre 2019.
  4. ^ Yates, p. 7.
  5. ^ a b c (EN) Dominican Republic - The Post-Trujillo era, su workmall.com. URL consultato il 12 dicembre 2019.
  6. ^ Greenberg, p. 15.
  7. ^ a b Yates, p. 8.
  8. ^ Greenberg, pp. 16-17.
  9. ^ a b (EN) Dominican Republic - Civil War and United States Intervention, 1965, su workmall.com. URL consultato il 12 dicembre 2019.
  10. ^ a b Greenberg, pp. 17-18.
  11. ^ a b Yates, pp. 9-10.
  12. ^ Greenberg, pp. 19.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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