Luigi Barzini senior
| sen. Luigi Barzini | |
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| Parlamento del Regno d'Italia Senato del Regno d'Italia |
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| Luogo nascita | Orvieto |
| Data nascita | 7 febbraio 1874 |
| Luogo morte | Milano |
| Data morte | 6 settembre 1947 |
| Professione | giornalista |
| Legislatura | XXIX, XXX |
| Data | 23 gennaio 1934 |
| Incarichi parlamentari | |
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| [Senato del Regno Pagina istituzionale] | |
Luigi Barzini senior (Orvieto, 7 febbraio 1874 – Milano, 6 settembre 1947) è stato un giornalista e scrittore italiano.
Indice |
[modifica] Biografia
Luigi Barzini inizia la sua carriera nel 1898 come redattore di testate minori, il Capitan Fracassa e poi Il Fanfulla, editi a Roma. Una brillante intervista esclusiva alla famosa cantante lirica Adelina Patti gli spalancò le porte del Corriere della Sera. Nel 1899 Luigi Albertini, all'epoca direttore amministrativo [1] lo assunse come "redattore viaggiante" e lo inviò in Cina. Nella sua lunga carriera al quotidiano di via Solferino (1899-1921), Barzini fu testimone diretto di sei guerre:
- Guerra dei Boxer (Cina)
- Guerra russo-giapponese
- Guerra italo-turca
- Guerre balcaniche (in particolare il conflitto tra Bulgaria e Turchia)
- Guerra civile messicana (1914)
- Prima guerra mondiale
La sua capacità lavorativa era enorme: dopo un'intera giornata trascorsa al fronte, era in grado di scrivere per più ore consecutive durante tutta la notte. I suoi reportage, notevolmente documentati, e la sua scrittura scevra da preziosismi ne fecero un giornalista d'eccezione. Il suo valore fu riconosciuto dalle principali potenze europee: il Regno Unito lo nominò cavaliere dell'Ordine dell'Impero britannico; la Francia gli concesse la Legion d'onore.
Dopo il successo e la fama, mancò a Barzini solo il benessere economico. Nel 1923 entrò in affari, acquistando la maggioranza di un nuovo quotidiano, il Corriere d'America, quotidiano degli Stati Uniti, paese in cui risiedeva da due anni come corrispondente per il Corriere. Portò la famiglia con sé a New York. Svolse l'attività di editore per otto anni, durante i quali sperimentò più delusioni che gioie. Il quotidiano accumulò in pochi anni un pesante passivo; solamente nel 1931 riuscì a venderlo. Dopodiché rientrò in Italia con la famiglia.
Fin dal 1929 Barzini si impegnò in trattative per assumere la direzione di un grande quotidiano italiano. Il suo obiettivo era il Corriere della Sera, ma non fu possibile realizzarlo a causa del veto opposto dai proprietari, la famiglia Crespi. Quando nel 1931 Barzini tornò in Italia l'unica proposta che ricevette fu la direzione de Il Mattino e del Corriere di Napoli. Barzini firmò il suo primo articolo di fondo il 3 gennaio 1932 [2].
Nel 1932 l'Italia era un paese fascistizzato. Barzini, da oltreoceano, non si era reso conto di quanto il Paese fosse cambiato. Tutti i mass media erano controllati dal regime. Barzini credette di fare un giornale indipendente e ciò gli costò caro: il 18 agosto 1933 gli fu comunicato il licenziamento.
Tornò a Milano e passò il resto dell'anno disoccupato. Il regime si accorse nuovamente di lui l'anno seguente, quando lo nominò senatore. Il giornalista utilizzò lo stipendio per spostarsi da Milano alla capitale. Alla ricerca di un lavoro stabile, riuscì solamente a farsi assumere al Popolo d'Italia come redattore. Nel 1938, all'età di 64 anni, andò in Spagna, da dove scrisse una serie di articoli sulla guerra civile per il quotidiano romano. Era la settima guerra che Barzini poté raccontare come inviato speciale.
Nel 1939 fece ritorno in Italia per assistere alla morte della madre della moglie, Emma Pesavento, che avvenne in luglio. Nel 1940, il figlio primogenito, Luigi junior, antifascista, fu arrestato e condannato a cinque anni di confino. Il 9 luglio 1941 morì la moglie, Mantica. Tra il 1941 e il 1942, in piena seconda guerra mondiale, Barzini visitò l'Inghilterra e l'Unione Sovietica e scrisse, per il Popolo d'Italia, documentati articoli/saggi su tali Paesi. Alcuni di essi vennero fermati dalla censura. Il suo ultimo articolo da inviato fu pubblicato il giorno di Natale del 1942.
Dopo l'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943) Barzini perse le tracce del figlio ultimogenito, Ugo, che aveva disertato ed aveva varcato il confine con la Svizzera. Non bastasse, il 10 dicembre 1943 fu arrestato l'altro figlio, Ettore. Solo la figlia Emma era al sicuro, dal momento che viveva in Spagna, Paese non coinvolto dalla guerra. Per Barzini Senior divenne imperativo aiutare i figli in difficoltà.
Ettore fu internato nel campo di concentramento di Fossoli, nel Modenese. Barzini pensò che collaborare con la Repubblica Sociale Italiana gli avrebbe potuto servire per fare pressioni sulle autorità al fine di ottenere la liberazione del figlio. Accettò pertanto la direzione dell'agenzia Stefani, l'agenzia di stampa del regime. Fissò il suo ufficio a Milano e da lì cercò di avviare contatti con il governo di Salò. I suoi sforzi furono vani: Ettore morì in prigionia nel marzo 1945, in Germania. Avuta la notizia, Barzini Senior rassegnò le dimissioni dalla Stefani.
Dopo la Liberazione, Barzini si dovette difendere dall'accusa di essere stato connivente con la Repubblica Sociale. Il 31 luglio 1945 l'Alta Corte di giustizia lo condannò per la sua presidenza della Stefani. Barzini perse il diritto ad esercitare la professione giornalistica.
Trascorse gli ultimi due anni di vita in povertà. Morì il 6 settembre 1947.
[modifica] Il raid Pechino-Parigi
Nel 1907 Barzini accompagnò il principe Scipione Borghese nella famosa competizione automobilistica di inizio secolo da Pechino a Parigi (istituita dal giornale francese Le Matin), vincendola dopo aver viaggiato attraverso regioni e popolazioni in Siberia ed in Russia che non avevano mai visto un'automobile prima di allora. Di quest’avventura Barzini scrisse un racconto fotografico che divenne famoso in tutto il mondo, La metà del mondo vista da un automobile. Da Pechino a Parigi in sessanta giorni, pubblicato nel 1908 contemporaneamente in undici lingue. L'editore, Ulrico Hoepli lo definì un «raid editoriale» oltre che automobilistico.
Il figlio primogenito, che ha ricevuto il suo stesso nome [3], è diventato anch'egli un affermato giornalista, soprattutto negli Stati Uniti.
A suo nome è stato istituito nel 1996 il premio giornalistico "Premio Luigi Barzini all'inviato speciale".
[modifica] Opere
- Nell'estremo oriente. Milano, Libreria Editrice Nazionale, 1904
- Il Giappone in armi. Milano, Libreria Editrice Lombarda, 1906
- Guerra Russo-Giapponese. La battaglia di Mukden, 1907
- La metà del mondo vista da un automobile - da Pechino a Parigi in 60 giorni, prima edizione. Milano, Ulrico Hoepli Editore, 1908
- Scene della grande guerra, 1915
- Al Fronte, 1915
- La guerra d'Italia. Sui monti, nel cielo e nel mare, 1916
- La guerra d'Italia. Dal Trentino al Carso, 1917
- Impressioni boreali, 1921
- Dall'impero del Mikado all'impero dello Zar, 1935
- Sotto la tenda, 1935
- L'impero del lavoro forzato, Ulrico Hoepli Editore, 1938
- Evasione in Mongolia, 1939
- Wu Wang ed altre genti, 1941
[modifica] Onorificenze
- Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia 17 febbraio 1924
- Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia 16 aprile 1925
- Grande ufficiale dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia
- Cavaliere ufficiale della Legione d'onore (Francia)
- Croce di guerra
- Medaglia di bronzo al valore militare
[modifica] Note
- ^ "Segretario di redazione" nel linguaggio dell'epoca.
- ^ In virtù della legge istitutiva dell'Ordine (1925), che obbligava i giornalisti ad essere iscritti al Partito Nazionale Fascista per esercitare la professione, Barzini ricevette d'autorità la tessera del partito.
- ^ Vedasi Luigi Barzini junior.
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[modifica] Collegamenti esterni
Ulteriori informazioni nella scheda sul database dell'Archivio Storico del Senato, I Senatori d'Italia.