La realtà in trasparenza

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La realtà in trasparenza
Titolo originale The Letters of J. R. R. Tolkien
Autore John Ronald Reuel Tolkien
1ª ed. originale 1981
Genere epistolario
Lingua originale inglese

La realtà in trasparenza è il titolo dell’edizione italiana della principale raccolta di lettere autografe dello scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien. Fu pubblicata per la prima volta in Italia dall’editore Rusconi, nel 1990.

Ricche di informazioni, spiegazioni, aneddoti sulla creazione dell’ambientazione dei suoi romanzi, le lettere di Tolkien offrono, altresì, uno spaccato della vita intima e familiare dello scrittore: i suoi rapporti con la moglie e i quattro figli (John, Michael, Christopher e Priscilla); i personali convincimenti e ideali; i momenti più difficili vissuti dalla famiglia Tolkien, quando Christopher e Michael si trovano lontano, al fronte, durante la Seconda guerra mondiale.

Si tratta di una selezione del suo epistolario operata dal figlio Christopher in collaborazione col biografo Humphrey Carpenter, considerata dagli "esegeti" tolkieniani uno strumento fondamentale per comprendere il senso ed il contesto dei racconti della Terra di Mezzo nella vita dell’autore inglese.

Cronologia dell'edizione italiana[modifica | modifica sorgente]

La prima pubblicazione italiana di una produzione epistolare di Tolkien è una traduzione di The Father Christmas Letters (Le lettere di Babbo Natale) del 1976, una raccolta dei racconti fiabeschi illustrati (con tanto di francobollo delle "Poste Polari") che il professore di Oxford, fingendosi Babbo Natale, spediva ogni anno ai suoi figli tra il 1925 e il 1938. Tuttavia, queste sono a tutti gli effetti dei racconti fantastici, anche se in forma di lettera.

La raccolta epistolare vera e propria, chiamata La realtà in trasparenza, è, invece, la traduzione italiana di The Letters of J. R. R. Tolkien, pubblicata per la prima volta nel 1981. Essa contiene 354 lettere, ordinate cronologicamente dalla prima dell'ottobre 1914 all'ultima, del 29 agosto 1973, quattro giorni prima della morte dello scrittore.

Successivamente, al fallimento della casa editrice Rusconi, i diritti sulle opere di Tolkien pubblicate in Italia vengono acquisiti da Bompiani che ripubblica l’edizione nel 2002.

Lo Hobbit in trasparenza[modifica | modifica sorgente]

La pubblicazione de Lo Hobbit ha rivestito, sia per gli abitanti della Terra di Mezzo che per la carriera di scrittore di Tolkien, una importanza capitale: Il Signore degli Anelli probabilmente non sarebbe mai stato ideato, né Il Silmarillion avrebbe avuto la stessa estensione, descrivendo gli avvenimenti della Terza Era.

Le lettere raccolte nel volume La realtà in trasparenza percorrono questo evento documentando anche e soprattutto gli aspetti tecnici, dalla realizzazione delle mappe alla cura delle illustrazioni; questioni che Tolkien curò di persona con molto zelo.

Una versione de Lo Hobbit era già pronta nel 1932, anche se incompleta, quando fu letta da C.S. Lewis. La stesura di gran parte del testo avvenne nei primi sette anni in cui Tolkien era professore di lingua anglosassone ad Oxford, incarico che assunse nel 1925.

Fu anche grazie all’insistenza di una studentessa di Oxford, Susan Dagnal, che il libro, scritto per essere letto ai propri figli e a una stretta cerchia di amici, capitò nelle mani dell'editore Stanley Unwin nel 1936.

Unwin fu, di conseguenza, l’editore che pubblicò la prima edizione de Lo Hobbit e che spronò Tolkien alla stesura di un seguito: quello che sarebbe stato Il Signore degli Anelli. A quel periodo risale la stesura di due favole: Mr. Bliss e Il cacciatore di draghi.

L'Anello in trasparenza[modifica | modifica sorgente]

La stesura e la pubblicazione del Signore degli Anelli richiesero tempo e impegno tali che Tolkien ebbe a dire:

« Preferirei intraprendere il viaggio per Roma a piedi piuttosto che riscrivere da capo il mio libro. »

Il Signore degli Anelli è un testo complesso con una genesi complessa, ed è di fondamentale importanza lo strumento delle lettere per comprenderlo appieno: in molte lettere, infatti, viene spiegato con chiarezza il senso ed il messaggio dell'opera ed è assai interessante notare come la comprensione di tale senso, per Tolkien, evolva con il tempo, persino dopo la pubblicazione.

Il Signore degli Anelli, come tutto il corpus di racconti sulla Terra di Mezzo, è stato, infatti, una scoperta per Tolkien, una invenzione nel senso etimologico del termine.

I primi capitoli[modifica | modifica sorgente]

La potenza di questa avventura è stata subito chiara sin dalla prima fase della stesura del dattiloscritto, quando Stanley Unwin ebbe a spronare Tolkien nello scrivere un seguito de Lo Hobbit. In risposta a quelle lettere Tolkien scriveva imbarazzato:

« [...] mi è difficile pensare a qualcosa di nuovo per questo mondo »

oppure:

« [...] scriverei un numero infinito di primi capitoli... »

Eppure tempo dopo avrebbe confessato:

« Le cose sembrano scriversi da sole una volta che le inizio. »

Durante la guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Lo scoppio della seconda guerra mondiale sorprende l'opera ad un quarto circa della sua definitiva stesura; le lettere di questo periodo nella raccolta sono quasi tutte destinate al figlio Christopher impegnato in Sudafrica nell'esercito e, oltre a testimoniare la grandiosa umanità di Tolkien padre, mostrano come sia cambiato il motivo per cui l'autore continui a scrivere:

« Non credo che scriverei ancora, se non fosse perché spero che tu lo legga. »

I commenti ed i riferimenti al testo in queste lettere mettono in risalto l'attinenza del linguaggio simbolico con la realtà storica e quotidiana, a riprova del fatto che il racconto fantastico assume in Tolkien un realismo potentissimo. Dice infatti:

« Non ci sono veri Uruks, cioè gente resa cattiva per volontà del proprio creatore »

oppure:

« Non puoi combattere il nemico con il suo Anello senza trasformarti anche tu in un nemico »

ed ancora:

« il nocciolo della questione non è nel disordine e nella guerra, ma nella libertà, nella pace, nella vita quotidiana e nei piccoli piaceri. »

La pubblicazione[modifica | modifica sorgente]

Dopo il termine della guerra, l'attività di stesura del romanzo procede, ma occorreranno ancora dieci anni affinché, nel 1955, Il Signore degli Anelli venga pubblicato. A ridosso di questa data si susseguono lunghe lettere destinate agli editori che, nel frattempo, avevano perso interesse alla pubblicazione, soprattutto per il grande volume dell'opera, poiché Tolkien desiderava che Il Signore degli Anelli fosse pubblicato assieme al Silmarillion. In queste lettere, l'autore non risparmia precise e utilissime spiegazioni sul senso e sul significato del romanzo, nella speranza che tali chiarimenti possano essere di qualche convincimento.

Finalmente l'opera nasce, ma il "parto" è così problematico da lasciare insperato un successo; quando questo arriva, sorprende moltissimo l'autore:

« è come se avessi aperto il cuore e lo avessi lasciato prendere a fucilate. »

Alla pubblicazione, segue, ancora, una serie di risposte a critiche, malinterpretazioni e fraintendimenti e poi lunghe lettere di risposta a domande di lettori ed appassionati.

L'Anello dal '37 al '39[modifica | modifica sorgente]

Tolkien inizia a scrivere Il Signore degli Anelli dietro la richiesta dell'editore Stanley Unwin di dare un seguito a Lo Hobbit. La stesura dei primi capitoli è difficoltosa e la trama della storia molto incerta, tanto che Tolkien dà un titolo all'opera solo nell'agosto del 1938. Le pressioni dell'editore, unite alla difficile situazione familiare e economica,[1] rendono ancora più complicato il lavoro.

In data 19 dicembre 1937, Tolkien comunica al signor Furth della Allen & Unwin di aver completato il primo capitolo.

« Ho scritto il primo capitolo di una nuova storia sugli Hobbit: una festa a lungo attesa. Buon Natale. »

Nel febbraio 1938, questo capitolo viene battuto a macchina e spedito all'attenzione del giovane figlio di Stanley Unwin: Rayner; Tolkien chiede ad un bambino di fargli da critico; come per Lo Hobbit, che aveva scritto per i propri figli, così anche il "seguito allo Hobbit" non poteva, infatti, che riprenderne i caratteri di letteratura per l'infanzia.

Il 17 febbraio, in una missiva (lettera n°33) in cui accenna al proposito di pubblicare Mr. Bliss, e il giorno seguente, rispondendo ai complimenti di Rayner (lettera n°24), Tolkien esprime il timore di essersi arenato, di non riuscire ad andare oltre al suo spunto iniziale avendo esaurito i temi narrativi migliori nella pubblicazione precedente. Ma di lì a un mese la situazione inizia a sbloccarsi: Tolkien comunica al suo editore di essero giunto al terzo capitolo, «ma [ancora] i racconti tendono a sfuggire di mano e anche questo ha preso una svolta inaspettata»[2]; una "svolta" non gradita da Unwin che critica i due nuovi capitoli affermando che contengono troppo "linguaggio Hobbit", una valutazione condivisa, nella lettera di risposta, dallo stesso autore che si propone di limitarsi ammettendo di divertirsi di più a scrivere in quel modo che a portare avanti effettivamente la trama (lettera n°28).

Come traspare dal carteggio con l'editore, Tolkien non aveva inizialmente le idee chiare sul seguito, ma ciò dipendeva anche dal suo stile narrativo[3]; si era messo in qualche modo ad osservare ciò che facevano i suoi personaggi alla festa di Bilbo (cfr. lettera n°31) per vedere se fosse accaduto qualcosa di curioso, aspettando che gli Hobbit e Gandalf combinassero qualcosa che facesse scaturire tutta l'avventura: proprio come nelle pagine iniziali del precedente romanzo quando un improvvido invito ad uno stregone a prendere un tè avrebbe sconvolto per sempre la tranquilla routine esistenziale di Bilbo.[4]

Non a caso la critica di Unwin avrà, quindi, poco successo e gli Hobbit di Tolkien continueranno a parlare in modo buffo e a comportarsi fanciullescamente perché tale è la loro natura. Un giudizio personale di Tolkien, quasi una poetica, sul proprio modo di scrivere verrà sviluppato tuttavia solo più tardi quando l'autore parlerà del concetto di "subcreazione" e con insistenza correggerà gli equivoci interpretativi rispondendo alle critiche di chi vedeva nel Signore degli Anelli un racconto allegorico.

Tuttavia scrivere Il Signore degli Anelli non fu una faccenda da poco e le difficoltà, compresi momenti di aridità artistica, si presentarono subito. Nel luglio del '38 Tolkien affronta un periodo lavorativo intenso e «[il seguito allo Hobbit] ha perso ogni attrattiva ai miei occhi e non ho idea di cosa farne. [...] Tutti i "motivi" che posso usare sono racchiusi nel libro originario, cosicché un seguito apparirebbe più "esiguo" [!!!] e puramente ripetitivo. [Tuttavia] a me gli Hobbit divertono immensamente e potrei contemplarli mangiare e fare i loro scherzi abbastanza sciocchi all'infinito» (lettera 31). In seguito gli impegni del professore si faranno tanto gravosi da sfiorare l'esaurimento nervoso, così Tolkien sarà costretto al riposo (lettera 33); qui le sorti del seguito allo Hobbit, grazie all'ozio e all'aria aperta, trovano rinnovata speranza. Per la prima volta è documentata la scelta di "Il Signore degli Anelli" come titolo per il seguito allo Hobbit, anche se tale titolo è provvisorio, ed entro il 31 agosto è pronto il capitolo VII che «prosegue verso obiettivi imprevisti» (lettera 33). È chiaro che questo si è trasformato in un libro più "adulto" e non necessariamente «più adatto o più idoneo al pubblico dello Hobbit. [...] non è una storia da leggere prima di addormentarsi». Tuttavia, man mano che la storia progredisce, l'autore si accorge che «Il Signore degli Anelli è molto migliore dello Hobbit», che sembra aver trovato ormai la giusta forma, tanto che «se la parte scritta finora [capitolo XII nel febbraio '39] La soddisfa non dovrò temere per l'opera nel suo complesso» (lettera 35 alla Allen & Unwin). Così, sempre sospettando che il seguito allo Hobbit non sarebbe piaciuto al pubblico, Tolkien arriva al dicembre '39, ormai alle soglie della seconda guerra mondiale, al termine del capitolo XVI.

L'Anello in guerra[modifica | modifica sorgente]

Lo scoppio della seconda guerra mondiale coinvolse personalmente alcuni membri della famiglia Tolkien. Michael, il secondo figlio, si era arruolato volontario nell'estate '40 partecipando alla battaglia d'Inghilterra del '41 in difesa degli aerodromi ed era rimasto ferito. Nell'estate del '43 Christopher, il terzo figlio, era stato chiamato nella RAF e nel '44, dopo un periodo di addestramento, si era trasferito in Sudafrica per diventare pilota.

Le lettere della raccolta datate fra il '40 ed il '45 sono quasi esclusivamente indirizzate ai figli ed in particolar modo a Christopher; i capitoli del Signore degli Anelli vengono spediti in Sudafrica accompagnati da accoratissime lettere attorno agli argomenti più disparati, ma tutte con un accento paterno commovente, sempre pronte ad elargire giudizi utili spesso attinti dalla dottrina cristiana e da un'intensa esperienza di fede, che qui mostra per la prima volta il suo fervore. Il Signore degli Anelli sembra essere molto influenzato da questa corrispondenza, non solo nelle parti che vengono completate fra il '43 ed il '45 o negli anni successivi; l'esperienza maturata negli anni della guerra ripropone una lettura completa del Signore degli Anelli: Tolkien si è sempre accostato alla composizione della sua opera come un narratore di cose già avvenute piuttosto che un vero autore. Sebbene in queste lettere i riferimenti al testo ed alla sua compilazione siano meno abbondanti, questo capitolo della raccolta contiene una manifestazione palese della ricchezza di contenuto dell'opera. Alla luce della corrispondenza con Christopher sembra essere rivelato un decimo personaggio della Compagnia dell'Anello, che si potrebbe chiamare Destino o Fato, ma forse sarebbe meglio Anima delle Circostanze. È questo personaggio che, presente anche ne Lo Hobbit, suggerisce a Bilbo nella caverna di Gollum Pietà e Misericordia di fronte a quella povera creatura (cfr. Il Signore degli Anelli, cap. 2 pag. 94) ed è questo stesso personaggio che risolleva nel momento del fallimento ultimo le sorti della missione (quasi spingendo Gollum a mettere il piede in fallo).

Tolkien impiegò 18 anni a scrivere e pubblicare Il Signore degli Anelli proprio perché c'era bisogno di riscriverne alcune parti alla luce delle nuove scoperte che l'autore faceva percorrendo la Terra di Mezzo. Fu infatti necessaria una correzione del capitolo 4 de Lo Hobbit ("Indovinelli nell'oscurità") prima della pubblicazione de La Compagnia dell'Anello insieme alla riscrittura di molti capitoli del Signore degli Anelli.

Lettere dal '41 al '44[modifica | modifica sorgente]

  • Lettera 45: 9 giugno 1941 a Michael Tolkien

Questa lettera contiene una testimonianza di due importanti aspetti della vita di Tolkien: l'essere padre e l'essere profondamente appassionato di letteratura; a partire da questa passione si scaglia in un'invettiva contro Hitler, presentato come un vandalo distruttore della germanità stessa!

« Tuttavia tu sei la mia carne ed il mio sangue e tieni alto il nostro nome. [...] Il legame tra padre e figlio non è costituito solo dalla consanguineità: ci deve essere un po' di aeternitas. Esiste un posto chiamato "paradiso" dove le opere buone iniziate qui possono venire portate a termine. [...] Ho trascorso gran parte della mia vita, fin quando avevo la tua età [21 anni, NdR], a studiare germanistica. C'è molta più forza e veridicità nell'ideale "germanico" di quanto gente ignorante non immagini. Io ne ero molto attratto da studente, come reazione contro i "classici". [...] [Hitler] sta rovinando, pervertendo, distruggendo e rendendo per sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contributo all'Europa, che io ho sempre amato, e cercato di presentare in una giusta luce. »
  • Lettera 47: 7 dicembre 1942 alla Allen & Unwin

La stesura del seguito allo Hobbit prosegue e

« ora mi sto avvicinando alla conclusione. Spero di avere un po' di tempo libero durante queste vacanze e spero di finirlo per l'inizio del prossimo anno. [...] Sono arrivato al capitolo XXXI [divenuto il capitolo 9 del libro III, NdR] e ce ne vogliono almeno sei per finirlo (sono già delineati). »
  • Lettera 54: 8 novembre 1944 a Christopher Tolkien

Il padre scrive al figlio in guerra mostrando una notevole serenità sebbene le circostanze storiche avrebbero potuto suggerire angoscia; questa serenità attinge direttamente dalla grande fede cristiana di Tolkien, tanto che tutta la lettera è un consiglio a ricordare il proprio angelo custode e un richiamo alla preghiera ed alla letizia; cita infatti il Libro di Exter:

« Conoscerà meno il dolore chi sa molte canzoni o può toccare l'arpa con le sue mani: possiede un dono di gioia (musica e/o versi) datogli da Dio »

È dunque importante per noi lettori ricordare che per Tolkien l'arte di scrivere era vissuta innanzitutto come "dono di gioia" da comunicare agli altri. A questa gioia Tolkien riconosce un valore universale tanto che prosegue:

« In tutte le epoche gli uomini (simili a noi, i più consapevoli) l'hanno sentito: non necessariamente causato dal dolore o dalle durezze del mondo, ma affilato da queste. Queste ultime parole sono di grande aiuto per comprendere le vicende degli Hobbit nel Signore degli Anelli poiché essi sono i personaggi più gaudenti e gioiosi (quante volte li si sorprende ridere!) ed è per questa letizia, non piuttosto nonostante, che affrontano tutti i pericoli di una missione, direi, suicida. »
  • Lettera 59: 5 aprile 1944 a Christopher Tolkien

Sebbene fosse (buona) intenzione dell'autore finire la stesura del libro per i primi mesi del 1943, nell'aprile del '44 Il Signore degli Anelli è ancora in cantiere poiché

« sono necessarie molte riletture e ricerche. Ed è molto faticoso e difficile mettersi in movimento. »

Mancano ancora undici anni alla fine della pubblicazione! Le lettere successive (60-63) documentano progressivamente il lavoro di stesura del testo nei momenti liberi.

  • Lettera 64: 30 aprile 1944 a Christopher Tolkien

Questa lettera fu scritta per colmare la grande nostalgia causata dalla lontananza dal figlio, nostalgia incupita dal pensiero dello stesso:

« stupido spreco della guerra, non solo materiale, ma morale e spirituale, così difficile da sopportare. »

È assai importante perché documenta lo spirito con cui Tolkien affronta le difficoltà di queste circostanze, di come si riscatti dal

« pensiero della quantità della miseria umana che esiste in tutto il mondo in questo momento: i milioni di persone divise, angosciate, che sprecano giornate inutilmente — senza contare la tortura, il dolore, la morte, le perdite, l'ingiustizia. »

Poi prosegue con un'immagine tratta dalle vicende della Terra di Mezzo:

« Se l'angoscia si potesse vedere, quasi tutto questo mondo ottenebrato sarebbe avvolto da una nuvola densa di vapore scuro, nascosto agli occhi stupiti del cielo! »

Il fatto che Tolkien usi queste parole è conferma di quanto la scrittura del Signore degli Anelli coinvolga tutta la persona dell'autore; egli non può che paragonare la vicenda di Sam e Frodo in Mordor, sebbene completamente diversa ed inserita in un disegno che non ha nulla a che vedere con le vicende storiche della seconda guerra mondiale, alla propria vicenda ed alle angherie dei sofferenti: due esempi diversi di condizioni umane sull'orlo del baratro, dello stesso baratro. Conoscere dunque le speranze che animano il cuore di Tolkien in questo periodo aiuta molto a comprendere le flebili speranze di Frodo e Sam, o il loro agire contro ogni speranza. E infatti egli prosegue

« Ma il punto di vista storico, naturalmente, non è l'unico. Tutte le cose e le azioni valgono per se stesse, a parte le loro "cause" ed i loro "effetti". Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente accadendo al momento attuale sub specie aeternitatis. Tutto quello che sappiamo, ed anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce sempre con grande potenza e successi continui — inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno affinché il bene inaspettatamente germogli. Così accade in generale e così accade anche nelle nostre vite. Sebbene Frodo e Sam non sembrino pienamente coscienti di queste parole, soprattutto Sam che è l'eterno e stupido buono, le loro azioni sono suggerite da questa speranza, che nemmeno risiede in loro, ma in Gandalf al quale Frodo obbedisce fidandosi ciecamente; al termine della vicenda spettano a lui le splendide parole: "Si" disse Frodo "Ma ricordi le parole di Gandalf: 'Persino Gollum potrebbe avere ancora qualcosa da fare'? Se non fosse stato per lui, Sam, non avrei distrutto l'Anello. La Missione sarebbe stata vana, proprio alla fine. Quindi, perdoniamolo! La Missione è compiuta, e tutto è passato. Sono felice che tu sia qui con me. Qui, alla fine di ogni cosa, Sam. »

La lettera prosegue subito dopo chiarendo quale sia quel punto di vista "non storico" accennato sopra (una prospettiva tanto lontana dalla Terra di Mezzo quanto Valinor dalle Coste Orientali e cioè il punto di vista di Dio e di chi si affida alla sua grazia):

« Ma c'è ancora qualche speranza che le cose per noi possano migliorare, anche sul piano temporale, per grazia di Dio. [...] E tu sei stato per me un dono così speciale, in un periodo di disperazione e di sofferenza mentale, e il tuo amore, che si è schiuso subito non appena sei nato, mi ha fatto capire, a chiare lettere, che io avrò sempre motivo di consolazione grazie alla certezza che non c'è fine a tutto questo. »
  • Lettera 66: 6 maggio 1944 a Christopher Tolkien

Questa lettera comincia a chiarire la natura del palpitante "realismo delle storie fantastiche" che fa del Signore degli Anelli e del Silmarillion due penetranti affondi nella realtà. Un commento alla situazione storica è affidato ad un paragone con le vicende della Guerra dell'Anello:

« Perché noi stiamo tentando di conquistare Sauron utilizzando l'Anello. E ci riusciremo (sembra). Ma lo scotto sarà, come tu ben sai, di nutrire nuovi Sauron e di trasformare lentamente uomini ed elfi in orchi. Non che nella vita reale le cose siano così definite come in una storia, e noi siamo partiti con un gran numero di orchi al nostro fianco. »

Da questo spunto l'autore passa a descrivere il cuore delle ragioni che lo hanno portato a scrivere della Terra di Mezzo:

« Io sento tra gli altri tuoi dolori (alcuni solo fisici) il desiderio di esprimere i tuoi sentimenti sul bene, sul male, sul bello, sul brutto: di razionalizzarli, di impedire che incancreniscano. Nel mio caso questo desiderio ha generato Morgoth e la Storia degli Gnomi (Il Silmarillion). »

Dunque la lettura di queste due opere sarà tanto più gustosa quanto sarà desiderosa di scoprire il fiorire di questi sentimenti, il loro nascere e prendere vita.

  • Lettera 73: 10 giugno 1944 a Christopher Tolkien

A corollario della lettera 66:

« Così ho optato per l'"evasione": trasformando le altre esperienze in altre forme e in simboli con Morgoth e gli orchi e l'Eldalië (che rappresenta la bellezza e la grazia nella vita e nell'arte) e così via »
  • Lettera 78: 12 agosto 1944 a Christopher Tolkien

Un utile richiamo a pesare sempre il paragone fra le realtà della Terra di Mezzo e quelle esistenti:

« Uruk-hai è solo un parto dell'immaginazione. Non ci sono veri Huruk, cioè gente resa cattiva per volontà del loro creatore; e non c'è molta gente così corrotta da non poter essere redenta. »

Continua poi accusando una fatica:

« Sono assolutamente a corto di ispirazione per quanto riguarda l'Anello e sono fermo allo stesso punto di questa primavera, con tutta l'inerzia da superare. Che sollievo sarebbe riuscire a finirlo »
  • Lettera 79: 22 agosto 1944 a Christopher Tolkien

Il fatto che Tolkien nella scelta dei protagonisti abbia preferito gli Hobbit, personaggi semplici ed assolutamente inadatti ad ogni atto di eroismo, è uno dei punti che rendono particolarmente affascinante Il Signore degli Anelli. Il motivo non è, banalmente, nel fatto che in questo modo il lettore è messo più a suo agio e reso vicino alla vicenda: piuttosto Tolkien propone un cambiamento dei valori eroici. In questa lettera si comincia a comprendere questa scelta; dice infatti: «Il futuro è impenetrabile, specialmente oggi ai saggi; perché le cose più importanti sono sempre nascoste agli occhi dei contemporanei».

  • Lettera 89: 7 novembre 1944 a Christopher Tolkien

Questa lettera spiega quali sono per l'autore le ragioni del valore de Lo Hobbit e del Signore degli Anelli. La lettera contiene il racconto del miracolo accaduto ad un bambino assai malato che, andato a Lourdes, non era stato inizialmente guarito, ma che sul treno del ritorno presentò i segni della guarigione; in riferimento a ciò l'autore prosegue:

« Ma la storia del ragazzino con la sua conclusione in apparenza triste e poi l'improvviso inaspettato lieto fine mi ha profondamente commosso [...]. E all'improvviso mi sono reso conto di cosa si trattasse: proprio quello che avevo cercato di scrivere e spiegare nel saggio sulle fiabe che vorrei tanto che tu avessi letto e che anzi ti manderò. Per questa situazione ho coniato la parola "eucatastrofe": l'improvviso lieto fine di una storia che ti trafigge con una gioia da farti venire le lacrime agli occhi (che io argomentavo essere il sommo risultato che una fiaba possa produrre). E nel saggio esprimo l'opinione che produce questo effetto particolare perché è un'improvvisa visione della Verità, il tuo intero essere legato dalla catena di causa ed effetto, la catena della morte, prova un sollievo improvviso come se un anello di quella catena saltasse. Si intuisce che così è fatto il Grande Mondo per il quale è fatta la nostra natura. E concludevo dicendo che la Resurrezione è la più grande "eucatastrofe" possibile nella più grande Fiaba [...]. Naturalmente non voglio dire che i Vangeli raccontano solo fiabe; ma sostengo con forza che raccontano una fiaba: la più grande. L'uomo, narratore, deve essere redento in modo consono alla sua natura: da una storia commovente. Ma dato che il suo autore è l'artista supremo e l'autore di tutta la realtà, questa storia è fatta per essere vera anche al primo livello. [...] Per venire a cose meno importanti: mi resi conto di aver scritto una storia che vale con Lo Hobbit, quando leggendola (dopo che era abbastanza maturata perché me ne staccassi) provai improvvisamente in modo intenso l'emozione "eucatastrofica" all'esclamazione di Bilbo: "Le Aquile! Stanno arrivando le Aquile!" [...] E nell'ultimo capitolo dell'Anello che ho appena scritto spero che noterai, quando l'avrai ricevuto (sarà presto in viaggio) che la faccia di Frodo diventa livida e Sam si convince che è morto, proprio quando Sam rinuncia a sperare. »

Qui è esposto il punto chiarificatore del realismo delle fiabe, cioè la capacità di raccontare in modo semplice la dinamica della Verità. La sorpresa dell'autore è grande nel realizzare questo: per Tolkien diventa chiaro che il suo lavoro non ha ragione di rimanere chiuso nella cerchia familiare se è in grado di suscitare nel lettore la visione del Vero.

  • Lettera 93: 24 dicembre 1944 a Christopher Tolkien

Un nuovo spunto per comprendere le ragioni del nuovo eroismo viene dal commento che Williams, un appartenente al circolo degli Inklings, scrive a Tolkien dopo aver letto una parte del Signore degli Anelli:

« La cosa più interessante è che il nocciolo della storia non è nella discordia e nella guerra e nell'eroismo (benché queste cose siano capite e dipinte) ma nella libertà nella pace, nella vita quotidiana e nei piccoli piaceri. Tuttavia lui concorda che queste cose richiedono l'esistenza di un grande mondo al di fuori della Contea — altrimenti diventerebbero stantie per l'abitudine e la monotonia »

Verso la pubblicazione[modifica | modifica sorgente]

I manoscritti del Signore degli Anelli furono passati agli editori ben prima della data di pubblicazione (1954). Durante una cena con Sir Unwin, Tolkien concordò che Rayner, il figlio dell'editore, che già a suo tempo aveva letto lo Hobbit, avrebbe letto il primo libro del Signore degli Anelli: da questo momento, 9 luglio 1947, Tolkien sarà impegnato nel vedere realizzato il suo progetto di pubblicazione. Terminata la lettura Rayner scrive all'autore le impressioni suscitategli dal libro:

« Il corso degli eventi tortuoso e contrastante in questo mondo all'interno di un altro mondo quasi sopraffà il lettore. [...] La battaglia tra oscurità e luce (a volte uno sospetta che la storia passi in secondo piano per diventare pura allegoria) è macabra e più evidente che ne lo Hobbit." Tolkien ribatte a questi appunti dimostrando che il libro contiene molto di più di quanto non sia stato notato dal lettore: "Mi dispiace che si sia sentito sopraffatto, e in particolare ho notato l'assenza di qualsiasi riferimento alla commedia, di cui pensavo che il primo libro fosse ben fornito. [...] Mi sembra che nella vita reale, come qui, è proprio dal contrasto con l'oscurità del mondo che nasce la comicità, ed è meglio quando l'oscurità non viene nascosta. »

D'altra parte che il lettore sia stato colpito dal senso dell'orrido è per Tolkien un successo: commentando questo appunto Tolkien dà una utile spiegazione alla sua scelta di mettere in scena l'orrido: ogni romanzo che consideri le cose seriamente deve avere in sottofondo paura ed orrore, se vuole raffigurare la realtà, per quanto remotamente o in modo rappresentativo.

Allegoria della realtà?[modifica | modifica sorgente]

Una delle più comuni mistificazioni del Signore degli Anelli è quella che lo legge come se fosse una allegoria: ecco la prima occasione in cui Tolkien scredita questa interpretazione:

« [...] che Rayner non sospetti l'allegoria! [...] Persino la battaglia fra oscurità e luce (come lui la chiama, non io) per me è solo una particolare fase della storia, un esempio dei suoi modi, forse, ma non il Modo; e gli attori sono individui: ognuno di loro, naturalmente, contiene l'universale, altrimenti non vivrebbero affatto, ma non sono rappresentati come universali. [...] quanto più è strettamente intrecciata una storia tanto più facilmente quelli intenzionati a farlo vi troveranno un'allegoria." »

Tolkien spiega poi come mai la storia sia tanto "intrecciata":

« Si può fare dell'Anello una allegoria della nostra epoca volendo: un'allegoria dell'inevitabile fine cui vanno incontro tutti i tentativi di sconfiggere il potere del male con un potere analogo. Ma questo è solo perché tutti i poteri magici o tecnici lavorano sempre in questa direzione. Non si può scrivere una storia su un anello magico apparentemente semplice senza che la storia si gonfi, se davvero prendi sul serio l'anello, e senza fare accadere tutte le cose che accadrebbero, se un anello del genere esistesse davvero. »

La prolissità di un'opera come il Signore degli Anelli ed il Silmarillion parte dunque da una esigenza di realismo: tutti i personaggi con le loro personalità tutto-tondo ed il fiume di pagine in cui queste personalità giocano, non sono scaturiti da un calcolo architettato per rendere efficace l'esposizione di una teoria in forma allegorica. Cosa siano realmente Frodo, Sam, Aragorn, Gandalf e tutti gli altri personaggi lo si può comprendere leggendo in modo vitale il Signore degli Anelli perché questi personaggi sembrano desiderare di uscire dalle pagine cui sono legati per camminare in questo tempo ed in ogni tempo.

Il lavoro di revisione continua[modifica | modifica sorgente]

La lettura di Rayner trova un elemento di discontinuità fra lo Hobbit ed il Signore degli Anelli. Nel capitolo V, "Indovinelli nell'oscurità", della prima edizione de lo Hobbit, troviamo Gollum, sconfitto nel duello verbale, che desidera di cuore donare l'anello a Bilbo e si dispiace molto nel non trovarlo: Bilbo allora ottiene di farsi accompagnare fuori dalla caverna dove i due si salutano civilmente. Tolkien allora promette che ne avrebbe tenuto conto in una successiva correzione del capitolo II del Signore degli Anelli; crede comunque che

« il modo adatto per aggirare la difficoltà sarebbe di aggiustare leggermente la storia originaria »

La soluzione finale prevede la riscrittura del capitolo V de lo Hobbit come oggi noi lo leggiamo mentre, nel capitolo II del Signore degli Anelli, Gandalf tiene presente il fatto che Bilbo nel suo racconto fosse massimamente premuroso a legittimare il possesso dell'anello; la vicenda della correzione dei capitoli può essere seguita nelle lettere 111, 128, 129 e 130.

Finora il Signore degli Anelli ed il Silmarillion erano rimasti circoscritti alla lettura di una stretta cerchia di amici e questo non soddisfaceva l'animo ed il desiderio dell'autore che voleva poter mostrare a tutti il frutto del proprio lavoro: l'arte ha infatti bisogno di essere perfezionata dalla lettura, dall'ascolto, dalla visione del pubblico per essere chiamata tale. I rapporti con la Allen & Unwin tuttavia si fanno via via più difficili: il 14 aprile 1950, Tolkien chiede un sì o un no alla proposta di pubblicare "il Signore degli Anelli" insieme al "Silmarillion" e la risposta sarà negativa. Parallelamente a questa corrispondenza Tolkien scrive e incontra l'editore Milton Waldman della londinese HarperCollins: costui si mostra subito assai interessato all'opera ed è sua intenzione pubblicarla nel rispetto delle intenzioni dell'autore. Nel 1951 tuttavia la Collins cominciò ad allarmarsi per la lunghezza dell'opera e Tolkien scrive una lunga lettera (la 131) nell'intenzione di dimostrare l'indivisibilità del Signore degli Anelli dal Silmarillion. Lo sforzo è vano: nel 1952, Tolkien perse la pazienza per i ritardi della pubblicazione. Nel giugno dello stesso anno Tolkien scrive a Rayner Unwin una lettera (lettera 133), con il quale i rapporti non si erano mai del tutto deteriorati a differenza che con il padre Stanley, in risposta ad una sua gentile lettera. Qui Tolkien si dimostra disponibile al compromesso per la pubblicazione. Da questo momento i lavori di pubblicazione cominciano ad avviarsi ed i progressi possono essere seguiti nelle lettere 134-137, 139-143, 145-174, 149 e 150, lettere che comprendono il periodo di tempo dall'agosto 1952 al settembre 1954.

Il senso religioso dell'opera[modifica | modifica sorgente]

Nella stretta cerchia di amici dell'autore cui furono dati i manoscritti del "Signore degli Anelli" compare anche Robert Murray, un sacerdote cattolico intimo amico di famiglia. Una volta letta la parte del Signore degli Anelli che gli fu mandata, questi scrisse una critica costruttiva che Tolkien apprezzò moltissimo e che rappresenta lo spunto per spiegare il senso religioso dell'opera (lettera 142). Padre Murray trovò "una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia" a tale appunto Tolkien commenta:

« Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo "la religione", oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. »

Questo giudizio fa il punto su molti spunti maturati e vissuti nella corrispondenza con Christopher durante la Seconda guerra mondiale. Vi è un punto di vista non storico dominante che suscita la speranza e la perseveranza nel compimento della missione da parte di Frodo e Sam e, come testimoniato nella lettera 64 già commentata, esso scaturisce da una esperienza di fede assai potente nutrita dalla trama affettiva dei rapporti filiali.

Il realismo nel fantastico: la Subcreazione[modifica | modifica sorgente]

Se Tolkien è tanto colpito dall'esperienza reale, quella che uscirà dalla sua penna sarà un'opera concentrata sul realismo: ed è quanto affermato nella lettera 89, dove Tolkien spiega nella teoria dell'eucatastrofia l'efficacia ed il valore de "lo Hobbit" e de "il Signore degli Anelli" nel mostrare la verità. L'arte allora è in grado di riflettere la verità sebbene agisca con oggetti che non necessariamente sono reali, ed è proprio il caso de "il Signore degli Anelli" che racconta una storia vera ma non esistente. La questione del rapporto fra l'opera di Tolkien e la verità è del tutto centrale poiché coinvolge tutto lo sforzo artistico dell'autore.

Ancora una volta lo spunto per una riflessione costruttiva su questo punto viene da una interessante domanda espressa da un lettore [lettera 153]; si tratta di Peter Hastings, manager della libreria cattolica Newman Bookshop. Egli rimane colpito dalla facoltà degli Elfi di reincarnarsi e a questo proposito scrive:

« Dio non ha usato questo espediente per nessuna delle cose create di cui siamo a conoscenza, e mi sembra che questo superi la posizione di un sub-creatore, perché un sub-creatore, quando si occupa dei rapporti fra creatore e creato, dovrebbe usare quei canali che sa che il creatore ha già usato. »

Tolkien risponde ringraziando subito il mittente e puntualizza:

« Naturalmente io ho già preso in considerazione tutti i punti che lei ha sottolineato. [...] l'intera opera dall'inizio alla fine è principalmente legata al problema della Creazione e della sub-creazione (e secondariamente con il secondo problema connesso, quello della morte). [...] la liberazione dai modi conosciuti che il creatore ha già usato è la funzione fondamentale della sub-creazione, un omaggio all'affinità della Sua potenziale capacità di cambiamento, uno dei modi in cui si rivela, come in effetti io dico nel Saggio". »

Questa semplice frase può essere assurta a sintesi della poetica di Tolkien ed esprime tutto il suo sforzo umano in ambito artistico, cioè in quel mestiere che si propone di aumentare la bellezza di questo mondo ('di rendere gloria a Dio' dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, art. 1162, 2502). Il lettore che abbia affrontato la lettura del "Silmarillion" non si stupirà di questo, dato che la stessa poetica la troviamo scritta nell'episodio della creazione dei Nani da parte di Aule:

« Desideravo cose diverse da me da amare ed ammaestrare, si che anch'esse potessero percepire la bellezza di Eä da te prodotta »
(Silmarillion, Quenta Silmarillion, capitolo II)

La lettera 181, una risposta alle domande di un lettore, è illuminante per spiegare il realismo e la religiosità dell'opera di Tolkien. Fin dall'inizio contrappone allegoria e romanzo fantastico:

« Perché io penso che le storie fantastiche abbiano un loro modo di rispecchiare la verità, diverso dall'allegoria, o dalla satira (quando è elevata) o dal realismo, e per alcuni versi più potente. Ma prima di tutto la storia fantastica deve riuscire come racconto, divertire, piacere, e anche commuovere a volte..." »

La lettera prosegue concentrandosi sulla scena del fallimento di Frodo dove tutto lo spirito religioso dell'opera si compie, ed infatti l'autore spiega quello che accade sul monte Fato appellandosi alle ultime tre domande del Padre Nostro;

« La catastrofe esemplifica (per un aspetto) le parole familiari: 'Perdona i nostri nemici come noi perdoniamo chi ci ha offeso. Non indurci in tentazione ma liberaci dal male". Continua poi Tolkien: "'Non indurci in tentazione etc...' è la richiesta più dura e meno considerata. L'idea all'interno della mia storia è che ci sono situazioni anormali in cui uno può trovarsi." »

In queste situazioni

« il bene del mondo dipende dal comportamento di un individuo in circostanze che gli richiedono sofferenza e sopportazione oltre la norma. Frodo si trovò in una situazione sacrificale: era "votato al fallimento". »

Questa è la dinamica esistenziale della salvezza nella Terra di Mezzo: la missione per la distruzione dell'Anello, essendo inserita nel disegno di salvezza del mondo, è destinata a fallire. La nobilitazione di Frodo deve passare attraverso questo stretto passaggio: il percorso narrativo è Hobbit-centrico, è la storia della nobilitazione di Frodo. La modalità in cui si realizza questa dinamica è perciò di grandissima importanza e qui esplode la cattolicità di Tolkien. La salvezza infatti ha bisogno dell'uomo e della sua vita per realizzarsi nella storia:

« Ma a questo punto la salvezza del mondo e la salvezza dello stesso Frodo vengono raggiunte grazie alla sua precedente capacità di perdonare le offese. In qualunque momento una persona prudente avrebbe detto a Frodo che Gollum l'avrebbe tradito e alla fine avrebbe potuto derubarlo. [...]Grazie ad una situazione creata dalla sua precedente capacità di perdonare, Frodo si salva, e viene sollevato dal suo fardello." »

L'espediente letterario utilizzato è quello del viaggio.

La costruzione della nobilitazione di Frodo all'interno dell'eccezionalità di un viaggio avventuroso suscitò le perplessità del poeta W. H. Auden che recensì "il Ritorno del Re" scrivendo:

« Ma quando osservo i miei simili questa immagine mi sembra falsa. Vedo, per esempio, che solo i ricchi e quelli che possono prendersi delle vacanze fanno viaggi; [...] Non riesco a vederli [la maggior parte degli uomini] fare delle scelte, solo compiere gesti, e di quelli che conosco bene, di solito posso anche prevedere cosa faranno in una data situazione" (lettera 183). Naturalmente per Tolkien le cose stanno diversamente, infatti nella lettera di risposta alla recensione troviamo "Come ho cercato di dire nella 'Canzone per camminare' di Bilbo, anche una passeggiata serale può avere conseguenze importanti. Sam non aveva ancora oltrepassato il confine del bosco che aveva già aperto gli occhi. Perché se c'è qualcosa in un viaggio di qualunque durata, per me è questo: lo scuotersi da una situazione vegetativa di sofferenza passiva e senza scopo.... »

Tolkien inoltre considera il viaggio nella sua interezza, andata e ritorno, ed il ritorno non è meno importante dell'andata perché ha il compito di restituire alla quotidianità quanto vissuto nell'eccezionalità. E anche in questa occasione si scova un'ultima debolezza; Tolkien la spiega citando le parole di Frodo (lettera 246):

« Anche se venissi nella Contea, non mi sembrerebbe più la stessa, perché io non sono più lo stesso'. Questa in realtà è una tentazione delle Tenebre, un'ultima scintilla di orgoglio: il desiderio di poter tornare come 'eroe' non soddisfatto di essere stato un puro strumento del Bene. Ed era mescolata con un'altra tentazione, più oscura e tuttavia (in un certo senso) più giustificata, perché comunque lo si spiegasse lui di fatto non aveva gettato l'Anello con un gesto deliberato: era tentato di rimpiangere la sua distruzione e di desiderarlo ancora 'È andato per sempre, e adesso tutto è buio e vuoto' disse non appena si svegliò dalla malattia del 1420. »

La salvezza nella Terra di Mezzo[modifica | modifica sorgente]

Se possiamo riassumere in poche parole la dinamica della salvezza nell'opera tolkeniana potremmo dire che il mondo viene salvato dalla "Provvidenza" che agisce attraverso la pietà esercitata nei momenti dell'errore realizzandosi in "situazioni sacrificali". Alcuni commentatori hanno voluto esplicitare che non si vuole qui intendere la provvidenza in senso cristiano; tuttavia Tolkien non ha mai voluto chiudere l'argomento "esplicitando", cioè stringendo l'attenzione, piuttosto ponendo un'impronta, lasciando una traccia "aperta" all'interpretazione. Considerando il tenore fortemente cattolico di Tolkien, e la serie di suggestioni, riesce difficile non vedere riferimenti cristiani nell'azione de

« l'unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene nominata'. »
(lettera 192)

Sulla presenza di questo "decimo personaggio della Compagnia" si gioca il terzo aspetto fondamentale del libro -anche se più volte è riconosciuto secondario rispetto alla questione della Morte ed Immortalità e della sub-creazione- e cioè quello bellico.

« Nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. »

Questa persuasione, che gli deriva dal cattolicesimo, e questo con ogni evidenza, porta la serie di eventi narrati a dover essere considerata un po' al di là di una banale "lotta fra Bene e Male". Non ha senso ne "il Signore degli Anelli" che racconta

« un momento storico immaginario su una Terra di Mezzo -che è la terra in cui viviamo »
(Lettera 183)

Infatti

« Nella mia storia non esiste il male assoluto. Non penso nemmeno che esista, a meno che non sia lo Zero. »
(Lettera 183)

è questo un pensiero squisitamente cattolico del Tolkien verace[senza fonte], e ci fa inscrivere l'andamento della narrazione oltre il banale punto di vista della mediocrità. Di poco più raffinata della riduzione de "il Signore degli Anelli" a lotta fra Bene e Male sta la lettura che lo vede come allegoria del potere (atomico), ma

« Naturalmente la mia storia non un'allegoria del potere atomico, ma il Potere (esercitato attraverso il dominio). [...] Se c'è qualche riferimento nella mia storia ai nostri tempi è a quella che mi sembra l'affermazione più diffusa oggi: che se una cosa può essere fatta deve essere fatta. Questo a me sembra completamente falso. Gli esempi più grandi di azioni dello spirito e della ragione sono esempi di abnegazione. »
(Lettera 185)

Chi è immerso nella dinamica della salvezza assume un atteggiamento di assoluto rispetto nei confronti del male altrui: l'esempio maggiore sta nella scelta di Frodo di farsi accompagnare dallo stesso Gollum, cioè dall'essere che vive in funzione dell'anello e del suo furto, nel momento più pericoloso e decisivo della missione. È una situazione di equilibrio precario: Sam fallisce in questo:

« mi addolora vedere Gollum che non fa in tempo a pentirsi a causa dell'interruzione di Sam: questo mi sembra così simile al mondo reale in cui gli strumenti della giusta punizione sono raramente buoni o cattivi per se stessi; e i buoni sono spesso un ostacolo. »
(Lettera 165)

Questa mancanza, gravissima perché rischia di mandare gli Hobbit in bocca a Shelob, nasce dal temperamento Hobbit che nel personaggio di Sam è esaltato:

« [gli Hobbit] Non percepiscono la complessità di qualsiasi data situazione nel tempo, in cui un ideale assoluto è calato. Tendono a dimenticare quello strano elemento del mondo che noi chiamiamo pietà o compassione, che è un requisito indispensabile nel giudizio morale (dato che è presente nella natura divina); [...] una volgarità [...], una miopia mentale che è orgogliosa di sé stessa, un compiacimento (in vari gradi) ed una baldanza, e la tendenza a misurare e giudicare tutto in base ad un'esperienza limitata, ridotta per lo più ad una saggezza che si esprime sotto forma di sentenze proverbiali. »

Così la sua lealtà nei confronti di Frodo

« aveva una sfumatura (probabilmente inevitabile) di orgoglio e di possessività: è difficile escludere questo aspetto dalla devozione di persone simili. »

Il fallimento di Frodo è completamente differente:

« Frodo in realtà fallisce come eroe, eroe così come lo concepiscono le menti più semplici: non arriva alla fine, rinuncia, tradisce." »

Diverso è il fallimento morale

« che può essere dichiarato, io penso, solamente quando gli sforzi e le capacità di sopportazione di un uomo si fermano al di sotto dei suoi limiti, e il biasimo diminuisce tanto più ci si avvicina a questi limiti. »

In una visione del mondo che comprende dentro sé una così alta e profonda visione dell'errore e del peccato, il problema del giudizio è ancora più importante del problema della giustizia. La debolezza nella pietà esemplificata nella persona di Sam può essere vinta proponendoci di adottare un duplice metro di giudizio: uno nei nostri riguardi,

« a noi stessi dobbiamo proporre l'ideale assoluto senza compromessi, dato che noi non conosciamo i limiti della nostra forza naturale. [...] Per quanto riguarda gli altri, nei casi in cui sappiamo abbastanza per dare un giudizio , dobbiamo applicare un metro di giudizio mitigato dalla compassione. »
(Lettera 246)

Gandalf: il maestro[modifica | modifica sorgente]

In questo aspetto Gandalf gioca il ruolo del maestro e dell'educatore. Tolkien, nella lettera 192, cita due episodi nei quali si rivela questo "magistero"; il primo riguardante la questione della pietà:

« Pietà? È stata la pietà che ha fermato la mano di Bilbo. Pietà e compassione: non colpire senza necessità. Ed è stato ben ricompensato, Frodo. Stai certo che è stato ferito così lievemente dal male e alla fine è riuscito a sfuggirli, perché il suo possesso dell'Anello è iniziato in questo modo. Con pietà". »

Il secondo episodio riguarda la presenza discreta dellUnico':

« Dietro di quello, c'era qualcos'altro al lavoro, dietro ogni disegno di colui che fece l'anello. Non posso dire di più se non che era stabilito che Bilbo trovasse l'anello, e dal suo facitore »

Una lettura che tenga conto della questione dell'errore come costruttiva nello svilupparsi della vicenda dell'Anello e del dramma del vivere; Morte ed Immortalità sarà assai piena e comprenderà ancora di più la vitalità dei personaggi. Possiamo individuare due orizzonti distinti nei quali si manifestano le debolezze di personaggi e razze: uno è quello, più immanente rispetto al libro, del compimento della missione, mentre l'altro è più ampio perché riguarda il modo di vivere la propria natura umana e genera il problema della Morte ed Immortalità. Per quanto riguarda la prima sfera già si è detto commentando il comportamento di Sam quali siano i punti deboli che Tolkien individua negli Hobbit. Ma anche gli Uomini (intesi come razza) sono coinvolti attivamente nella Guerra dell'Anello. Di essi abbiamo esempi titanici in Boromir e Denethor. Di quest'ultimo Tolkien dice;

« Denethor era contaminato dalla politica: da qui il suo fallimento e la sfiducia in Faramir. L'obiettivo principale per lui era quello di conservare l'assetto politico di Gondor, così com'era, contro un'altra potenza, che era diventata più forte e quindi incuteva timore e doveva essere combattuta per quel motivo più che per il fatto che fosse corrotta e malvagia. »
(Lettera 183)

Gli Stregoni sono tutti concentrati nella guerra dell'anello ed attorno ad essa si svolge tutta la loro presenza nella Terra di Mezzo. Di Gandalf dice:

« Il suo ruolo di "stregone" è il ruolo di angelo e di un messaggero dei Valar o Governatori: aiutare le creature razionali della Terra di Mezzo a resistere a Sauron [...]. Ma dato che secondo questa storia o mitologia il potere [...] è considerato malefico, questi stregoni si incarnano in figure compatibili con la Terra di Mezzo, e così soffrono pene fisiche e spirituali [...]. Il loro peccato principale è quello dell'impazienza, che poteva provocare il desiderio di forzare gli altri verso il loro destino finale positivo, e in questo modo inevitabilmente avrebbero imposto la loro volontà. »
(Lettera 181)

L'esempio più lampante di peccatore è Saruman il cui tradimento consiste proprio nel voler affrettare la conclusione della guerra innanzitutto sfruttando gli stessi metodi del nemico, ossia la stregoneria, e più compiutamente nell'utopia della costruzione di un 'Regno' alleato al Nemico, nel quale il suo dominio, coronato dal possesso dell'Unico Anello, avrebbe messo fine alla guerra.

Morte ed Immortalità[modifica | modifica sorgente]

« Per questo Gandalf affrontò e sopportò la morte; e tornò indietro o fu mandato indietro, come dice lui stesso, con poteri ancora maggiori. »

Usa del dono dell'immortalità come creatura ed è dunque totalmente lontano da Cristo. Bisogna fare molta attenzione nel cercare di comprendere il ritorno di Gandalf: Tolkien trattiene la sua penna apposta rivelando pochissimo. La lettera del 5 novembre 1954 a Padre Murray ci aiuta e ci cautela assieme. Tolkien rivela che il modo con cui viene raccontato il ritorno di Gandalf sia in realtà un "imbroglio" e un "errore",

« in parte dovuto agli obblighi della tecnica narrativa. »

Tuttavia Tolkien specifica che la morte di Gandalf è reale e non apparente:

« Gandalf morì per davvero, e venne cambiato: questo per me è l'unico vero imbroglio, rappresentare qualcosa che può essere chiamato 'morte' come qualcosa che non fa nessuna differenza. »

In realtà affrontare il Balrog non fu per niente una scelta scontata, anzi agli occhi dello stregone appariva come una scelta drammatica. Questo perché gli stregoni avevano fallito o meglio

« la crisi era diventata troppo grave e richiedeva un rafforzamento del potere. Così Gandalf si sacrifica, il suo sacrificio viene accettato, e fa ritorno più forte. »

Il suo ritorno non è opera sua:

« nudo sono stato rimandato indietro, per breve tempo, finché non fosse assunto il mio compito. Mandato indietro da chi, e da dove? Non dalle divinità che si occupano solamente del mondo fisico e del suo tempo; perché lui è passato 'dal pensiero e dal tempo'". »

Fu probabilmente l'unico ad intercedere, ma è meglio lasciare la questione così come Tolkien ce l'ha lasciata: incompiuta.

Il tema centrale del Signore degli Anelli[modifica | modifica sorgente]

Veniamo ora al tema centrale,

« morte ed immortalità: il mistero dell'amore per il mondo in una razza destinata a lasciarlo e apparentemente a perderlo; l'angoscia nei cuori di una razza destinata a non lasciarlo, finché il suo intero ciclo nato dal male non sia completo. »
(lettera 186)

Qui si gioca completamente la natura umana di tutti i personaggi e le razze, in particolare di elfi e uomini che

« Naturalmente [...] sono solamente due diversi aspetti dell'umanità, e rappresentano il problema della morte così come viene vista da persone finite ma consapevoli e di buona volontà. [...] Gli Elfi rappresentano l'aspetto artistico, estetico e puramente scientifico della natura umana ad un livello più elevato di quanto non si trovi negli uomini. Cioè: hanno un amore infinito nei confronti del mondo fisico ed il desiderio di capirlo per la propria ed altrui salvezza. »

Prosegue poi l'Autore:

« Gli Elfi affrontano il ciclo nato dal male del mondo con il fardello dell'immortalità, direi molto adeguato alla natura 'scientifica' delle loro menti. Così sono predisposti a compiere un errore fondamentale: essi diventano 'imbalsamatori', ovvero "tentare di fermare i cambiamenti e la storia, di fermare la sua crescita, considerarla un luogo di delizie, anche se in gran parte deserta, dove potevano essere gli 'artisti' -e contemporaneamente essere pieni di tristezza e di rimpianto nostalgico. »

Prosegue Tolkien

« A modo loro gli uomini di Gondor erano uguali: un popolo in estinzione per la quale l'unica cosa sacra erano le tombe. »
(lettera 154)

È notevole il fatto che Tolkien non rappresenti la debolezza degli Elfi nel giuramento di Feanor, episodio raccontato nel Silmarillion che rappresenta un punto di rottura nella storia degli Elfi con la beatitudine delle terre oltre il mare, ma piuttosto nella tristezza che adombra la figura di Galadriel nel Signore degli Anelli; l'episodio del giuramento di Feanor, tutto legato alla volontà di possesso, sembra essere riconosciuto come secondario e probabilmente conseguenza di questa mancanza intrinseca. L'orgoglio di un singolo che infiamma i cuori di molti non ricade come giudizio sull'intero popolo, né fra coloro che non presero parte al giuramento, naturalmente, né tra quelli come Galadriel che vi parteciparono.[senza fonte]

Evidentemente gli Uomini sono molti vicini alla nostra natura, anzi la nostra stessa umanità è rappresentata.

Esattamente come noi

« Gli uomini sono 'caduti' [...] ma le genti dell'Occidente, il lato buono, sono ri-formate. Cioè sono i discendenti degli uomini che hanno cercato di pentirsi e sono fuggiti verso Occidente lontano dalla dominazione del primo Signore delle Tenebre, e del suo falso culto, e in contrasto con gli elfi hanno rinnovato (e ampliato) la loro conoscenza della verità e della natura del mondo »
(lettera 156)

Nella storia degli Uomini inoltre si assiste ad una seconda caduta, cioè quella dei Númenóreani che vollero ribellarsi ai Valar nel divieto di fare rotta verso Aman spinti dal desiderio di immortalità. Questo li portò ad una superbia che trasformò la loro nobiltà in desiderio di potere e ricchezza.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Come documentato dalle lettere fra il 1938 e il 1940.
  2. ^ lettera n°26, 4 marzo 1938.
  3. ^ Vedi lo stralcio dell'intervista a Tolkien in Lo Hobbit annotato, opera citata, p. 13.
  4. ^ Lo Hobbit annotato, opera citata, capitolo I.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit annotato, note al testo di Douglas A. Anderson, Rusconi Editore, Milano, 1991.
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