Battaglia dell'Ogaden

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Seconda battaglia dell'Ogaden)
Jump to navigation Jump to search
Battaglia dell'Ogaden
parte della guerra d'Etiopia
Data1936
LuogoOgaden, Etiopia
EsitoVittoria dell'Italia
Schieramenti
Comandanti
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia dell'Ogaden fu una battaglia della guerra d'Etiopia svoltasi nell'omonima regione africana durante la primavera del 1936 tra truppe di conquista italiane provenienti dalla Somalia e difensori etiopi e si concluse con la vittoria dell'Italia.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Questa battaglia si inquadra nell'ambito della politica di espansione coloniale italiana; lo scontro chiave si svolse tra il 23 ed il 24 aprile a Gunu Gadu. La vittoria, conseguita da reparti di fanteria leggera dei Carabinieri Reali appoggiati da una coorte di Milizia Forestale di artiglieria e truppe coloniali indigene spianò, infatti, la strada verso il centro di Giggiga e la successiva resa della regione.

L'offensiva italiana contro l'Etiopia aveva avuto inizio l'anno prima. Per accelerare la conquista di tutto il paese fu quindi deciso di attaccare la provincia dell'Ogaden secondo tre direttrici condotte dai generali Nasi, Frusci ed Agostini che, partendo dalla Somalia già italiana, avrebbero dovuto prima incontrarsi a Dagabur per poi, superati i passi presso Giggiga, conquistare la città di Harar assumendo il controllo della regione.

Ruolo fondamentale nelle ostilità ebbe la Colonna celere "Agostini", il cui comando venne affidato al luogotenente generale della MVSN Augusto Agostini, era costituita da quattro bande autocarrate di fanteria leggera costituita ad hoc con Carabinieri Reali provenienti dall'Italia. Ciascuna banda era forte di 1000 uomini ed era articolata in un plotone comando e due compagnie.

Lo svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

I carabinieri con una parte dell'equipaggiamento si imbarcarono a Napoli sul piroscafo "Sannio" e, dopo uno scalo a Suez prima di attraversare l'omonimo canale, il 10 marzo raggiunsero il porto somalo di Obbia sull'Oceano Indiano. Per mancanza di adeguate infrastrutture portuali, la nave fu costretta ad ancorarsi ad un miglio dalla costa e da lì uomini e mezzi furono traghettati a riva. Dopo tre settimane giunse una seconda nave con il resto dell'equipaggiamento previsto.

I mille carabinieri si portarono, quindi, a Rocca Littorio (250 km più all'interno) dove si riunirono con il resto dei reparti affidati ad Agostini: la Coorte Forestale Volontaria della Milizia autocarrata con 57 automezzi,[1], un "gruppo bande" di ausiliari coloniali di circa 3.000 dubat agli ordini del tenente colonnello degli alpini Camillo Bechis e due batterie di artiglieria campale, una da 65/17 e un'altra da 70/15.

L'avanzata cominciò il 16 aprile senza incontrare la minima resistenza da parte degli etiopi: questi, infatti, attendevano gli italiani a Gunu Gadu presso la città di Sassabaneh, una zona roccioso e ricca di boschi secolari che avevano accuratamente fortificato in un anno di lavoro sfruttandone ad arte le asperità naturali grazie all'aiuto di consiglieri militari belgi e del turco Wehib Pascià. I comandanti etiopi andavano così orgogliosi della fortificazione che la chiamarono linea Hindenburg, dal nome del famoso stratega prussiano della Prima guerra mondiale.
Questa non era che la prima di una serie di fortificazioni simili già approntate lungo la strada per Harar.

Gli italiani, già informati sulla situazione, non si tirarono indietro e si prepararono alla battaglia per il 23 aprile. All'alba

  • al centro si pose la quarta banda di riserva insieme all'artiglieria ed alle truppe coloniali
  • a destra si portò la terza banda
  • a sinistra la prima banda e ancora più a sinistra la seconda.

L'attacco era stato programmato per le 8:00 dopo un bombardamento aereo che avrebbe dovuto aprire dei varchi nel dispositivo difensivo avversario.

La seconda banda, per dolo o imperizia della guida, già alle 7:00 si trovò sotto il fuoco del nemico su un pianoro spoglio. I carabinieri, allora, scesero dai loro camion e si posero al coperto dietro le scarse asperità del terreno in attesa dell'attacco aereo.

Passato l'attacco la situazione non mutò minimamente perché le bombe non riuscirono a danneggiare le fortificazioni nemiche: gli anfratti naturali, blindati ad arte con trochi d'albero secolari e collegati da trincee protette, avevano tenuto al riparo i difensori che, passata la tempesta di bombe, ripresero a sparare attraverso le innumerevoli ed anguste feritoie, sicuri di non poter essere colpiti.

I carabinieri, allora, saltando da un riparo all'altro, si avvicinarono alle linee nemiche. La prima a raggiungere il margine della boscaglia che nascondeva la linea Hindemburg fu la prima banda coperta dal fuoco della seconda. Viste le difficoltà incontrate dalla terza banda schierata a destra, in suo soccorso il generale Agostini inviò la riserva.

Nello svolgimento dei combattimenti numerosi furono gli episodi di eroismo. Tra tutti si distinsero:

  • il carabiniere Vittoriano Cimmarrusti che, già ferito gravemente al braccio sinistro, volle rientrare in prima linea non appena medicato. Lì si trovò a sostenere da solo un contrassalto nemico riuscendo a rintuzzarlo prima sparando per cinquantatré volte con il suo moschetto '91 quindi, rimasto senza pallottole, passo alle bombe a mano. Colpito nuovamente, Cimmarrusti morì. Alla sua memoria fu conferita una Medaglia d'Oro al Valor Militare[2].
  • il carabiniere Mario Ghisleni che, nonostante una ferita alla gamba, continuò a combattere accanto ai commilitoni. Morì dopo un'agonia di due settimane quando già viaggiava verso l'Italia a bordo della nave ospedale Gradisca. Anche a lui fu conferita una Medaglia d'Oro al Valor Militare[2].
  • il capitano Antonio Bonsignore che, già gravemente ferito al fianco, rifiutò ogni soccorso per guidare i suoi in un vittorioso assalto prima di morire.
  • il capitano Passerini che, distrutti due fortini, morì dopo essere stato colpito alla bocca, all'inguine ed alla gamba sinistra

Nelle prime ore del combattimento perirono anche un altro ufficiale, un vicebrigadiere e otto carabinieri. Un ufficiale, tre sottufficiali ed altri otto carabinieri furono gravemente feriti.

Durante il loro attacco i carabinieri seguirono la seguente tattica: mentre i migliori tiratori sparavano contro le feritoie per costringere al coperto i difensori, altri si avvicinarono depositando sugli ingressi degli anfratti-bunker arbusti e legna secca a cui dettero fuoco per stanare gli etiopi.
Tanti difensori morirono tra le fiamme, altri asfissiati dal fumo o colpiti dal fuoco degli attaccanti. Molti però continuarono a resistere rabbiosamente per tutto il giorno, anche quando cominciò ad intervenire l'artiglieria della milizia che prima si era tenuta al riparo dall'intenso tiro nemico.

A sera i carabinieri avevano stretto in uno stretto assedio il nemico che tennero per tutta la notte onde impedire la ritirata dei difensori.

La mattina del 24 aprile i carabinieri procedettero ad un minuzioso rastrellamento espugnando una dopo l'altra le postazioni etiopi ancora attive. Cominciarono alle 8:30 e dopo due ore avevano finito: gli etiopi si batterono con valore fino all'ultimo.

Al termine dell'azione erano morti 22 carabinieri. Furono a quel punto aggregati una sezione autoblindo e il Battaglione universitario "Curtatone e Montanara" della 6ª Divisione CC.NN.

Il resto dell'avanzata fu più facile perché, appena si sparse la notizia della sconfitta, l'esercito etiope, reclutato con un sistema essenzialmente feudale, preferì rinunciare alla lotta abbandonando altre fortificazioni simili a quella di Gunu Gadu:

Annuncio della conquista dell'Etiopia[modifica | modifica wikitesto]

Quando ormai la sorte dell'Ogaden era segnata, il 5 maggio il generale Pietro Badoglio, comandante supremo dell'Esercito Regio, entrò trionfalmente ad Addis Abeba. Dopo quattro giorni partì in esilio per Londra il negus etiope Haile Selassie. Il re Vittorio Emanuele III poté così fregiarsi del titolo di Imperatore d'Etiopia.

La conquista dell'Etiopia fu completata alla fine del mese di maggio, quando fu occupata anche la regione occidentale del Goggiam.

Le perdite italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso dell'intera guerra morirono 208 carabinieri ed altri 800 furono feriti. Quattro ottennero la Medaglia d'Oro al Valor Militare, 49 quella d'Argento, 108 di Bronzo e 435 la Croci di Guerra. La loro bandiera fu insignita dell'Ordine militare d'Italia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]