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Impero d'Etiopia

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Impero d'Etiopia
የኢትዮጵያ ንጉሠ ነገሥት መንግሥተ
Mängəstä Ityop'p'ya
Impero d'Etiopiaየኢትዮጵያ ንጉሠ ነገሥት መንግሥተMängəstä Ityop'p'ya – Bandiera Impero d'Etiopiaየኢትዮጵያ ንጉሠ ነገሥት መንግሥተMängəstä Ityop'p'ya - Stemma
(dettagli) (dettagli)
Motto: Salmo 68:32 Ityopia tabetsih edewiha habe Igziabiher
ኢትዮጵያ ታበፅዕ እደዊሃ ሃበ አግዚአብሐር - L'Etiopia tenderà le mani a Dio.
Impero d'Etiopiaየኢትዮጵያ ንጉሠ ነገሥት መንግሥተMängəstä Ityop'p'ya - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale መንግሥተ፡ኢትዮጵያ
Lingue parlate ge'ez (lingua ufficiale)
amarico, tigrino, oromo, somalo (lingue parlate)
Inno Marishi Teferī (Marcia Taffari)[1]
ማርሽ ተፈሪ
Capitale Addis Abeba
Altre capitali Gondar, Magdala, Lalibela, Addis Alem, Macallè
Politica
Forma di governo Monarchia assoluta
Negus Neghesti (Imperatore) Imperatori d'Etiopia
Primo ministro Primi ministri dell'Etiopia
Nascita 1137 con Mara Teclè Haimanòt
Causa rovesciamento dell'ultimo erede della regina Gudit e fondazione della Dinastia Zaguè
Fine 1975 con Amhà Selassié
Causa colpo di Stato
Territorio e popolazione
Bacino geografico Corno d'Africa
Economia
Valuta blocchi di sale
Tallero di Maria Teresa (dal XVIII al XIX secolo)
Birr etiope (dal 1894)
Religione e società
Religioni preminenti Chiesa ortodossa etiope
Religione di Stato Chiesa ortodossa etiope
Impero d'Etiopiaየኢትዮጵያ ንጉሠ ነገሥት መንግሥተMängəstä Ityop'p'ya - Mappa
Evoluzione storica
Preceduto da Regno di Axum
dinastia Zaguè
Succeduto da Italia Africa Orientale Italiana (1936 - 1941)
Etiopia Derg (dal 1975)

L'Impero d'Etiopia (in amarico መንግሥተ፡ኢትዮጵያ, Mängəstä Ityop'p'ya), noto anche come Abissinia, è stato un impero africano fondato nel 1137, quando Mara Takla Haymanot, proclamando la continuità con l'antico regno di Axum, spodestò l'ultimo discendente della regina Gudit e fondò la dinastia Zaguè.[2]

Governato quasi ininterrottamente dall'etnia Habesha (da cui il nome "Abissinia"), composta dai popoli del Tigrè e Amhara, l'Impero Etiope riuscì a respingere gli eserciti arabi e turchi e ad avviare amichevoli relazioni con diversi paesi europei. L'Etiopia e la Liberia furono le uniche nazioni africane a evitare la colonizzazione iniziata nel 1882 con l'occupazione britannica dell'Egitto, a eccezione del breve periodo compreso tra il 1936 e il 1941, in cui l'Etiopia fu annessa all'Africa Orientale Italiana.[3]

Dopo il crollo degli imperi coloniali intorno alla metà del XX secolo, l'Etiopia rimase fino al 1974 uno dei tre[N 1] soli Paesi al mondo governati da un imperatore.[4]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

D'mt e Regno di Axum[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: D'mt e Regno di Axum.

Secondo la Gloria dei Re, il primo impero etiopico fu fondato da Menelik I, tradizionalmente considerato il figlio primogenito della regina di Saba Makeda e del re d'Israele Salomone.[5]

Intorno all'VIII secolo a.C. si sviluppò, nei territori corrispondenti alle odierne Eritrea ed Etiopia settentrionale, un regno noto come D'mt, sostituito nel IV secolo a.C. da vari piccoli regni. Nel I secolo a.C. si impose sugli altri il regno di Axum; nel corso del IV secolo d.C., san Frumenzio convertì il re Ezanà al cristianesimo, che divenne la religione di Stato.[6]

Medioevo etiope[modifica | modifica wikitesto]

Presumibilmente intorno al 970 ebbe inizio un periodo considerato da vari studiosi come Medioevo etiope,[6] quando la regina Gudit, forse ebrea, invase il regno di Axum e distrusse tutti i luoghi di culto cristiani;[7] benché le notizie certe siano molto scarse, secondo la tradizione etiopica Gudit governò sulla regione per 40 anni prima di trasmettere la corona ai suoi discendenti.[6][7]

Impero d'Etiopia[modifica | modifica wikitesto]

Dinastia Zaguè[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Zaguè.

L'ultimo dei successori della regina Gudit fu rovesciato da Mara Teclè Haimanòt, che nel 1137 fondò la dinastia Zaguè di etnia agau e sposò una discendente dell'ultimo sovrano axumita per affermare la sua legittimità alla successione.[6] La capitale era Adafa, non lontano dalla moderna Lalibela nelle montagna del Lasta.[8] Gli Zaguè ripristinarono come religione di Stato il cristianesimo, riprendendo così le tradizioni axumite.[9]

Ascesa della dinastia Salomonide[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Salomonide.
L'imperatore Davide II

Nel 1270[8] la dinastia Zagué fu rovesciata da Yekuno Amlak, che sosteneva di discendere dai re axumiti e quindi dal re Salomone. L'Imperatore fondò quindi la dinastia Salomonide, abissina, che avrebbe regnato sull'Etiopia quasi ininterrottamente per circa sette secoli.[10]

A partire dal XV secolo ebbero inizio i primi contatti tra gli imperatori etiopi e i regnanti europei,[11] ma solo nel secolo successivo si stabilirono i primi accordi continuativi tra l'Impero d'Etiopia e il Regno del Portogallo;[12] i portoghesi aiutarono l'imperatore Davide II e il suo successore Claudio a contrastare l'invasione del Paese da parte del generale Ahmad ibn Ibrihim al-Ghazi del Sultanato di Adal.[13]

Era di Principi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Zemene Mesafint.

Tra la metà del XVIII secolo[N 2] e il 1855, l'Etiopia visse un periodo di isolamento denominato Zemene Mesafint o "Era dei Principi", durante il quale il Paese, suddiviso in molteplici feudi indipendenti tra loro, fu interessato da guerre per la supremazia tra i potenti ras locali; i numerosi imperatori che si succedettero, tutti di etnia oromo, avevano un potere limitato e dominavano solo la zona intorno alla capitale Gondar. Il secolo fu caratterizzato da un ristagno nello sviluppo sociale e culturale dell'impero, che fu attraversato da conflitti religiosi sia all'interno della Chiesa ortodossa etiope sia tra la Chiesa stessa e i musulmani.[14]

Da Teodoro II a Menelik II[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Menelik II
L'Impero d'Etiopia

     nel 1875

     nel 1900

L'Era dei Principi terminò nel 1855, con la presa del potere dell'imperatore Teodoro II, che, dopo aver accorpato i numerosi feudi in cui era suddiviso l'Impero centralizzando in tal modo il potere, iniziò l'opera di modernizzazione dell'Etiopia. Tuttavia, nel 1868, in seguito alla detenzione di alcuni missionari e rappresentanti del governo britannico, la Gran Bretagna lanciò una vittoriosa spedizione punitiva in Etiopia, al cui termine l'Imperatore si suicidò.[15]

Il successore di Teodoro II, Teclè Ghiorghìs II, fu sconfitto nel 1871 dal deggiasmac Cassa, che l'anno seguente fu proclamato imperatore col nome di Giovanni IV.[16] Durante il suo regno, l'apertura del canale di Suez diede avvio alla colonizzazione dell'Africa da parte dei Paesi europei. Il colonialismo italiano iniziò con l'acquisto della baia di Assab,[17] che costituì la base per le successive conquiste italiane nelle regioni costiere dell'Eritrea. Al termine della guerra, nel 1889 il governo italiano e il nuovo imperatore Menelik II, da pochi mesi succeduto a Giovanni IV al posto di ras Mangascià Giovanni grazie all'appoggio italiano,[18] stipularono il trattato di Uccialli, stilato in italiano e amarico. Tuttavia, a causa delle differenze tra le due versioni, l'Italia ritenne di aver assunto un protettorato in Etiopia e, non appena venutone a conoscenza, Menelik II ripudiò il trattato. la controversia diede avvio nel 1895 alla guerra d'Abissinia,[19] che si concluse l'anno seguente con la battaglia di Adua, in cui l'Italia fu pesantemente sconfitta.[20] Fu quindi firmato nella nuova capitale etiope il trattato di Addis Abeba, che disciplinò i confini dell'Eritrea e costrinse l'Italia a riconoscere l'indipendenza dell'Etiopia.[21] Negli anni seguenti Menelik II proseguì nell'opera di modernizzazione del Paese e la politica di espansionismo; morì nel 1913, dopo aver conquistato tutte le regioni del sud e dell'est dell'Impero.[18]

Hailé Selassié e il periodo coloniale italiano[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Hailé Selassié
Mappa dell'Africa Orientale Italiana nel 1936.

Dopo tre anni di reggenza da parte di Iasù V,[22] nel 1916 divenne imperatrice Zauditù, figlia di Menelik II, ma le fu affiancato[23] in qualità di enderassié (ossia reggente e vicario imperiale) il cugino ras Tafarì Maconnèn.[24] Tafarì proseguì nell'opera di modernizzazione del Paese, ottenendo nel 1923 ottenne l'ingresso dell'Etiopia nella Società delle Nazioni.[25] Dopo l'improvvisa morte di Zauditù, nel 1930 fu incoronato imperatore col nome di Hailé Selassié.[26]

In seguito ai fatti dell'incidente di Ual Ual, il 3 ottobre 1935 il Regno d'Italia attaccò l'Etiopia, nonostante le sanzioni economiche deliberate dalla Società delle Nazioni.[27] La guerra d'Etiopia, condotta dagli italiani utilizzando in alcuni casi anche armi chimiche,[28] fu dichiarata conclusa il 9 maggio 1936 da Mussolini, pochi giorni dopo la partenza per l'esilio di Hailé Selassié; il re Vittorio Emanuele III assunse quindi il titolo di Imperatore d'Etiopia[29] e il Paese fu integrato nella nuova colonia dell'Africa Orientale Italiana insieme a Eritrea e Somalia italiana.[29]

L'Etiopia fu, insieme all'Eritrea, la colonia italiana maggiormente interessata dalla costruzione di nuove strade, infrastrutture, ponti e urbanizzazione; il governo italiano pianificò una serie di lavori pubblici in tutto il Paese, tra cui il piano regolatore di Addis Abeba del 1938,[30] La occupazione relativamente breve, 5 anni, e le difficoltà di pacificazione della zona, non permisero il completamento dei progetti che puntavano a far diventare la zona "il fiore all'occhiello dell'Impero Italiano": nelle campagne proseguì infatti la resistenza dei guerriglieri etiopi arbegnuoc[31][32] guidata da numerosi ras, nonostante le dure azioni repressive di risposta delle forze italiane.[33] In seguito all'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale nel 1940, l'anno seguente le forze britanniche insieme agli arbegnuoc riuscirono a riconquistare il paese[34][35][36] e a reinsediare il deposto Negus Haile Selassie il 5 maggio 1941, esattamente cinque anni dopo la sua deposizione. Una guerriglia italiana perdurò tuttavia fino al 1943.

Hailé Selassié tornò alla guida dell'Impero, seppur per alcuni anni limitato nei poteri in base al trattato anglo-etiope del 1942.[37] Nel 1950 l'Eritrea divenne una regione autonoma federata dell'Etiopia per decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma nel 1962 fu annessa unilateralmente dall'Imperatore, scatenando l'inizio di una trentennale guerra per l'indipendenza.[38] Hailé Selassié proseguì l'opera di modernizzazione del Paese e soprattutto della capitale Addis Abeba,[39] che divenne nel 1963 la sede dell'Organizzazione dell'unità africana.[40] Ciò nonostante, l'Etiopia non riuscì a uscire dall'organizzazione di stampo feudale e il potere rimase sempre fortemente accentrato nelle mani dell'Imperatore, che subì un primo tentativo di colpo di Stato nel 1960. La situazione nel Paese peggiorò in seguito alla carestia e alla crisi energetica mondiale del 1973; i primi scioperi si verificarono l'anno seguente e Hailé Selassié tentò di sedare le rivolte[41] sostituendo il Primo ministro,[42] arrestando vari funzionari corrotti e promettendo una nuova Costituzione.[41]

Fine dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Derg.

Il 12 settembre del 1974 un colpo di Stato compiuto da un gruppo di ufficiali dell'esercito etiope segnò l'inizio della guerra civile. Il Derg detronizzò Hailé Selassié e lo rinchiuse nel palazzo di Menelik II;[43] inizialmente incoronò al suo posto il figlio Amhà Selassié, ma il 12 marzo del 1975 proclamò la fine del regime imperiale[44] e la nascita di uno Stato comunista. Hailé Selassié morì il 27 agosto di quell'anno, probabilmente soffocato con un cuscino.[41][45] Nel 1977, nella lotta interna tra le diverse fazioni del Derg, prevalse quella più radicale guidata dal maggiore Menghistu Hailè Mariàm, che instaurò per alcuni anni il cosiddetto regime del Terrore Rosso.[46] Nel 1987 la dittatura del Derg confluì nella Repubblica Democratica Popolare d'Etiopia, di cui divenne presidente Menghistu Hailè Mariàm; tuttavia, con la fine del comunismo in Europa orientale in seguito alle rivoluzioni del 1989, il Negus Rosso perse l'appoggio dell'URSS e nel 1991 fuggì in Zimbabwe,[47] travolto dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, che assunse il potere nella nuova Repubblica federale democratica d'Etiopia.[48]

L'anno seguente furono rinvenuti, sepolti sotto una latrina del palazzo di Menelik II, i resti di Hailé Selassié, che furono recuperati e nel 2000 traslati solennemente nella cattedrale della Santissima Trinità di Addis Abeba, nella cui cripta si trovavano già le spoglie di Amhà Selassié.[41]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ insieme alla Persia e al Giappone
  2. ^ gli storici non sono concordi nella data esatta: 1755 o 1769

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [1]
  2. ^ Zagwe, su www.treccani.it. URL consultato il 9 novembre 2017.
  3. ^ (EN) Liberia and Ethiopia; the never colonized African countries, su streamafrica.com. URL consultato il 9 novembre 2017.
  4. ^ Imperatóre, su www.treccani.it. URL consultato il 9 novembre 2017.
  5. ^ Keller, p. 48.
  6. ^ a b c d Adejumobi, p. 10
  7. ^ a b Negash, pp. 4-6.
  8. ^ a b Pankhurst, p. 45.
  9. ^ Negash, p. 8.
  10. ^ Keller, pp. 17-18.
  11. ^ Mortimer, p. 111.
  12. ^ Beshah, Aregay, p. 25.
  13. ^ Beshah, Aregay, pp. 45-52.
  14. ^ Keller, p. 21.
  15. ^ Keller, pp. 21-27.
  16. ^ Keller, pp. 27-28.
  17. ^ Massimo Romandini, L'acquisto di Assab, l'esordio del colonialismo italiano, su ilcornodafrica.it. URL consultato il 6 novembre 2017.
  18. ^ a b Menelìk II, su www.treccani.it. URL consultato il 7 novembre 2017.
  19. ^ Uccialli, Trattato di, su www.treccani.it. URL consultato il 6 novembre 2017.
  20. ^ Negash, 2005, pp. 13–14.
  21. ^ Addis Abeba, su www.treccani.it. URL consultato il 3 settembre 2017.
  22. ^ Nicolosi, p. 263.
  23. ^ Nicolosi, p. 273.
  24. ^ Beltrami, p. 249.
  25. ^ Beltrami, p. 250.
  26. ^ Beltrami, p. 251.
  27. ^ Beltrami, pp. 254-256.
  28. ^ Beltrami, pp. 257-258.
  29. ^ a b Beltrami, p. 265.
  30. ^ Beltrami, pp. 274-276.
  31. ^ G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, pp. 300-301.
  32. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, vol. III, pp. 338-340 e 458-460.
  33. ^ Beltrami, pp. 266-267.
  34. ^ Beltrami, p. 310.
  35. ^ Rochat, pp. 300-301.
  36. ^ Del Boca, pp. 338-340, 458-460.
  37. ^ Shinn, Ofcansky, p. 43
  38. ^ Centro Studi Internazionali, p. 10.
  39. ^ Levin, pp. 447-450.
  40. ^ Unione Africana, su www.treccani.it. URL consultato il 7 novembre 2017.
  41. ^ a b c d Renzo Paternoster, Hailé Selassié, per la leggenda discendente di re Salomone, su win.storiain.net. URL consultato il 7 novembre 2017.
  42. ^ Valdés Vivó, p. 21.
  43. ^ Valdes Vivo, p. 25.
  44. ^ Shinn, Ofcansky, p. 55.
  45. ^ Shinn, Ofcansky, p. 195.
  46. ^ Giovagnoli, Pons, p. 413.
  47. ^ Pedrazzi, p. 226.
  48. ^ Repubblica federale democratica d'Etiopia, p. 5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Centro Studi Internazionali, Etiopia ed Eritrea (PDF), in Dossier, Roma, Senato della Repubblica Italiana, luglio 2006. URL consultato il 7 novembre 2017.
  • (EN) Saheed A. Adejumobi, The History of Ethiopia, Westport, Greenwood Publishing Group, 2007, ISBN 0-313-32273-2.
  • Vanni Beltrami, Italia d'oltremare, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2011, ISBN 978-88-6134-702-1.
  • (EN) Girma Beshah, Merid Wolde Aregay, The Question of the Union of the Churches in Luso-Ethiopian Relations (1500–1632), Junta de Investigações do Ultramar and Centro de Estudos Históricos Ultramarinos, 1964.
  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, III, Milano, Mondadori, 2000.
  • Agostino Giovagnoli, Silvio Pons, L'Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta: Tra guerra fredda e distensione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, ISBN 978-88-498-0751-6.
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  • (EN) Ian Mortimer, The Fears of Henry IV, Westport, Vintage, 2008, ISBN 1-84413-529-2.
  • (EN) Tekeste Negash, The Zagwe period re-interpreted: post-Aksumite Ethiopian urban culture (PDF). URL consultato il 6 novembre 2017.
  • (EN) Eritrea and Ethiopia: The Federal Experience, New Brunswick, Transaction Publishers, ISBN 978-1-4128-2272-5.
  • Gerardo Nicolosi, Imperialismo e resistenza in corno d'Africa, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, ISBN 978-88-498-0384-6.
  • (EN) Richard Pankhurst, The Ethiopians: A History, Oxford, Blackwell Publishing, 2001, ISBN 0-631-22493-9.
  • Alessandro Pedrazzi, Qualcosa Da Leggere, Lulu, 2009, ISBN 978-1-4092-9585-3.
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Torino, Einaudi, 2005, ISBN 978-88-06-16118-7.
  • (EN) David H. Shinn, Thomas P. Ofcansky, Historical Dictionary of Ethiopia, Plymouth, Scarecrow Press, 2013, ISBN 978-0-8108-7457-2.
  • (EN) Raúl Valdés Vivó, Ethiopia Revolution International, New York, International Publishers, 1977, ISBN 978-0-7178-0556-3.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]