Riconquista della Libia

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Riconquista della Libia
L'impiccagione di Omar al Muktar a Solukil 16 settembre 1931.
L'impiccagione di Omar al Muktar a Soluk
il 16 settembre 1931.
Data 1922 - 1932
Luogo Libia
Esito Vittoria totale italiana e "pacificazione" della Libia.
Schieramenti
bandiera Regno d'Italia Flag of Cyrenaica.svg Rivoltosi della Cirenaica
Flag of Tripoli 18th century.svg Rivoltosi della Tripolitania
Comandanti
Perdite
qualche migliaio oltre 100.000 morti
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Con la locuzione di "riconquista della Libia" si indica la serie di operazioni militari portate avanti dalle forze armate del Regno d'Italia nel territorio della Libia italiana, colonia del Regno dal 1912 ma in cui l'autorità italiana era ridotta ai centri urbani principali lungo la stretta fascia costiera. L'opera di "riconquista" dei territori libici formalmente italiani, ma di fatto in mano a gruppi locali autonomisti di varia natura, prese avvio nel 1922, dopo la conclusione della Prima guerra mondiale, protraendosi poi fino al 1932, con andamento e intensità diversi a seconda delle varie regioni della colonia (Tripolitania, Fezzan e Cirenaica).

Contesto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra italo-turca, Campagna di Libia (1913-1921) e Libia italiana.

L'occupazione della Libia[1] nell'autunno 1911 (prime operazioni belliche il 29 settembre, sbarchi a Tobruk il 4 ottobre e a Tripoli, il 5 ottobre) fu preceduta da una preparazione diplomatica pressoché perfetta e accompagnata da una grande mobilitazione dell'opinione pubblica italiana.[2]. Mancava però una preparazione politico-militare specifica, era convinzione diffusa che fosse necessario fronteggiare poche migliaia di soldati turchi, non la popolazione libica, la cui dura resistenza (esplosa il 23 ottobre nei combattimenti di Sciara Sciat, un quartiere di Tripoli) fu accolta con sorpresa. La speranza del governo italiano, quando iniziò la guerra, era infatti quella di risolvere tutto in pochi mesi, tanto che già il 5 novembre 1911 (quindi in una situazione militare tutt'altro che chiara) emanava il decreto di annessione della Tripolitania e della Cirenaica. Il corpo di spedizione italiano fu portato rapidamente a 100.000 uomini, quasi la metà della forza di pace dell'esercito; ma si trattava di truppe di leva inadatte a muovere nel territorio desertico.[3] L'occupazione italiana fu quindi limitata alla zona costiera.

Il trattato di Ouchy (12 ottobre 1912), con cui la Turchia rinunciava alla sovranità sulle regioni libiche, non comportò la fine della resistenza, pur indebolita dall'interruzione dei pochi rifornimenti dall'estero e dal progressivo ritiro degli ufficiali turchi. Alla fase bellica seguì durante la Campagna di Libia (1913-1921) una serie di azioni sviluppate da parte italiana per ottenere il dominio del territorio e contrastare le forti sacche di resistenza ancora esistenti in Tripolitania e in Cirenaica. Tuttavia la stanchezza delle tribù seminomadi dell'interno permise un miglioramento della situazione; nel 1913-1914 l'occupazione italiana fu estesa alla Tripolitania settentrionale e il colonnello Miani con una colonna di ascari eritrei si spinse fino al lontano Fezzan.[2]

Allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Italia si trovò in difficoltà nel mantenere il controllo sui suoi presidi nel Fezzan, dove peraltro l'attività dei ribelli Senussi era sempre viva e supportata da guarnigioni turche guidate dal comandante Enver Bey che erano restate in Libia anche dopo la firma del trattato di pace. Nel dicembre del 1914 pertanto tutti i presidi militari italiani nel Fezzan furono abbandonati, compreso quello di Brak ove erano state concentrate le forze prima del ripiegamento. Fino al 1921 il dominio italiano rimase precario, e limitato ad una esigua fascia costiera.

La riconquista della Tripolitania[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi riconquista della Tripolitania.

La Tripolitania aveva allora circa 550.000 abitanti, in massima parte nella stretta fascia costiera ormai assoggettata; le tribù seminomadi si dimostrarono quasi sempre incapaci di fare fronte comune dinanzi ai progressi italiani. La difficoltà della conquista non proveniva quindi dal numero degli avversari, armati soltanto di fucili, ma dall'ambiente desertico, impenetrabile per la fanteria italiana e i suoi pesanti convogli di rifornimenti.[4]

I successi italiani furono dovuti all'utilizzazione della superiorità tecnologica e organizzativa. Alcune decine di aerei (bombardieri Caproni e ricognitori SVA della prima guerra mondiale, poi i più efficienti ricognitori Ro.1) e di straordinari piloti (capaci di volare sul deserto con la sola bussola) e meccanici (che adattavano gli apparecchi all'ambiente) permisero di rovesciare il rapporto con il deserto: prima le colonne italiane erano cieche e i libici potevano attaccarle di sorpresa, ora gli aerei raggiungevano i gruppi nemici a grande distanza, ne segnalavano i movimenti, li attaccavano senza che potessero sottrarsi.[4] L'altro strumento decisivo fu la radio, che garantiva il collegamento tra gli aerei, i comandi e le forze italiane che ora potevano muovere nel deserto, aggirare e sorprendere il nemico. Queste forze erano costituite da battaglioni di ascari eritrei, quando possibile autocarrati, da autoblindo, a seconda de terreni da cavalleria libica o da meharisti (il "mehara" - dalla regione sud-arabica del Mahra - è il dromedario da corsa, ottimo per le operazioni belliche) reclutati tra gli stessi seminomadi che dovevano combattere, rispetto ai quali erano superiori per armamento, cavalcature, collegamenti.[4] In complesso le forze mobili in Tripolitania non superarono i 10-12.000 uomini, in gran parte eritrei e libici; erano italiani gli ufficiali, gli aviatori, gli specialisti, mentre i reparti di fanteria nazionale e di milizia presenti in Libia avevano di regola compiti di presidio nelle località costiere.[4]

La riconquista iniziò nel luglio 1921 con l'arrivo del nuovo governatore, il banchiere veneziano Giuseppe Volpi. Volpi, sostenuto dal ministro delle Colonie, il liberale Giovanni Amendola, impresse subito una sterzata alle demoralizzate guarnigioni ormai abituate a vivere alla giornata. All'alba del 26 gennaio 1922, realizzando una sorpresa tattica, carabinieri, zaptiè ed eritrei sbarcarono a Misurata Marittima, occupando la località; era l'inizio della svolta che in poco più di un anno si concluse con l'occupazione di tutta la Tripolitania. Negli anni seguenti il dominio italiano fu esteso con metodo e pazienza. Nel 1923-1925 fu raggiunto il controllo della Tripolitania settentrionale, poi quello delle regioni semidesertiche centrali; tra il 1928 e il 1930 le truppe del generale Rodolfo Graziani occuparono le regioni meridionali, fino alle porte del Fezzan.

La riconquista del Fezzan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi riconquista del Fezzan.

Nominato, nel gennaio 1929, Ministro delle Colonie il generale Emilio De Bono, le due Colonie libiche vennero riunite sotto unico governo presieduto dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Egli iniziò la sua azione di governo lanciando alle popolazioni un proclama che invitava tutti coloro che ancora militavano tra le file ribelli a scegliere fra la sottomissione con la clemenza del Governo, e lo sterminio. Contemporaneamente, egli informò la sua azione al principio che «per pacificare le colonie è indispensabile innanzi tutto occupare l'intero paese». Il generale Graziani, nominato a capo delle operazioni, seppe in breve tempo far fruttare la superiorità tecnologica e con un'ottima organizzazione nelle linee di trasferimento delle truppe, in meno di 4 mesi venne a capo dei ribelli, che si sottomisero oppure si rifugiarono oltre confine. Tra il novembre 1929 e il febbraio 1930 tutti i principali centri del Fezzan (Brak, Sebha e Murzuch), vennero rioccupati dalle truppe italiane.

La riconquista della Cirenaica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi riconquista della Cirenaica.

La Tripolitania era di nuovo sotto controllo italiano, ma restava il problema dell'immensa e arida Cirenaica. Il 1º febbraio 1926 la sfida contro il deserto fu raccolta a Giarabub: dopo una marcia sfibrante gli italiani raggiunsero l'oasi, sbalordendo il locale capo senussita, che si sottomise spontaneamente.

In Cirenaica i successi italiani incontrarono difficoltà impreviste. Le ricorrenti rivalità tra le tribù seminomadi della Tripolitania e l'assoluto dominio dell'aviazione italiana nei grandi spazi desertici avevano facilitato la conquista italiana; anche le regioni desertiche della Cirenaica furono occupate senza altre difficoltà che quelle logistiche tra il 1926 (oasi di Giarabub) e il 1931 (oasi di Cufra). Invece il Gebel al Akhdar ("la montagna verde"), l'altipiano che si innalza fino a mille metri quasi a picco sul Mediterraneo per poi digradare lentamente verso il deserto, offriva un terreno rotto e ricco di boscaglie, grande quasi come la Sicilia, che si prestava alla guerriglia perché la ricognizione aerea e i mezzi motorizzati perdevano efficacia. Sull'altipiano tutti i grandi rastrellamenti condotti con più colonne convergenti dirette dall'aviazione non riuscirono mai ad agganciare le formazioni mobili di mujahidin di Omar al-Mukhtar, che filtravano in piccoli gruppi attraverso le linee italiane o si nascondevano tra la popolazione, che curava i feriti e sostituiva i caduti.[5]

Gli italiani, come gli statunitensi in Vietnam quasi mezzo secolo più tardi, potevano illudersi di controllare il territorio di giorno, ma la notte i libici dettavano legge. Roma non poteva accettare questa sfida al suo rinascente impero e nel 1930 il generale Rodolfo Graziani, reduce dai successi nel Fezzan, fu chiamato in Cirenaica come vicegovernatore per dare nuova energia alla repressione e chiudere il conto. Per il generale Graziani un gruppo di più di tre arabi doveva già essere considerato sedizioso ed eliminato con ogni mezzo; la frontiera libico-egiziana era solo un arido colabrodo da bloccare a tutti i costi. Dal 1930 al 1931 le forze italiane scatenarono un'ondata di terrore sulla popolazione indigena cirenaica; tra il 1930 e il 1931 furono giustiziati 12.000 cirenaici e tutta la popolazione nomade della Cirenaica settentrionale fu deportata in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene.[6][7]

Nel giugno 1930, le autorità militari italiane organizzarono la migrazione forzata e la deportazione dell'intera popolazione del Gebel al Akhdar, in Cirenaica, e ciò comportò l'espulsione di quasi 100.000 beduini (una piccola parte era riuscita a fuggire in Egitto)[6] - metà della popolazione della Cirenaica - dai loro insediamenti, che vennero assegnati a coloni italiani.[8] Queste 100.000 persone, in massima parte donne, bambini e anziani, furono costrette dalle autorità italiane a una marcia forzata di oltre mille chilometri nel deserto, verso una serie di campi di concentramento, circondati da filo spinato, costruiti nei pressi di Bengasi. Le persone furono falcidiate dalla sete e dalla fame; gli sciagurati ritardatari che non riuscivano a tenere il passo con la marcia venivano fucilati sul posto dagli italiani.[9]

La confraternita senussita, che appoggiava la guerriglia, fu perseguitata dagli italiani: più di trenta capi religiosi furono deportati in Italia; le zawiya, centri religiosi, ma anche politici ed economici dell'Ordine, vennero confiscate; le moschee e le pratiche dei Senussi proibite; le proprietà dei Senussi furono confiscate. Vennero poi presi i preparativi per la conquista italiana dell'oasi di Cufra, l'ultima roccaforte dei Senussi in Libia.[7] Nel gennaio 1931, gli italiani conquistarono Cufra, dove i rifugiati Senussi furono bombardati e mitragliati dagli aerei italiani mentre fuggivano nel deserto.[7]

Per chiudere le rotte di approvvigionamento dei ribelli dall'Egitto, il generale Rodolfo Graziani (reduce dai successi nel Fezzan e chiamato nel 1930 in Cirenaica come vicegovernatore) fece costruire una fascia di reticolati di filo spinato larga alcuni metri e lunga ben 270 chilometri lungo la frontiera egiziana, dal porto di Bardia all'oasi di Giarabub, costantemente sorvegliata da forze mobili italiane quali carri armati e aeroplani.[7][6] La barriera di filo spinato venne costruita in sei mesi, da aprile a settembre del 1931. Bloccato ogni rifornimento, dunque, le bande ribelli erano destinate a soccombere. Il 9 settembre 1931 il settantatreenne capo della resistenza libica 'Omar al-Mukhtār venne catturato dagli italiani e giustiziato pubblicamente a Soluch il 16 settembre.[7] Graziani raccontò che 20.000 beduini furono costretti ad assistere all'esecuzione per dimostrare loro che i giorni del compromesso e della debolezza italiana erano terminati.

Con la morte di al-Mukhtār la resistenza crollò, e nel gennaio del 1932 Badoglio poté annunciare con un solenne proclama la completa e definitiva pacificazione della Libia .[10] La repressione attuata da Graziani fu talmente completa[11] che pochi anni dopo, nel corso delle varie campagne militari tra Alleati e Asse nel Nordafrica tra il 1940 ed il 1942, lo stesso Churchill nelle sue memorie[12] si lamentò di non avere avuto alcun sostegno da arabi e berberi libici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tripolitania e Cirenaica erano due regioni simili per ambiente e civiltà che, pur facendo parte per secoli dell'Africa settentrionale arabo-berbera musulmana, avevano avuto vicende distinte, perché la Tripolitania gravitava verso la Tunisia e la Cirenaica verso l'Egitto. Annesse all'Italia nel novembre 1911, fino al 1934 ebbero amministrazioni separate. Il nome «Libia» è un'"invenzione" italiana (nell'antichità designava l'Africa settentrionale a ovest dell'Egitto), forse l'unico apporto del colonialismo che Gheddafi non abbia contestato.
  2. ^ a b Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; p. 5
  3. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; p. 6
  4. ^ a b c d Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; p. 7
  5. ^ Per una ricostruzione della resistenza e della repressione, condotta su fonti italiane, Giorgio Rochat, La repressione della resistenza in Cirenaica 1927-1931 in AA. VV., Omar al Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano 1981 (edizione inglese Londra 1986); il saggio è ripubblicato in Giorgio Rochat, Guerre italiane in Libia e in Etiopia 1921-1939, Treviso 1991 (edizione francese Vincennes 1994)
  6. ^ a b c Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; p. 11
  7. ^ a b c d e Wright 1983, p. 35
  8. ^ Donald Bloxham e A. Dirk Moses, The Oxford Handbook of Genocide Studies, Oxford, England, Oxford University Press, 2010, p. 358.
  9. ^ Duggan 2007, p. 496
  10. ^ Wright 1983, pp. 35-36
  11. ^ Video con immagini dell'accoglienza a Mussolini da parte delle popolazioni libiche nel 1937
  12. ^ Winston Churchill, The Second World War, London, 1952. ISBN 978-0-7126-6702-9

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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