Eccidio di Bergiola Foscalina

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Eccidio di Bergiola Foscalina
Carrara monumento dell eccidio di bergiola 1.jpg
Monumento dell eccidio di Bergiola Foscalina
Tipoincendio del luogo di raccolta dei prigionieri
Data16 settembre 1944
ore 16 –
LuogoBergiola Foscalina presso il valico de La Foce (Carrara)
StatoItalia Italia
ObiettivoCittadini che avevano appoggiato la resistenza partigiana
Responsabilitedeschi della 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer SS"
MotivazioneUccisione di un soldato tedesco
Conseguenze
Morti72

L'eccidio di Bergiola fu un crimine contro l'umanità avvenuto il 16 settembre 1944 nel piccolo paese di Bergiola Foscalina, una frazione del comune di Carrara ai piedi del Monte Brugiana nelle Alpi Apuane.

I responsabili furono soldati tedeschi delle SS comandati dal SS-Sturmbannführer Walter Reder.

Gli avvenimenti[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 settembre 1944 alle ore 14, appena fuori di Carrara, in località La Foce, presso il valico de La Foce, un soldato tedesco viene ucciso da una fucilata che si ritiene sia partita dal paese sovrastante di Bergiola Foscalina.

Nella zona sono operanti soldati tedeschi della 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer SS"[1], comandata dal SS-Sturmbannführer Walter Reder.[2]

Alle ore 16 dello stesso giorno ha inizio la rappresaglia dei tedeschi che su autoblindo entrano nel paese di Bergiola dove trovano solo donne, bambini e anziani. Gli uomini, alcuni già da giorni, hanno lasciato il paese per rifugiarsi nella zona circostante a seguito delle notizie ricevute sull'operato dei tedeschi, altri sono fuggiti vedendo salire i soldati verso il paese.

Il maresciallo della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice viene a sapere quello che sta per accadere e si offre, per salvare loro la vita, di sostituire gli ostaggi civili, non sapendo che tra questi vi erano anche la moglie e la figlia. L'ufficiale nazista rifiuta il cambio sostenendo che le leggi di guerra impediscono di accettare una tale proposta proveniente da un militare. Vincenzo Giudice si spoglia della casacca della divisa e insiste nel chiedere lo scambio presentandosi come ostaggio civile: viene allora ucciso senza che questo fermi l'imminente massacro dove le vittime subirono anche il vilipendio dei cadaveri.[3]

La riesumazione dei cadaveri alla fine della guerra

I tedeschi coadiuvati dai repubblichini rastrellano gli abitanti del paese chiudendone una trentina di questi nella scuola elementare alla quale danno fuoco con i lanciafiamme alimentando l'incendio con latte di benzina e catrame.

La stessa sorte viene riservata ad altri paesani che feriti e rinchiusi nella loro case vengono bruciati vivi.

Le notizie di quello che sta accadendo a Bergiola arrivano ai partigiani della zona che si dirigono a Bergiola per difendere la popolazione ma arrivano quando ormai è tutto finito e i nazifascisti hanno lasciato il paese da meno di un'ora. Non rimarrà loro altro compito che spegnere gli incendi, soccorrere i sopravvissuti e contare i morti: 72 vittime, di cui 43 donne, 14 bambini e 15 adolescenti tra i quali anche la moglie e i figli del maresciallo Vincenzo Giudice.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La stessa 16 Divisione SS al comando del generale (SS-Gruppenführer) Max Simon, il 12 agosto 1944 si era macchiata di un crimine contro l'umanità con l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema
  2. ^ Ufficiale di origine ceca delle Waffen-SS durante la guerra. Arruolatosi nelle SS il 9 febbraio 1933, dopo essere stato membro della Hitlerjugend. Uscito dalla SS-Junkerschule di Braunschweig nel 1936 ottenne il comando di varie unità della divisione "Totenkopf" durante i primi anni del conflitto. Trasferito alla divisione "Reichsführer-SS" si rese responsabile dell'Eccidio di Vinca tra il 24 e il 25 agosto del 1944 e del Massacro di Marzabotto fra il settembre e l'ottobre del 1944
  3. ^ Il Maresciallo Maggiore della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice è stato insignito di Medaglia d'oro al valor militare alla memoria

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cronologia della Resistenza in Toscana a cura di G.Verni, Editore Carocci, 2005 ISBN 88-430-3268-2
  • Roberto Battaglia: Storia della Resistenza Italiana, Einaudi 1964

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Resistenza Toscana, su resistenzatoscana.it. URL consultato il 30 marzo 2009 (archiviato dall'url originale il 28 luglio 2009).