Chiesa di San Bernardino alle Ossa

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Chiesa di San Bernardino alle Ossa
20170122 San Bernardino alle ossa.jpg
Stato Italia Italia
Regione Lombardia
Località Milano
Religione Cristiana cattolica di rito ambrosiano
Titolare Bernardino da Siena
Diocesi Arcidiocesi di Milano
Consacrazione 1776
Architetto Carlo Giuseppe Merlo
Stile architettonico Barocco
Inizio costruzione 1269
Completamento 1776

Coordinate: 45°27′45.19″N 9°11′44.2″E / 45.462553°N 9.195611°E45.462553; 9.195611

La chiesa di San Bernardino alle Ossa è una chiesa di Milano, situata in piazza Santo Stefano. Citata in passato anche come San Bernardino ai Morti, la chiesa è conosciuta per il suo ossario, le cui pareti sono per gran parte ricoperte da ossa a formare vere e proprie decorazioni.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini del complesso di San Bernardino risalgono al 1127, quando venne edificato un ospedale destinato alla cura dei lebbrosi e un cimitero per accoglierne i corpi davanti alla basilica di Santo Stefano Maggiore nell'allora brolo dell'Arcivescovo, una vasta area di ortaglie e boschi all'epoca al di fuori delle mura[1]. La capienza del cimitero si dimostrò ben presto inadeguata per le esigenze dell'annesso ospedale, per cui nel 1210 venne costruita una camera destinata ad accogliere le ossa provenienti dal cimitero, al fianco del quale nel 1269 sorse la una piccola chiesa, che fu dedicata a Maria Addolorata e ai santi Ambrogio e Sebastiano: del primitivo edificio si sa che era a pianta quadrata e presentava due altari. La dedica della chiesa a San Bernardino da Siena avvenne solo nel XV secolo, quando l'edificio fu concesso in uso alla confraternita dei Disciplini e quindi dedicato al santo un tempo appartenente all'ordine[2].

Affreschi e decorazione dell'ossario

Riferisce il Latuada nelle sue Memorie che nel 1642 il campanile della vicina basilica di Santo Stefano in Brolo crollò rovinando addosso al complesso di san Bernardino: il rifacimento del campanile e della chiesa di San Bernardino ai Morti fu affidato a Carlo Buzzi e terminato dal suo allievo Gerolamo Quadrio. Riferisce sempre il Latuada che le ossa presenti nel cimitero vennero risistemate secondo schemi decorativi e la volta dell'ossario affrescata da Sebastiano Ricci, e che il re del Portogallo Giovanni V in una visita ne rimase tanto affascinato da commissionare una simile struttura a Lisbona, nota in seguito come capela dos Ossos[3][4]: persa la memoria del primitivo cimitero si diffuse una leggenda popolare riportata da Carlo Torre, cronista milanese del XVII secolo, secondo cui le ossa erano dei cittadini milanesi caduti nel combattere l'eresia ariana all'epoca di Sant'Ambrogio[5].

La facciata della nuova chiesa rimase tuttavia incompiuta fino al 1679, quando fu presentato il progetto del fronte attuale firmato dall'architetto Andrea Biffi, già architetto della fabbrica del Duomo e architetto dei Borromeo[6]. Al 1690 risalgono invece i lavori di rifacimento dell'ossario, terminati cinque anni dopo con la chiamata del pittore Sebastiano Ricci a dipingere la volta ed i pennacchi. La chiese venne infine ricostruita un'ultima volta nel 1712 dopo che un devastante incendio fece crollare la struttura lasciando intatta solo la facciata: il progetto venne affidato all'architetto Carlo Giuseppe Merlo, anche lui come il Biffi architetto della fabbrica del Duomo, che diede alla chiesa l'aspetta attuale a pianta centrale con cupola ottagonale. L'aula del nuovo edifici venne quindi collegata tramite un ambulacro all'antico ossario scampato all'incendio[2].

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Esterni[modifica | modifica wikitesto]

La facciata deve il suo aspetto al progetto del 1679 di Andrea Biffi: il fronte presenta un aspetto decisamente più somigliante ad un edificio civile che non ad uno religioso, ed è diviso in cinque partiture verticali scandite da lesene e tre orizzontali scandite da fasce marcapiano. L'ordine inferiore presenta due portali con fastigi spezzati a volute, con all'interno del timpano statue di San Bernardino da Siena e San Sebastiano, mentre la decorazione dei fastigi delle finestre è ripresa da quella dei portali. L'ordine intermedio presenta finestre decorate con modanature a linee spezzate e conchiglie; l'ultimo ordine presenta finestre con più semplici cornici curvilinee[7].

Aula[modifica | modifica wikitesto]

Dall'ambulacro (ricavato dalla precedente chiesa) si accede al corpo principale del tempio, salendo alcuni gradini. In questo atrio si trovano, a sinistra una tela raffigurante sant'Antonio e san Francesco ai lati di un crocifisso del pittore Pontoja, e a destra, incassato nella parete, un bassorilievo con l'effigie di sant'Ambrogio risalente al XV secolo.

L'interno della chiesa di San Bernardino

L'interno presenta pianta ottagonale, semplice, con altari marmorei barocchi e due cappelle laterali.

Quattro balconcini barocchi sono stati realizzati in corrispondenza dei quattro costoloni sostenenti la cupola. I due balconcini posti sui costoloni d'ingresso erano invece riservati ai nobili od alle autorità che assistevano alla messa, i quali riprendendo lo stile dei balconcini d'onore della Scala.

Nella cappella di destra è dislocato un altare in marmo con una pala raffigurante Santa Maria Maddalena in casa del fariseo (opera di Federico Ferrario). In questa cappella, dal 1768, vi è una tomba di famiglia di alcuni discendenti di Cristoforo Colombo (come cita l'iscrizione «Pietro Antonio e Giovanni di Portogallo Colon Conti della Puela e della Veragua»). Sulle cornici laterali dell'altare vi sono gli stemmi della famiglia con il motto: «Colon diede il nuovo mondo - alla Castiglia e al Leon».

La cappella di sinistra è dedicata a santa Rosalia con un'opera del Cucchi che ritrae la santa con un angelo. Ai lati dell'altare in marmo, di buona fattura, vi sono due dipinti eseguiti da Paolo di Caialina (XVI secolo), provenienti dalla demolita chiesa di San Giovanni decollato alle Case Rotte.

Nella nicchia, tra la cappella di sinistra e l'altare maggiore, un dipinto su tavola raffigurante la Madonna della Passione e santi (tra cui si distinguono sant'Ambrogio, san Rocco e san Bernardino), del pittore Gabriel Bossius del 1513.

All'altare maggiore vi è un'ancona rappresentante la Madonna col Bambino che viene attribuita ad un incerto pittore "Amadei". Ai due lati, due grandi quadri: a destra Sant'Ambrogio orante durante la battaglia di Parabiago, a sinistra San Carlo che somministra l'eucarestia agli appestati, dipinti dall'abate Ottolini.

A destra dell'altar maggiore, nel corridoio che porta all'uscita di via Verziere, è presente un grande quadro di G. Manzoni raffigurante san Lucio martire, protettore dei fabbricanti di formaggio (furmagiàtt in dialetto milanese) i quali avevano in questa chiesa la loro confraternita.

Davanti all'altare maggiore vi è una grata da cui si intravedono dieci scalini che portano ad una grande cripta: qui vi è il sepolcreto dei Disciplini. Ha forma di pentagono irregolare con volte a botte. Lungo i lati sono disposte ventun nicchie, dalla forma di stalli di un coro, in muratura, su cui venivano adagiati i confratelli defunti, avvolti nel loro saio (simile nelle forme a quello dei francescani), col volto coperto dal cappuccio, senza alcun ornamento, col solo nome scritto su tavolette collocate sul loro capo.

Organo a canne[modifica | modifica wikitesto]

Sulla cantoria alla destra dell'abside, si trova l'organo a canne, costruito da Pacifico Inzoli agli inizi del XX secolo. Lo strumento, a trasmissione pneumatica, ha due tastiere di 58 note ciascuna ed una pedaliera concava di 27. La mostra è composta da 29 canne di Principale con bocche a scudo.

Ossario[modifica | modifica wikitesto]

La cappella dell'ossario

Proseguendo lungo uno stretto corridoio, si accede all'ossario, con una volta affrescata nel 1695 da Sebastiano Ricci (Trionfo di anime in un volo di angeli e, nei pennacchi della volta, la gloria dei quattro santi protettori, santa Maria Vergine, sant'Ambrogio, san Sebastiano e san Bernardino da Siena).

Le pareti interne dell'edificio, a pianta quadrata, sono quasi interamente ricoperte di teschi ed ossa che si trovavano nell'antico ossario, assieme a quelle che vennero riesumate nei cimiteri soppressi dopo la chiusura dell'ospedale locale, avvenuta nel 1652 per disposizione dell'amministrazione dell'Ospedale Maggiore, al quale era stato aggregato quasi due secoli prima.

Tutte le ossa vennero disposte nelle nicchie, sul cornicione, adornando i pilastri, fregiando le porte. In questo motivo decorativo, il senso macabro si fonde propriamente con la grazia del rococò.

Sopra l'unico altare, in marmi pregiati con gli emblemi della passione di Gesù Cristo, fu collocata, in un'apposita nicchia, una statua di Nostra Signora Dolorosa de Soledad (santa Maria Addolorata), vestita di un camice bianco, coperto da un mantello nero ricamato in oro, con le mani giunte, inginocchiata presso Gesù morto. L'opera venne eseguita nella metà del XVII secolo da Gerolamo Cattaneo, durante la dominazione spagnola.

Molti hanno avanzato l'ipotesi che tali ossa corrispondano ai numerosi martiri cristiani uccisi dagli eretici ariani al tempo di Sant'Ambrogio, ma la tesi non sembra reggere, in quanto esse risultano appartenere a pazienti morti dell'ospedale del Brolo (presente in loco), priori e confratelli che lo dirigevano, condannati alla decapitazione, carcerati morti nelle prigioni dopo il 1622 (cioè quando il loro cimitero risultò insufficiente), membri di famiglie aristocratiche che erano sepolti in sepolcri vicini, canonici della vicina basilica di Santo Stefano.

Nel 1738 re Giovanni V del Portogallo venne talmente colpito dalla cappella, che decise di ricopiarla in ogni particolare per farne erigere una uguale a Evora, vicino a Lisbona:la Capela dos Ossos.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cantù, p. 73
  2. ^ a b Fiorio, p. 189
  3. ^ Paolo Mezzanotte, BUZZI, Carlo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1972.
  4. ^ Latuada, p. 21
  5. ^ Cantù, p. 77
  6. ^ Lelia De Longhi Fraccaro, BIFFI, Andrea, il Giovane, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1968.
  7. ^ Bianchi, p. 47

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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