Raimondo di Sangro

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Raimondo di Sangro
Raimondo di Sangro, principe di Sansevero
Raimondo di Sangro, principe di Sansevero
Principe di Sansevero
Trattamento Principe
Nascita Torremaggiore, 30 gennaio 1710
Morte Napoli, 22 marzo 1771
Sepoltura Cappella Sansevero
Padre Antonio di Sangro, duca di Torremaggiore
Madre Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona
Consorte Carlotta Gaetani d'Aragona
Figli Vincenzo
Religione cattolica

Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero (Torremaggiore, 30 gennaio 1710Napoli, 22 marzo 1771), è stato un esoterista, inventore, anatomista, militare, alchimista, massone, letterato e accademico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I membri della sua famiglia erano Grandi di Spagna, proprietari di innumerevoli feudi dell'area pugliese (Sansevero, Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio di Puglia, Castelfranco e altri minori) e, per linea paterna, sostenevano di discendere direttamente da Carlo Magno.[1]

L'infanzia e gli studi[modifica | modifica wikitesto]

Nacque nel Castello di Torremaggiore il 30 gennaio 1710 da Antonio, duca di Torremaggiore e da Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, ed ivi battezzato il 2 febbraio successivo dal vescovo di San Severo, Principe Mons. Carlo Francesco Giocoli.[2] Persa la madre, poco dopo la nascita, a lei restò sempre profondamente legato tanto da dedicarle, nella Cappella Sansevero, la statua della "Pudicizia Velata" in cui una donna, completamente ricoperta da un drappo che ne lascia intravedere le forme, si poggia a una lapide spezzata a indicare, appunto, la prematura scomparsa.

Il padre, Antonio di Sangro, superficiale e libertino, invaghitosi di una ragazza di Sansevero, ne fece uccidere il padre che si opponeva alla relazione. Accusato del misfatto da Nicola Rossi, sindaco di Sansevero, fu quindi costretto a fuggire alla Corte di Vienna dove diventò intimo dell'Imperatore, continuando a protestare la sua innocenza. Forse per corruzione, la Magistratura pugliese archiviò il caso e Antonio di Sangro poté rientrare nei suoi feudi dove, però, non tardò a vendicarsi del suo principale accusatore facendolo uccidere. Per sfuggire all'incarcerazione riprese la fuga che, dopo alterne vicende, si concluse a Roma ove Antonio di Sangro prese i voti e si ritirò in convento.

Il giovane Raimondo venne quindi affidato alle cure dei nonni paterni che, a 10 anni, lo mandarono a studiare presso la Scuola Gesuitica di Roma, ove restò fino al compimento dei 20 anni, acquisendo una cultura di molto superiore alla media che, unita alla sua naturale propensione allo studio (salvo la grammatica a causa della quale perse un anno), ne fece uno dei "geni" del Settecento napoletano ed europeo.

La sua cultura superiore si impone, infatti, su quella della stragrande maggioranza dell'aristocrazia napoletana. Appassionato di araldica e geografia (in cui eccelse), studiò retorica, filosofia, logica, matematica e geometria, scienza, fisica, greco, latino, ebraico e, portato per le lingue straniere, mantenne a proprie spese un sacerdote che gli impartì lezioni di lingua tedesca. Il suo "genio" si fece presto apprezzare, tanto che, per una rappresentazione scolastica, in cui c'era da smontare rapidamente un palco teatrale per consentire nello stesso spiazzo esercizi di equitazione, superò "primi Ingegnieri e valentuomini" chiamati a risolvere il problema "inventando" un palco che "coll'ajuto di alcuni argani e di alcune nascoste rote" spariva in pochi minuti.

La gioventù e la maturità[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1730, all'età di 20 anni, Raimondo rientrò a Napoli, sede stanziale della sua famiglia, avendo acquisito l'anno precedente, a seguito della morte del nonno paterno, il titolo di VII Principe di Sansevero. Nello stesso anno, per procura giacché viveva nelle Fiandre, sposò una cugina quattordicenne, Carlotta Gaetani dell'Aquila d'Aragona, che conobbe però, a causa delle continue guerre europee, solo sei anni dopo il matrimonio (nel 1736) quando lo raggiunse a Napoli. Da ricordare come Raimondo commissionò per il suo matrimonio la composizione di una serenata musicale al coetaneo Giovanni Battista Pergolesi che venne però completata da altra mano per l'infelice sorte che attendeva il musicista.

La lapide dedicatoria di Alessandro de' Sangro sull'ingresso della Cappella Sansevero

Esperto in arte militare Raimondo di Sangro fu anche colonnello del Reggimento Capitanata e nel 1744 si distinse valorosamente nella battaglia di Velletri contro gli Austriaci.

Prima appartenente all'Accademia de' Ravvivati (con lo pseudonimo di "Precipitoso") divenne poi accademico della Crusca con il nome di "Esercitato" e il motto "Esercitar mi sole". Oltre gli studi chimici ed alchemici, per cui il suo nome susciterà sempre (anche al giorno d'oggi) dubbi di stregoneria tra il popolino e la stessa aristocrazia ignorante, Raimondo di Sangro fu scrittore egli stesso ed editore, tanto che dalla sua tipografia (impiantata nei sotterranei dello stesso Palazzo ove viveva a Napoli, in piazza S. Domenico Maggiore) uscirono libri, suoi e di altri, spesso censurati dalle autorità ecclesiastiche o pubblicati anonimamente. Anche in questo caso, tuttavia, non si esimerà dal compiere esperimenti, tanto che narra egli stesso di essere riuscito a stampare pagine a più colori in "una sola passata".

Dalla tipografia vennero editi libri di chiaro influsso massonico oltre che trattati e traduzioni di libri da nessun altro pubblicati in Italia. Pubblicò, nel 1750, un testo meglio noto come Lettera apologetica, ma il cui titolo completo è Lettera Apologetica dell'Esercitato accademico della Crusca contenente la difesa del libro intitolato Lettere di una Peruana per rispetto alla supposizione de' Quipu scritta dalla Duchessa di S*** e dalla medesima fatta pubblicare, in cui trattò del criterio di traduzione dei "quipu", ovvero cordicelle colorate annodate a differenti altezze che erano usate dalle popolazioni dell'America Latina per scambiarsi messaggi segreti. In merito a chi fosse la "Duchessa di S***" per alcuni è Madam de Grafigny[3], secondo altri potrebbe trattarsi di Mariangela Ardinghelli, nel cui salotto napoletano si riunivano gli eruditi dell'epoca.

Tra le sue opere si ricordano un Vocabolario dell'arte militare di Terra (la cui redazione durerà ben otto anni per fermarsi alla lettera "O"), un Manuale di esercizi militari per la fanteria che ottenne il plauso del re Federico II di Prussia, nonché trattati vari sulle fortificazioni.

Quanto alle traduzioni, dalla "stamperia" del Principe nacquero Il Conte di Gabalis, ovvero ragionamenti sulle Scienze Segrete..., dell'abate francese Villars de Montfaucon che, per il suo contenuto esoterico, portò al Principe una nuova accusa di miscredenza da parte dei Gesuiti, costringendolo a negare che l'opera fosse uscita dalla tipografia con il suo placet; I viaggi di Ciro, da Les voyages de Cirus dello scozzese Michel Ramsay (massone e iscritto alla stessa loggia del Montesquieu), con cui si auspica che la nobiltà partenopea sia presa da ben maggiore fervore illuministico; Il riccio rapito, dell'inglese Alexander Pope, anch'egli massone.

La Cappella gentilizia e la Massoneria[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1744 il Principe diede inoltre inizio alla sua opera massima, il restauro e la sistemazione definitiva della Cappella Gentilizia, quella "Santa Maria della Pietà" meglio nota al popolo napoletano con il nome di "Pietatella" e oggi ai più nota come "Cappella Sansevero". I lavori, che prosciugheranno le casse di famiglia e porteranno cospicui debiti (tanto da costringere il Principe ad affittare alcune stanze del suo palazzo ad uso di bisca clandestina — motivo per cui sarà addirittura arrestato e rinchiuso per alcuni mesi nel carcere di Gaeta), durarono fino alla morte di Raimondo di Sangro, e resero la piccola chiesa, con i suoi influssi massonici e le sue allegorie, un capolavoro del barocco napoletano cui parteciparono i maggiori nomi dell'arte dell'epoca.

Nello stesso anno in cui diede inizio ai lavori per la Cappella, Raimondo di Sangro si iscrisse alla "Libera Muratoria" e diventò "Fratello Massone" (le prime "Logge" erano sorte a Napoli ai primi del Settecento e quella fondata da Raimondo di Sangro con alti esponenti della nobiltà napoletana, assunse il nome di "Rosa d'ordine Magno" derivante dall'anagramma dello stesso nome del Principe). In pochi anni scalò la gerarchia dell'Associazione segreta giungendo a divenire "Gran Maestro" di tutte le Logge napoletane. Formerà nella sua numerosa Officina una cerchia interna, ove opererà con il sistema detto degli "Alti Gradi", creando un ristretto cenacolo elitario, dal quale vedrà la luce il Rito Egizio Tradizionale[4] Sono gli anni anche delle maggiori scoperte archeologiche, fortemente volute proprio dall'illuminato Re Carlo III di Borbone: Pompei, Ercolano, Paestum: anche queste viste in chiave massonica come riscoperta degli antichi valori morali e di democrazia propri dell'ideologia cui la "fratellanza" fa riferimento.

Iniziarono, in tal periodo, le invettive della Chiesa, dei Gesuiti in particolare, e del frate Guglielmo Pepe contro la massoneria e il tentativo, fallito per intervento dello stesso Re, di istituire anche a Napoli un tribunale del Santo Uffizio. Convinto che l'unico modo per difendere le Logge fosse il porle sotto un'alta protezione, il Principe si avvicinò ancor più al Re Carlo III di Borbone, di cui era consigliere, tentando di ottenerne l'iscrizione (come peraltro già avvenuto in Prussia con Federico II), ma nel 1751 papa Benedetto XIV (al secolo cardinal Prospero Lambertini, anch'egli in odore di massoneria[senza fonte]) scomunicò tutti gli appartenenti alla "Fratellanza" e ordinò lo scioglimento delle logge. Si sarebbe potuto trattare, nel caso del Regno di Napoli, di un pretesto che poteva preludere a una dichiarazione di guerra e, sebbene a malincuore, Carlo III con un editto cancellò le logge napoletane e bandì la massoneria dal Regno. Convinto che fosse l'unico modo per salvare i fratelli da più gravi conseguenze, Raimondo di Sangro abiurò e fornì al Re l'elenco degli iscritti che vennero, però, solo redarguiti e non puniti. E in effetti, questa "finta abiura" e la consegna degli elenchi con il conseguente "rimprovero", ebbero l'effetto di salvare i massoni napoletani da persecuzioni, permettendo loro di continuare a svolgere indisturbati le proprie attività esoteriche.

Intanto i lavori per la Cappella Sansevero continuavano e con essi i debiti conseguenti che costrinsero il Principe ad affittare locali del suo Palazzo e, addirittura, il suo Palco al Teatro San Carlo, nonché a chiedere prestiti a istituti di credito. Contro di lui si schierò inoltre, contrastato dallo stesso Re Carlo III, il Ministro della Real Casa Bernardo Tanucci, che vedeva in lui (per le sue simpatie prussiane), ingiustamente, un nemico del Regno.

Ma nel 1759 Carlo III, alla morte del fratello, dovette abbandonare Napoli per diventare Re di Spagna; lasciò il Regno al figlio, il religiosissimo e giovanissimo Ferdinando IV: con la partenza del Re, ecco venir meno la difesa del Principe nei confronti di Tanucci, che lo fece arrestare per aver affittato locali della sua casa a uso di bisca clandestina. Venne liberato dopo alcuni mesi per intercessione della moglie e di alcuni nobili amici.

Ma Tanucci non demordette e nel 1764 comunicò all'ex-Re di Napoli, ora di Spagna, che l'ammontare dei debiti di Raimondo di Sangro era di oltre 220.000 ducati. Fu l'anno di una spaventosa carestia che causerà oltre duecentomila morti nel Regno (di cui oltre trentamila nella sola Napoli), e fu anche l'anno in cui, per tentare di appianare la propria situazione debitoria, il Principe di Sansevero decise di far sposare il primogenito Vincenzo alla principessa Gaetana Mirelli, che porterà una ricchissima dote che gli consentirà di saldare i debiti e di disporre di un discreto appannaggio mensile.

Per omaggiare gli sposi, Raimondo fece venire a Napoli un "picchetto" d'onore costituito dai propri "feudatari" pugliesi; si trattava, in realtà, di una cinquantina di persone che indossavano una sorta di uniforme ed erano armati. Fu l'ennesima scusa che consentì a Tanucci di arrestare nuovamente il Principe accusandolo di "invasione armata" della città. Liberato dopo poco, Raimondo di Sangro proseguì nelle sue attività di studio, nelle sue invenzioni e nei lavori di restauro della sua Cappella fino alla sua morte, nel 1771.

La Cappella Sansevero: Santa Maria della Pietà[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cappella Sansevero.

Attigua al palazzo di famiglia, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso, si trova la cappella gentilizia dei Sansevero.

Planimetria della Cappella Sansevero con indicazione delle principali opere citate nella voce "Cappella Sansevero"

Voluta nel 1593, per "grazia ricevuta" dal Duca Giovan Francesco de Sangro, I Principe di Sansevero, venne, di fatto, fondata nel 1613 dal figlio secondogenito di quest'ultimo, Alessandro, Patriarca di Alessandria ed Arcivescovo di Benevento, che la volle come cappella funebre dei membri di famiglia. I lavori vennero tuttavia sospesi nel 1642 e ripresi, dopo oltre 100 anni, nel 1744 da Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero. Una delle tante leggende che circolano sulla chiesa vuole che sia stata costruita sul luogo di un antico tempio di Iside. Una originale teoria sulla lettura esegetica della Cappella ci venne da Giuseppe del Noce[2], esoterista e studioso napoletano, che ha costruito uno schema secondo il quale, le statue del complesso gentilizio desangriano rappresenterebbero le dieci sephiroth dell’Albero della vita, in modo tale che ogni statua, procedendo secondo i sentieri indicati dalla dottrina cabalistica, raffiguri una emanazione divina.

Raimondo di Sangro proseguendo nella linea iniziata dall'antenato Alessandro, la abbellì con statue pregne di allegorie talvolta di incerto significato (da taluni ritenute alchemiche, da altri massoniche), impegnandovi notevoli risorse economiche, e facendone uno dei maggiori capolavori artistici di Napoli.

La Cappella Sansevero è nota principalmente per tre delle statue che la adornano, tra cui famosa è il Cristo velato, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, statue la cui esecuzione materiale resta ancora un mistero. Due di esse infatti sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è omogeneo con la statua sottostante, mentre la terza statua è coperta da una rete di marmo apparentemente posta successivamente ma anch'essa perfettamente omogenea con la statua. Una delle ipotesi, da parte degli estimatori moderni del principe, è che si tratti del risultato di un procedimento inventato dal Principe per "marmorizzare" un tessuto. Tale procedimento, però, non è stato ancora messo alla prova e tutt'oggi non sembrano esserci spiegazioni convincenti. Una possibile interpretazione delle allegorie verte sul messaggio illuminista: attraverso la ragione l'uomo raggiunge il disinganno e si libera delle false verità.

Invenzioni[modifica | modifica wikitesto]

Quella delle invenzioni del di Sangro è una questione controversa, giacché alcune sono testimoniate soltanto dalla Lettera Apologetica, scritta dal principe medesimo. Fatta questa premessa, ecco un elenco delle "invenzioni" più conosciute a lui attribuite (o auto-attribuitesi):

Stemma dei di Sangro

Coa fam ITA di sangro.jpg

Blasonatura
Unicum militiae fulmen
"D'oro a tre bande d'azzurro"
  • Macchine anatomiche: è forse l'unica che sia giunta sino a noi. Si tratta di due modelli anatomici di grandezza naturale costituiti da due scheletri umani (una donna e un uomo) su cui è incastellato il solo albero sanguigno di colore differenziato blu e rosso. Leggenda vuole che il Principe avesse ottenuto tale "metallizzazione" del circuito sanguigno "iniettando" un composto di sua invenzione e, poiché l'unica "pompa" in grado di spingere il liquido fin nei capillari più sottili è il cuore, che i due malcapitati fossero ancora vivi quando tale esperimento venne eseguito.

Occorre rammentare che all'epoca non era stata ancora inventata la siringa ipodermica. Le due "macchine", originariamente nel laboratorio del Principe e attualmente nella "Cavea Sotterranea" della Cappella Sansevero, sarebbero state di fatto realizzate da un anatomista palermitano, Giuseppe Salerno, come risulta da un contratto ancora oggi conservato all'archivio notarile di Napoli. Partendo da due scheletri umani, il Principe si impegnava a fornire al medico fil di ferro e cera colorata (secondo un metodo di sua invenzione) per ricostruire l'albero circolatorio e dare così un valido modello didattico ai non esperti medici dell'epoca. In origine la "macchina" femminile aveva anche un feto che però negli anni '60 del '900 è stato trafugato.

  • Palco pieghevole: si sarebbe trattato di un palco dalle normali apparenze ma che per mezzo di ruote, argani e funi sarebbe stato possibile sollevare e chiudere "a libro". Testimoniato dalla Lettera Apologetica, sarebbe stato costruito nel 1729, quando Raimondo aveva solo 19 anni, in occasione di una rappresentazione teatrale nel cortile del collegio gesuitico romano, e chiuso in pochissimo tempo per permettere lo svolgimento nella stessa area di un carosello di cavalleria.
  • Cannoncino da campagna: sarebbe stato costruito in un metallo leggero in sostituzione del bronzo, allora comunemente usato per questo tipo di arma, talché "qualunque soldato senza gemere sotto l'incarico di esso può trasportarne uno, forse due".
  • Archibugio: fucile a retrocarica, costruito a canna unica, in grado di sparare a polvere o "a vento" (cioè ad aria compressa).
  • Macchina idraulica: capace di trasportare l'acqua a qualunque altezza.
  • Carrozza marittima: come evidenziabile da una stampa d'epoca (ancora esistente), si trattava di veicolo perfettamente somigliante a una carrozza terrestre, con tanto di cavalli verosimilmente in sughero o legno, ma al posto delle ruote aveva delle "pale" (azionate da personale nascosto) in grado di viaggiare per mare. Tale carrozza poteva ospitare dodici persone ed era più veloce delle barche a remi ed a vela dell'epoca(fonte "La Gazzetta di Napoli" 24 luglio 1770)
  • Marmi alchemici: nella sua ricerca alchemica il Sansevero avrebbe inventato parecchie sostanze chimiche tra cui stucchi, mastici madreperlacei usati per costruire cornicioni e capitelli, e un tipo di marmo sintetico che, versato allo stato fuso in apposite canaline, avrebbe formato un "cordone" bianco marmoreo, ininterrotto, che decorava il pavimento della cappella di famiglia (ancora oggi in parte visibile). Si è anche fantasticato su un possibile suo procedimento per marmorizzare i tessuti. Prova ne sarebbe la scultura del "Cristo Velato", nella medesima cappella, dove il corpo appare coperto da un velo di marmo trasparente. Su questa invenzione, però, non ci sono prove e l'effetto del velo sembra che sia dovuto solo all'abilità dello scultore, Giuseppe Sanmartino.
  • Trasudazione delle statue: pare che il principe fosse riuscito a scoprire un procedimento grazie al quale riusciva a far sì che un liquido simile alle lacrime fuoriuscisse dai marmi di cui erano costituite. Sembra che tale fenomeno sia ancora oggi visibile in una delle statue poste di fianco all'altare della Cappella Sansevero.
  • Stampa simultanea a più colori: normalmente le operazioni di stampa avvengono (fatte salve le moderne stampanti a colori) eseguendo tante "passate" quante sono i colori (tricromia o quadricromia); il Principe avrebbe inventato, invece, un sistema per stampare "a più colori" con una sola "passata di torchio" e tale metodo avrebbe impiegato nella sua tipografia sita nei sotterranei del Palazzo.
  • Epigrafia al negativo: anziché scolpire le scritte, queste sarebbero state ricoperte con una pasta a base di paraffina che le avrebbe protette dal bagno d'acido cui l'intera lapide veniva sottoposta, ottenendo così scritte in rilievo, come è evidenziato, peraltro, dalla stessa lapide del suo monumento funebre.
  • Lume eterno: testimoniata da alcune lettere di Raimondo a studiosi dell'epoca, sarebbe stata una mistura ottenuta dalla triturazione delle ossa di un teschio e forse costituita da una miscela di fosfato di calcio e fosforo ad alta concentrazione. Tale miscela avrebbe avuto la capacità di bruciare molto lentamente e di consumare pochissima materia.
  • Carbone alchemico: una mistura di sostanze di origine animale e vegetale, in grado di bruciare senza produrre cenere.
  • Gemme artificiali: Raimondo avrebbe trovato il modo di imitare le vere gemme usando delle normali pietre in marmo bianco, colorate però con un procedimento del tutto nuovo, tale che non le si sarebbe potute distinguere dalle gemme vere.
  • Farmacopea: appassionato anche di medicina e colpito dall'ignoranza dei medici dell'epoca in questioni anatomiche (come dimostra la realizzazione delle "Macchine"), Raimondo di Sangro si impegnò anche in tale campo. È noto che curò un paziente affetto da "morbo invero raro e sconosciuto ai medici" somministrandogli "estratto di pervinca più fiate bullito". La cura fece dapprima perdere i capelli all'ammalato, che però non guarì e giunse comunque a morte. Dall'autopsia, cui il Principe partecipò e di cui ci ha lasciato traccia, è stato possibile appurare che si trattava di un tumore allo stomaco. Ciò che colpisce è che le attuali cure oncologiche prevedono la somministrazione di sostanze che contengono estratto di "vinca rosea", come attestato da oncologi moderni (Prof. Tarro) che hanno confermato che la cura proposta dal Sansevero circa 400 anni fa non era poi del tutto errata.
  • Sangue di San Gennaro: il Principe sarebbe riuscito a produrre una sostanza in grado di comportarsi esattamente come quella ritenuta essere il sangue di san Gennaro.
  • Sistema per dissalare e potabilizzare l'acqua di mare.
  • Carta ignifuga: sarebbe stata di lana da una parte e di seta dall'altra, con la proprietà di non prendere fuoco.
  • Altri presunti procedimenti: plasticizzazione a freddo di metalli, metallizzazione e pietrificazione di materie molli, nuovi processi di colorazione di marmi e vetri.
  • Pirotecnica: per la realizzazione di fuochi d'artificio a più colori, inventandone quelli di colore verde.

La leggenda nera[modifica | modifica wikitesto]

Nella splendida Capitale del Regno delle Due Sicilie, la famiglia Sansevero vive nel palazzo di Piazza San Domenico Maggiore (attualmente al n. 9) che, già di per sé, gode di triste fama; si racconta infatti che nel 1590 l'allora padrone del Palazzo, il celebre compositore Carlo Gesualdo Principe di Venosa, avesse sorpreso la propria moglie Maria d'Avalos con il suo amante, il Duca Fabrizio Carafa, e li avesse uccisi per poi portarne i corpi sullo scalone e ammettere il popolo al palazzo perché potesse vedere la sua onta lavata con il sangue.

È facile, per il popolino, far nascere vicende magiche e misteriose che ben presto coinvolgono anche l'erudito e altrettanto misterioso VII Principe di Sansevero, il quale peraltro nulla fa per screditare tali dicerie, e anzi ammanta la propria vita di segretezza rinchiudendosi per giorni nei suoi laboratori alchemici, dove studia e realizza i suoi esperimenti, i suoi studi e le sue "invenzioni". Si aggiunga che, nei sotterranei del Palazzo, era stata installata una tipografia che, con i suoi rumori decisamente originali per l'epoca, ben poteva alimentare ulteriori dicerie.

Le attività "inusuali" di Raimondo, pertanto, contribuirono non poco ad alimentare una serie di leggende poco lusinghiere intorno alla sua persona, che divenne, col passare del tempo, una figura di primo piano nell'immaginario "magico" della cultura popolare napoletana. Tra le leggende sul suo conto, una diceva, ad esempio, che avesse fatto uccidere sette cardinali e che con le loro ossa e la loro pelle avesse fatto realizzare altrettante sedie; che avesse ucciso una donna che gli si negava, e un nano che la difendeva, "metallizzandone" i corpi; che riuscisse a riprodurre la liquefazione del sangue come avviene per quello di San Gennaro; che avesse fatto resuscitare alcuni gamberetti di fiume essiccati; che ottenesse il sangue dal nulla.

Dalle accuse generiche di alchimia, stregoneria e ateismo, si passò ad altre più particolari e, a quanto è dato di sapere, prive di alcun fondamento, come quella di far rapire poveri e vagabondi per ignobili esperimenti.

Ma la cattiva fama si sparse anche tra le classi elevate, a causa del comportamento tenuto nei confronti dei suoi confratelli massoni, da lui denunciati all'autorità giudiziaria, comportamento che gli valse una sorta di damnatio memoriae da parte delle logge di mezza Europa.

Alla leggenda nera contribuì anche la passione del principe per il bel canto. Stando ad una delle tante dicerie, anche questa non comprovata, Raimondo sarebbe stato solito girare per le campagne in cerca di ragazzi dalla voce adatta, li avrebbe comprati dai genitori e, dopo averli fatti castrare dal suo medico, li avrebbe fatti rinchiudere nel conservatorio di Napoli dove sarebbero stati avviati alla professione canora.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Raimondo di Sangro: Gran Maestro della Massoneria napoletana in memphismisraim.it. URL consultato il 17 ottobre 2014.
  2. ^ Panzone Ciro, L’Eredità del Castello Ducale di Torremaggiore, Foggia, Leone editrice, 1993, p. 238, SBN IT\ICCU\VEA\0053960.
  3. ^ Oeuvres complètes de Mme. de Grafigny
  4. ^ Archivio Segreto Vaticano, "Nunziatura di Napoli" vol. 324 cc 64-65, vedi anche Pasquale Sposato, "Documenti Vaticani per la storia della Massoneria nel Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone" Tivoli, Ed. Chicca 1959 - Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale". Ed. Riservata Napoli 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Raimondo di Sangro, Lettera apologetica, a cura di Leen Spruit, Alòs, Napoli, 2002
  • Raimondo di Sangro, Supplica a Benedetto XIV, a cura di Leen Spruit, Alòs, Napol, 2006.
  • Sergio Attanasio, In Casa del principe di Sansevero- Architettura , Invenzioni, Inventari, Alòs, Napoli 2011.
  • Sergio Attanasio, In Casa del principe di Sansevero- Architettura , Invenzioni, Inventari, Alòs, Napoli 2011.
  • Giuliano Capecelatro, Un sole nel labirinto, storia e leggenda di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, il Saggiatore 2000, ISBN 88-428-0712-5.
  • Elio Catello, Giuseppe Sanmartino (1720-1793), Milano, Electa 2004, ISBN 88-510-0225-8.
  • Alessandro Coletti, Il Principe di Sansevero, De Agostini 1988.
  • Mario Fiore, I De' Sangro feudatari in Capitanata, Volume Secondo, Comune di Torremaggiore, 1971.
  • Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale" . Ed. Riservata Napoli 2011.
  • Clara Miccinelli, Il Principe di Sansevero, verità e riabilitazione, SEN 1982.
  • Clara Miccinelli, Il tesoro del Principe di Sansevero, ECIG 1985.
  • Raimondo di Sangro (trad. di Elita Serrao dal francese), Il lume eterno (da Dissertation sur un Lampe antique trouvé à Munich en l'année 1753. Ecrite par M.r le Prince de St. Severe pour servir de fluite a la prémière partie de ses Lettres à M.r l'Abbé Nollet à Paris), Bastogi 1993.
  • Lina Sansone Vagni, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Bastogi 1992.
  • Mario Buonoconto, Viaggio fantastico, Alos 2001.
  • Lino Lista, Raimondo di Sangro, il Principe dei veli di pietra, Bastogi 2005.
  • Antonella Golia, "Cappella Sansevero: il Tempio della Virtù e dell'Arte" Edizioni Akroamatikos 2009.
  • Alberto Macchi, Irene Parenti, atto unico teatrale tra realtà e ipotesi, AETAS, Roma 2006, Note.
  • Antonio Emanuele Piedimonte, Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, La vita, le opere, i libri, la Cappella, le leggende, i misteri. Con un saggio di Sigfrido Höbel. edizioni Intra Moenia, Napoli, settembre 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 51954948 LCCN: n83200623 SBN: IT\ICCU\CFIV\070589

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