Nicolas Flamel

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Ritratto di Nicolas Flamel, opera d'immaginazione visto che risale al XIX secolo.

Nicolas Flamel (Pontoise, fl. 1330 – Parigi, 1418) fu uno scrivano pubblico, libraio e alchimista francese.

La reputazione di Flamel come alchimista nacque dopo la sua morte, quando venne collegato alla leggenda della pietra filosofale da una serie di opere alchemiche, pubblicate nel XVII e a lui attribuite, ma considerate apocrife.[1]

Biografia storica[modifica | modifica sorgente]

Flamel visse a Parigi nel XIV e XV secolo. Condusse due negozi come scrivano e sposò una vedova di nome Perenelle, più vecchia di lui e dotata di buon patrimonio, che morì nel 1397. I due avevano diverse proprietà ed effettuavano cospicue donazioni alla Chiesa, comprese le commissioni di diverse sculture. Una delle abitazioni appartenute a Flamel è ancora esistente, al 51 di rue de Montmorency. È considerata la più antica casa in pietra di Parigi.[2]

A Parigi gli è stata dedicata una strada nei pressi del Museo del Louvre, rue Nicolas Flamel, che interseca rue Pernelle, dedicata alla moglie.

Nel 1410 Flamel progettò la propria pietra tombale, scolpita con immagini del Cristo, di San Pietro e San Paolo, conservata al Museo Nazionale del Medioevo (nell'Hôtel de Cluny) a Parigi.[3] Tale dettaglio sarà oggetto di numerose interpretazioni successive. In questo periodo, Flamel contribuì anche nel restauro del vecchio Cimitero degli Innocenti di Parigi, per la realizzazione di strutture arcate poste sopra le murate, al fine di contenere le ossa dei cadveri in eccesso. Il suo testamento, datato 22 novembre 1416, indica una certa agiatezza ma non la straordinaria ricchezza vantata nelle leggende alchemiche posteriori. Del resto, al di là dei testi apocrifi, non ci sono altre testimonianze che il Flamel storico abbia effettivamente esercitato l'alchimia, la medicina o la farmacia.[4][1] Fu sepolto a Parigi, nel 1418, al Museo di Cluny, verso la fine della navata della vecchia Chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie.

Il mito del Flamel alchimista[modifica | modifica sorgente]

La leggenda sul Flamel alchimista eccelso, che riuscì ad ottenere la pietra filosofale e l'immortalità, è basata in primo luogo su pubblicazioni del XVII secolo. L'opera centrale è Le livre des figures hiéroglyphiques ("Libro delle figure geroglifiche"), pubblicato a Parigi nel 1612 e, come Exposition of the Hieroglyphical Figures, a Londra nel 1624.

Si tratta di una collezione di disegni per un timpano del Cimetière des Innocents, presumibilmente recuperata dopo una lunga scomparsa. Nell'introduzione l'editore descrive gli sforzi di Flamel per venire a capo dei contenuti di un misterioso libretto di 21 pagine da lui acquistato dopo un sogno in cui gli avrebbe fatto visita un angelo, indicandoglielo. Flamel attorno al 1378 si sarebbe recato in Spagna per cercare aiuto, incontrando sulla via del ritorno un sapiente che avrebbe riconosciuto nel libro una copia del grimorio "la magia sacra di Abramelin il mago" . Flamel e la moglie negli anni successivi, anche tramite lo studio di testi cabalistici, sarebbero riusciti a decifrarne il contenuto, ottenendo la pietra filosofale, capace di tramutare i metalli comuni in oro, e l'Elisir di lunga vita.

Il fondamento di tale storia venne contestata già nel 1761 da Etienne Villain. Questi sosteneva che l'ideatore della leggenda era lo stesso editore dell'opera, P. Arnauld de la Chevalerie, che si sarebbe nascosto con lo pseudonimo di Eiranaeus Orandus.[4] Tuttavia la storia di Flamel l'alchimista era ormai stata adottata da diversi autori attivi nel campo dell'occulto e del fantastico, che l'avevano ulteriormente arricchita di dettagli.

Riferimenti alla leggenda appaiono ad esempio in scritti di Isaac Newton (che menziona i dragoni di Flamel, uno alato e l'altro no), noto per gli interessi alchemici. La figura di Flamel tornò alla ribalta nel diciannovesimo secolo. Viene ad esempio menzionato da Victor Hugo nel romanzo Notre-Dame de Paris e da Albert Pike in Morals and Dogma of the Scottish Rite of Freemasonry. Viene citato come figura ispiratrice da André Breton nel "secondo manifesto surrealista"[5]. Ha poi trovato ampia adozione nella letteratura popolare e nei media negli ultimi decenni.

Opere attribuite a Flamel[modifica | modifica sorgente]

Copertina della prima edizione del Le Livre des figures hiéroglyphiques, pubblicata nel 1612.
  • Le Livre des figures hiéroglyphiques (Il libro delle figure geroglifiche), pubblicato in Trois traictez de la philosophie naturelle, Paris, Veuve Guillemot, 1612
  • Le sommaire philosophique, pubblicato nel De la transformation métallique, Paris, Guillaume Guillard, 1561
  • Le Livre des laveures, manoscritto conservato nella Bibliothèque nationale de France MS. Français 19978
  • Le Bréviaire de Flamel, manoscritto conservato nella Bibliothèque nationale de France MS. Français 14765

Riferimenti nella cultura di massa recente[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Robert Halleux, L'alchimia nel Medioevo latino e greco in Storia della Scienza, Treccani, 2001.
  2. ^ Mary McAuliffe, Paris Discovered: Explorations in the City of Light, Princeton Book Company, 2006, pp. 53-54. ISBN 978-0-87127-287-4.
  3. ^ Kathleen Cohen, Metamorphosis of a Death Symbol, University of California Press, 1973, pp. 98-99. ISBN 978-0-520-01844-0.
  4. ^ a b Laurinda S. Dixon (a cura di), Nicolas Flamel. His Exposition of the Hieroglyphicall Figures (1624), Garland Publishing, 1994, xvii. ISBN 978-0-8240-5838-8.
    «Flamel was a real person, and he may have dabbled in alchemy, but his reputation as an author and immortal adept must be accepted as an invention of the seventeenth century.».
  5. ^ Giulio Carlo Argan, Studi sul surrealismo, Officina, 1977, p. 123.

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