Luci del varietà

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Luci del varietà
Luci varietà(1951)fotoscena.jpg
Giulietta Masina, Peppino De Filippo e Gina Mascetti attori di rivista in una scena di “Luci del varietà”
Titolo originale Luci del varietà
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1951
Durata 90 min
Colore B/N
Audio sonoro
Rapporto 1,37:1
Genere commedia
Regia Alberto Lattuada, Federico Fellini
Soggetto Federico Fellini
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Federico Fellini, Tullio Pinelli
Produttore Film Capitolium Soc. coop.
Produttore esecutivo Bianca lattuada
Casa di produzione Film Capitolium Soc. coop.
Distribuzione (Italia) Fincine
Fotografia Otello Martelli
Montaggio Mario Bonotti
Musiche Felice Lattuada
Scenografia Aldo Buzzi
Costumi Aldo Buzzi
Interpreti e personaggi
Premi

Luci del varietà è un film del 1951 diretto da Alberto Lattuada e Federico Fellini

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Checco Dalmonte è il capocomico di una compagnia di varietà[2] che tiene spettacoli in teatrini di provincia e nella quale recita con Melina, sua fidanzata. Durante una rappresentazione in un piccolo centro, viene avvicinato dalla giovane e bella Liliana, che gli chiede di farla entrare nel mondo dello spettacolo, ma tutti i membri della compagnia, sempre in bolletta, si oppongono, considerandola solo un costo in più.

Liliana non si dà per vinta e segue la compagnia nel suo viaggio verso un altro teatro di provincia. Qui, facendo leva sull'attrazione che Checco prova per lei, riesce a farsi scritturare come ballerina e ben presto ruba la scena agli altri attori. Viene notata dal ricco avvocato La Rosa che dopo uno spettacolo la invita, assieme a tutti i comici, a casa sua. Tutti accettano con entusiasmo l'offerta, ben lieti di poter per una volta cenare gratis a volontà, ma quando La Rosa cerca di introdursi nella camera di Liliana, Checco, ingelosito, si oppone e gli attori vengono cacciati in malo modo dalla casa dell’avvocato.

Checco, sempre più attratto dalla nuova soubrette, lascia Melina ed abbandona il gruppo per tentare di organizzare un nuovo spettacolo, basato anche su artisti presi dalla strada, nel quale Liliana sia la prima stella. Ma i suoi sogni sono destinati al fallimento perché Liliana, resasi conto dello scarso prestigio di Checco nell’ambiente, lo abbandona per diventare l'amante di un ricco impresario teatrale attraverso il quale intravede possibilità di carriera. Checco, avvilito e senza un soldo, torna da Melina che, ancora affezionata, lo perdona e per pietà gli presta il denaro faticosamente risparmiato per aprire un negozio, affinché lui possa allestire un nuovo spettacolo. Anche questa sarà una compagnia di scarso valore.

Il finale, amaro, è alla stazione. Liliana in pelliccia e con il suo ricco amante, sale su un lussuoso treno internazionale diretto a Milano, dove è sicura di poter arrivare al successo. Sul binario opposto Checco e la sua compagnia raccogliticcia, a bordo di uno scomodo treno popolare e con i vestiti stazzonati, partono verso una delle solite mete della provincia. L'affetto tranquillo e familiare di Melina sembra aver riconquistato Checco. Ma la tentazione è sempre dietro l'angolo, e su quel vagone di terza classe Checco propone ad un'altra ragazza di diventare soubrette.

Alberto Lattuada e Federico Fellini lavorano alla regia del film

La realizzazione del film[modifica | modifica wikitesto]

Soggetto e sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

L’idea del film sarebbe nata da Carla Del Poggio, la moglie di Lattuada: «Credo di essere stata la prima - ha detto[3] - a lanciare l'idea: mi sarebbe piaciuto riagganciare con la danza, il mio primo amore artistico». Ne parla con Fellini[4], il quale tira fuori dal cassetto un soggetto che aveva già scritto sul varietà. Fellini dirà[5] che «erano i ricordi della provincia italiana vista dai finestrini dei treni e dalle quinte di teatrini sgangherati e male illuminati di quando giravo l’Italia con una compagnia di rivista», esperienza che il regista riminese visse negli anni 1939 e 1940[6][7]. È un mondo che i due cineasti desiderano ritrarre con simpatia, come un tentativo «teso allo scavo dei caratteri, all'intenzione di guardare la vita del personaggio con ironia, ma sempre con affetto, anche per gli aspetti più meschini[8]».

«Quando parlammo di questa idea a Ponti – ha ricordato Lattuada[9] - ci disse che il soggetto non andava, era un argomento che non funzionava. Noi andammo avanti lo stesso». Il regista milanese aveva diretto Senza pietà (1948) ed il Mulino del Po (1949), ma dopo quelle due pellicole alcune vicende stavano guastando i suoi rapporti, sino ad allora molto collaborativi, con la casa produttrice "Lux"[10]. «A questo punto – ha scritto[11] - il mio desiderio di autonomia creativa diventa presunzione. Voglio produrre un film, voglio competere con i grandi produttori di allora; il soggetto nasce dagli appunti di Fellini sulla vita grama dei guitti dell’avanspettacolo[12]».

Ponti, dopo aver rifiutato il soggetto proposto da Lattuada e Fellini, cambia idea[13]. È ancora Lattuada a ricordare[14] che «a metà del lavoro di sceneggiatura veniamo a sapere che Ponti aveva messo in cantiere Vita da cani con Aldo Fabrizi, Gina Lollobrigida ed una turba di belle ragazze[15]. Torniamo da lui e ci dice “Ma cosa volete fare ? Non farete una lira !”». Si accende una gara a chi arriverà prima nelle sale. L’altro sceneggiatore, Tullio Pinelli, ha ricordato[16] che «il soggetto fu dovuto concretare e stendere in una nottata e durante la sceneggiatura avvenne il primo incontro con Flaiano[17]».

da sinistra: Dante Maggio, Carla Del Poggio, Giulietta Masina e Peppino De Filippo in una scena del film
Il regista Alberto Lattuada studia una inquadratura sul set di "Luci del varietà"
Carla Del Poggio e Peppino De Filippo in una delle scene iniziali del film
La malinconica alba della compagnia di varietà in una scena attribuita a Fellini

Gli interpreti[modifica | modifica wikitesto]

Accanto a Carla Del Poggio, che come dichiarerà in seguito, voleva «fare una parte di soubrette per poter "ballicchiare" bene»[18] ed a Giulietta Masina, che per la sua interpretazione riceverà un Nastro d'Argento[19], fu Peppino De Filippo ad essere chiamato per sostenere l'interpretazione principale. «Peppino ha qui una occasione coi fiocchi - ha scritto Enrico Giacovelli[20] - il ruolo a cui ogni comico ambisce almeno una volta nella vita», per quello che egli «considerò, non senza ragione, il suo primo film importante». L'attore napoletano interpretava un ruolo quasi autobiografico: «questo personaggio - aggiunge Giacovelli - dovette ricordargli la seconda metà degli anni Venti quando batteva le piazze dell'Italia centrale con guitti disposti a tutto, spinti ed ispirati più dalla fame che dall'arte».

Nel cast anche alcuni ottimi caratteristi, da Dante Maggio a Folco Lulli, da Franca Valeri a Carlo Romano ed a Giacomo Furia[21], sino a John Kitzmiller, l'afroamericano che, arrivato in Italia come militare USA ai tempi della guerra, vi era poi rimasto diventando attore, sino ad essere scelto nel 1948 quale protagonista di Senza pietà. Lattuada arruolò per l'occasione anche un giornalista e critico cinematografico, Italo Dragosei, affidandogli la parte di un metronotte[22] e attribuì pure a se stesso un piccolo ruolo di addetto teatrale. Infine, tra le ballerine di fila che accompagnano lo spettacolo di Liliana/Carla Del Poggio ormai avviata verso il successo, danzano due ragazze ancora sconosciute: sono Giovanna Ralli e Sofia Lazzaro, che poi cambierà pseudonimo e diventerà Sofia Loren.

Produzione e difficoltà[modifica | modifica wikitesto]

Per produrre il film[23] Lattuada e Fellini scelsero una strada inusuale, creando una cooperativa[24][25], che si associò con la "Film Capitolium" di Mario Ingrami[26], ed investendo in questa avventura molte sostanze personali. Coinvolti dall'entusiasmo dei due registi, alcuni attori - tra cui Peppino de Filippo - pur non volendo entrare nella società, accettarono di lavorare ai minimi sindacali[27]. Le riprese iniziarono in primavera per terminare nel mese di agosto del 1950[28]. Le difficoltà iniziarono già durante la produzione. «Mia sorella Bianca - scriverà poi Lattuada[29] - avvisa che stiamo uscendo dal preventivo, ma noi siamo nella piena euforia della libertà artistica e non prestiamo ascolto alle ragioni dei numeri».

Alla fine della lavorazione del film nasce la prima grave complicazione: fallisce la Fincine, la società cui era affidata la distribuzione della pellicola nelle sale cinematografiche e questo comporta che "Luci del varietà" perda tempo prezioso nella gara con Vita da cani per arrivare prima nelle sale. «Ma il colpo di grazia - ha scritto C. Cosulich[30] - lo dette la commissione ministeriale[31], che assegnò al film soltanto il contributo del 10 per cento (quello relativo ai "minimi requisiti tecnici ed artistici"), rifiutando la concessione dell'ulteriore 8 per cento; decisione assurda trattandosi di un film che la critica più autorevole aveva giudicato il miglior film diretto sino ad allora da Lattuada». Una decisione - così sostiene Cosulich - dovuta alla necessità di «rendere conto ai "poteri forti" del cinema italiano, in primo luogo i grandi produttori, cui non andava a genio che i registi cominciassero ad autoprodursi i propri film[32]».

Insuccesso commerciale e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

«Incassi fiacchi»[modifica | modifica wikitesto]

Tormentato da queste difficoltà, il film si rivela un insuccesso commerciale, incassando circa 177 milioni di lire[33], mentre il suo "concorrente" produce un introito doppio[34]. Lattuada parla ironicamente di «critica ottima, ma incassi fiacchi»[35] aggiungendo che «i debiti hanno consumato le mie risorse e quelle di Fellini. De Laurentiis ci salva dal disastro ed io e Federico gireremo come baratto il finale di Attila. Scrivo sul muro del mio studio "prestatore d'opera per sempre"».

«Il disastro finanziario indebiterà Lattuada per parecchi anni[36]» . Il regista è quindi costretto ad una sorta di "Canossa" con la Lux, accettando di firmare la regia di Anna, un film nel quale viene riproposto il cast che ha già riscosso un enorme successo di pubblico con Riso amaro (Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone) e che avrà un risultato economico clamoroso - circa un miliardo di incasso solo in Italia - permettendo a Lattuada di far fronte ai debiti e di impegnarsi per la realizzazione de Il cappotto.

La fine del rapporto tra i due registi[modifica | modifica wikitesto]

"Luci del varietà" non rappresenta soltanto un insuccesso economico, ma segna anche il "divorzio" tra i due registi, la cui collaborazione datava dagli anni dell'immediato dopoguerra, dando luogo ad un'annosa discussione sull'attribuzione della regia. «Non capisco - ha dichiarato Lattuada[37] - perché in seguito Fellini abbia cavalcato l'idea che "Luci del varietà" era una cosa più sua che mia, rubandomi in qualche modo la paternità del film; con tutti i capolavori che ha fatto non ha certo bisogno di "Luci del varietà" per tenere in piedi la sua fama». Anche due degli interpreti, Dante Maggio e Silvio Bagolini, confermarono questa tesi, pur se con accenti diversi[38].

Fellini intervenne in proposito con dichiarazioni contrastanti: «Il mio primo film fu "Luci del varietà"; la regia ed il soggetto erano miei» affermò[39], mentre in un'altra occasione disse che «per la verità fece tutto Lattuada, io mi limitai ad osservare[40]». Anche la critica prese parte a questa discussione, cercando di individuare all'interno della pellicola gli specifici apporti dei due registi. Se a parere di Canziani[41] sono da attribuire a Fellini «la sequenza notturna, un'anticipazione delle famose notti della dissipazione, da I vitelloni a La dolce vita, mentre sono di Lattuada le sequenze finali e la definizione psicologica dei personaggi», secondo Turroni[42], "Luci del varietà" è «un film di Fellini nel campo lungo delle scene dell'alba, nella sequenza del dormitorio pubblico e nella figura del suonatore di tromba. Il resto è la secca obiettività di Lattuada». Ma, secondo qualche commentatore[43] «in questo film Fellini ha evidentemente scoperto già tutto il suo campionario di figure simboliche, con aperture nel grottesco, nell'orrido, nel favoloso, nel magico».

Sull'argomento intervennero infine le precisazioni di Bianca Lattuada[44] la quale spiegò che le scene girate da Fellini erano state soltanto tre: il malinconico allontanarsi della compagnia dalla casa dell'avvocato all'alba, l'incontro con il trombettista nero nella notte romana ed il risveglio all'albergo dei poveri. Nel definire la realizzazione della pellicola «sette settimane durissime ed indimenticabili», la Lattuada ricordò che «la presenza di Fellini sul set era piuttosto dimessa, non andò mai in sala di montaggio ed abbandonò il set alcuni giorni prima della fine delle riprese».

Giulietta Masina, come appare in "Luci del varietà". Per questa sua interpretazione ricevette nel 1951 il Nastro d'argento alla migliore attrice non protagonista
Carla del Poggio/Liliana si esibisce accompagnata dalle ballerine di fila. Tra di esse due future attrici allora sconosciute: Giovanna Ralli (terza da sinistra) e Sofia Lazzaro, poi Loren (la prima a destra)
L'attore afroamericano John Kitzmiller in una curiosa inquadratura assieme ad alcune soubrettes

Critiche e commenti[modifica | modifica wikitesto]

Le critiche contemporanee[modifica | modifica wikitesto]

Come aveva ironicamente osservato Lattuada, a fronte dell'insuccesso economico le accoglienze della critica furono generalmente buone. Il film fu apprezzato dal Corriere della Sera[45] che valutò il film «un interessante esperimento» per la formula produttiva, pur notando come fosse «curioso che questa pellicola, al cui timone sta uno sceneggiatore, sembri privo di sceneggiatura e dia l'impressione di essere stato improvvisato alla vigilia delle riprese [per cui] la sua struttura manca di compattezza e molti suoi episodi di essenzialità. Ma certe sequenze fanno testimonianza di acuta e spiritosa invenzione. Tutto il film è gustoso e piacevole, per ineguale che appaia, peccato che i suoi personaggi sappiano già di noto e di abusato patetismo».

La Stampa[46], osservando che «una delle note più intelligenti del film è di lasciare in sospeso il destino di Liliana» valutò il film come una serie di «episodi che si sgranano con gradevole freschezza di ritmo e con un sorriso larvato di malinconia». Molto positivo fu il giudizio formulato da Bianco e Nero[47] secondo il quale «un film come "Luci del varietà" farà del bene al cinema italiano; esso affronta con notevole coraggio ed intelligenza un tema nuovo (...). Tutta la prima parte si informa ad un contenuto davvero esemplare e culmina con l'uscita dei comici dalla casa dell'avvocato all'alba. L'impegno di Lattuada e Fellini è spontaneo, immediato».

Per il critico Guido Aristarco[48] «è proprio l'autonomia economica che permette ai registi di realizzare un'opera importante, significativa, sostanzialmente diversa da Vita da cani. "Luci del varietà" rimane un film importante, anche per i mezzi espressivi impiegati. per la prima volta Lattuada getta un ponte - ed in merito è evidente l'apporto di Fellini - tra sé ed i suoi personaggi, che risultano ricchi di calore umano, in una recitazione che si rifà spesso alla commedia dell'arte». Giudizio che fu condiviso anche da un commento su L'Unità[49] secondo il quale «è evidente che questa formula [la produzione cooperativistica] ha permesso a Lattuada di darci, con la collaborazione di Federico Fellini, il suo film più sentito, più equilibrato ed umano».

I commenti successivi[modifica | modifica wikitesto]

Col tempo i giudizi sostanzialmente favorevoli, pur con qualche riserva, non cambiarono. «La formula registica a due - ha scritto il "Catalogo Bolaffi" - denuncia un compromesso tra esigenze differenti, se non contrastanti, ed il risultato finale ne risente, anche se il film ha più di una pagina riuscita ed è condotto con rigore. Il valore del film risiede nell'analisi acuta dell'ambiente colto nei suoi risvolti tragici e comici, in una serie di notazione azzeccate e con profonda simpatia per questi esseri».

In una prospettiva storica si sviluppa il commento di Boledi e De Berti[50] secondo i quali «il lavoro di Lattuada e Fellini si colloca tra due età nel nostro cinema e di tutta la nostra cultura. Si chiude definitivamente con questo film e con una manciata di altri titoli la stagione del neorealismo cui i due autori avevano dato un contributo importante quanto personale». Un tema importante, quello del neorealismo, perché, come ricorda Elena Mosconi[51], «la pietra miliare della critica del periodo è rappresentato dal realismo dell'opera cinematografica e dal suo rapporto di prossimità con il neorealismo, [con] contraddizioni ed a volte rigidità della critica d'inizio anni Cinquanta incapace di cogliere il passaggio ad altri generi "derivati"».

Alcuni commentatori hanno messo in risalto il rapporto tra il film ed un genere, già in declino, di spettacolo, ad esempio Gianpiero Brunetta[52], che lo definisce «una meditazione sulla crisi di un tipo di spettacolo viaggiante». Come ha scritto Giacovelli[53] «con il suo sapore di cosce a buon mercato e paillettes per poveri e le sue amarezze venate di ottimismo "Luci del varietà" resta comunque il miglior film sul varietà italiano che era essenzialmente palcoscenici di provincia, scaramucce con pubblici dal fischio facile, ballerinette».

L'argomento fu poi affrontato in modo più organico in un articolo di S.G. Biamonte apparso qualche anno dopo sul n° 121 di Cinema nel quale si descriveva come il teatro di varietà fosse stato trasposto nel cinema. «Il film rivista non ha mai avuto buona sorte fuori dagli USA [ed] il panorama offerto dai film rivista sinora realizzati in Italia - scriveva Biamonte - è desolante. Eppure proprio in Italia è avvenuto un incontro felice tra il cinema ed il teatro di rivista; da questo incontro è nato "Luci del varietà", film che constava di una affettuosa, ma puntuale indagine sui sentimenti, sulle ambizioni, sulle rivalità, sulle grandezze e miserie degli attori del varietà».

Il cinema sul cinema

Nei primi anni Cinquanta - come ricorda Federica Villa nel suo contributo alla monografia "Luci del varietà, pagine scelte" - vedasi bibliografia, pag. 27 - il tema del mondo dello spettacolo e del cinema appassionerà diversi registi che dedicheranno a questo ambiente ed alle sue illusioni alcune opere importanti: da Visconti con Bellissima allo stesso Fellini con Lo sceicco bianco, ad Antonioni con La signora senza camelie sino alla pellicola a più mani Siamo donne.

Due inattesi sviluppi[modifica | modifica wikitesto]

L'uscita quasi contemporanea di due pellicole che raccontavano il mondo del teatro di varietà suscitò anche l'interesse della politica. Fu un deputato socialista, Luigi Sansone, a chiedere che venissero previste agevolazioni per il mondo dell'avanspettacolo. Della cosa si discusse in una seduta della Camera del 14 febbraio 1951 in un dibattito nel quale intervenne l'allora Sottosegretario Giulio Andreotti.

Sei anni dopo l'uscita del film - la prima proiezione di "Luci del varietà" avvenne il 6 dicembre 1950 - fu pubblicata sul rotocalco Cineromanzo Economico Gigante la fotostoria del film. Questa circostanza è raccontata ed illustrata da Raffaele De Berti[54] che la giudica una iniziativa editoriale dovuta «al recupero di notorietà di Fellini, vincitore proprio nel 1956, con La strada dell'Oscar al miglior film straniero». Tuttavia la storia raccontata tramite fotogrammi tratti dal film con l'aggiunta di commenti e frasi in balloon stile fumetto risulta diversa, nel finale, da quella cinematografica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rete degli Spettatori.
  2. ^ La compagnia si chiama Polvere di stelle, una definizione che diventerà poi un film ventitré anni dopo.
  3. ^ Dichiarazione dell'attrice pubblicata a pag. 277 de "L'avventurosa storia..." - vedasi bibliografia.
  4. ^ In quegli anni il sodalizio personale, oltre che professionale, tra Lattuada, Fellini e le rispettive mogli era molto intenso. Nel suo libro “Il mio set”- citato in bibliografia - che Lattuada pubblicherà quarantacinque anni dopo queste vicende, egli definisce (pag.103) «un quartetto di amici inseparabili» il rapporto che allora esisteva tra di loro.
  5. ^ Dichiarazioni tratte dal volume “Fellini raccontato da me”, vedasi bibliografia, pag. 51.
  6. ^ Notizia contenuta in un articolo di Fausto Montesanti apparso sul n° 139 di Cinema. Fellini aveva anche realizzato negli stessi anni delle interviste radiofoniche ad Aldo Fabrizi sempre su quella tematica.
  7. ^ Peraltro Bianca Lattuada, sorella del regista e Direttore di produzione del film ha ricordato che «Alberto [Lattuada] non era affatto lontano dal varietà, anzi lo amava profondamente. È stata la passione comune per i guitti a convincerli a girare un film come "Luci del varietà"». Queste dichiarazioni sono state raccolte da Matteo Pavesi per la monografia "Luci del varietà, pagine scelte", vedasi bibliografia, pagina 25 e segg.
  8. ^ Questi propositi dei due registi sono state descritti da Massimo Mida, che ricoprì il ruolo di aiuto regista del film, in un articolo pubblicato sul numero 47 di Cinema.
  9. ^ Dichiarazione pubblicata a pagina 277 del volume “L’avventurosa storia” – vedasi bibliografia.
  10. ^ La "Lux" gli aveva respinto due proposte di soggetti, ma uno di questi, sull'argomento "Miss Italia", era poi stato affidato ad un altro regista, (Duilio Coletti), che l'avrebbe realizzato con Gina Lollobrigida. Queste precisazioni sono contenute nel contributo di C. Cosulich alla "Storia del cinema italiano" - vedasi bibliografia, pagg. 431 e segg.
  11. ^ Anche questa rievocazione di Lattuada è pubblicata nel citato libro “Il mio set”, pag.50. Peraltro il regista milanese - come ricorda Guido Aristarco nella recensione al film pubblicata sul n° 55 del periodico Cinema - aveva da tempo in animo di sottrarsi ai vincoli delle produzioni ufficiali e sin dal settembre 1949, in un convegno tenutosi a Perugia, aveva dichiarato «il cinema non ha autonomia, vive sotto censura, costa troppo, è diventato un fatto industriale che poco o nulla ha a che vedere con l'arte. Bisogna dare al cinema la sua autonomia economica».
  12. ^ Come ha scritto Stefano Della Casa nella monografia "Luci del varietà, pagine scelte" - citato in bibliografia, pag. 19 e seg.- «l'argomento era molto frequentato dal cinema italiano: Mattoli, Bragaglia, Marchesi, Campogaliani, Bolognini ed altri avevano dedicato o dedicheranno nell'immediato futuro i loro film in parte o totalmente a quel fenomeno che stava esaurendosi, proprio perché il cinema aveva di fatto prosciugato i teatri dei migliori attori e dei repertori».
  13. ^ Cosulich, ne "I film di Alberto Lattuada" - vedasi bibliografia, pag. 47 e segg. - sostiene che questa decisione sarebbe stata sollecitata al produttore da Aldo Fabrizi, il quale riteneva che fosse stato copiato un soggetto da lui elaborato.
  14. ^ Lattuada ha rievocato questi episodi in una conversazione con Brunello Rondi, pubblicata sul n° 2-3 del mensile Bianco e Nero, pagina 65 e seguenti.
  15. ^ Il film aveva un cast di grande richiamo: oltre ai due citati vi lavorarono anche Delia Scala, Marcello Mastroianni, Aldo Giuffré e Tino Scotti.
  16. ^ Il suo racconto è apparso in un articolo da lui scritto per il numero 165 della rivista Cinema.
  17. ^ Secondo il "Dizionario dei film" - vedasi bibliografia - Flaiano partecipò alla sceneggiatura di "Luci del varietà", ma senza poi risultare accreditato nei titoli di testa. Nella sceneggiatura originale del film appartenente al "fondo Lattuada" custodito presso la Cineteca Italiana e pubblicata nella citata monografia "Luci del varietà, pagine scelte", il nome di Flaiano è indicato quelle collaboratore.
  18. ^ Dichiarazione dell'attrice riportata a pag. 278 de "L'avventurosa storia", vedasi bibliografia.
  19. ^ È ancora la Del Poggio a ricordare che uno dei motivi di disaccordo con il produttore Ponti fu che costui non voleva la Masina quale interprete.
  20. ^ Giacovelli è autore di "I film di Peppino De Filippo" - vedasi bibliografia; i passi citati sono a pag. 60 e seg.
  21. ^ Nel già citato articolo di Massimo Mida (Cinema n° 47) si ricorda che «almeno la metà degli attori interpreta il ruolo che ha scelto nella vita: De Filippo, Maggio, la Mascetti, Calì, tutti autentici mimi dei palcoscenici dei cinema - varietà».
  22. ^ Dragosei raccontò questa sua curiosa ed unica esperienza di attore in un divertente articolo apparso sul n° 47 di Cinema.
  23. ^ Il titolo della pellicola cambiò due volte: dapprima Figli d'arte, poi Piccole stelle. "Luci del varietà" fu la terza ed ultima opzione. Gli interni furono girati negli stabilimenti Scalera, a Roma; gli esterni a Capranica. Notizie fornite da Kezich, a pag. 166 e seg. del suo libro "Fellini" - vedasi bibliografia.
  24. ^ Ne dà notizia il numero 33 di Cinema, precisando che la cooperativa era composta dai due registi, dalla loro mogli Carla Del Poggio e Giulietta Masina, e dall'attore afroamericano John Kitzmiller.
  25. ^ Va ricordato che nello stesso periodo una iniziativa per alcuni aspetti simile veniva realizzata a Genova da Lizzani per la produzione di Achtung! Banditi!.
  26. ^ Questi particolari sono raccontati dallo stesso Lattuada in "Parla il cinema italiano" - vedasi bibliografia, pag 160.
  27. ^ Notizia desunta dal citato contributo di Cosulich alla "Storia del cinema italiano" - vedasi bibliografia, pag. 433.
  28. ^ Della conclusione del lavoro informa il numero 44 di Cinema, uscito a ferragosto del 1950.
  29. ^ Questa rievocazione si trova a pagina 104 del citato libro "Il mio set" - vedasi bibliografia.
  30. ^ Cosulich ha ricostruito con molti particolari le vicissitudini del film nel suo citato contributo alla "Storia del cinema italiano", vedasi bibliografia. Il passo riportato è a pag 433.
  31. ^ La Commissione di Revisione Cinematografica, comunemente nota come "Commissione di censura" agiva nell'ambito del Dipartimento dello Spettacolo (a quel tempo non esisteva ancora un apposito Ministero) e, oltre a provvedere al rilascio dei "visti" per la circolazione delle pellicole, più o meno tagliate, decideva se concedere o meno i contributi pubblici - sotto forma di credito d'imposta - del 10 o del 18 per cento a favore delle opere. Spesso erano questi gli elementi capaci di determinare per i produttori un esito commerciale positivo e meno di un film. Per una descrizione di tali meccanismi si veda, tra gli altri, il capitolo di Franco Vigni nella "Storia del cinema italiano" - vedasi bibliografia.
  32. ^ Nell'editoriale del n° 65 di Cinema si dà notizia del ricorso contro il diniego del contributo suppletivo dell'otto per cento che, alla fine, fu ripristinato per decisione di una Commissione presieduta dal Sotto segretario Giulio Andreotti. Ma questo ulteriore ritardo comportò la sconfitta nella corsa con il film "concorrente".
  33. ^ Questo è il dato fornito dal "Dizionario del cinema italiano", analogo a quello del "Catalogo Bolaffi" (che situa il film nel 1951, anno di prevalente circolazione, anziché nel 1950), il quale indica un introito di 116.873.000 lire, e con quello pubblicato su Cinema nuovo (in un articolo di C. Cosulich dal titolo "La battaglia delle cifre") che fornisce il dato di 118.400.000. Nelle tabelle pubblicate su "Viva l'Italia" - vedasi bibliografia, pag. 394 - relative ai 40 maggiori incassi dei film, "Luci del varietà" non c'è. Viene invece indicato nel citato articolo di Cinema nuovo alla 65ª posizione su 92 film prodotti in Italia nel periodo.
  34. ^ Vita da cani incassò secondo il "Dizionario del Cinema" 255 milioni, mentre secondo il "Bolaffi" arrivò a 264 milioni.
  35. ^ Così ha scritto nel suo libro "Il mio set" citato - vedasi bibliografia, pag. 105.
  36. ^ Lo sostiene Cosulich ne "I film di Alberto lattuada" - vedasi bibliografia, pag. 50.
  37. ^ Dichiarazione del regista riportata nel primo volume de "Parla il cinema italiano" - vedasi bibliografia, pag.158.
  38. ^ Le testimonianze dei due attori sono pubblicate ne "L'avventurosa storia" - vedasi bibliografia, pag. 228. Maggio ha sostenuto che «Fellini non fece praticamente nulla; veniva di tanto in tanto, però chi dirigeva era Lattuada», mentre Bagolini ha ricordato che i due cineasti «si suddividevano molto tranquillamente i compiti di regia; ritengo che questo film abbia dato la possibilità a Fellini di apprendere il quadro tecnico, quel tanto che gli bastò per fare il salto e piazzarsi in prima persona dietro la macchina da presa»
  39. ^ La dichiarazione di Fellini è pubblicata ne "L'avventurosa storia" - vedasi bibliografia, pag.228.
  40. ^ Affermazione che si trova a pag.51 di "Fellini raccontato da me" - vedasi bibliografia.
  41. ^ Autore de "Gli anni del neorealismo" - vedasi bibliografia, pag. 130.
  42. ^ Autore di "Alberto Lattuada" - vedasi bibliografia, pag. 56.
  43. ^ Ad esempio Brunello Rondi, che in un articolo pubblicato sul n° 10-11 del periodico Bianco e Nero - vedasi bibliografia - analizzò la nascita dello stile di Fellini proprio a partire da "Luci del varietà", ma disconoscendo l'apporto di Lattuada, che fu poi recuperato in un numero successivo del periodico.
  44. ^ Queste dichiarazioni ed altre memorie del "set" del film si trovano alle pagg. 37 e segg. della monografia "Luci del varietà, pagine scelte", citata nella bibliografia.
  45. ^ La recensione di Lan [Umberto Lanocita] è apparsa sul numero del 13 gennaio 1951 del quotidiano, consultato presso archivi bibliotecari.
  46. ^ La recensione di M.G. [Mario Gromo] è apparsa sul numero del 24 febbraio 1951, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  47. ^ La recensione, scritta da Fernaldo Di Giammatteo, è apparsa sul numero 4 del 1951.
  48. ^ Articolo pubblicato sul numero 55 di Cinema.
  49. ^ L'articolo, a firma p.g., apparve il 24 febbraio 1951 sulla edizione torinese, consultata presso l'archivio storico on line del quotidiano.
  50. ^ Il giudizio è contenuto nella presentazione della citata monografia "Luci del varietà, pagine scelte" - vedasi bibliografia, pag. 8.
  51. ^ Autrice del contributo "Il film visto dalla critica" compreso nella citata monografia, pag.48.
  52. ^ Autore di una "Storia del Cinema Italiano, vedasi bibliografia. Il passo citato è a pag. 461 del III° volume.
  53. ^ Autore del citato "I film di Peppino De Filippo", vedasi bibliografia, pag.62.
  54. ^ Nella citata monografia "Luci del varietà, pagine scelte" di cui è curatore, pag.53.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

(in ordine cronologico):

  • Diversi numeri del quindicinale Cinema: il n° 33 del 28 febbraio 1950, il n° 47 del 1 ottobre 1950, il n° 55 del 1 febbraio 1951, il n° 61 del 1 maggio 1951, il n° 65 del 30 giugno 1951, il n° 68 del 15 agosto 1951, il n° 121 del 15 novembre 1953, il n° 139 del 10 agosto 1954 ed il n° 165 del 1 maggio 1956.
  • Mensile Bianco & nero: anno XII, n° 4, aprile 1951; anno XXI, n° 10-11 ottobre - novembre 1960 ed anno XXII, n° 2-3 febbraio - marzo 1961.
  • Quindicinale Cinema Nuovo, n° 98 del 15 gennaio 1957 (articolo "La battaglia delle cifre").
  • Ornella Levi (a cura di): Catalogo Bolaffi del cinema italiano. Bolaffi Edit. Torino, 1967. ISBN non esistente
  • Giuseppe Turroni: Alberto Lattuada. Moizzi Edit. Milano, 1977 ISBN non esistente
  • Alfonso Canziani: Gli anni del neorealismo. La Nuova Italia Edit. Firenze, 1977. ISBN non esistente
  • Aldo Tassone: Parla il cinema italiano. Formichiere Edit. Milano, 1979 ISBN non esistente
  • Franca Faldini, Goffredo Fofi. L’avventurosa storia del cinema italiano. Feltrinelli Edit.. Milano, 1979. ISBN non esistente
  • Gian Piero Brunetta: Storia del cinema italiano - vol. III - dal neorealismo al miracolo economico (1945-1959). Editori Riuniti, Roma, 1982. ISBN 88-359-3787-6
  • Callisto Cosulich: I film di Alberto Lattuada. Gremese Edit. Roma, 1985. ISBN 88-7605-187-2
  • Tullio Kezich: Fellini. Rizzoli RCS Libri Edit. Milano, 1988. ISBN 88-17-11503-7
  • Roberto Chiti, Roberto Poppi: Dizionario del Cinema Italiano – volume II (1945-1959). Gremese Edit. Roma, 1991. ISBN 88-7605-548-7
  • Enrico Giacovelli. I film di Peppino De Filippo. Gremese Edit. Roma, 1992 ISBN 88-7605-643-3
  • Alberto Lattuada: Il mio set. Libro Italiano Edit. Ragusa, 1995. ISBN non esistente
  • Costanzo Costantini (a cura di): Fellini raccontato da me. Editori Riuniti. Roma, 1996 ISBN 88-359-4043-5
  • Luigi Boledi, Raffaele De Berti (a cura di): Luci del varietà, pagine scelte. Quaderni Fondazione Cineteca Italia ed Istituto di Scienza Comunicazione e Spettacolo della Università Cattolica del Sacro Cuore. Il Castoro Edit. Milano, 1999. ISBN 88-8033-136-1
  • AA.VV. Storia del Cinema Italiano, volume VIII (1949-1953) Edito da Marsilio, Venezia e Scuola Nazionale del Cinema, Roma. 2003 ISBN 88-317-8209-6 in particolare i capitoli:
    • Censura a largo spettro di Franco Vigni (pagina 64 e seguenti).
    • Alberto Lattuada, battitore libero di Callisto Cosulich (pagina 439 e seguenti).
  • Pietro Cavallo: Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962). Liguori Edit. Napoli, 2009. ISBN 978-88-207-4914-9

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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