Giulietta degli spiriti

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Giulietta degli spiriti
Giulietta degli spiriti.JPG
Giulietta (Giulietta Masina)
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1965
Durata 137 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 1,85:1
Genere commedia, drammatico, sentimentale
Regia Federico Fellini
Soggetto Federico Fellini, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi
Produttore Angelo Rizzoli
Casa di produzione Federiz (Roma), Francoriz Production (Parigi)
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Gianni Di Venanzo
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Nino Rota, Eugene Walter
Scenografia Giantito Burchiellaro, Piero Gherardi, Luciano Ricceri
Costumi Piero Gherardi, Bruna Parmesan, Alda Marussig
Trucco Otello Fava, Eligio Trani
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali
« Tutta la mia vita è piena di gente che parla, parla, parla, andatevene!
Fuori tutti di qui! »
(Giulietta)

Giulietta degli spiriti è un film del 1965, diretto da Federico Fellini. È il secondo film a colori di Fellini.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Giulietta Boldrini, una benestante signora dell'alta borghesia romana, trascorre le vacanze estive nella lussuosa villa di Fregene.

È stata educata in un collegio di suore ed è molto affezionata al ricordo del nonno che scappò con una ballerina. Con alcuni amici Giulietta e Giorgio, brillante public-relation man, organizzano una festa nella villa per festeggiare l'anniversario del matrimonio, ma il loro legame non è più saldo: Giorgio cela, dietro una cortesia distratta, l'illusione di un nuovo amore.

Giulietta ne ha la dolorosa convinzione e sente tutto il suo mondo entrare in crisi. Sua madre si preoccupa solo del proprio aspetto fisico, mentre le sorelle sono ochette superficiali: Giulietta non ha nessuno con cui confidarsi. Spera tacitamente in un soccorso preternaturale partecipando a sedute spiritiche e interrogando un veggente indiano.

Non riuscirà ad avere più nitida la sensazione del suo smarrimento e delle sue contraddizioni, combattuta tra il perbenismo bigotto, retaggio della sua educazione, e la tentazione di vivere senza inibizioni sull'esempio del nonno.

Il consiglio della sorella la porta a un'ulteriore esperienza, particolarmente umiliante: Giorgio è seguito, spiato da investigatori che forniscono a Giulietta le prove irrefutabili del tradimento.

Nella sua ricerca di uno sfogo, di una reazione all'abbandono, Giulietta sembra cedere alle lusinghe d'una vicina, Susy, che vorrebbe introdurla in un mondo vizioso e falsamente brillante. In tempo, con terrore, la donna se ne ritrae e, dopo aver tentato inutilmente di parlare con l'amante del marito, Giulietta troverà la forza di lasciarlo uscire dalla sua vita, nascondendogli la sua consapevolezza.

Con l'aiuto di una psicoanalista, tuttavia, Giulietta riesce a reagire. L'umile accettazione dell'abbandono e l'irrazionale, ma prepotente speranza nella vita, le daranno la forza di scacciare lontano dal proprio animo tutta la congerie di condizionamenti, di incubi, di angosciosi ricordi, di spettri che l'hanno ossessionata. Alla fine, vittoriosa e in abito bianco, va incontro al vento che soffia dal mare.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

La critica[modifica | modifica wikitesto]

All'indomani dell'uscita del film nelle sale italiane, in quegli anni sessanta in cui l'Italia si affacciava su una nuova realtà senza esservi ancora tuffata, la critica non fu tenera con Fellini, forse perché nessuno aveva ancora davvero capito il regista ed il suo mondo visionario ed incantato. Mentre all'estero, come ad es. in Francia e in Gran Bretagna, socialmente più avanzate dell'Italia dell'epoca, il film suscitò critiche assai più favorevoli. Fortunatamente, pur facendo molto caso a quel che si diceva e si scriveva di lui, Fellini è riuscito sempre ad infischiarsene e a proseguire per la sua strada, fino ad ottenere il giusto riconoscimento alle sue qualità artistiche[1]

  • Giovanni Grazzini ne Il Corriere della Sera, del 23 ottobre 1965: "Si sa che la fantasia di Fellini, negli ultimi anni, è sfrenata da un gusto convenzionalmente chiamato barocco: il delirio ornamentale, la beatitudine decorativa. La crisi coniugale di Giulietta viene così soffocata dal lusso scenografico, lo strepito o la tenerezza dei colori, lo sfarzo bizzarro dei costumi; seppure talvolta non manchi un autentico palpito d'umanità."
  • Aurelio Ferrero ne Il Mondo Nuovo, del 14 novembre 1965: "La povertà e il manicheismo di questa mitologia si gonfiano e dilatano in turgore liberty, dissipazione floreale, contaminazione viziosa di immagini oniriche, gusto incontrollato della deformazione che neutralizza e annulla la cattiveria dell'osservazione critica della società e del costume. La stessa immaginazione del regista, in altre occasioni fluida e mobilissima sembra raggrumarsi e ristagnare. Per tale via nessuna liberazione è possibile. Quando nel finale Giulietta disubbidisce per la prima volta alla madre e apre quella porta dietro la quale c'è la bambina di sempre, legata sulla graticola delle suore o schiacciata dalle ossessioni e dagli inganni del matriarcato, del matrimonio e del sesso, e si attua per una via tutta irriflessa e stupefatta la rimozione dei complessi, lo spettatore avverte che il regista declama una liberazione che non è stata sofferta e che non è cresciuta nel personaggio, ma è sempre al di fuori, in un universo astratto e mitizzato."
  • Mino Argentieri in Rinascita, del 30 ottobre 1965: "C'è in questo film, rispetto a Otto e mezzo, una maggiore compattezza, anche se Fellini non si affranca dalla sua poetica, dotata di cortissimo respiro. Dov'è, allora, il limite della pellicola? Nella sommarietà, nello schematismo di un personaggio esangue portato al confine dell'astrazione e del simbolo, incorporeo, inattendibile."
  • Goffredo Fofi in Quaderni piacentini, del novembre-dicembre 1965: "Giulietta degli spiriti, una specie di parodia scialba di Otto e mezzo, un film dominato dalla insopportabile pazienza negativa della Masina, un pasticcio colorato alle salse più scontate, un reader's digest della media-cultura medio-borghese italiana, è di una banalità e mediocrità sconfortanti. In Giulietta tutto è ripetizione e maniera"
  • Leo Pestelli in La Stampa, del 29 ottobre 1965: "Quello che poteva anche essere un racconto scarno, per linee interne, diventa nelle mani di Fellini una fantasmagoria di forme e di colori oggettivanti i pensieri, i ricordi, i sogni e le visioni del personaggio; il quale personaggio non è ben certo che sia sempre quello della signora Giulietta e non diventi per lunghi tratti quello del regista prevaricatore. Un altro cospicuo saggio, dunque, della tumultuaria, barocca immaginazione felliniana, e insieme della sua splendida facoltà di ordinare il mondo in visione cinematografica, qui arricchita dall'uso del colore, da lui trattato si può dire per la prima volta e con effetti sorprendenti. Ma anche un film di sosta, che assommando vari motivi del regista (da Lo sceicco bianco a Otto e mezzo), non li trascende e lascia immutata, e per ciò stesso un po' stanca, la prospettiva dell'artista."
  • Morando Morandini in L'Osservatore Politico Letterario, del 12 dicembre 1965: "Paradossalmente si potrebbe sostenere che Giulietta degli spiriti è un film da sfogliare più che da vedere; il modo migliore di assaporarlo sarebbe quello di ridurlo a un migliaio di inquadrature, e poi esaminarle, a una a una, come si fa con un album. Viene il sospetto che Fellini sia stato condizionato - e frenato - dal colore, non soltanto da Giulietta."
  • Jean-Louis Bory in Arts, del 20 ottobre 1965: "Giulietta degli spiriti è l'ultima roulotte che Fellini-Barnum aggiunge alla sua carovana. In definitiva realtà e soprannaturale, presente, passato e possibile si trovano sullo stesso piano: quello del barocco felliniano, dove le convenzioni personali hanno preso il rilievo delle convenzioni della realtà. L'Angelo del Bizzarro scompiglia quello dell'iconografia sulpiziana. Il barocco mistico, il barocco formale che dimentica tutto il resto, diventando puramente divertente. Si ride molto."
  • Gordon Gow in Films and Filming, dell'aprile 1966: "Le risorse tipiche del film sono: una macchina da presa frenetica, immagini incalzanti unite a un eccezionale dominio della luce e del colore. Questo è cinema da maestro, non solo in rapporto all'opera immediatamente precedente di Fellini, Otto e mezzo, ma si colloca vicino al Citizen Kane di Welles e al Marienbad di Resnais. Si muove liberamente e significativamente nel tempo e nello spazio, nell'immaginazione e nella memoria."
  • Gian Piero Brunetta in Cent'anni di cinema italiano (Laterza, 1991): "Grazie a un colore che accentua la ricerca simbolica e antinaturalistica, Fellini non pone più alcun freno ai suoi istinti immaginativi. Tra tutti i viaggi nella memoria effettuati nel corso della sua attività questo è l'unico che cerca di esplorare il mondo della controparte femminile, vedendolo animato e coabitato da una folla di presenze uscite direttamente dall'iconografia della religione cattolica e da figure di sacerdotesse del sesso, che invitano alla liberazione del corpo e alla trasgressione dei comandamenti e dei tabù. Giulietta mette in scena riti e comportamenti in via di sparizione, quasi frammenti residuali di civiltà che stanno scomparendo e stabilisce un ulteriore punto d'orientamento per l'opera del regista."

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ . Claudio G. Fava, Aldo Viganò "I film di Federico Fellini", Gremese Editore, Roma, 1987. p. 114.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]


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