Senza pietà (film 1948)

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Senza pietà
Delpoggiotragica.jpg
Carla Del Poggio
Paese di produzione Italia
Anno 1948
Durata 95 min.
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Alberto Lattuada
Soggetto Ettore Maria Margadonna
Sceneggiatura Federico Fellini, Tullio Pinelli
Produttore Lux Film
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Mario Bonotti
Musiche Nino Rota
Scenografia Piero Gherardi
Interpreti e personaggi
« Soltanto quando cessa il rumore dei combattimenti gli uomini scoprono l’orrore della guerra e si ritrovano
persone ed il loro castigo si rinnova ogni giorno. Questo film vuole essere una testimonianza di verità.

La storia si svolge in Italia, ma potrebbe svolgersi in qualunque parte del mondo dove la guerra ha fatto dimenticare negli uomini la pietà. »

(introduzione al film, dopo i titoli di testa)

Senza pietà è un film del 1948 diretto da Alberto Lattuada.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La giovane Angela, ragazza madre che sogna di poter aprire una cartoleria, fugge da Roma per andare a cercare rifugio presso il fratello che si trova a Livorno, ma che – come più tardi verrà a sapere – è morto. Quando è quasi arrivata resta coinvolta in una sparatoria e soccorre Jerry, sergente afromericano dell'U.S. Army rimasto ferito in un conflitto a fuoco mentre stava inseguendo un gruppo di trafficanti che avevano rubato del materiale dalla base americana. Quando arriva alla stazione di Livorno la ragazza chiede aiuto ma, scambiata dalle sentinelle americane per una prostituta, viene arrestata e trasportata al 5° Padiglione dell'ospedale di Livorno, dove venivano rinchiuse per la profilassi le donne catturate nelle retate.

Qui conosce Marcella e nella notte le due donne riescono a scappare. Marcella la conduce presso Pier Luigi, boss livornese del contrabbando e dello sfruttamento della prostituzione. Angela cade nel giro della prostituzione, ma un giorno su un piazzale del porto incontra di nuovo Jerry e tra i due si accende una passione. Pier Luigi, che nel frattempo è diventato il protettore di Angela, dalla quale è attratto, capisce che può servirsi dei loro sentimenti per convincere Jerry a trafugare della merce dai magazzini dell'esercito statunitense. Ma al momento della consegna della refurtiva arriva la Military Police e il sottufficiale viene arrestato e condotto in un campo di prigionia.

Evade qualche giorno dopo e riesce a fermare un camion sul quale stanno viaggiando Pier Luigi e Giacomo, il suo braccio destro. Jerry si impadronisce del denaro di un altro "affare" che i due stavano preparando assieme al capitano di un mercantile argentino e fugge. Raggiunge Angela, ma è inseguito dagli uomini della banda di Pier Luigi. Nel frattempo Marcella riesce ad uscire dal giro della prostituzione ed a fuggire negli Stati Uniti con il suo fidanzato, anch’egli afroamericano.

È l’alba quando i contrabbandieri riescono a raggiungere presso una chiesetta Jerry ed Angela, i quali sperano di poter anche loro fuggire in America. Si accende una sparatoria, durante la quale la ragazza fa scudo col suo corpo a Jerry, rimanendo ferita a morte. Mentre il boss e i suoi scappano coi soldi, Jerry carica a bordo del camion il corpo senza vita di Angela e va a Calafuria, dove, disperato per la morte della ragazza, si suiciderà lanciando in mare il pesante mezzo dall'alto della scogliera. Nella scena finale due mani, una bianca ed una nera, restano per sempre unite nella morte.

Altre notizie[modifica | modifica wikitesto]

Genesi del film[modifica | modifica wikitesto]

Secondo C. Cosulich [1] fu il produttore Carlo Ponti a suggerire a Lattuada la realizzazione di un film, partendo da un soggetto di Margadonna[2], ambientato in quella stessa pineta del Tombolo[3] dove l’anno precedente era stato girato il film Tombolo, paradiso nero di Giorgio Ferroni. Il regista decise di mandare sul posto Fellini e Pinelli affinché verificassero se era possibile trarre da quel soggetto una sceneggiatura ed i due si trattennero sul luogo alcune settimane, travestendosi da barboni per potersi aggirare indisturbati nella zona.

il regista Alberto Lattuada nel 1951

Lattuada così rievocò le origini del film[4]: «È l’anno 1948, il momento di mandare al mondo una lettera di sfida antirazzista, in modo particolare una provocazione per l’opinione maccartista[5] americana: la storia di un soldato nero che ama una ragazza bianca. Ponti non esita. [il film fu] una bomba. Parigi batte le mani, la stampa americana si divide per ovvie ragioni politiche, ma non arresta il cammino internazionale del film.»

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

La produzione subì i caratteristici intoppi dell’epoca: una lavorazione resa difficile dalla presenza di malavita e prostitute (la stessa interprete Carla Del Poggio fu scambiata per una di esse), difficili accordi con le bande che infestavano l’area, scarsità o insufficienza di mezzi tecnici. Lattuada si rammaricò [6]di non aver potuto, per motivi tecnici, inserire nella pellicola una scena nella quale dei soldati rastrellati nella pineta del Tombolo venivano imbarcati a forza su un mercantile per essere reimpatriati, mentre attorno alla nave giravano barche con mogli e fidanzate che mostravano loro i neonati, frutto dalle loro relazioni.

Gli interpreti[modifica | modifica wikitesto]

Carla Del Poggio, moglie di Lattuada dal 1945, arriva a Senza pietà dopo una precedente carriera basata su soggetti spensierati. Secondo Claudio Camerini [7] la sua interpretazione «è l’emblema di una Italia cambiata attraverso l’esperienza traumatica della guerra, ma è anche il segno di una trasformazione dell’attrice passata da ruoli di segretaria o collegiale dei film anteguerra a quelli drammatici del dopoguerra».

Anche secondo Matilde Hochkofler[8] «per Carla Del Poggio il personaggio di Angela, cucitole addosso da Lattuada, è una grossa occasione che le dà modo di manifestare notevoli capacità di attrice. È il ruolo che lei, cresciuta e maturata rapidamente attraverso gli eventi straordinari e drammatici della guerra, spera da tempo di interpretare: una donna in rivolta (…) così diversa dalle maliziose signorinette "zero in condotta" del cinema d’anteguerra.». Analogo giudizio quello di Stefano Masi[9] secondo il quale la Del Poggio è «attrice che supera bene la cesura della guerra, senza tuttavia diventare una star.. »

Per Giulietta Masina, allora ventiseienne, il film di Lattuada fu il vero debutto cinematografico, perché prima di allora aveva recitato solo in una particina nell’episodio "Firenze" del Paisà di Rossellini. Dal 1943 era sposata con Fellini, uno degli sceneggiatori del film. Lo stesso Lattuada racconta [10] che le due coppie erano molto amiche e formavano «un quartetto di amici inseparabili.» Per il suo intenso ruolo di Marcella, amica e confidente della protagonista Angela, la Masina ottenne nel 1949 il Nastro d'argento quale migliore attrice non protagonista.

John Kitzmiller, un ufficiale dell’esercito americano originario del Michigan, oltre ad essere interprete del film, fece anche da mediatore affinché fosse possibile girare le scene all’interno della insicura Pineta di Tombolo .[11] Egli aveva interpretato negli stessi luoghi l’anno precedente il film di Ferroni Tombolo, paradiso nero, oltre ad aver partecipato a Paisà. Kitzmiller, benché fosse un ingegnere minerario, restò poi in Italia e nel mondo del cinema, interpretando negli anni successivi piccole parti in diversi film, tra cui nel 1950 Luci del varietà, ancora con Lattuada e Fellini. Nel 1957 vinse al Festival di Cannes un premio quale interprete maschile del film yugoslavo di di Stiglic Valle della Pace. L’ultima sua interpretazione conosciuta risale al 1965 nel film “Onkel Toms Hutte (la capanna dello zio Tom), di Géza von Radványi.[12]

Una piccola parte, quella di un’ospite dell’Istituto in cui viene ricoverata Angela, è interpretata da Patrizia Ralli, sorella della più famosa Giovanna.[13] Nel film lavorò anche, sotto lo pseudonimo di Paul Claudè, il direttore dell’Hotel Majestic di Roma, dando vita al ruolo del capobanda Pierluigi. Fu la sua unica attività cinematografica.

Delusione a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

La Lux film portò Senza pietà alla Mostra di Venezia con grandi speranze, ma questo film, al pari del Macbeth di Orson Welles, fu il più illustre sconfitto dell’edizione di quell’anno.[14] In una dichiarazione di alcuni anni dopo [15] lo stesso Lattuada attribuì quella sconfitta «alla mia insopportabile posizione di indipendenza politica, [mentre] molta critica del dopoguerra era ciecamente partigiana». In particolare Lattuada si scagliò contro la «nefasta influenza di Luigi Chiarini»[16] che egli definì «gerarca fascista e collaboratore del periodico “La difesa della razza" poi diventato nel dopoguerra un esponente di sinistra con una illuminazione improvvisa.», Lattuada attacca l’operato di Chiarini, accusandolo, di aver voluto pregiudizialmente mettere da parte il suo film. «Chissà – afferma[17] con un'allusione ai trascorsi politici del critico - forse ebbe un rigurgito razzista». Va tuttavia ricordato che l’anno prima a Venezia Lattuada aveva ricevuto un riconoscimento (premio per il film più curato) per Il delitto di Giovanni Episcopo.

John Kitzmiller (Jerry) e Carla Del Poggio (Angela) in una scena di "Senza pietà", regia di Alberto Lattuada (1948).

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso punto in cui Lattuada gira la scena nella quale Jerry, disperato per la uccisione di Angela, guida il camion verso il precipizio dove anche lui troverà la morte, Dino Risi, quindici anni dopo, ambienterà la celebre scena finale del Il sorpasso, nella quale la Lancia Aurelia di Gassman cade in mare.[18]

La musica di Nino Rota – dicono i titoli del film – fu elaborata sui temi dei ”negro spirituals”.

Incasso ed esito commerciale[modifica | modifica wikitesto]

Senza pietà risulta aver incassato 201 milioni e 250.000 lire[19]. Risultato commerciale abbastanza buono, che situa il film all’undicesimo posto, su 46, tra quelli di produzione italiana usciti nelle sale nel 1948.[20] L’anno precedente Il delitto di Giovanni Episcopo, sempre di Lattuada, aveva incassato circa 74 milioni. La pellicola ebbe un buon riscontro di pubblico in Europa, mentre non andò bene negli Stati Uniti, ove, secondo Cosulich [21] vi era «un pubblico impreparato ad accettare l’amore tra un G.I. nero ed una italiana bianca.»

Lattuada, in una intervista del 1951[22] così affrontava l’aspetto della riuscita commerciale delle sue opere «ho trovato [per i miei film - n.d.r.] maggior calore e consensi di pubblico nelle sale di seconda a terza classe.Senza pietà (ed il successivo Il Mulino del Po) sono diventati grandi incassi in Italia solo nelle sale a prezzi popolari. Poi c’è il pubblico estero. Per Il bandito e Senza pietà il pubblico e la critica francese hanno ingrandito il successo, che poi si è esteso ad altre nazioni. In Germania, ad esempio, Senza pietà è un incasso record dopo Riso amaro». Il regista ricorda[23] che «in Europa, ovunque andai, a Bruxelles, a Parigi, a Berna, fu un successo. Solo in Italia ci furono riserve, non ho mai capito bene da cosa furono dettate (…) d’altra parte Senza pietà alla lunga è venuto fuori, ogni volta che lo proiettano, soprattutto all’estero, suscita sempre reazioni positive».

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Durante l’inverno 1944-45 la zona costiera tra Pisa e Livorno divenne un enorme deposito di rifornimenti destinati all’esercito statunitense. Nella stessa zona furono alloggiate molte delle truppe che avevano sostenuto l’urto del contrattacco nazifascista dell’inverno 1944, tra cui la divisione «Buffalo», composta quasi interamente da soldati afroamericani. Secondo la ricostruzione di Gianfranco Vené[24] «Viareggio divenne una Miami negra, attirando centinaia di "segnorine". Ma presto gli incidenti, gli scontri, le risse, le sparatorie con la M.P. e le crudeltà sui civili assunsero un tale ritmo da imporre drastici provvedimenti. (…) I reparti di colore furono trasferiti in blocco nella pineta del Tombolo, già riserva reale.»

Nacque così una specie di città tra gli alberi composta da tende e da capanne, spesso costruite con i tetti a cono tipici dell’Africa. Ai margini di questa "città proibita" si insediò ogni tipo di attività illegale, prostituzione, mercato nero, falsari di Amlire, spaccio di droga e commercio clandestino della penicillina, allora rara e costosa. La zona era sorvegliata da mercenari armati, spesso giovani sbandati provenienti dall’Italia meridionale. Fu, ancora secondo Vené, «il più agguerrito ammutinamento razziale subito dall’esercito americano», poiché i suoi occupanti dichiararono l’area “zona franca”, arrivando addirittura a dare asilo a prigionieri tedeschi evasi. Solo nell’autunno del ’46, quando la guerra era finita da oltre un anno e mezzo, si riuscì a sgomberare la pineta del Tombolo e per questo fu necessario organizzare una vera e propria operazione militare congiunta tra truppe USA e Carabinieri. Ciononostante l'area restò insicura ancora per molto tempo.

Federico.Fellini con la moglie Giulietta.Masina, Carla Del Poggio con il marito Alberto Lattuada, rispettivamente sceneggiatore, interpreti femminili e regista di Senza pietà. Anche fuori dal set le due coppie avevano una frequente ed amichevole frequentazione

Critiche e commenti[modifica | modifica wikitesto]

La critica contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Su “Stampa Sera”[25] L.P. [Leo Pestelli] scrisse: «Finita l’era dei pannicelli caldi, ormai piace al cinema italiano trattare le piaghe col ferro e col fuoco. Ma in "Senza pietà" la crudezza non è sempre artisticamente risolta e spesso tradisce la maniera ed il partito preso È una violenza sbadata, un po’ facile (…) Ciò non toglie che gli episodi riusciti siano parecchi e che tutto il film si segua con interesse. Carla Del Poggio, bellissima con quella sua aria di viso michelangiolesco, è una interprete ricca di volontà….»

In un commento apparso sul "Corriere della Sera"[26] si dà un giudizio a luci ed ombre della pellicola: «per accettare questo film occorre superare il disagio in cui si affonda per l’ennesima storia della gente marcia di Tombolo. Non è soltanto materia truce, è materia di cattivo odore. Vi sono punti forti in cui si riconoscono l’acutezza e l’ingegnosità di Lattuada, certe sequenze impietose e veloci ad esempio (…) quella, la migliore di tutte, della corsa del camion alla ricerca di un precipizio e della morte. Questi brani danno evidenza al vero significato del film che vuole essere un grido di disperazione ed un anelito di pace e di bene in un mondo che si è negato alla misericordia.»

Il film non piacque alla critica di ispirazione cattolica, allora molto attiva. "L’Osservatore Romano" del 20 ottobre 1948, infatti, valutò che «Le nobili intenzioni di una fratellanza universale al di sopra delle nazioni e delle razze si sono mescolate in un ibrido convenzionalismo che ha spostato l’interesse più sui valori esteriori che interiori della vicenda; ad aggravare le cose, in questo film così convenzionale, ha contribuito quel falso amore per la verità che si chiama "verismo" e che, con tanta facilità, diventa compiacenza dell’immorale».

Altrettanto, se non più, negativo fu il giudizio del Centro Cattolico Cinematografico[27]: che classificò l’opera di Lattuada come "visione sconsigliata per tutti" in quanto «il film ci presenta un mondo, per fortuna in gran parte scomparso, nel quale ogni umano sentimento viene inesorabilmente soffocato, stroncato, travolto da corruzione e violenza, che trionfano. Dobbiamo vivamente deplorare la produzione di pellicole di questo genere, non giustificate da alcun apprezzabile intento morale ed atte soltanto a destare ed appagare malsane curiosità.»

Invece Gian Luigi Rondi su "Il Tempo"[28] riscontra nel film «una sincera solidarietà degli autori nei confronti dei due protagonisti, entrambi rinnegati per ragioni diverse dalla società, entrambi a lottare contro un mondo ostile.»

Su “Bianco e Nero”[29] Giulio Cesare Castello scrisse : «Forse pochi registi possiedono oggi in Italia il linguaggio espressivo delle immagini come Lattuada (…) “Senza pietà, pur con una certa saldezza strutturale, appare intriso di luoghi comuni. Vorrebbe essere un film coraggioso ed è invece un film timido. Sfiora il problema dei rapporti tra razze diverse, ma non vuole affrontarlo decisamente….»

I commenti successivi[modifica | modifica wikitesto]

In una panoramica delle opere realizzate sino ad allora da Lattuada e redatta nel 1951[30] Callisto Cosulich inquadra Senza pietà nel contesto storico della cinematografia del tempo: «In un anno, il 1948, in cui vedono la luce film importanti come Ladri di biciclette, La terra trema e Germania anno zero, l’opera di Lattuada passa quasi inosservata. Interessa semmai il problema razziale che Senza pietà per la prima volta pone traendo lo spunto da una situazione abbastanza frequente nel dopoguerra italiano. Ma a questo punto, importantissimo, il soggetto gira e gira intorno, reverentemente evitando ogni concreta specificazione: l’amore tra l’italiana Angela ed il negro americano Jerry resta di conseguenza qualcosa di puramente platonico. Senza pietà quindi, con il tema del destino invincibile contro il quale inutilmente combattono i protagonisti, sta a metà strada tra il realismo italiano del dopoguerra ed il film francese di anteguerra.»

Claudio Camerini [31]ricorda come «la progressione implacabile degli avvenimenti e la conclusione drammatica della vicenda non risparmiano severe critiche al film, in un momento in cui la "speranza" è una delle cifre del cinema neorealista. Ma il giudizio negativo dei recensori italiani è controbilanciato dal favore con cui i francesi accolgono il film.» Ed ancora, in giudizio retrospettivo: «La sorte di Senza pietà sarà quello di tanti altri film di Lattuada, a cui uno studio attento ai valori strutturali e formali riconsegnerà, con il favore degli anni, il loro giusto valore storico.»

Di avviso analogo Gian Piero Brunetta[32]: «Senza pietà, con il Mulino del Po, rappresenta il momento della maturità espressiva del regista (….) con cui vengono ripresi i temi de Il bandito; con maggiore coerenza espressiva si fonde documento e dramma, introspezione psicologica ed intreccio melodrammatico, protesta per l’ingiustizia razziale e richiamo alla solidarietà, pessimismo e speranza.»

Anche Gianni Rondolino[33], valuta che «Lattuada parve rinunciare alle raffinatezze formali ed ai temi letterari in due film calati nella drammatica situazione del momento: Il bandito del 1946 e Senza pietà nei quali i problemi sociali dell’immediato dopoguerra erano affrontati con piglio sicuro….»

Invece, secondo “Il Morandini”[34] «Le vicende ed i personaggi suonano falsi perché risentono troppo di schemi letterari. All’attivo alcune sequenze iniziali molto efficaci e la guida degli attori.»

Per il “Merenghetti”[35] «è il secondo viaggio di Lattuada nell’Italia disintegrata dell’immediato dopoguerra. In un momento in cui il messaggio di speranza è quasi obbligatorio, il regista ritrae un universo livido e senza vie d’uscita dove la messinscena crudamente realistica assume via via connotazioni simboliche. Carla Del Poggio si è ormai lasciata alle spalle i ruoli assennati d’anteguerra.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nel libro che Cosulich ha dedicato all’opera filmica di Alberto Lattuada – vedasi bibliografia, - pagina 39.
  2. ^ Il soggetto si chiamava in origine "Bye Bye Otello".
  3. ^ Da non confondersi con l'omonima Pineta, area protetta regionale in Provincia di Grosseto, che si trova nei pressi di Castiglion della Pescaia.
  4. ^ Nel libro scritto da lui stesso “Il mio set” – vedasi bibliografia - pagina 104.
  5. ^ Il periodo caratterizzato dalla "crociata" anticomunista lanciata negli USA da Joseph McCarthy, Senatore repubblicano del Wisconsin.
  6. ^ citato nel libro di C. Cosulich – vedasi bibliografia - pagina 39.
  7. ^ Nel libro che Camerini ha dedicato all'opera del regista – vedasi bibliografia – pagina 28.
  8. ^ da «Carla del Poggio», nota redatta per “Storia del Cinema Italiano – vedasi bibliografia – pagina 238-239.
  9. ^ Nel capitolo scritto per la “Storia del Cinema Italiano” – vedasi bibliografia – volume 7°, pagina 338.
  10. ^ nel suo libro “Il mio set” – vedasi bibliografia – pagina 104.
  11. ^ notizia riportata nel libro di Claudio Camerini - vedasi bibliografia – pagina 28.
  12. ^ Da «G.I., attori neorealisti», nota redatta da Alberto Farassino per “Storia del Cinema Italiano, volume 7°” – vedasi bibliografia.- pagina 340-341.
  13. ^ Una foto che la ritrae con la Masina è contenuta nel libro di Cosulich – vedasi bibliografia – pagina 41.
  14. ^ Nel 1948 il Gran Premio Internazionale di Venezia fu assegnato al film inglese "Hamlet" di Laurence Olivier.che poi vinse anche l’Oscar.
  15. ^ Riportata nel libro di Giuseppe Turroni, edito da Moizzi nel 1977, dedicato all’opera del regista - vedasi bibliografia –pagina 9.
  16. ^ Luigi Chiarini era nel 1948 il Presidente della Giuria a Venezia. In seguito fu anche Direttore della Mostra dal 1963 sino al periodo caldo della contestazione del 1968.
  17. ^ Ancora nel libro di Turroni – vedasi bibliografia – pagina 9.
  18. ^ circostanza riferita da Giorgio De Vincenti in «Storia del Cinema Italiano volume 7°» - vedasi bibliografia – pagina 220.
  19. ^ Dato pubblicato in Roberto Chiti e Roberto Poppi: «Dizionario del Cinema Italiano volume IIº(1945-1959)» Gremese Edit. Roma, 1981.
  20. ^ Secondo il libro "Viva l’Italia" di Piero Cavallo - vedi bibliografia - il film di produzione italiana di quell’anno che incassò di più fu "I miserabili" di Riccardo Freda (375 milioni di lire), seguito da “Fifa e arena”, di Mario Mattoli, con Totò (371 milioni). "Ladri di biciclette"” di De Sica fu 7° come incassi (con 252 milioni, 243 secondo altre fonti), mentre "Germania anno zero" di Rossellini occupa solo il 38º posto di questo elenco (circa 52 milioni di incasso).
  21. ^ nel suo libro più volte citato – vedasi bibliografia - pagina 42.
  22. ^ Apparsa sul numero 63, anno 1951, pag. 288 e segg. , della rivista «Cinema» sotto il titolo "Cosa ne pensano del pubblico" - vedasi bibliografia.
  23. ^ dichiarazione riportata nel libro di Cosulich – vedasi bibliografia – pagina 40.
  24. ^ Autore che, nel suo libro «Vola colomba», in cui si raccontano i difficili anni del dopoguerra italiano, – vedasi bibliografia – ha descritto la poco conosciuta vera storia del Tombolo in modo crudo ed efficace nelle pagine da 35 a 38.
  25. ^ numero del 21 settembre 1948, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  26. ^ numero del 3 ottobre 1948, a firma “Lan” [Arturo Lanocita], consultato presso archivi bibliotecari.
  27. ^ Riportato nel citato libro di Cavallo – vedasi bibliografia – pagina 198.
  28. ^ numero del 30 agosto 1948; da notare che questo giudizio fu redatto in "anteprima", a seguito di un proiezione effettuata prima della uscita ufficiale della pellicola nelle sale.
  29. ^ numero della rivista del dicembre 1948.
  30. ^ Pubblicata sul numero 56, anno 1951, della rivista «Cinema» pagg. 77 e segg. – per la consultazione vedasi la bibliografia.
  31. ^ nel suo libro sull’opera del regista – vedasi bibliografia - pagina 29.
  32. ^ Nel terzo volume della sua «Storia del Cinema Italiano (1945-1980) dal neorealismo al miracolo economico» Editori Riuniti, Roma, 1982.
  33. ^ Nel secondo volume della sua «Storia del Cinema» edita da UTET, Torino, 1977.
  34. ^ Laura, Luisa e Morando Morandini: «Il Morandini 2008» Zanichelli Edit. Bologna, 2009.
  35. ^ Paolo Mereghetti: «Il Merenghetti. Dizionario dei Film» Baldini & Castoldi Edit. Milano, 1999.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Turroni: «Alberto Lattuada». Moizzi Edit. Milano, 1977
  • Gian Franco Vené : «Vola colomba». Mondadori Edit. Milano, 1980.
  • Claudio Camerini: «Lattuada». La Nuova Italia Edit. Firenze, 1981
  • Callisto Cosulich: «I film di Alberto Lattuada». Gremese Edit. Roma, 1985
  • Fernaldo Di Giammatteo : «Lo sguardo inquieto». La Nuova Italia ed. Firenze, 1994
  • Alberto Lattuada: «Il mio set». Libro Italiano Edit. Ragusa, 1995
  • AA.VV.: «Storia del Cinema Italiano. Vol VII(1945-1948)». Editori: Marsilio, Padova, 2003 e Fondazione Scuola Nazionale Del Cinema, Roma, 2003, in particolare:
    • capitolo «Il dopoguerra di Castellani, Germi e Lattuada» di Giorgio de Vincenti.
    • capitolo «Generi, mestieri, divismo: ascesa del divismo femminile» di Stefano Masi.
    • nota «Carla del Poggio» di Matilde Hochkofler.
    • nota «G.I., attori neorealisti» di Alberto Farassino.
  • Piero Cavallo: «Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962)». Liguori Edit. Napoli, 2009
  • diversi numeri della rivista «Cinema» consultabili presso l’archivio on line della IULM all’indirizzo: http://holmes.iulm.it/riviste.asp?cat=3

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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