Ferento

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Ferento è una città a 9 chilometri da Viterbo fondata dai romani nel III secolo a.C.

Indice

[modifica] Storia

[modifica] Colonia romana

La prima notizia certa della città risale al Liber Coloniarum (123 a.C.), dove si narra che Ferento nell'88 a.C. divenne municipium dopo la guerra sociale.
Le principali risorse di Ferento erano le attività agricole e la presenza di cave di peperino di ottima qualità, menzionato da Vitruvio come Lapis anicianus. Nel territorio esistevano anche miniere di ferro, scoperte e sfruttate già al periodo etrusco. Attualmente sono ancora visibili le gallerie scavate per estrarre la roccia che conteneva il minerale.

L'agglomerato urbano si sviluppò sul decumano massimo della via Ferentiensis, un importante collegamento tra la Cassia ed i paesi della valle del Tevere. Proprio per la sua posizione strategica nel controllo della valle del Tevere, fece sì che il centro di Ferento sopravvivesse alla caduta dell'impero romano.

[modifica] I Longobardi e il declino della città

Durante la guerra greco-gotica ed il dominio longobardo, la città sprofondò in un un'inevitabile crisi demografica con una conseguente contrazione della superficie urbana; nel corso dell'XI secolo, tuttavia, si assiste ad una progressiva rioccupazione di aree abbandonate.
Ferento fu un opulento municipio romano. Tra i suoi abitanti più famosi sono da citare Salvio Otone, imperatore di Roma, per poco più di tre mesi, e Flavia Domitilla, moglie dell'imperatore Vespasiano e madre del grande Tito.

Lo sviluppo di Viterbo tra il X ed il XII secolo, la cui crescente sete si potenza, l'avrebbe portata a diventare capoluogo della Tuscia e sede papale, creò scontri continui tra i due comuni. Una leggenda dice che nel 1170, la bellicosa Viterbo chiese aiuto ai ferentani per dare una "lezione" alla città di Nepi. Mentre i viterbesi armati di tutto punto, come da accordi presi, attendevano i ferentani sui monti Cimini per attaccare Nepi, i ferentani, arrivati a Viterbo, la misero al sacco. L'affronto non fu mai digerito dai viterbesi che dapprima rincorsero gli aggressori, e ne fecero una tale carneficina che il luogo fu chiamato a lungo "la carnaiola", poi gli fecero giurare vassallaggio e due anni dopo, nel 1172, con l'accusa di eresia per avere una giustficazione nei confronti del Papa e del Vaticano, l'aggredirono vigliaccamente di notte, e con inaudita ferocia uccisero, saccheggiarono e distrussero completamente la bellsima città rivale. Uno storico viterbese, ha definito Ferento la Cartagine dei viterbesi.

Questa versione dei fatti però non ha riscontri concreti, ma di certo già nel 1170 la Città di Ferento, non possedeva un vero e proprio esercito come la vicina Viterbo, e da anni non praticava attività bellicose, ma aveva una posizione strategica ed era molto ricca quindi mloto appetibile per Viterbo che invece aveva ambizioni di potere su tutta la zona.

Resta infatti difficile credere, che Ferento abbia potuto accettere di unirsi a Viterbo per una battaglia contro Nepi, e poi, perchè i viterbesi avrebbero aspettato i ferentani sui monti Cimini, visto che questi sarebbero comunque dovuti passare da Viterbo? Sarebbe stato più logico aspettare gli "alleati" a Viterbo per partire tutti insieme alla volta di Nepi.

Di certo, c'è stata una battaglia tra l'esercito viterbese e i ferentani, nella zona dell'Acquarossa a poche centinaia di metri da Ferento, dove i ferentani non più abituati a combattere, ebbero la peggio e ci furono talmente tanti morti che la zona fu chiamata a lugo "la carnaiola" o "carnaio".

Per quanto riguarda la distruzione di Ferento avvenuta nel 1172, le cronache dell'epoca, racconteno che effettivamente, a notte fonda, con l'accusa di eresia per non avere problemi con il Vaticano, i viterbesi attaccarono i ferentani durante il sonno e uccisero quasi tutti distruggendo e saccheggiando la città.

Alcuni ferentani di famiglie nobili e facoltose, furono risparmiati e accolti a Viterbo nella zona di San Faustino, altri che si salvarono ma non erano cha pastori e contadini, scapparono verso la valle del tevere e trovato rifugio in alcune grotte di origine etrusca, diedero i natali al Comune di Grotte Santo Stefano a circa 16 Km da Viterbo.

Della antica città, sono ancora visibili il teatro romano, le saune, parti di alcune ville e un tratto della strada romana che la percorreva.

Anche le diverse architetture, ci danno l'idea della diversità dei caratteri dei due popoli, infatti, al teatro romano, le saune, le belle e sfarsose ville ferentane, gli arredi cittadini fatti di statue e capitelli in travertino, Viterbo contrapponeva all'epoca, alte mura in grigio peperino e blocchi di tufo con torri di guardia intorno alla città che era perlopiù costituita da gruppi di case in tufo e peperino senza particolari abbellimenti che arrivarono in seguito.

Il simbolo della città di Ferento era rappresentato da una palma mentre quello di Viterbo, da un leone. Dopo la distruzione di Ferento, i viterbesi hanno unito i due simboli prorio per evidenziare la vittoria sulla tanto odiata città rivale.

Il leone con la palma realizzato in peperino, simbolo della cttà di Viterbo è visibile su un angolo in piazza del Plebiscito, più conoscuta come piazza del Comune.

[modifica] Ritrovamenti archeologici

L'Università di Viterbo negli ultimi anni ha portato alla luce importanti resti monumentali, sia di età romana che medioevale: tra questi merita una menzione particolare il teatro romano, ancora oggi sede di spettacoli estivi.
I reperti più significativi sono esposti nel Museo Nazionale di Viterbo, presso Rocca Albornoz.
A pochi chilometri da Ferento, é stato oggetto di importanti ritrovamenti archeologici tra il 1956 ed il 1978 dall'Istituto Svedese di Roma, il sito etrusco di Acquarossa, sviluppatosi tra l' VIII ed il VI secolo a.C.

Parti degli edifici emersi durante le campagne archeologiche, sono stati ricostruiti presso il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo.

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