Chiesa di San Domenico Maggiore (Napoli)
Coordinate: 40°50′55″N 14°15′16″E / 40.848731°N 14.254407°E
| Chiesa di San Domenico Maggiore | |
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Facciata vista dall'omonima piazza |
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| Paese | |
| Regione | |
| Località | |
| Religione | Cristiana cattolica di rito romano |
| Stile architettonico | gotico, barocco |
| Inizio costruzione | 1283 |
| Completamento | 1324 |
La chiesa di San Domenico Maggiore è un'importante chiesa di Napoli, tra le più interessanti dal punto di vista storico ed artistico.
Fu voluta da Carlo II d'Angiò ed eretta, inizialmente in stile gotico, tra il 1283 e il 1324, divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e chiesa della nobiltà aragonese.
Fa parte di un complesso conventuale che si trova nel centro antico della città, nella piazza omonima.
Indice |
[modifica] La chiesa
[modifica] Storia
Nel 1231 i Domenicani, con a capo Fra Tommaso Agni da Lentini, giunsero a Napoli, e non disponendo di una sede propria, si stabilirono nell'antico monastero della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, gestita dai padri benedettini, prendendone possesso.
La consacrazione della chiesa a San Domenico avvenne nel 1255 per volere di papa Alessandro IV, come attestato da una lapide posta alla destra dell'ingresso principale.
La costruzione della chiesa fu voluta da Re Carlo per un voto fatto alla Maddalena durante la prigionia patita nel periodo dei vespri siciliani. La prima pietra fu posta il 6 gennaio del 1283, con i lavori che si protrassero sino al 1324, seguiti nella fase definitiva dagli architetti francesi Pierre de Chaul e Pierre d'Angicourt.
La chiesa, fu eretta secondo i classici canoni del gotico, con tre navate, cappelle laterali, ampio transetto e abside poligonale, e fu realizzata in senso opposto alla chiesa preesistente, vale a dire con l'abside rivolta verso la piazza, alle cui spalle fu aperto, in periodo aragonese, un ingresso secondario.
Nel corso dei secoli illustre personalità hanno avuto stretti legami con il complesso. Infatti San Tommaso d'Aquino, la cui cella è tutt'oggi visitabile nell'edificio, vi insegnò teologia; mentre tra gli alunni illustri, si ricorda su tutti il filosofo Giordano Bruno.
Numerosi interventi succedutisi nei secoli ne hanno alterato la struttura e le originarie forme gotiche: nel periodo rinascimentale terremoti e incendi avviarono i primi rifacimenti (malgrado ciò nel 1536 Carlo V fu accolto nel tempio), mentre ancora più incisivi furono i rifacimenti barocchi del Seicento, tra i quali spiccano la sostituzione del pavimento (poi completato nel XVIII secolo) con quello progettato da Domenico Antonio Vaccaro.
Con l'avvento a Napoli di Gioacchino Murat, il complesso fu destinato ad opera pubblica (1806-1815) e ciò provocò danni alla biblioteca e al patrimonio artistico, mentre un tentativo di ripristino fu messo in atto con i restauri ottocenteschi di Federico Travaglini, che tuttavia portarono ad un complessivo snaturamento dell'originale spazialità della chiesa.
Ulteriori danni furono subiti dal complesso durante il periodo della soppressione degli ordini religiosi, quando i padri Domenicani dovettero nuovamente abbandonare il convento (1865-1885), a causa di alcuni adattamenti discutibili che si intese dare alle strutture (palestre, istituti scolastici, ricovero per mendicanti e sede tribunalizia).
I restauri del 1953 eliminarono i segni dei bombardamenti del 1943, ripristinando il soffitto a cassettoni, i tetti, le balaustre delle cappelle, la pavimentazione e l'organo settecentesco e riportando alla luce anche gli affreschi del Cavallini, mentre interventi più recenti (1991) vi sono stati sulla scala in piperno che conduce all'abside e sulla porta marmorea.
[modifica] L'ingresso
Sulla piazza che dalla chiesa prende il nome, non si apre l'ingresso principale, ma un piccolo ingresso sottostante l'abside e rinforzato da pilastri, con le originarie finestre ad arco acuto deturpate da una serie di artefatti architettonici che si sono susseguiti nei secoli.
L'ingresso principale è rivolto a nord e vi si accede, attraverso un ampio cortile, dal vicolo San Domenico, mediante un portale con numerosi elementi gotici; sulla parte alta esterna dell'arcata vi è un affresco raffigurante La Vergine che offre lo scapolare domenicano al beato Reginaldo della scuola di Pompeo Landulfo (pittore vissuto nella seconda metà del XV secolo).
Il lato interno del portale presenta una iscrizione che testimonia la munificenza di Carlo II d'Angiò nei confronti dei frati; lo stesso sovrano è raffigurato in una statuetta di marmo posta in una nicchia.
L'ingresso della chiesa è attraverso il pronao settecentesco, tra il portale marmoreo gotico (ad arco acuto) e la porta lignea.
[modifica] L'interno
L'interno della chiesa è ricco di opere d'arte sia scultoree che pittoriche, nonostante i numerosi furti che si sono susseguiti nel corso del tempo.
Un quadro raffigurante San Domenico è esposto sulla controfacciata, opera di Tommaso De Vivo, mentre il soffitto a capriate originario fu sostituito da quello di epoca barocca (1670).
All'ingresso vi sono due cappelle laterali, quella dei Muscettola e quella dei Carafa, in cui sono conservate alcune opere interessanti.
Nella cappella a sinistra, è visibile una copia della Madonna col Bambino, San Giovannino e Santa Elisabetta dipinta da Fra' Bartolomeo della Porta nel 1516 e sottratta ed inoltre un dipinto del Redentore di scuola leonardesca, mentre in quella a destra (dedicata a San Martino) si trovano la Tomba di Galeotto Carafa di Romolo Balsimelli e la Tomba di Filippo Saluzzo di Giuseppe Vaccà, oltre le quattro grandi tele del De Vivo di inizio Ottocento e, sull'altare una tela attribuita al pittore fiammingo Cornelius Smet.
Lungo la navata destra vi è la cappella dedicata alla Maddalena che presenta tracce di un affresco, coevo alla costruzione della chiesa, raffigurante la Madonna col Bambino attribuito alla scuola pittorica della fine del XIV secolo, la Tomba di Tommaso Brancaccio e la tela di Francesco Solimena Madonna col Bambino e santi domenicani (1730).
Di grande rilievo, per la qualità dei colori e l'impianto architettonico, sono senza dubbio gli affreschi della Cappella Brancaccio ad opera di Pietro Cavallini, che operò a Napoli nel periodo in cui fu ospite remunerato di re Carlo II; gli affreschi, commissionati dal cardinale Landolfo Brancaccio nel 1309, raffigurano: Storie di San Giovanni Evangelista, Crocifissione, Storie della Maddalena e gli Apostoli Pietro, Paolo e Andrea.
Nella Cappella di San Antonio Abate, oltre alla tela che raffigura il santo (attribuita per un certo tempo erroneamente a Giotto), vi è, alle pareti laterali, un Battesimo di Cristo del senese Marco Pino della seconda metà del Cinquecento con evidenti influssi michelangioleschi e una Ascensione del fiammingo Teodoro d'Errico (Dirk Hendricksz, 1577-1604).
Vi è poi il Cappellone del Crocifisso, con affreschi di Michele Regolia sulla volta e, all'interno diversi sepolcri fra cui quello di Ferdinando Carafa (morto nel 1593), mentre sull'altare settecentesco vi è una riproduzione del Crocifisso della metà del secolo XIII (ora conservato in deposito) che, secondo la tradizione avrebbe parlato a San Tommaso d'Aquino, apostrofandolo con le seguenti parole: «Tommaso tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?» alle quali il santo replicò «Nient'altro che te, Signore».
Sul lato sinistro del Cappellone vi è la Cappella dei Carafa di Ruvo, decorata in marmo dal Malvito ed, a seguire la Cappella del Doce di epoca rinascimentale e all'interno della quale era collocata la Madonna del Pesce di Raffaello, ora al Museo del Prado di Madrid.
[modifica] La sagrestia
| Per approfondire, vedi la voce Trionfo della fede sull'eresia ad opera dei Domenicani. |
La sagrestia è un salone rettangolare, decorato in forme barocche del XVIII secolo su disegno di Giovan Battista Nauclerio, che qui riprende qui stile di Francesco Antonio Picchiatti. Le pareti sono decorate da stalli in legno di noce intagliate e finemente decorate e l'affresco Trionfo della fede sull'eresia ad opera dei Domenicani di Francesco Solimena che decora la volta, restaurato di recente e forse tra i più imponenti dell'artista.
Sul pavimento vi è la lapide sepolcrale di Richard Luke Concanen che fu il primo vescovo cattolico di New York e che morì a Napoli nel 1810, mentre sulle altre porte vi sono un altro affresco del Solimena (San Filippo Neri) e un bassorilievo di epoca trecentesca raffigurante la Maddalena.
L'ambiente è celebre anche per la presenza, su un ballatoio che sovrasta gli stigli delle pareti, di una serie di 45 feretri di reali ricoperti da preziosi panni colorati, la maggior parte dei quali contenenti i corpi imbalsamati di personaggi nobili, che sono stati tutti studiati negli anni ottanta dalla Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa. I cadaveri attribuibili con certezza sono i seguenti:
- Famiglia Milano
- Conte di Plicastro
- Cardinale de Moncada, duca di Montalto
- Ferdinando Orsini, duca di Gravina
- Pietro d'Aragona
- Isabella d'Aragona, duchessa di Milano (figlia di Alfonso II d'Aragona)
- Mariano D'Alagno Marchese della Buccanica e la consorte Caterinella Orsini
- Ferrante I, re di Napoli
- Una principessa di casa Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I
- Luigi Carafa, principe di Stigliano
- Marchese di Pescara
- Duchessa di Montalto
- Maria Henriquez di Alcalà
- Caterina Moncada potrebbe trattarsi di Caterina Pignatelli sposa nel 1532 di Francesco Moncada, 1º Principe di Paternò.
- Conte Antonio Agar Marsbourg e i suoi tre figli
Secondo la tradizione vi fu sepolta l'intera dinastia aragonese (1442-1503) e fra i corpi era presente anche quello di re Alfonso V d'Aragona, detto il Magnanimo, morto nel 1458, le cui spoglie furono trasferite però traslate nel 1668 in Spagna.
La sua cassa, ormai vuota, è sormontata da un ritratto del re, risalente al secolo XVII.
[modifica] La Sala del Tesoro
| Per approfondire, vedi la voce Sala del Tesoro di San Domenico Maggiore. |
La Sala degli Arredi Sacri, meglio nota come Sala del Tesoro per le immense ricchezze che ha custodito durante i secoli, è situata nella Sagrestia della basilica di San Domenico Maggiore.
La sala, arredata con maestosi armadi in noce del 1749, espone paramenti e oggetti sacri di raro valore storico, artistico e culturale, nonché i preziosi abiti ritrovati nelle tombe dei sovrani e dei nobili napoletani, un vero e proprio spaccato del costume quattro-cinquecentesco.
La Sala del Tesoro per lungo tempo è stata chiusa, ma dal 2000 è tornata alla piena fruibilità da parte di cittadini e turisti recuperando la sua vocazione di importante attrattore culturale dell’area del centro storico di Napoli.
Questo ambiente, entro cui si accede dall’attigua Sagrestia tramite una pregevole porta lignea intagliata della seconda metà del XVI secolo (attribuita a Cosimo Fanzago), fu costruita nel 1690 per custodire una serie ormai perduta di ricchissimi oggetti dei domenicani e le teche di argento massiccio che contenevano, con i cuori di Carlo II d'Angiò, Alfonso I di Aragona e Ferdinando II di Aragona, preziose testimonianze storiche di cui si persero le tracce durante l’occupazione francese degli inizi dell'Ottocento.
All’interno della Sala del Tesoro, nei monumentali armadi elegantemente intagliati e decorati, si può ammirare una vera e propria mostra permanente relativa a oggetti regali e arredi sacri articolata in quattro sezioni.
[modifica] Arche Aragonesi
La prima sezione espone accessori e abiti dei sovrani e dei nobili aragonesi recuperati dalle Arche esposte in Sagrestia.
Alla fine degli anni ottanta del Novecento, gli abiti datati tra il XV e XVI secolo, che erano indosso alle mummie sistemate nelle arche sepolcrali custodite nell'adiacente Sagrestia, furono prelevati dai corpi, restaurati e successivamente esposti. La storia del costume del Quattrocento è ricostruita attraverso gli abiti in damasco, veli e cuscini in seta, pugnali e stemmi della famiglia aragonese e di alcuni membri della nobiltà di corte.
[modifica] Le processioni
La seconda sezione, sulla parete nord-ovest, è caratterizzata da busti di santi domenicani in cartapesta, legno e lamina argentea che venivano portati in processione durante le feste religiose del Settecento e Ottocento.
Nei due armadi centrali (posti uno di fronte all’altro) sono esposti i raffinati panni ricamati su tela di lino con sete e oro filato che rappresentano la virtù della Castità e il Carro del Sole.
[modifica] Il Tesoro
La terza sezione custodisce gli apparati liturgici più preziosi che i frati domenicani possedevano: una magnifica collezione di piviali e pianete in sete policrome, fili d’argento e oro, splendidi paliotti d’altare settecenteschi, palmette floreali in madreperla, reliquari, ostensori, candelabri.
[modifica] Gli arredi sacri
La quarta e ultima sezione mostra gli oggetti che in passato abbellivano i luoghi sacri della basilica e delle funzioni religiose. Una grande suggestione visiva si evince da due busti del XVIII: quello di papa Pio V, promotore della storica battaglia di Lepanto del 1571 e quello di san Domenico, fondatore dell’ordine domenicano rappresentato con i classici attributi iconografici: la stella sulla fronte, il cane che corre con una torcia in bocca e una chiesa. Tra gli ultimi esemplari esposti in questa sezione: uno straordinario crocifisso in cristallo di rocca e bronzo dorato, splendidi vasi in legno e lamina con fiori in palme di madreperla e preziosi candelieri in lega di rame argentato del XIX secolo.
[modifica] I chiostri
| Per approfondire, vedi la voce Chiostri di San Domenico Maggiore. |
I chiostri di San Domenico Maggiore sono due: il chiostro di San Tommaso ed il Chiostro Grande. Questi, nonostante illustri personalità che hanno ospitato (Giordano Bruno e San Tommaso D'Aquino su tutti), hanno perso il valore e l'importanza originaria a causa dei rifacimenti e delle drastiche modifiche apportate durante i corsi dei secoli.
[modifica] Opere non più presenti nella chiesa
- Caravaggio, Flagellazione di Cristo, oggi nel museo di Capodimonte.
- Raffaello, Madonna del Pesce, oggi nel museo del Prado.
- Tiziano, Annunciazione, oggi nel museo di Capodimonte.
[modifica] Alcune opere trafugate
- Madonna col Bambino, S. Giovannino e Santa Elisabetta di Fra' Bartolomeo della Porta (1516)
- Madonna col Bambino di Andrea Sabatini
- Due tele di Santi di Guido Reni
- San Giuseppe di Luca Giordano (1680-1685)
- Epifania di Luca da Loida
- Maddalena di ignoto del Quattrocento (posta nella cappella della Maddalena e trafugata nel 1968)
[modifica] Bibliografia
- Vincenzo Regina, Le chiese di Napoli. Viaggio indimenticabile attraverso la storia artistica, architettonica, letteraria, civile e spirituale della Napoli sacra, Newton e Compton editore, 2004.
- Gaetano Barbarulo, Note sulle pergamene di S. Domenico Maggiore, in "Napoli Nobilissima", quinta serie, 2006 (7), pp. 129-135.
- Gaetano Barbarulo, Il patrimonio di S. Domenico Maggiore in Napoli - Dall'acquisizione dei locali ai primi acquisti fondiari (1231-1350), in "Campania Sacra" 2008 (39), pp. 13-74.
- A cura della direzione centrale per l’amministrazione del Fondo Edifici di Culto, Catalogo mostra Antichi telai. I tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, Roma - Napoli, Elio De Rosa Editore, 2008, pp. 301, 36-38.
[modifica] Voci correlate
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