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Messia

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Messia è il termine che designa una figura ed una nozione centrali per l'ebraismo e per il cristianesimo. In tali religioni si crede che ad un certo momento nella storia dell'umanità debba comparire un inviato da Dio, per redimere il mondo e per renderlo migliore. Nel cristianesimo la figura del Messia coincide con quella di Gesù Cristo quindi, di fatto, il Messia per un cristiano è già comparso.

Origine e significato del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine italiano "Messia" deriva dal latino ecclesiastico Messīas-Messīae a sua volta dal greco antico Messías (Μεσσίας), quindi dall'aramaico məšīaḥ (מְׁשִיחָא), quindi dall'ebraico māšīāḥ (משיח) col significato di "[re] unto".

Storia della nozione[modifica | modifica wikitesto]

La nozione di Messia è strettamente legata, alla sua origine, a quella di "regalità" e tale regalità è, nell'alveo delle culture antiche del Vicino Oriente, frutto di una investitura divina[1].

E come in Egitto, dove il faraone è indicato come figlio di Ra (il dio Sole), o come per il re, rappresentante del Dio nazionale, in Mesopotamia, allo stesso modo l'investitura del re di Israele richiede riti liturgici[2]. La sostanziale differenza nella cultura ebraica è mantenere il privilegio della liturgia dell'unzione con l'olio d'oliva nell'investitura regale rispetto all'incoronazione.

Quindi il re d'Israele è l'"Unto di JHWH", il Dio nazionale ebraico, come gli antichi re mesopotamici erano gli «Unti di An o di Enlil»[3].

L'unzione del re di Israele rappresenta una investitura caratterizzata dalla discesa dello Spirito divino:

« Samuele prese allora l'ampolla dell'olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: "Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno »
(1 Samuele X,1)
« Lo spirito del Signore investirà anche te e ti metterai a fare il profeta insieme con loro e sarai trasformato in un altro uomo »
(1 Samuele X,6)
« Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama. »
(1 Samuele XVI,13)

Ma il re investito con l'olio non è solo l'eletto, ma anche il figlio di Dio:

« Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo »
(2 Samuele VII,14)

Isaia (VI sec. a.E.C.) profetizza che dalla stirpe di David, sarebbe sorto, in un futuro, un re che avrebbe ristabilito la giustizia:

« Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme. Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore. »
(Libro di Isaia, II, 1-5)

Romano Penna[4] osserva che alla fine del VI secolo a.E.C. si ha una prima evoluzione della nozione quando Ezechiele, avverso alla monarchia, "stacca" il "messia" dalla casa di David, il vero David deve ancora venire:

« Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro: io, il Signore, ho parlato. »
(Libro di Ezechiele, XXXIV, 23-4)

A partire dall'epoca persiana, quindi tra il IV e il II, la figura del "messia" acquisisce dei connotati "oltre umani"[5].

Di analogo avviso è Harold Louis Ginsberg[6] il quale distingue tre fasi di sviluppo della nozione:

  • fase 1: David è scelto dal Signore per regnare sul suo popolo fino alla fine dei tempi (2 Samuele VII; XXIII 23, 1-3; V), avendo anche il dominio sui popoli stranieri (cfr. 2 Samuele XXII. 44-51; Salmo XVIII, 44-51; Salmo II);
  • fase 2: si avvia con il crollo del regno di David dopo la morte di Salomone. Sorse quindi la dottrina, o la speranza, che la 'casa' di David avrebbe potuto ancora regnare su Israele esercitando un dominio sulle nazioni vicine (cfr. Amos IX,11-12; Isaia XI,10; Osea III, 5);
  • fase 3: III. con Isaia si sposta la focalizzazione della figura come continuità della dinastia a quella sulla qualità di un futuro re: la giustizia sarà a fondamento del suo trono, giustizia che eserciterà grazie al suo potere carismatico.

Viene impiegato nell'Antico Testamento per indicare i personaggi unti di olio per volere o su indicazione di Dio, persone caratterizzate da una precisa missione e con uno scopo: re, profeti, sacerdoti.

Attraverso l'esperienza del regno (cioè a partire dal primo re, Saul), "messia" viene usato più specificamente in riferimento ai re. L'Antico Testamento riporta la promessa fatta alla discendenza di Davide che un suo discendente sarebbe rimasto sempre sul trono di Giuda, dando alla consacrazione regale un carattere dinastico.

Con la fine della monarchia nel regno giudaico, successiva al regno israelitico, e l'inizio dell'esilio babilonese (587-538 a.C.), il significato del termine assume anche un significato escatologico ed indica l'inviato di Dio che apre l'era omonima: l'Era Messianica.

Al significato ultimo sovraesposto si allaccia il riconoscimento cristiano di Gesù Cristo quale Messia atteso da Israele

Nell'ebraismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Escatologia ebraica.

L'obiettivo finale ebraico si realizza in una monarchia davidica, apice di Israele, che l'avvento messianico dovrebbe restaurare. Alla base del conflitto tra giudei e cristiani c'è una scelta di fede irreversibile, poiché non è concepibile un Messia figlio di falegname e condannato come malfattore: in ambito cristiano questa scelta prende il nome di eresia giudaica.

Dalla seconda metà del I secolo a.C. diventa il titolo dei capirivolta ebrei del regno di Giuda poiché spesso avevano contemporaneamente sia il grado di capo delle forze armate che di sommo sacerdote, come ad esempio personaggi quali Mattatia il Maccabeo, o suo figlio Giuda Maccabeo, e la loro discendenza.

Nel cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Il cristianesimo, in tutte le sue confessioni, crede che il Messia si sia già manifestato, e lo identifica con la figura di Gesù. In greco mashìach si traduce Christòs (Χριστός), da cui viene l'appellativo tradizionale, di matrice neotestamentaria, di Gesù, il "Cristo". Il nome Gesù, attraverso il greco dei Vangeli Ιησους (Iēsoûs) e il latino Iesus, è equivalente al diffusissimo nome ebraico יהושע [pronuncia IPA: Yĕhošūa‘]. Tale nome è propriamente un teoforico, e significa "Dio è salvezza" o "Dio salva". In ebraico moderno il nome Gesù, intendendo specificamente il Gesù cristiano e non un generico Yehoshua, è Yeshu (ישו).

L'atteggiamento di Gesù di fronte alle attese messianiche del suo tempo[modifica | modifica wikitesto]

Al tempo di Gesù, anche a seguito della dominazione straniera in atto per opera dell'Impero Romano, la maggior parte di coloro che attendevano il Messia supponeva che si sarebbe trattato di una personalità in grado di restituire l'autonomia politica agli Ebrei e di restaurare il Regno di Israele. La fede in un Messia-Liberatore era propria, probabilmente, di tutte le principali correnti spirituali giudaiche, sebbene con differenti implicazioni e sfumature. Per i Farisei, la borghesia colta nazionalista apparsa sulla scena politica verso la fine del II secolo a.C., il Messia-Liberatore si sarebbe manifestato con segni inequivocabili al momento opportuno e la sua venuta doveva essere favorita dalla rigorosa osservanza della Legge da parte di tutto il popolo. Gli Zeloti, invece, una fazione nazionalista ancor più accesa ed estrema dei Farisei, ritenevano che occorresse in ogni modo favorire le circostanze dell'avvento del Messia, anche con il ricorso alla violenza. I Sadducei, la fazione più antica e moderata, per lo più composta dalle famiglie dell'aristocrazia sacerdotale, essendo relativamente disponibile ad un pacifico inserimento della nazione ebraica nell'Impero Romano del quale, benché pagano e politeista, non disconosceva la superiorità culturale, militare ed organizzativa, consideravano con realismo l'impossibilità che un Messia-Liberatore potesse restituire ad Israele la sua indipendenza. Non sono chiare, infine, le caratteristiche delle attese messianiche in seno alla corrente spirituale degli Esseni.

Nell'ambito del Giudaismo non mancavano, tuttavia, coloro che ritenevano che il Messia non sarebbe stato un attore della scena politica, bensì un rinnovatore spirituale, un profeta in linea con la parola di Mosè di Deuteronomio 18,15 o, comunque, un personaggio destinato ad essere esaltato da Dio in un'opera di redenzione del popolo, come prefigurato nel Canto del Servo del profeta Isaia. A questa frangia minoritaria del Giudaismo doveva appartenere, probabilmente, anche Giovanni Battista, indicato nei Vangeli quale precursore di Gesù Cristo.

Gesù è ben attento a non confondere la sua missione con quella dei Messia politici del suo tempo e per questo arriva al punto di zittire i demoni che affermavano chiaramente la sua identità di Figlio di Dio (Marco 1,34; Luca 4,34), che è un concetto collegato a quello di "Messia", sebbene avente un ovvio significato più alto, che assorbe quello di Messia in una concezione umano-divina del tutto nuova per l'Ebraismo.

Gli esegeti si riferiscono alla prudenza di Gesù nel non rivelarsi immediatamente, con l'espressione di segreto messianico.

Gesù dice chiaramente a Pilato 'il mio regno non è di questo mondo'(Gv 18,36) in quanto essendo una sola cosa con Dio Padre regna in eterno con la Sua stessa Potenza e la terra è lo 'sgabello dei suoi piedi'(Salmo 110). La gloria del suo regno è visibile nella creazione di Dio fin dal primo giorno(Rm 1,19-20) e si manifesterà con la sua Potenza a tutti gli occhi(Ap 1,7) nell'ultimo giorno fissato dal Padre fin dal Principio.

Al gruppo dei Dodici Gesù rivelerà progressivamente il mistero della sua vocazione messianica e della sua natura di Figlio di Dio, dopo la professione di fede di Cesarea di Filippo: nei tre annunci della passione (Mc 8,31; 9,31; 10,33) spiegherà che la realizzazione della sua missione passerà attraverso il rifiuto del suo popolo e la condanna a morte, per culminare nella resurrezione.

Nell'episodio dell'entrata trionfale in Gerusalemme (Domenica delle Palme, Giovanni 12,12-15), l'evangelista mostra che in Gesù si compie la scrittura la quale dice:

Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
seduto sopra un puledro d'asina.

Si nota che qui, per l'evangelista, Gesù è il Re discendente di Davide sul quale si focalizzavano le attese messianiche; secondo Giovanni e l'escatologia cristiana, il Messia è venuto sulla Terra ma vi deve ancora ritornare nella Gloria.

Nel processo davanti alle autorità ebraiche, alla domanda del Sommo Sacerdote sulla sua identità messianica, Gesù risponderà: "Tu l'hai detto" (o, in altre traduzioni, "tu hai detto bene" o "tu hai detto il giusto"), asserendo l'esattezza delle parole di chi lo interrogava. La rivendicazione di Gesù di essere il Messia non costituiva, per i suoi ascoltatori del Sinedrio, qualcosa di particolarmente insolito o scandaloso. Semmai, essi avrebbero potuto contestarne l'opportunità politica, ponendo la pretesa di Gesù sullo stesso piano di quelle di innumerevoli pretesi Messia succedutisi nel tempo e poi regolarmente uccisi o spariti, dopo aver fallito i loro obiettivi politici. Ciò che determina, tuttavia, lo scandalizzato rifiuto di Gesù è l'affermazione che egli fa subito dopo aver confermato di essere il Messia, dichiarando di essere qualcosa di ben superiore, ossia il Figlio dell'uomo, espressione coniata dal profeta Daniele (7,13-14), e precisando, altresì, il chiaro significato divino di tale qualifica proclamando la sua intronizzazione alla destra del Padre del Salmo 110.

Sotto la croce alcuni giudei sfidano Gesù a scendere, se egli è realmente il Messia e il Figlio di Dio (Mc 15,32). Gesù non raccoglie la "sfida", e si mantiene fedele a quanto lui stesso aveva predetto nel triplice annuncio. Pronuncia le prime parole del salmo 21 che qualche millennio prima avevano predetto questi eventi.

Nell'apparizione ai discepoli di Emmaus, Cristo resuscitato spiega chiaramente che il Messia doveva soffrire per entrare nella sua gloria (Luca 24,13-35).

L'ultimo Messia: Bar Kochba[modifica | modifica wikitesto]

Come detto sopra, il termine Messia prese ad indicare tra gli Ebrei i capi delle rivolte contro l'oppressione romana. Simon ben Kosiba, detto bar Kochba (ossia, "figlio della stella") fu probabilmente l'ultimo di essi. Fra il 132 ed il 135 d.C., egli fu la guida dell'ultima rivolta ebrea contro i Romani.

Dopo la tragica sconfitta di quella ribellione, i sacerdoti ebrei lo chiamarono Bar Koziba, ossia "il figlio della menzogna".

Nel 1960, diverse lettere scritte da Bar Kochba vennero scoperte in alcune grotte a Wadi Murabba`e Nahal Hever.

Nell'islam[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Mahdi e Mahdismo.

Il Mahdi (in arabo: مَهْديّ, Mahdī, lett. « ben guidato da Dio ») è elemento fondamentale dell'escatologia islamica, riproponendo in questo contesto l'idea messianica tipica dell'Ebraismo. Mirza Ghulam Ahmad è considerato dai suoi devoti come il Messia promesso e Imam Mahdi degli Ahmadiyya che è giudicato eretico dall'Islam in quanto una sua parte parla di riapertura del ciclo profetico da parte dello stesso Mirza Ghulam Ahmad.

Al Mahdī è riservata l'azione antagonistica del Male, rappresentato dal Dajjāl, preannunciando la fine del mondo (il "Dì del Giudizio", yawm al-dīn) nel quale Dio decreterà per i defunti resuscitati di tutte le generazioni umane, per l'occasione, il destino di salvezza o di dannazione.

Il Mahdi nell'islam sciita[modifica | modifica wikitesto]

Nell'interpretazione sciita del Mahdi, egli è un essere dalle caratteristiche quasi divine, certamente soprannaturali, perché è vissuto per secoli in occultamento, e quindi è quasi immortale. Egli è il dodicesimo Imam, che farà l'apocalisse, sconfiggerà l'Anticristo e porterà la pace nel mondo. Il Mahdi nell'interpretazione sciita è senz'altro un musulmano, proviene dall'Oriente, e realizzerà il pieno dominio della religione islamica nel mondo. Nella sua azione riformatrice viene aiutato da Cristo al tempo della sua seconda venuta. Nell'Iran di oggi si attende l'avvento del Mahdi, ed è ritenuto imminente.

Il Mahdi nell'islam sunnita[modifica | modifica wikitesto]

Molto diversa è la concezione sunnita del Mahdi. Egli può essere un semplice uomo, non ha cioè caratteri divini e soprannaturali, e può non essere necessariamente di religione islamica. Secondo questa interpretazione, il Mahdi non ha il potere di cambiare il mondo, e riesce nella sua impresa, di convertire il mondo intero, perché è aiutato da Dio.

I musulmani hanno una concezione materialisica del Paradiso, luogo di bellezze e delizie.

Il Saoshyant nello zoroastrismo[modifica | modifica wikitesto]

Nell'escatologia dello zoroastrismo alla fine dei tempi una figura messianica, il Saoshyant, guiderà le forze del Bene alla vittoria e quindi alla redenzione del cosmo.[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Kurt Hruby in Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1195 e segg.
  2. ^ Kurt Hruby in Op.cit..
  3. ^ Kurt Hruby in Op.cit..
  4. ^ In Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.475
  5. ^ Romano Penna. Op.cit..
  6. ^ Messiah, in Enciclopedia Judaica, vol.14. NY, Macmillan, 2006, pagg.100 e segg.
  7. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/saoshyant/

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Jossa, Gesù Messia? Un dilemma storico, Carocci, Roma 2006.

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