Storia della Federazione russa

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Storia della Russia

Dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica nel dicembre 1991, nacque la Federazione Russa. La Russia era la più estesa delle quindici repubbliche sovietiche che formavano l'URSS, nel suo territorio si produceva oltre il 60% del PIL ed era abitata da più della metà della popolazione sovietica. I russi avevano inoltre sempre ricoperto posti di preminenza sia nell'esercito che nel Partito comunista. Per tali motivi la Russia è stata pacificamente considerata quale successore dello stato Sovietico nelle relazioni diplomatiche e come membro permanente dell'ONU titolare del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nonostante tale stato di cose, la Russia era priva di quel potere politico e militare proprio della disciolta Unione Sovietica. La federazione riuscì a fare in modo che le altre repubbliche post-sovietiche si disarmassero volontariamente delle armi nucleari contenute nel loro territorio e ad ottenere una forte influenza politico-militare su quest'ultime, ma la gran parte dell'esercito e della flotta russa nel 1992 risultavano in sostanziale disarmo. Nel giugno 1991, prima della dissoluzione dell'Unione Sovietica, Boris El'cin era stato eletto Presidente della Federazione Russa nella prima elezione presidenziale diretta della storia russa. Nell'ottobre 1991, quando la Russia era ormai prossima all'indipendenza, El'cin annunciò riforme di mercato e privatizzazioni sulla falsa riga di quelle polacche, anche conosciute "terapia shock".

Lo smantellamento del comunismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Economia pianificata e economia dell'Unione Sovietica.

La terapia shock[modifica | modifica wikitesto]

La conversione della più grande economia controllata dallo Stato in economia di mercato sarebbe stata enormemente difficoltosa senza riforme politiche. Gli obiettivi da perseguire al fine di affrontare tale transizione furono individuati in (1) liberalizzazione, (2) stabilizzazione e (3) privatizzazione. Tali politiche erano basate sul neoliberista "Washington Consensus" di IMF, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro statunitense.

I programmi relativi alla liberalizzazione e alla stabilizzazione dell'economia russa furono gestiti dal Primo Ministro nominato da El'cin, Egor Gajdar, un economista liberale trentacinquenne, sostenitore della "terapia shock". Questa iniziò alcuni giorni dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica quando, il 2 gennaio 1992, il Presidente russo sancì la liberalizzazione dei commerci con l'estero, dei prezzi e della concorrenza. Lo scopo prefissato dall'eliminazione dei prezzi calmierati era quello di far convergere le merci nei negozi russi (in crisi di approvvigionamento), rimuovere le barriere all'economia e all'impresa privata e tagliare gli aiuti a fabbriche e fattorie statali. Con l'eliminazione di dazi e barriere esterne si voleva invece far convergere nuovo capitale nel mercato russo e, nel contempo, eliminare il potere dei monopoli statali.

I risultati della liberalizzazione, abbassando i controlli sui prezzi, portarono tuttavia a un'inflazione incontrollabile (aggravata dal fatto che la Banca Centrale, organo sotto il controllo del Parlamento russo, scettica di fronte a tali riforme, decise di stampare nuova cartamoneta per finanziare il debito accumulato) e la prossima bancarotta di molte imprese russe, il cui modello di produzione era inadeguato a confrontarsi con il libero mercato globale.

Il processo di liberalizzazione comportò vincitori e perdenti, la cui sorte era condizionata da un insieme di variabili quali classe sociale, età, gruppo etnico e regione geografica in cui il singolo individuo si collocava. Alcuni trassero dei benefici dall'aprirsi del paese alla concorrenza, per altri fu la rovina. Tra i vincitori c'era la nuova classe di imprenditori (alcuni dei quali dediti al mercato nero) che si erano formati durante la perestrojka. Ma la liberalizzazione dei prezzi comportò per gli anziani e per coloro che avevano uno stipendio fisso un drastico calo dello stile e della qualità di vita.

Mentre ogni mese si verificava un'inflazione a doppia cifra, fu avviata una stabilizzazione macroeconomica per porre freno a tale tendenza. La stabilizzazione, anche chiamata aggiustamento strutturale, si concretizzava in un duro regime di austerity (una severa e inflessibile politica monetaria e fiscale). Nel seguire il programma di stabilizzazione, il governo lasciò lievitare gran parte dei prezzi al consumo, alzò sensibilmente i tassi di interesse, elevò drasticamente il carico fiscale dei contribuenti e tagliò recisamente sia ogni sussidio alle industrie e alle imprese statali che la spesa sociale. A causa delle draconiane politiche di austerità messe in campo, si verifico un crollo delle commesse(e di ordini di produzione) e molte imprese russe furono costrette alla chiusura, trascinando nella depressione economica il territorio loro circostante.

La spiegazione razionale del programma era rappresentata dal tentativo di comprimere la pressione inflazionistica incorporata dall'economia in modo che i produttori cominciassero a prendere decisioni economicamente ragionevoli circa produzione e investimenti e in tal modo cessasse lo spreco di risorse che aveva provocato le scarsità delle merci negli anni ottanta. Permettendo al mercato, piuttosto che ai piani governativi, di determinare prezzi, quantità di prodotti e livelli di output, i riformatori intendevano creare un sistema economico basato su incentivi all'efficienza, dove lo spreco e la noncuranza erano puniti dal mercato stesso. La rimozione delle cause della cronica inflazione sarebbe stata, secondo Gajdar, la base per tutte le altre riforme: l'iperinflazione, a parere dei riformatori, impediva democrazia e progresso economico e solo stabilizzando il tesoro statale sarebbe stato possibile smantellare l'economia pianificata sovietica e creare la nuova Russia capitalistica.

Ostacoli alle riforme capitaliste[modifica | modifica wikitesto]

La ragione principale per cui la transizione russa è stata così faticosa è dà individuarsi nel fatto che il Paese doveva ricostruire allo stesso tempo sia le istituzioni politiche che quelle economiche, entrambe travolte dal crollo dell'URSS. Oltre a questo è opportuno evidenziare che la Russia era impegnata a ricostruire un nuovo Stato nazionale dopo la disintegrazione dell'Unione.

La propria preminenza all'interno del blocco sovietico ed Est-Europeo comportò una transizione molto più difficoltosa rispetto agli altri paesi della cortina di Ferro, quali Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che, dopo il crollo del Muro di Berlino, si erano avviati senza traumi eccessivi sulla strada delle liberalizzazioni economiche.

Il primo grande problema a cui la neonata Russia dovette far fronte fu l'eredità dell'enorme impegno profuso dall'URSS durante la Guerra Fredda. Alla fine degli anni ottanta l'Unione sovietica investiva un quarto del proprio prodotto interno nel settore della difesa (stime coeve degli analisti occidentali ritenevano invece fosse solo il 15%).[1] In quel periodo il complesso militare-industriale dava lavoro a un adulto su cinque. In alcune regioni della Russia metà della forza lavoro era impegnata nelle industrie belliche (nella stessa circostanza di tempo occorre far presente, per comparazione, che il prodotto interno destinato a scopi bellici dagli USA era di uno a sedici, così come a tale percentuale corrispondeva la forza lavoro ivi impiegata). La fine della guerra fredda e il taglio degli investimenti statali in questo ramo colpirono duramente tali industrie a cui fu di fatto impossibile trovare nuovi mercati per vendere i propri prodotti. Durante il processo di conversione un enorme bagaglio di esperienza, rappresentato da specialisti qualificati e know-how andò perduta e le fabbriche furono a volte riconvertite dalla produzione di macchinari ad alta tecnologia a quella di utensili per cucina.

Un secondo ostacolo, parzialmente legato alla vastità e alla diversità geografica del territorio russo, era rappresentato dal vasto numero di economie regionali "mono-industriali" (regioni dominate da singole forze industriali) che la Russia ha ereditato dall'Unione Sovietica. La concentrazione della produzione in un numero relativamente basso di grandi imprese statali comportò la totale dipendenza dei governi locali al potere centrale: quando l'URSS collassò e i lacci che legavano Mosca alle singole repubbliche e regioni si sciolsero, la produzione in tutto il Paese crollò del 50%. Tale accadimento causò una tremenda disoccupazione e sottooccupazione.

In terzo luogo la Russia post-sovietica non poté utilizzare il sistema di previdenza sociale e di welfare dell'URSS. Prima delle riforme infatti le aziende, principalmente grandi imprese, erano tradizionalmente responsabili del welfare pubblico: provvedevano infatti all'assistenza sociale, agli alloggi, alla salute e allo svago della forza lavoro. I paesi e le città non possedevano invece neppure lontanamente l'apparato per provvedere ai servizi sociali basilari. Per tale ragione le trasformazioni economiche sopra descritte crearono drammatici problemi per quel che concerne il welfare poiché i governi locali erano di fatto impossibilitati dall'assumere la responsabilità finanziaria delle citate funzioni.

Per ultimo è opportuno considerare una dimensione di capitale umano. La popolazione dell'Unione Sovietica non poteva certo essere considerata culturalmente arretrata: il tasso di alfabetismo era molto elevato e il livello dei laureati sovietici era tra i più alti al mondo nelle scienze, nell'ingegneria e in alcune discipline tecniche. Tuttavia i sovietici non eccellevano in quelle che l'occidente chiama "arti liberali".[2]. I manager sovietici erano inoltre estremamente validi nel raggiungere gli obiettivi prefissati dal governo, ma questa capacità si trasformò in debolezza con il cambio di regime, in quanto erano psicologiacamente inadatti a confrontarsi con i rischi del mercato. Il profitto e l'efficienza, non erano generalmente le priorità per i responsabili sovietici di impresa, i cui obiettivi consistevano invece nel raggiungimento dei target imposti dal governo e nell'organizzazione dell'assistenza sociale per i propri sottoposti.[3]

Depressione economica e decadimento sociale[modifica | modifica wikitesto]

L'economia russa cadde in una profonda depressione alla metà degli anni novanta, per poi recuperare nel biennio 1999-2000 dopo essere stata ulteriormente colpita dal crollo finanziario del 1998. Secondo le statistiche del governo russo, il declino economico, in termini di Prodotto interno lordo, fu grave quanto quello scaturito in USA durante la Grande depressione[4], nonché la metà dei catastrofici crolli verificatesi durante la prima guerra mondiale, la caduta del regime zarista e la guerra civile.[5]

Dopo le riforme economiche dei primi anni novanta, vi fu un brusco incremento delle ineguaglianze sociali nonché del tasso di povertà in tutto il Paese.[6] Stime della Banca mondiale, integrate con gli indici di mortalità, indicano che durante l'ultimo periodo del regime sovietico solo l'1,5% delle famiglie viveva sotto la soglia della povertà, mentre nel 1993 tale percentuale si era alzata tra il 39 e il 49%.[7] Le entrate pro-capite si abbassarono di un ulteriore 15% durante la crisi del 1998.

Gli indicatori della salute pubblica segnano un analogo declino. Nel 1999 la popolazione totale era diminuita di 750.000 unità rispetto al periodo sovietico. La speranza di vita calò drammaticamente da 64 anni (1990) a 57 anni (1994) per gli uomini mentre per le donne il calo, anche se più modesto, fu da 74 a 71. Il brusco aumento della mortalità giovanile per cause non naturali (delitti, suicidi, e incidenti causati dalla scarsa attenzione per la sicurezza) ha significativamente contribuito a questa tendenza. Nel 2004 l'aspettativa di vita si è alzata rispetto al 1994, ma rimane comunque al di sotto dei valori del 1990.

Le morti legate all'abuso di alcool aumentarono del 60% negli anni novanta, i decessi per infezioni e malattie trasmesse da parassiti addirittura del 100%, molto probabilmente perché i medicinali non erano più economicamente e logisticamente abbordabili per i poveri. Oggi il rapporto tra i morti e i nati in Russia è di tre a due.

La risoluzione della problematica concernete la carenza dei beni di consumo, che ha caratterizzato l'ultimo decennio del regime, non è solo dovuta all'apertura dei mercati alle importazioni estere ma anche all'impoverimento della popolazione. I russi con uno stipendio fisso (la stragrande maggioranza della forza lavoro) videro il proprio potere d'acquisto ridursi drammaticamente: anche se anche durante l'era El'cin i negozi erano di fatto pieni di merce, i lavoratori non potevano approfittarne.

Nel 2004 gli stipendi medi sono aumentati a più di 100 dollari per mese, dato emblematico della lieve ripresa negli ultimi anni, avvenuta grazie, in larga misura, ai prezzi elevati del petrolio. Tuttavia la crescita del reddito non è uniformemente distribuita: ineguaglianza sociale è cresciuta drasticamente negli anni novanta, raggiungendo punte del 40% del coefficiente di Gini.[8] Le disparità nel reddito russo sono oggi pari a quelle sussistenti in Stati come Brasile e Argentina, e le ineguaglianze regionali stanno ancora crescendo vertiginosamente.

Opposizioni alla riforma[modifica | modifica wikitesto]

La riforma strutturale abbassò lo standard di vita di gran parte della popolazione, creando al contempo una forte opposizione politica. La democratizzazione del sistema politico diede infatti modo di esprimere agli svantaggiati da questo nuovo corso politico la propria frustrazione attraverso il voto ai candidati anti-riformatori, specialmente a quelli del Partito Comunista della Federazione Russa e degli alleati di quest'ultimo in Parlamento.

Durante gli anni del potere di El'cin i gruppi favorevoli a un ritorno al vecchio sistema economico e di welfare si organizzarono, esprimendo la loro opposizione alla riforma attraverso i sindacati, le associazioni dei direttori delle aziende di proprietà statale, e partiti politici del parlamento regolarmente eletto. Un tema costante della storia russa nel 1990 è stato il conflitto tra riformatori economici e gruppi ostili al nuovo capitalismo.

Il Decreto attuativo delle Riforme[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 gennaio 1992 El'cin — agendo in qualità di primo ministro — emanò tramite decreto le Riforme strutturali, eludendo in tal modo il Soviet Supremo e il Congresso dei Soviet, che erano stati eletti nel giugno dell'anno precedente, prima della dissoluzione dell'URSS. Mentre tale decisione risparmiò al Primo ministro la prospettiva di negoziazioni e contestazioni in Parlamento, distrusse le speranze di una significativa discussione sulla via da intraprendere per il bene del Paese. A posteriori, nonostante l'elevato prezzo pagato dalla popolazione russa per queste scelte autoritarie, tali riforme non aiutarono di fatto il paese nella transizione all'economia di mercato.

Lo scontro tra i poteri, 1993-96[modifica | modifica wikitesto]

La crisi costituzionale del 1993[modifica | modifica wikitesto]

Lo scontro fra istituzioni per determinare i centri di potere dell'era post-sovietica e la natura delle riforme economiche, culminò nella sanguinosa crisi politica dell'autunno 1993. El'cin, a capo del movimento politico che promulgava la necessità di privatizzazioni radicali, venne duramente contrastato dal Parlamento. Osteggiato dall'opposizione riguardo ai poteri presidenziali del Decreto delle riforme e minacciato di incriminazione, il Presidente "sciolse" il parlamento il 21 settembre, in aperto contrasto con la Costituzione russa, e ordinò nuove elezioni e un referendum per una nuova Costituzione. Il Parlamento dichiarò allora El'cin deposto e nominò Aleksandr Ruckoj presidente ad interim il 22 settembre. La tensione si alzò bruscamente e la crisi giunse all'epilogo dopo i disordini del 2 - 3 ottobre. Il 4 ottobre El'cin ordinò alle teste di cuoio russe e ad unità d'elite dell'esercito di bombardare e assaltare il palazzo del Parlamento, chiamato "Casa Bianca". Con i carri armati schierati contro i difensori del parlamento, armati solo di pistole e fucili, l'esito fu subito scontato. Al termine di un duro scontro Ruckoj, Ruslan Chasbulatov e gli altri parlamentari asserragliati si arresero, venendo immediatamente arrestati e imprigionati. Il conto ufficiale delle vittime fu di 187 morti e 437 feriti (con molti uomini uccisi o feriti tra le truppe d'assalto).

Con tale accadimento il periodo di transizione giunse al termine. Una nuova costituzione fu approvata da un referendum nel dicembre 1993, conferendo alla Russia un sistema politico fortemente presidenziale. Le privatizzazioni proseguirono. I leader dei parlamentari furono rilasciati senza lo svolgimento di alcun processo il 26 febbraio dell'anno successivo, ma non assunsero più alcun ruolo di aperta opposizione. Anche se gli scontri con l'esecutivo avrebbero potuto riprendere, il nuovo parlamento russo si ritrovò da allora con poteri estremamente circoscritti.

La prima guerra cecena[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra cecena.

Nel 1994, El'cin inviò 40.000 militari in Cecenia al fine di contrastarne gli aneliti secessionisti. Stanziati a più di 1.200 km a sud di Mosca, per secoli i Ceceni avevano sfidato l'occupazione russa. Dzhokhar Dudayev, il Presidente nazionalista della Repubblica di Cecenia, era intenzionato a far uscire il proprio Stato dalla Federazione russa e dichiarò l'indipendenza cecena nel 1991. La Russia fu velocemente coinvolta in un conflitto spossante e sanguinoso come quello degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Quando i russi attaccarono la capitale Groznyj, durante le prime settimane del gennaio 1995, all'incirca 25.000 civili morirono durante gli attacchi aerei e di artiglieria alla città assediata. L'uso massiccio di artiglieria pesante e di raid aerei rimase l'elemento dominante di tutta la campagna russa. Tuttavia i ribelli ceceni cinsero d'assedio migliaia di ostaggi russi, infliggendo perdite umilianti alle demoralizzate e male equipaggiate truppe nemiche. Alla fine di quell'anno, i militari russi non erano ancora riusciti a conquistare la totalità di Groznyj.

Dopo durissimi scontri la capitale fu presa nel febbraio 1995. Nell'agosto 1996 El'cin concordò il cessate il fuoco con i ribelli ceceni e un trattato di pace fu siglato nel maggio 1997. Il conflitto riscoppiò tuttavia nel 1999, rendendo gli accordi di pace privi di seguito. A oggi i ribelli ceceni continuano a resistere alla presenza russa.

La nascita delle "oligarchie"[modifica | modifica wikitesto]

Le elezioni presidenziali del 1996[modifica | modifica wikitesto]

La crisi del 1998[modifica | modifica wikitesto]

L'era di Putin[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vladimir Vladimirovič Putin.

La successione a Eltsin e la seconda guerra cecena[modifica | modifica wikitesto]

Vladimir Putin

Dopo la crisi finanziaria del '98, il primo ministro Evgenij Maksimovič Primakov fu revocato dal presidente Eltsin nel maggio 1999, per timore della sua crescente popolarità. Al suo posto Eltsin nominò a capo del governo Sergej Stepašin, ministro degli interni e già direttore dei servizi segreti FSB (l'ex KGB). Tuttavia il governo di Stepašin non durò che pochi mesi, dal momento che nel successivo agosto 1999 Eltsin lo revocò e nominò al suo posto Vladimir Putin, direttore in carica dell'FSB. A norma della Costituzione russa, la Duma ratificò prontamente la nomina di Putin.

Da personaggio quasi sconosciuto quale era, Putin riuscì velocemente a guadagnarsi la fiducia dell'opinione pubblica e di Eltsin soprattutto grazie alla sua gestione della seconda guerra cecena. Infatti, solo pochi giorni dopo la nomina di Putin, gli indipendentisti ceceni attaccarono l'Esercito russo in Daghestan, e qualche mese dopo si verificarono alcuni attentati contro quartieri residenziali di Mosca ed altre città russe, attribuiti anche questi ai ceceni ribelli. Putin prese in mano in prima persona la situazione (emblematica la sua celebre frase «scoveremo i terroristi anche nei cessi!»): le Forze Armate della Federazione Russa entrarono in Cecenia nel settembre 1999, dando inizio alla seconda guerra cecena. L'opionione pubblica russa dell'epoca, a causa della rabbia e della paura suscitate dagli attacchi terroristici ceceni in Russia, supportò fortemente l'iniziativa militare; tale supporto si tramutò in un balzo di popolarità per Putin, che la comandava personalmente.

Dopo il successo dei partiti che sostenevano il governo Putin alle elezioni parlamentari del 1999, Eltsin decise che era giunto il momento per un suo ritiro dalla scena politica ed il 31 dicembre 1999, esattamente otto anni dopo il discioglimento dell'Unione Sovietica, si dimise. Putin assunse l'incarico di Presidente ad interim della Federazione. Fra i suoi primi atti ci fu un decreto che garantì l'immunità al suo predecessore.

Nel febbraio 2000, le truppe russe entrarono a Groznyj, la capitale cecena; Putin si recò sul posto per dichiarare la vittoria nella guerra. Questo garantì a Putin un ampio margine nella corsa elettorale, ed infatti le successive elezioni presidenziali furono da lui vinte.

Dal 2000 ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Nel secondo mandato della presidenza Putin la Russia ha accresciuto notevolmente il suo prestigio internazionale e la sua economia, ritornando al suo rango tradizionale di potenza globale, abbandonato nell'ultimo disastroso decennio nonostante il potenziale bellico sia rimasto pressoché inalterato. Ciò è avvenuto abbandonando completamente le politiche di austerità di stampo neo-liberista adottate dai suoi predecessori; ciò nonostante fu necessario dichiarare default sul debito pubblico nel 1998, divenuto ingestibile proprio a causa dell'eccesso di austerità perpetuato nel decennio precedente. Molti oligarchi che si erano impossessati delle immense risorse nelle mani dell'ex stato sovietico sono stati eliminati dalla scena economica, recuperando allo Stato giganteschi capitali soprattutto in campo energetico. Diverse compagnie petrolifere e di gas sono state nazionalizzate, razionalizzate in grandi trust come Gazprom e messe al servizio della politica ambiziosa del presidente. Durante l'era Putin la Federazione Russa ha avuto una ripresa tra le prime al mondo, Putin è riuscito a risollevare un paese distrutto, rendendolo, ancora una volta, una superpotenza sia economica, politica e, soprattutto, militare.

La guerra con l'Ossezia del Sud[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra in Ossezia del Sud.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Anders Åslund, "How small is the Soviet National Income?" in Henry S. Rowen and Charles Wolf, Jr., eds., The Impoverished Superpower: Perestroika and the Soviet Military Burden (San Francisco: Institute for Contemporary Studies, 1990), p. 49.
  2. ^ "State Department Background Notes on Russia in 1991-1995" excerpted from The Soviet Union-- A Country Study, Raymond E. Zickel, ed. (Washington, D. C.: Federal Research Division of the Library of Congress, 1989). This can be read online at http://unx1.shsu.edu/~his_ncp/Soviet2.html.
  3. ^ Sheila M. Puffer, ed., The Russian Management Revolution: Preparing Managers for the Market Economy (Armonk, NY: M.E. Sharpe, 1992).
  4. ^ http://lcweb2.loc.gov/cgi-bin/query/r?frd/cstdy:@field(DOCID+ru0119)
  5. ^ Tra gli economisti occidentali vi è ancora un acceso dibattito se il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il dipartimento del Tesoro statunitense siano o meno responsabili degli effetti in campo sociale ed economico della "terapia shock. Un programma similare era infatti stato adottato in Polonia nel gennaio 1990 con buoni esiti. Tuttavia i critici occidentali alle riforme di El'cin (tra cui Marshall Goldman, Stephen Cohen e Joseph Stiglitz), favorevoli a una transizione più morbida al capitalismo, considerarono non rilevante l'analogia con la Polonia poiché in tale Stato il comunismo aveva avuto un impatto sull'economia e sulla cultura politica di gran lunga inferiore rispetto a quello che aveva avuto in Russia. http://www.imf.org/external/np/vc/2002/082602.htm
  6. ^ Nel 1993 la soglia della povertà era fissata al di sotto dei 25 dollari per mese. Le differenze riscontrate nelle stime sono dovute a differenti metodologie di analisi. Un tasso di povertà più alto viene riscontrato analizzando le entrate domestiche, quello più basso nei consumi, dal momento che le famiglie tendono a non denunciare le entrate nella loro totalità.
  7. ^ Branko Milanovic, Income, Inequality, and Poverty During the Transformation from Planned to Market Economy (Washington DC: The World Bank, 1998), pp.186–90.
  8. ^ CIA - The World Factbook

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Roj Medvedev. La Russia post-sovietica. Un viaggio nell'era Eltsin. Giulio Einaudi editore, Torino, 2002. ISBN 88-06-16078-8