Prima donne e bambini

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Dipinto di Thomas Hemy coi soldati inquadrati sull'attenti a bordo della HMS Birkenhead mentre, in secondo piano, le donne e i bambini salgono sulla scialuppa di salvataggio.
IMO, segnale indicante il punto di raccolta che, in primo piano e in verde scuro, evidenzia il concetto: «prima donne e bambini».

L'espressione «prima donne e bambini» indica un protocollo, norma sociale, prassi o consuetudine storica di tipo cavalleresco/marinaro secondo cui le donne e i bambini debbono essere salvati per primi nel caso ci si trovi in una situazione di pericolo di vita (in genere nell'atto di abbandonare la nave). Tale modo di dire divenne famoso in quanto associato al naufragio[1] del RMS Titanic nel 1912, anche se il primo uso documentato riguarda l'affondamento del HMS Birkenhead nel 1852[2][3].

Storia[modifica | modifica sorgente]

La pratica nacque dal cavalleresco comportamento tenuto dai soldati durante l'affondamento avvenuto il 26 febbraio 1852 del trasporto truppe HMS Birkenhead, che fu immortalato sui giornali e dipinti del tempo, e in poesie come Soldier an' Sailor Too di Rudyard Kipling. Il comandante ordinò infatti alle mogli e ai bambini a bordo (20 in tutto) di salire sull'unica piccola scialuppa di salvataggio disponibile, salvandoli, mentre gli uomini rimasero sul ponte di coperta fino al completo affondamento della nave.

Solo circa il 25% degli uomini sopravvisse al naufragio, nessuno degli ufficiali. La frase specifica fece la sua prima apparizione nel 1860 in un romanzo di William Douglas O'Connor dal titolo Harrington: A True Story of Love. Anche se non fa parte del diritto internazionale marittimo, la frase fu resa popolare dal suo utilizzo sulla RMS Titanic, dove, come conseguenza di questa pratica, furono salvati il 74% delle donne e il 52% dei bambini a bordo, ma solo il 20% degli uomini[4].

Alcuni ufficiali sul Titanic interpretarono male l'ordine del comandante Smith cercando di impedire agli uomini di salire a bordo delle scialuppe di salvataggio. Fu predisposto che le donne e i bambini sarebbero saliti per primi, assegnando gli eventuali spazi rimasti liberi agli uomini, e ciò causò il fatto che pochi di essi riuscissero ad essere salvati, mentre i sopravvissuti, tra i quali anche J. Bruce Ismay, vennero inizialmente bollati come codardi[5].

Ipotesi sulla reale applicazione[modifica | modifica sorgente]

Nel 2005 alcuni autori, analizzando le origini e gli sviluppi nell'applicazione della norma sociale in oggetto, hanno ipotizzato che la pratica di salvare prima le donne in contesti d'urgenza possa rappresentare un mezzo per marcare la differenza di sesso e giustificare in qualche misura la disuguaglianza uomo-donna anche in chiave sociale[6]. Secondo uno studio svedese, pubblicato nel 2011, la consuetudine sarebbe, tuttavia, tanto nota quanto inapplicata, valendo maggiormente, in certe situazioni di pericolo, il modo di dire «si salvi chi può»[7].

In particolare, esaminando 16 naufragi che si sono verificati tra il 1852 e il 2011, tale studio ha evidenziato che il tasso di sopravvivenza delle donne sia appena la metà di quello degli uomini nell'ambito del predetto campione[7], mentre il tasso di mortalità infantile sia addirittura il più alto. Secondo lo stesso studio, sarebbero le scelte del capitano della nave a determinare l'eventuale trattamento preferenziale in favore di donne e bambini durante la situazione di pericolo[8].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il naufragio è la sommersione completa di una imbarcazione o di una nave per cause accidentali. Sono escluse le azioni di guerra per le quali si usa il termine generico "affondamento". Cfr. il lemma "naufragio" sul vocabolario Treccani.
  2. ^ Cfr. in Guido Camarda - Tullio Scovazzi. The Protection of the underwater cultural heritage: Legal aspects, Giuffrè, Milano 2002.
  3. ^ Cfr. in Franco Cardini - Isabella Gagliardi. La civiltà cavalleresca e l'Europa: ripensare la storia della cavalleria, Atti del I Convegno internazionale di studi (San Gimignano, Sala Tamagni, 3-4 giugno 2006), Centro europeo di studi sulla civiltà cavalleresca. 2007.
  4. ^ Francesca Bussi, Protocollo Birkenhead: perché «prima le donne e i bambini», in «Vanity Fair» del 16.01.2012.
  5. ^ Enrico Franceschini, Titanic, la pistola del capitano riscrive la storia dei sopravvissuti, in «La Repubblica» del 15.04.2012.
  6. ^ Sharon M. Meagher - Patrice DiQuinzio (a cura di), Women and Children First: Feminism, Rhetoric, and Public Policy, State University of New York, Albany 2005.
  7. ^ a b Naufragi, inapplicato il «prima donne e bambini», in «L'Unità» del 30.07.2012.
  8. ^ Mikael Elinder - Oscar Erixson, Gender, social norms, and survival in maritime disasters, in «Proceedings of the National Academy of Sciences» del 02.05.2012.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]