Banchetto

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Scena di banchetto da una stampa cinquecentesca

Con il termine banchetto ci si riferisce, in questa sede, ad un pasto collettivo contrassegnato da un carattere di ritualità.

Il pasto costituiva spesso, già in origine, un atto dotato di valenza rituale e religiosa: conservavano tale carattere non solo i banchetti rituali delle divinità, dei morti, delle cerimonie pubbliche, ma anche i pranzi privati cui assistevano, gli dei onnipresenti.
Al significato comunitario del banchetto si associavano quelli dell'ospitalità (ξενία) e del dono.

Banchetto e alimentazione nell'antica Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Il banchetto[modifica | modifica wikitesto]

Ma il banchetto, com'è da intendersi in questa sede, non nella sua comune valenza, ma nella sua portata sociale e comunitaria, era cosa ben diversa, più ricco e abbondante. Il significato rituale e sociale attribuitogli evita ogni confusione con una mera pratica alimentare.

Banchetto e socialità nell'antica Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Già nella società omerica, la mensa del banchetto era il centro dell'istituzione sociale; nella Grecia classica, i banchetti pubblici riunivano i cittadini attorno a interessi comuni e favorivano la gestione democratica degli affari; nella società spartana era obbligatoria, in base alla codificazione di Licurgo, la partecipazione degli uomini a pasti comuni (sissizie).

Dalla socialità conviviale (oltre che da quella simposiaca) erano comunque escluse le donne e i bambini, essendovi ammesse solo le etere che godevano di un particolare status.

I banchetti tra amici avevano per i greci grande importanza; potevano essere offerti da uno di loro oppure indetti dai componenti di un tiaso che ne condividevano le spese. Spesso i convitati portavano con sé una canestro di vimini contenente dei cibi pronti, lo spyris che, in tante pitture vascolari, fa bella mostra di sé, appeso al muro, insieme al nodoso bastone da passeggio e al sybène, l'astuccio per aulòs. Questi banchetti erano perciò detti apò spyrìdos, cioè alla cesta, un'espressione che oggi possiamo tradurre con al sacco.

Una volta riuniti a casa dell'ospite, i convitati si toglievano i sandali, si facevano lavare i piedi dagli schiavi e, dopo essersi posti sul capo corone di fiori o di foglie, si disponevano a due a due sui letti collocati attorno alle rispettive mense.

Il banchetto si componeva di due parti: la prima (detta pròtai tràpezai cioè prime tavole), coincideva all'incirca col tramonto ed era il pasto vero e proprio, all'inizio del quale si faceva passare tra i convitati, che vi bevevano a turno, una coppa di vino.

Il banchetto si teneva nell'arco di tempo in cui solitamente si consumava il pasto principale della giornata (gr. deípnon; lat. coena), tra il pomeriggio e il tramonto del sole.

Il simposio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Simposio e pratiche simposiali.

Terminato il pasto, si levavano le mense e si puliva il pavimento; quindi si versavano le libagioni e si intonava un inno: aveva così inizio la seconda parte del banchetto (déuterai tràpezai, seconde tavole), il simposio vero e proprio (sympósion).

Tra i partecipanti veniva eletto o sorteggiato un simposiarca che ne regolamentava lo svolgimento successivo. Nel corso del simposio dedicato al piacere del bere, si giocava al cottabo, si conversava o si intonavano canti; intervenivano danzatrici, mimi e suonatori di aulos.

Il banchetto etrusco[modifica | modifica wikitesto]

Gli autori antichi (Diodoro Siculo, Aristotele, Ateneo), fanno riferimento al banchetto etrusco, ma ciò che più rileva sull’argomento sono senz’altro le numerose fonti figurate trasmesseci dagli etruschi stessi.
La rappresentazione del banchetto, che costituisce uno dei temi più ricorrenti nella documentazione figurata etrusca, si ritrova infatti su vasi, lastre architettoniche, pitture tombali, cippi, stele, sarcofagi ed urne cinerarie.
L’iconografia del banchetto nel corso dei secoli della civiltà etrusca presenta varianti di rilievo.
La testimonianza archeologica più antica è costituita da un cinerario di impasto rinvenuto a Montescudaio, nei pressi di Volterra, databile alla seconda metà del VII secolo a.C. Sul coperchio del cinerario vi è riprodotto un signore (certamente un aristocratico) seduto davanti ad un tavola riccamente imbandita, con a fianco un grande vaso per il vino, alla presenza di una figura femminile (una schiava?) che probabilmente doveva agitare un flabello (oggi perduto).
La circolazione mediterranea delle rappresentazioni vascolari corinzie ed attiche ebbe però immediate ripercussioni sull'arte figurativa del mondo etrusco nella quale, già dalla metà del VI secolo a.C., iniziano ad apparire con una certa frequenza raffigurazioni attinenti alla vita quotidiana (ad es. sulle lastre di terracotta decorate a rilievo provenienti dal palazzo di Murlo, nei pressi di Siena, della prima metà del VI secolo a.C. e su quelle ritrovate ad Acquarossa, nei pressi di Viterbo, attribuibili alla seconda metà del VI secolo a.C.) ed, in particolare, la sfera funeraria (ad es. sul coperchio di un cinerario da Chianciano (Siena) della fine del VII secolo a.C. e nelle pitture delle tombe tarquinesi della Caccia e della Pesca della fine del VI secolo a.C. e del Frontoncino della metà del VI secolo a.C.) aventi quale tema il banchetto, i cui partecipanti non sono più rappresentati seduti, ma distesi, da soli, in coppia od anche in più persone, su letti triclinari.
Tali raffigurazioni se da un lato testimoniano l'estesa sfera d'influenza dell'arte ellenica, dall'altro indicano l'affermarsi, anche in Etruria, di usanze simposiache provenienti da altre civiltà e adattate alla diversa situazione sociale che assurgeranno presto al rango di status symbol.
La reinterpretazione del banchetto etrusco, come acutamente evidenziato da Giovannangelo Camporeale, è testimoniata da alcune diversità che si riscontrano nell’iconografia etrusca rispetto a quella greca. Anzitutto, in coerenza con il diverso ruolo attribuito alla socialità femminile, donne e mogli partecipano al banchetto (in Grecia le uniche donne ammesse ai banchetti erano le etere) condividendo il triclinio con i maschi (come ad esempio nella Tomba tarquinese dei Leopardi degli inizi del V secolo a.C. o nei sarcofagi degli sposi, provenienti da Caere ed esposti rispettivamente nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma e del Louvre a Parigi, della fine del VI secolo a.C.) oppure in posizione seduta accanto al proprio sposo (come ad esempio nella Tomba tarquinese degli Scudi, databile nel III secolo a.C. o nell’urna cineraria proveniente da Città della Pieve (Perugia) del IV secolo a.C., esposta nel Museo Archeologico di Firenze).
È stato inoltre rilevato (Giovannangelo Camporeale) che nelle rappresentazioni etrusche le coperte ed i materassi ricadono solo dai lati corti del letto; i banchettanti si appoggiano col gomito sinistro ad un cuscino piegato in senso verticale, che tengono fra il corpo ed il braccio; oltre al cane, presente nelle scene greche, a fianco dei letti possono trovarsi altri animali domestici come gatti e gallinacei.
Sebbene l'associazione del simposio alla ritualità funeraria si perda nel passato, è da salutare come assolutamente inedita (oltre che affascinante) l'attrazione della convivialità simposiale nella sfera figurativa dell'arte funebre. È il risultato della peculiare sensibilità etrusca nei confronti dei temi ultraterreni, che rimane completamente estranea alla sensibilità artistica del mondo greco nel quale, allo stato attuale delle conoscenze, vi ricorre in un solo caso, la Tomba del tuffatore, considerata, proprio per questo, opera emblematica dell'osmosi culturale fra due civiltà contigue.

Il banchetto ed il simposio nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Numerose sono, nella letteratura, le opere che tematizzano il banchetto o riportano conversazioni tenute in tali occasioni, come il Simposio di Platone e i Symposiaká di Plutarco: la cornice simposiaca viene utilizzata tra gli altri da Ateneo (Deipnosofisti) e da Macrobio (Saturnalia) anche Alceo tratta del simposio.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Camporeale Giovannangelo, in Gli Etruschi mille anni di civiltà, Casa Editrice Bonechi, 1992, pagg. 341 e ss.

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