Sharif della Mecca

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Sharif della Mecca (in arabo: شريف مكة‎, Sharīf Makka) o del Hejaz (in arabo: شريف الحجاز‎, Sharīf al-Ḥiǧāz) fu il titolo assegnato agli antichi governatori hashemiti del Hejaz e delle città sante della Mecca e di Medina. Il termine sharīf significa "nobile" in lingua araba ed è utilizzato per descrivere i discendenti dei nipoti di Maometto, al-Ḥasan ibn ʿAlī e al-Ḥusayn ibn ʿAlī.

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Lo Sharīf era incaricato di proteggere la città e i suoi dintorni e garantire la sicurezza dei pellegrini giunti a La Mecca per assolvere al dovere canonico islamico del Hajj. Il titolo è a volte tradotto sceriffo, ma non deve essere confuso con la carica pubblica dello sceriffo, prevista dalla common law, presente ancora ad esempio negli USA.

L'ufficio dello sceriffato della Mecca risale al periodo degli Abbasidi. Dal 1201, lo sceriffato fu tenuto da un discendente dell'antico clan coreiscita dei Banu Hashim attraverso la linea Husaynide. I discendenti di questa famiglia hanno conservato tale posizione fino al XX secolo per conto di varie potenze musulmane, tra cui gli Ayyubidi e i Mamelucchi. Nel 1517, lo Sharīf riconobbe la supremazia del Califfo dell'Impero ottomano, ma mantenne un ampio grado di autonomia locale. Durante l'epoca ottomana, lo sceriffato allargò la propria autorità a nord, fino a Medina, e verso sud fino ai confini dell''Asir, razziando regolarmente l'altopiano centralearabico del Nejd.

Lo sceriffato si è concluso poco dopo il regno di al-Ḥusayn ibn ʿAlī, al governo dal 1908, che si ribellò contro il dominio ottomano, proclamando la Rivolta Araba nel 1916. Dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918 e la sua dissoluzione nel 1923, al-Ḥusayn si dichiarò Califfo. I britannici concessero il controllo sugli Stati di recente formazione, Iraq e Transgiordania, ai suoi figli Fayṣal e ʿAbd Allāh. Nel 1924, tuttavia, a fronte di crescenti attacchi da parte di Ibn Saʿūd, al-Ḥusayn abdicò in favore del suo figlio maggiore, ʿAlī b. al-Ḥusayn, che sarebbe diventato l'ultimo Gran Sharīf. Alla fine del 1925, Ibn Saʿūd conquistò l'Hijaz e cacciò gli Hashemiti. La Dinastia Saudita governò sulla città santa e controllò il Hajj da quel momento in poi.[1]

Ripartizione interna e ascendenza delle famiglie sceriffali[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio degli Sherif della Mecca alla fine del XVII secolo
Membri delle diverse famiglie sceriffali in Mecca (dall’Atlante fotografico della Mecca di Christiaan Snouck Hurgronje del 1888)

Gli Sceriffi della Mecca (in arabo أشراف مكة, ašrāf Makka) furono un’ampia rete di famiglie sceriffali che tennero il comando della Mecca dal 968 circa al 1925. Queste famiglie erano di ascendenza hasanide, cioè facevano risalire il loro albero genealogico fino al nipote del Profeta al-Hasan ibn ʿAlī. Lo Sherif regnante fu indicato dall’inizio del regno Mamelucco in Egitto come “Emiro della Mecca” (amīr Makka).[2] Spesso i diversi rami della famiglia si contesero reciprocamente il potere e furono in lotta tra loro. Talvolta condivisero anche il governo. Fino alla seconda metà del XIV secolo gli Sherif della Mecca furono sciiti zayditi, in seguito aderirono all’islam sunnita.

Il territorio degli Sherif della Mecca fu esteso per la maggior parte del tempo non soltanto sulla città di Mecca e il suo circondario, ma anche su ampie parti dell’Hegiaz con le città Ta'if, Gedda, Yanbuʿʿ e Medina. Infatti gli Sharif della Mecca riconobbero quasi ovunque la sovranità di diverse dinastie islamiche, tuttavia grazie alla cooperazione con alleati beduini ebbero proprie forze armate ed esigevano anche proprie tasse. Come compensazione per il fatto che riconoscevano la loro sovranità sopra le città sante ed assicuravano la difesa del pellegrinaggio dell‘Hajj, i regnanti dei vari imperi islamici lasciavano loro ricevere pagamenti di sussidi e doni. Dal XV secolo fino all’inizio del XIX secolo gli Sherif della Mecca intrapresero anche il commercio sul mar Rosso e nell’Oceano Indiano.

Nei documenti ottomani la famiglia regnante meccana fu indicata fin dal XVI secolo come “dinastia hascemita(sulāla Hāšimīya).[3] Nelle narrazioni europee dalla metà del XIX secolo gli Sherif regnanti furono spesso indicati come “Grandi Sceriffi” per distinguerli da altri Sherif,[4] una designazione che non ha alcun riscontro nelle fonti arabe.[5] L’attuale dinastia degli Hascemiti di Giordania risale alla discendenza del penultimo Sherif Hussein ibn Ali, che nel 1916 si proclamò re degli Arabi.

Genealogia dei primi regnanti sceriffali della Mecca

     Sulaimāniti

     Hāshimiti

     Jaʿfariti

     Qatāditi

Globalmente si distinguono tra gli Sherif della Mecca quattro diversi rami genealogici: 1. Jaʿfariti, 2. Sulaimāniti, 3. Hāshimiti (arab. Hawāšim) e 4. Qatāditi (arab. Banū Qatāda).[6] Antenato comune di tutte queste famiglie sceriffali fur Mūsā al-Jaun (Nr. 7 dell’Albero genealogico), un fratello del ribelle hasanide Muhammad al-Nafs al-Zakīyya (m. 762).

I Jaʿfariti sono denominati da Abū Jaʿfar Muhammad (Nr. 25), il cui figlio Abū Muhammad Jaʿfar (Nr. 28) prese il potere in Mecca negli anni 960 e il suo successore ereditò il potere.

Dal loro antenato Mūsā al-thānī (Mūsā II), un nipote di Mūsā al-Jaun, i Jaʿfariti sono chiamati in alcuni testi storici anche Mūsāwiti,[7] in contrapposizione ai Sulaimāniti, i discendenti di Sulaimān ibn ʿAbdallāh (Nr. 14), un fratello di Mūsā II.

Gli Hāshimiti furono in effetti anche Mūsāwiti, ma in contrapposizione ai Jaʿfariti non discendono da Abū Jaʿfar Muhammad, ma da suo fratello Abū Hāshim Muhammad (Nr. 27). Entrambi i fratelli furono figli di al-Husain al-Amīr, un nipote di Mūsā II.[8]

I Qatāditi, che governarono Mecca più a lungo, sono denominati da Qatāda ibn Idrīs (Nr. 43), che prese il potere a Mecca all’inizio del XIII secolo. Anche i Qatāditi erano Mūsāwiti, tuttavia non discendevano da al-Husain al-Amīr, ma da suo fratello ʿAbdallāh (Nr. 22). I Qatāditi, che regnarono su Mecca fino all’inizio del XX secolo, si divisero nel XVII secolo nei tre clan Dhawū ʿAbdallāh, Dhawū Barakāt e Dhawū Zaid. I Dhawū ʿAun, che imposero gli ultimi Sherif della Mecca, sono un sottoramo dei Dhawū ʿAbdallāh.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Regno dei Jaʿfariti (968–1061)[modifica | modifica wikitesto]

Inizio[modifica | modifica wikitesto]

Il governo sceriffale su Mecca cominciò all’incirca in contemporanea con la morte del regnante egiziano Kāfūr (968), quando l’Hasanide Abū Muhammad Jaʿfar ibn Muhammad prese il potere nella città santa.[9] Sullo sfondo vi erano state lotte tra Hasanidi e Husainidi a Medina, a seguito delle quali Jaʿfar ibn Muhammad ripiegò verso Mecca e prese possesso della città.[7]

Nel 969 Jaʿfar ibn Muhammad riconobbe il nuovo regnante fatimita d‘Egitto al-Muʿizz anche come sovrano di Mecca, facendo recitare per lui la khuṭba. Al-Muʿizz lo stabilì dunque come governatore della Mecca.[10] Alcuni anni dopo, nel gennaio 975, al-Muʿizz inviò a una delegazione di Sherif e altri notabili dell’Hegiaz un premio di 400.000 Dirham.[11] Così nell’Hajj dell‘agosto 975 fu recitata per la prima volta l‘invocazione per al-Muʿizz.[12] Ma allorché poco dopo ʿĪsā, figlio e successore di Jaʿfar, si rifiutò di omaggiare il nuovo califfo fatimita al-ʿAzīz, gli Egiziani assediarono Mecca in occasione dell’Hajj del 976 e obbligarono i pellegrini a recitare la khutba in nome del califfo fatimita.[10] Negli anni seguenti le carovane egiziane di pellegrini tornarono a omaggiare gli Sherif con ricchi doni (ṣilāt al-ašrāf),[13] cosa che lascia presupporre una normalizzazione delle relazioni tra Fatimiti e Sherif.

Le ambizioni califfali di Abū l-Futūh[modifica | modifica wikitesto]

Dal 994 regnò sulla Mecca il fratello di ʿĪsā, Abū l-Futūh al-Hasan ibn Jaʿfar.[7] Egli, su istigazione del califfo al-Hākim bi-amr Allāh, nell’anno 1000 portò anche Medina sotto il suo potere e pose fine al governo degli husainidi Banū l-Muhannā che vi regnavano.[14] Quando nel 1010 al-Hākim fece uccidere il suo Visir ʿAlī al-Maghribī, il figlio di questi Abū l-Qāsim ibn al-Maghribī fuggì a Ramla alla corte del sovrano Jarrahide Mufarrij e lo convinse a ribellarsi contro i Fatimiti. Egli gli suggerì di prendere contatto con lo Sherif di Mecca e conferirgli il titolo di Imam, perché egli a differenza dei Fatimiti non aveva “alcuna macchia nel suo albero genealogico”.[15] Lo stesso Ibn al-Maghribī andò alla Mecca, e lo Sherif Abū l-Futūh fu proclamato califfo dai membri della sua famiglia con il nome regale di al-Rashīd li-dīn Allāh (il ben guidato dalla religione di Allah).[16] Abū l-Futūh con i suoi parenti e un gran numero di schiavi negri, cinto con la spada Dhū l-Faqār, mosse dunque verso Ramla,[17] dove arrivò il 13 settembre 1012.[18] Il dominio dell’anticaliffo sceriffale si estendeva formalmente sulla Palestina tra Pelusio e Tiberiade ed includeva anche Gerusalemme, dove egli stabilì un nuovo Patriarca, Teofilo I, e consentì ai cristiani di ricostruire la Basilica del Santo Sepolcro distrutta due anni prima.[19]

Tuttavia la rivolta condotta dall’anti-califfo sceriffale scemò in breve tempo. Al-Hākim nominò come nuovo governatore di Mecca un parente sulaimānita di Abū l-Futūh, Abū t-Taiyib Dāwūd, che assediò la città. Inoltre al-Hākim inviò grandi somme di denaro ai Jarrahidi, perché convincessero alla resa l’anti-califfo. I Jarrahidi furono convinti ad abbandonare Abū l-Futūh.[19] Mufarrij scrisse ad al-Hākim e mediò una generale riconciliazione.[17] Abū l-Futūh tornò alla Mecca nell’ottobre 1012 e tornò a far recitare la khutba per al-Hākim. In una lettera ai califfi Fatimiti espose le proprie scuse, chiedendo la grazia, che gli fu anche concessa dal califfo.[20] Dopo questa rivolta gli Sherif restarono fedeli ai califfi Fatimiti per 70 anni.

Regno degli Hāshimiti (1063–1200)[modifica | modifica wikitesto]

Tra Fatimiti e Abbasidi: la politica religiosa di Abū Hāshim[modifica | modifica wikitesto]

Nell‘anno 1061 lo Sherif Shukr ad-Dīn morì senza figli, a seguito di ciò scoppiarono lotte tra le diverse famiglie hasanidi di Mecca. Dapprima con Hamza ibn Wahhās prevalse un membro degli Sherif sulaimāniti. Tuttavia in seguito intervenne in Mecca il regnante sciita dello Yemen Ali as-Sulaihi e stabilì come nuovo governatore lo Sherif Abū Hāshim Muhammad. Egli era un discendente dell’omonimo fratello del primo Sherif Jaʿfar ibn Muhammad e fondò la linea sceriffale degli Hāshimiti.[21] Abū Hāshim nell‘anno 1069 fece di nuovo recitare la khuṭba nel nome degli Abbasidi e indicò nella recitazione anche il sultano selgiuchide Alp Arslan, ragion per cui egli ottenne dal sultano una donazione di 30’000 dinari nonché la promessa che egli avrebbe ottenuto annualmente una donazione di 10’000 dinari ed una veste d’onore. Questa disposizione tuttavia durò solo pochi anni. Dato che al pellegrinaggio dell‘anno 1075 il califfo fatimita al-Mustansir mandò dall’Egitto una somma ancora maggiore, Abū Hāshim abolì la recitazione per gli Abbassidi e fece tenere di nuovo la recitazione per i fatimiti. Ma già l’anno seguente passò di nuovo dalla parte degli Abbassidi. Questa alternanza andò avanti anche negli anni seguenti: nel 1078 fece pregare per i califfi fatimiti, nel 1080 di nuovo per quelli abbassidi. I Selgiuchidi, stanchi di questa alternanza, nel 1092 mandarono truppe turche alla Mecca, che saccheggiarono la città santa dopodiché si ritirarono. Abū Hāshim si vendicò due anni dopo, quando fece rapinare dei pellegrini venuti alla Mecca sotto la guida di un emiro turco.[22]

Gli ultimi Hāshimiti[modifica | modifica wikitesto]

I discendenti di Abū Hāshim comandarono sulla Mecca fino all’inizio del XIII secolo, anche se spesso furono in conflitto tra loro. Dopo che Saladino ebbe conquistato l’Egitto ed eliminato l’ultimo califfo fatimita al-ʿĀdid, nel 1173 inviò suo fratello Tūrān Shāh in Yemen, per portare questo territorio sotto controllo ayyubbide. Mentre vi era diretto, Tūrān Shāh si fermò alla Mecca e vi confermò nel suo ufficio lo Sherif vigente ʿĪsā ibn Fulaita, con il quale espresse la signoria ayyubbide sulla Mecca.[23]

Attraverso il diario di viaggio di Ibn Jubayr, che visitò la Mecca nel 1183 e nel 1185, è dimostrato che gli Sherif a quest‘epoca fossero sciiti zayditi. Egli narra che essi adoperavano nell‘Adhān e nell‘Iqāma la formula sciita Ḥaiya ʿalā ḫairi l-ʿamal ("alla migliore opera!"), e che non prendevano parte con gli altri alla preghiera del venerdì.[24] Ibn Jubayr segnala anche che gli Sherif esigevano gabelle dai pellegrini. Egli stesso fu arrestato a Jeddah perché non poteva pagare la gabella.[25]

La dinastia Qatāda tra gli imperi islamici (1201–1517)[modifica | modifica wikitesto]

L’ascesa della dinastia Qatāda[modifica | modifica wikitesto]

Genealogia di Qatāda e suoi discendenti

All’inizio del XIII secolo Qatāda ibn Idrīs, discendente di un’altra famiglia di Sherif, guadagnò il governo sulla Mecca. Il particolare significato storico di Qatāda consiste nel fatto che egli è l’antenato di tutti i successivi Sherif della Mecca. Qatāda veniva da Yanbuʿʿ ed era un discendente di ʿAbdallāh ibn Muhammad, un pronipote del primo Sherif meccano Jaʿfar ibn Muhammad.[26] Egli prese prima possesso dei terreni collocati a sud della sua città natale, e poi tra il 1201 ed il 1203 conquistò la Mecca. Poco dopo sottomise anche Ta'if, e fece realizzare una fortezza a Yanbuʿ. Complessivamente egli poté espandere il suo dominio sul territorio tra Medina e lo Yemen. Qatāda delegò gli affari politici quotidiani ad un Visir.[27] Contro le potenze islamiche del nord, gli Ayyubbidi e gli Abbassidi, Qatāda perseguì una politica di splendido isolamento. Nel suo testamento egli volle dare ai suoi parenti la raccomandazione di non coinvolgersi in relazioni troppo strette con potenze straniere, dato che Dio ha già protetto loro stessi e la loro terra attraverso la sua inaccessibilità.[28] Solo con gli Zayditi dello Yemen tenne un contatto più stretto, e sostenne gli sforzi dell‘hasanide al-Mansūr di fondarvi un nuovo Imamato zaydita.[29]

Alternanza politica tra Rasulidi, Mamelucchi e Ilkani[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l’assassinio di Qatāda (1220), l'ayyubbide yemenita al-Masʿūd poté portare la Mecca sotto il suo controllo. Nel 1222 egli rimosse gli Sherif dal potere e vi stabilì come governatore il proprio generale ʿAlī ibn Rasūl. Dopo la morte di al-Masʿūd nel 1228, la supremazia sulla Mecca passò a suo padre al-Kāmil, che stabilì come governatore il suo generale Tughtikin. Ma quando nel 1232 i Rasulidi in Yemen si resero indipendenti, si allearono di nuovo con i figli di Qatāda e inviarono uno di loro alla Mecca con un esercito. Tale Rājih ibn Qatāda regnò sulla Mecca fino al 1241.[30] Solo con Abū Numaiy I Muhammad ibn Abī Saʿd ʿAlī ed Idrīs ibn Qatāda, che giunsero al potere nel 1254 senza aiuto straniero, gli Sherif poterono di nuovo ottenere maggiore indipendenza dalle grandi potenze islamiche.[31] Abū Numaiy fu così potente che nel 1256 poté aumentare il tributo delle carovane di pellegrini. Per ogni cammello della carovana yemenita si dovevano pagare 30 Dirham, e per ogni cammello della carovana egiziana 50 Dirham.[32] Tuttavia entrambi gli emiri sceriffali nel 1268 si arresero alla supremazia del sultano mamelucco az-Zāhir Baybars, che li ricompensò per questo con la promessa di sovvenzioni annue.[33]

La cartina politica del Vicino Oriente nell‘anno 1317, quando regnava in Mecca uno Sherif che riconosceva la supremazia dei Mamelucchi egiziani.

Dopo la morte di Abū Numaiy nell‘anno 1301, i Mamelucchi egiziani cercarono di subordinare completamente gli Sherif alla loro supremazia, cosa che tuttavia non riuscì loro, perché molti Sherif erano legati più fortemente con le altre grandi potenze islamiche. Lo Sherif Humaida ibn Abī Numaiy per esempio, che prese il potere alla Mecca nella primavera 1314, fece recitare la khutba per il Rasulide al-Mu'aiyad Dāwūd ibn Yūsuf (reg. 1296–1322).[34] E allorché nel 1349 i tre fratelli Thaqaba, Sanad e Mughāmis, figli dello Sherif Rumaitha ibn Abī Numaiy, furono esclusi dal potere e cacciati dalla Mecca, essi si allearono con il sovrano rasulide Mujāhid (reg. 1322–1363) e assieme a lui fecero ingresso alla Mecca all‘inizio del 1351.[35]

Alcuni Sherif collaborarono anche con i sovrani Ilkani. Lo Sherif Humaida nel 1316 fuggì alla corte di Öljeitü, che lo inviò alla Mecca, con un esercito mongolo ben equipaggiato, per portare l’Hegiaz sotto controllo ilkanide, anche se l‘impresa fallì a causa della prematura morte di Öljeitü. Quando nel maggio 1318 Humaida riacquistò per breve tempo la sovranità sulla Mecca, riconobbe la sovranità del sovrano Ilkanide Abū Saʿīd (reg. 1316–1335).[34] Così nel 1330 Ahmad, figlio dello Sherif Rumaitha, fu nominato da Abū Saʿīd sovrano della città sciita Hilla in Iraq. Con l’appoggio delle tribù arabe della regione, egli poté portare anche Kufa sotto il suo controllo, finché nel 1342 fu assassinato dallo Jalayride Hasan Bozorg.[36]

Dalle fonti contemporanee risulta che gli Sherif sottomisero un esercito di schiavi militari negri (ʿabīd), che fu guidato da un comandante (qāʿid)[37]. Talvolta gli Sherif poterono espandere il loro territorio anche oltre l‘Hegiaz. Così verso la metà del XIV secolo anche Suakin, sulla costa africana del mar Rosso, risulta talvolta sotto il loro governo.[36]

Le relazioni degli Sherif con i Mamelucchi egiziani rimasero tese. Quando nel 1330 la guida della carovana di pellegrini egiziana fu uccisa durante combattimenti con gli schiavi militari degli Sherif, il sultano mamelucco An-Nāsir Muhammad ibn Qalāwūn annunciò di voler mandare a Mecca uno dei suoi emiri per cacciare da Mecca gli Sherif e i loro schiavi. Tuttavia il suo super-Qādī al-Qazwīnī lo trattenne da ciò, ricordandogli il dovere di rispettare il luogo haram.[38] Quando nell‘anno 1360 i soldati di una guarnigione turco-egiziana stazionata a Mecca furono cacciati dagli Sherif e venduti al mercato degli schiavi di Yanbuʿ, il sultano an-Nāsir al-Hasan diede ordine di sterminare tutti gli Sherif. Tuttavia anche quest’ordine non giunse a esecuzione, perché già pochi giorni dopo an-Nāsir al-Hasan fu deposto dai suoi soldati e sostituito con al-Mansur Muhammad II.[39]

Consolidamento del dominio egiziano[modifica | modifica wikitesto]

Sotto ʿAjlān ibn Rumaitha, che tenne il dominio sulla Mecca dal 1361 al 1375, il rapporto degli Sherif con i Mamelucchi egiziani migliorò. Il sultano mamelucco al-Kāmil Shaʿbān annunciò nel gennaio 1365 in un decreto l‘abolizione delle gabelle sui beni importati, che fino ad allora gli Sherif regnanti avevano esatto sul cibo e sul bestiame, e stabilì come compensazione all’emiro della Mecca uno stipendio annuo di 160’000 Dirham. Solo i mercanti dall’Iraq e dallo Yemen furono esenti da questo vantaggio. Il testo del decreto fu fissato per iscritto su tre colonne della Sacra Moschea.[40]

Durante il regno del figlio di ʿAjlān, al-Hasan, che nell‘agosto 1395 fu nominato emiro della Mecca da az-Zāhir Barqūq al Cairo, la relazione preferenziale con i Mamelucchi egiziani continuò a rafforzarsi. Lo Sherif utilizzava il prestigio dell’appoggio mamelucco per respingere gli oppositori locali che minacciavano la sua signoria. Nell‘agosto 1408 Al-Malik an-Nāsir Faraj designò al-Hasan come vice-sultano (nāʾib as-salṭana) sull'intero territorio dell’Hegiaz e riconobbe ufficialmente i suoi due figli Barakāt e Ahmad come coreggenti. La supremazia mamelucca sull‘Hegiaz si mostrava tuttavia di regola solo “stagionalmente” durante l’Hajj e l'ʿUmra, quando assieme alle carovane di pellegrini giungevano nella regione truppe egiziane. Per il resto del tempo lo Sherif aveva mano libera.[41] Al-Hasan ebbe anche molto successo nel ricavare introiti dal commercio di transito sul mar Rosso. Tuttavia quando nel 1410 iniziò a confiscare i beni dei mercanti di Gedda, venne in conflitto sia con i Mamelucchi che con i Rasulidi. Essi cominciarono a sostenere il suo parente Rumaitha ibn Muhammad, che contestò ad Hasan il potere nell’Hegiaz. Nel maggio 1415 il sultano al-Mu'aiyad Shaikh depose al-Hasan ed i suoi due figli e nominò Rumaitha nuovo emiro della Mecca. Tuttavia dato che al-Hasan non concesse la sua posizione senza combattere, essa durò fino alla successiva stagione dei pellegrinaggi, febbraio 1416, allorché Rumaitha poté avere accesso alla Mecca. Al-Hasan cominciò allora un’iniziativa per recuperare il sostegno mamelucco: nel novembre 1416 fu di nuovo rimesso nel suo ufficio, con l’obbligo di consegnare annualmente 30’000 Mithqāl al sultano mamelucco, e nel marzo 1417 riconquistò la Mecca con proprie truppe. In virtù delle sue grandi risorse finanziarie, durante il suo regno al-Hasan poté realizzare in Mecca una Madrasa, un ospedale (bimāristān) ed un Ribāt.[42]

Durante il regno del figlio di Hasan, Barakāt I (1426–1455), fu stazionato alla Mecca un equipaggio permanente di 50 cavalieri turchi, comandati da un emiro. Inoltre furono stabilite nuove regole finanziarie. Così fu stabilito che lo Sherif regnante dovesse ottenere ogni volta un quarto del valore delle navi che solcavano il mar Rosso, un quarto di tutti i doni mandati dall’estero agli “abitanti della Mecca“, e un decimo di tutti i beni importati, incluso il carico delle navi indiane che approdavano a Jidda. Inoltre egli ottenne il patrimonio degli stranieri che morivano in Mecca senza eredi. Anche la Zakāt raccolta dai beduini andava allo Sherif. Questi doveva distribuire la metà del reddito ottenuto in questo modo ad altri membri regnanti della famiglia sceriffale.[43] Lo stile di vita dello Sherif regnante fu relativamente semplice. Un grande turbante era l’unica cosa che lo distingueva dagli altri abitanti della Mecca. Indossava la sua veste d‘onore a maniche larghe e di broccato soltanto per gli eventi cerimoniali. Nonostante la sua posizione di regnante, lo Sherif lasciava solitamente che la sua gente gli si rivolgesse in modo semplice e diretto, specialmente quando aveva a che fare con i beduini.[44] Sotto il figlio di Barakāt, Muhammad (reg. 1455–1497), il cui regno coincise per la maggior parte con quello del sultano Qāytbāy, la Mecca visse una fase di grande prosperità.[45]

Complessivamente nel XV secolo gli Sherif poterono ampliare fortemente il loro prestigio spirituale nel mondo islamico. La loro posizione come regnanti della Mecca ricevette in questo periodo un carattere “quasi sacro”.[46] Testi storiografici locali indicano che gli Sherif nel XV ed inizio del XVI secolo coniarono proprie monete Dirham. Essi avevano dunque una certa autonomia monetaria.[47]

Conversione degli Sherif all’islam sunnita[modifica | modifica wikitesto]

Il riallineamento in politica estera fu accompagnato anche da un cambiamento confessionale degli Sherif. Abū Numaiy I e la maggior parte die suoi diretti discendenti erano ancora sciiti zayditi. L’esortazione alla preghiera nella grande Moschea era di conseguenza compiuta al suo tempo secondo il rito sciita, e gli Zayditi avevano nella Santa Moschea un proprio gruppo di preghiera, condotto da un Imam zaydita.[31] Già all’inizio del XIV secolo i sultani mamelucchi richiesero agli Sherif di interrompere l’esortazione alla preghiera sciita e di allontanare l’Imam zaydita dalla Santa Moschea.[48] Tuttavia la maggior parte degli Sherif rimase di confessione sciita zaydita. Anche l’alleanza di Humaida con l‘ilkano Öljeitü aveva un fondamento sciita. Öljeitü fu prima convertito allo Sciismo e, dopo l'esito positivo della campagna di Humaida nell‘Hegiaz nell‘anno 1316, volle far rimuovere dalla tomba di Mohammed in Medina le reliquie dei due califfi invisi agli sciiti Abū Bakr e ʿUmar ibn al-Khattāb.[34]

Rumaitha ibn Abī Numaiy, che fu coreggente dal 1321, mostrò in particolar modo simpatia per la Zaidīya. Egli fece persino recitare la preghiera per Muhammad ibn al-Mutahhar (reg. 1301–1327), l‘Imam zaydita dello Yemen.[49] Suo fratello ʿUtaifa, che esercitò da solo il governo dal 1326, cacciò con la forza l‘imam zaydita dalla Santa Moschea, anche se ciò avvenne non per convincimento interiore, ma solo in adempimento di una disposizione del sultano mamelucco. Secondo quanto riferisce l’autore mamelucco Ibn Fadlallāh al-ʿUmarī (morto nel 1348), il figlio di ʿUtaifa gli avrebbe confidato che gli emiri della Mecca si sentivano legati all’obbedienza soltanto verso l’imam zaydita di Sanaa e consideravano sé stessi come suoi vicari. Con i regnanti dell’Egitto, così egli chiariva, essi cooperavano soltanto perché li temevano e perché da loro ricevevano l’investitura; essi adulavano i regnanti rasulidi dello Yemen per ottenere da loro più doni e beneficenza.[50]

Nella seconda metà del XIV secolo fu annunciata la transizione degli Sherif meccani all’islam sunnita. A proposito di ʿAjlān ibn Rumaitha (che tenne il governo nella Mecca dal 1346 al 1361 con interruzioni, e poi fino al 1375 ininterrottamente), Ibn Taghribirdi riferisce: “a differenza dei suoi avi e parenti egli amò i sunniti e li appoggiò contro gli sciiti. Si è anche detto che egli seguisse il Madhhab sciafeita”.[51] ʿAjlān fu anche il primo Sherif che dotò la Mecca di una Madrasa.[52] Anche suo figlio al-Hasan (che regnò alla Mecca dal 1396 al 1426, con l’eccezione di due brevi interruzioni) fu fermamente legato alla tradizione sunnita. Come suo padre, anch’egli dotò Mecca di una Madrasa. Shams ad-Dīn as-Sakhāwī (morto nel 1497) riferisce che egli studiò gli Ḥadīth da una raccolta di studiosi egiziani e siriaci e perciò ottenne da essi una Ijāza. Anche tutti i seguenti regnanti sceriffali del XV secolo ottennero una formazione negli Hadith sunniti.[53]

Anche se ufficialmente gli Sherif successivi si professavano di scuola sciafeita, a cui anche la maggior parte dei meccani apparteneva, per molto tempo rimase la voce che segretamente seguissero insegnamenti zayditi. Ancora all’inizio del XIX secolo, quando Jean Louis Burckhardt visitò la Mecca, gli fu raccontato che gli Sherif della Mecca viventi evitassero le discussioni giurisprudenziali nelle quali gli insegnamenti zayditi erano deprecati, e che gli Sherif al di fuori della città ammettessero anche apertamente la loro affiliazione agli Zayditi.[54]

Sotto il dominio Ottomano (1517–1798)[modifica | modifica wikitesto]

Relazione con il potere ottomano[modifica | modifica wikitesto]

Carta francese di Guillaume Delisle (1733), sulla quale con Etat du Cherif de la Mecque è indicato il territorio dello Sherif della Mecca.

Dopo che nel 1517 gli Ottomani ebbero conquistato il Cairo, lo Sherif Barakāt (reg. 1497–1525) inviò suo figlio Abū Numaiy II ancora molto giovane in Egitto, che offrì la sottomissione al sultano Selim I in nome di suo padre. Il sultano accettò questa soluzione, e gli Sherif furono inoltre riconosciuti come principi vassalli.[55] Il territorio degli Sherif non fu integrato completamente come un Vilâyet dello Stato ottomano, ma rimase “uno Stato nello Stato".[56] Quando uno Sherif moriva, la Porta insediava solitamente come successore colui che gli abitanti della Mecca desideravano. L‘investitura si svolgeva con l’invio di una veste onoraria e di un certificato di nomina (Emāret Berātı).[57] Nel certificato di nomina dello Sherif Hasan ibn Abī Numaiy del 1566 gli veniva concessa l’autorità sulla Mecca, Gedda, Medina, Yanbuʿ, Khaybar, Haly e tutti i territori dell’Hegiaz “da Khaybar ad Haly ed al Najd“.[58] Tuttavia nella seconda metà del XVI secolo gli Ottomani installarono un proprio governatore in Gedda, con il quale lo Sherif dovette condividere il governo della città.[55]

Ad eccezione di ciò, gli Sherif godettero di ampia autonomia sul proprio territorio. In una lettera di nomina del sultano per lo Sherif Abū Tālib ibn al-Hasan, dell‘anno 1601, si comunica che a questi era concessa ”la giurisdizione su quei luoghi” (imārat tilka l-maʿāhid), “comprese tutte le truppe, alte e basse, come pure i funzionari e dignitari, distretti e ranghi”. Alla fine del documento si dice: ”noi lo abbiamo insediato, affinché egli vi occupi il nostro proprio posto e per concedergli il potere di abrogare e di chiudere contratti come pure il distintivo imperiale".[59] Alla Mecca lo Stato ottomano era presente, al di fuori della stagione del pellegrinaggio, soltanto con un Qādī[60] e una piccola unità di soldati egiziani, anche se lo Sherif esercitava spesso anche le funzioni giudiziarie, così che l’ufficio del Qādī era solitamente ridotto a una “inutile oziosità”.[61] D’altra parte, alcuni compiti concernenti i luoghi sacri della Mecca lo Sherif doveva esercitarli insieme al governatore ottomano di Gedda, che ne era responsabile come amministratore (mutawallī) di tutte le fondazioni religiose per la gestione dei luoghi santi, cosa che era espressa nel suo titolo di “Sceicco dell’Haram“ (šaiḫ al-ḥaram). Al tempo del pellegrinaggio il governatore di Gedda era anche regolarmente presente alla Mecca.[62]

Anche nell’epoca ottomana gli Sherif poterono contare su una relativamente grande forza di alleati beduini. Nell‘anno 1585 essa comprendeva 20‘000–30‘000 uomini.[63] Con questi combattenti essi intrapresero più volte nel XVI e XVII secolo avanzate nel Najd e nelle oasi dell’area centrarabica, per poter controllare anche l’interno della penisola arabica.[64] Secondo il parere del potere centrale ottomano, con i loro combattenti gli Sherif dovevano impedire ogni attacco dei beduini alle carovane dei pellegrini,[63] tuttavia gli Sherif spesso si servirono dei loro combattenti anche quando vennero in conflitto con i comandanti di carovane ottomani.[63]

Lo Sherif della Mecca con nappe sul turbante, calcografia nella Descrizione generale dell’impero ottomano (1793) di Ignatius Mouradgea d’Ohsson

Secondo il protocollo ufficiale, descritto da Ignatius Mouradgea d’Ohsson, lo Sherif doveva prendere in consegna la carovana di pellegrini in arrivo alla testa del suo esercito di beduini. Mentre i pellegrini completavano i riti di pellegrinaggio alla Mecca, al monte ʿArafāt ed a Minā, le sue truppe, armate con fucili, pistole, lance e giavellotti, dovevano costruire un cordone di sicurezza, che difendeva i pellegrini da pericoli esterni. Inoltre queste truppe dovevano fungere anche come polizia interna e mantenere l’ordine tra i pellegrini stessi.[65] In ogni Hajj la cerimonia di insediamento era ripetuta con il dono della veste onoraria e la consegna di un documento di conferimento agli Sherif. Colui che portava la veste onoraria era chiamato Kaftan Ağası („Kaftan-Agha“).[57] Al contrario lo Sherif inviava annualmente con il Müjdeci Başı (”Messaggero di pace“) un documento di risposta al sultano, che di regola gli veniva consegnato nel giorno di Mawlid nella Moschea Blu.[66] Lo Sherif indossava la sua veste onoraria principalmente durante gli eventi ufficiali. Egli si distingueva dagli altri Sherif anche per la forma del suo turbante, che era ornato con nappe i cui fili d’oro cadevano sulle sue spalle.[67]

Come base finanziaria gli Sherif nell’epoca ottomana aumentarono ancora le entrate doganali del porto di Gedda, con la disposizione tuttavia che dovessero ripartirle con il governatore ottomano.[68] Un rapporto britannico dell‘anno 1787 sul commercio nel mar Rosso afferma che sia lo Sherif di Gedda che lo Sherif della Mecca avevano imposto elevate tasse sui beni importati dalle Indie da mercanti e pellegrini.[69] Inoltre il sultano pagava elevati stipendi a tutti gli Sherif.[70]

Scambio di legazioni con gli imperatori Moghul indiani[modifica | modifica wikitesto]

Dalla metà del XVI secolo fino alla metà del XVIII secolo gli Sherif intrattennero anche relazioni più strette con i regnanti moghul. Ad esempio, l'imperatore moghul Akbar I (reg. 1565–1605) inviò agli Sherif della Mecca nell’anno 1577, assieme alla carovana di pellegrini 100’000 Rupie ed altri copiosi doni come ricompensa perché questi aveva inviato in India un’impronta del piede del Profeta Mohammed. [71] Nel 1580 di nuovo Akbar inviò tessuti pregiati per gli Sherif e gli altri dignitari meccani, e nel 1582 li incaricò della distribuzione di fondi per gli abitanti bisognosi di Mecca e Medina.[72] Negli anni seguenti tuttavia le relazioni sceriffali-moghul peggiorarono, perché il sultano ottomano Murad III ordinò agli Sherif di impedire ai pellegrini indiani un’ulteriore permanenza alla Mecca e di bandire la distribuzione di elemosine dall’India alla Mecca. Ciò portò Akbar ad interrompere le relazioni con gli Sherif.[73] Nel 1607, dopo l’ascesa al potere di Jahangir, lo Sherif Idrīs ibn al-Hasan inviò una legazione in India per avviare nuovamente relazioni amichevoli con l’impero Moghul. L’inviato sceriffale, che portava in dono una tenda della porta della Kaaba, ottenne dunque udienza da Jahangir e poté fare ritorno alla Mecca con regali per gli Sherif del valore di 100’000 Rupie, anche se il nuovo regnante moghul non mostrò alcun interesse ad una cura delle relazioni con i regnanti dell’Hegiaz.[74]

L’imperatore Moghul Shah Jahan (reg. 1627–1658), che sostenne generosamente gli Sherif.

Ad uno stretto intensificarsi delle relazioni moghul-sceriffali si giunse tuttavia durante il regno di Shah Jahan (reg. 1627–1658). L‘imperatore Moghul non solo riprese la tradizione della carovana annuale per l’Hajj, ma inviò anche più volte legazioni alla Mecca con regali e donativi per lo Sherif Zaid ibn Muhsin (reg. 1631–1667), vale a dire nel 1637, nel 1645, nel 1650 e nel 1653. A sua volta lo Sherif mandò nel 1643 un inviato in India, che consegnò in dono a Shah Jahan una chiave della Kaaba, e pertanto ricevette doni da Shah Jahan. Complessivamente Shah Jahan nel corso del suo regno fece pagamenti agli Sherif per un valore di più di 300’000 Rupie.[75] Aurangzeb, che nel 1658 detronizzò suo padre Shah Jahan e prese il potere nell’impero Moghul, l'anno seguente inviò una legazione nell’Hegiaz con un donativo di oltre 600’000 Rupie per le famiglie sceriffali di Mecca. Lo Sherif Zaid decise tuttavia di non accettare il denaro, perché considerava il regno di Aurangzeb come illegittimo. Soltanto nel 1662, quando una nuova delegazione moghul giunse presso di lui, egli accettò il dono. Per ringraziarlo, egli stesso inviò una delegazione a Aurangzeb, che gli consegnò in dono tre cavalli arabi ed una scopa della tomba del Profeta a Medina.[76]

I successori dello Sherif Zaid mandarono nei decenni seguenti ancora molte altre delegazioni ad Aurangzeb, tuttavia l’imperatore Moghul si mostrò non più così generoso verso queste opportunità; in seguito espresse persino apertamente la sua indignazione per l’avidità degli Sherif.[77] Una legazione, che lo Sherif Barakāt ibn Muhammad (reg. 1672–1682) mandò ad Aurangzeb all’inizio dell‘anno 1680, dopo una lunga inutile attesa di un’udienza da parte dell’imperatore, proseguì il viaggio per Banda Aceh, dove fu ricevuta dalla sultana di Aceh, che si sentì molto onorata dalla visita dalla Mecca e ricompensò generosamente gli inviati.[78] Nel 1683 la delegazione tornò indietro alla Mecca carica di tre qintār di oro, tre ratl di canfora, incenso e cinque lampade d’oro per la Kaaba.[79]

Le relazioni con gli imperatori moghul migliorarono nuovamente dopo la morte di Aurangzeb. Gli imperatori Moghul Bahadur Shah I (reg. 1707–1712) e Farrukh Siyar (reg. 1713–1719) fecero arrivare agli Sherif sussidi annuali del valore di 100’000 Rupie.[80] In seguito per motivi economici gli imperatori Moghul non poterono più mantenere il loro sostegno finanziario agli Sherif in questa entità, tuttavia le relazioni moghul-sceriffali restarono amichevoli fino alla metà del XVIII secolo.[81]

Rapporto con la nobiltà meccana e con i beduini[modifica | modifica wikitesto]

Nel XVI e XVII secolo viveva alla Mecca un numero di antiche famiglie nobiliari, ai cui parenti erano tradizionalmente riservati molti degli uffici liturgici e giuridici della Mecca. Le più importanti tra queste famiglie, che furono chiamati Dhawū l-buyūtāt, erano i Banū Zahīra, i Tabarīyūn ed i Zamzamīyūn. Esse formavano in certo modo una sorta di nobiltà cittadina. Queste famiglie legittimavano il loro primato nella Città Santa in base all’anzianità e a un’ascendenza nobile.[82] ʿAlī al-Tabarī (morto nel 1660), un membro dei Tabarīyūn che scrisse una propria opera storica sulla Mecca, trattò in un intero capitolo le regole (qawāʿid) che gli Sherif erano tenuti a rispettare nei riguardi dei Dhawū l-buyūtāt, tra le quali vi era ogni sorta di onori, come ad esempio che lo Sherif regnante dovesse riservare ai membri di queste famiglie determinati posti nelle riunioni, o partecipare ai loro funerali in caso di morte, ma anche il dovere di selezionare tra le loro file determinati ruoli amministrativi e di protocollo. Al-Tabarī attribuì allo Sherif persino il dovere di scegliersi nella cerchia dei Dhawū l-buyūtāt un “compagno” (muṣāḥib), il quale doveva stargli costantemente vicino e leggergli ad alta voce libri scientifici e letterari. Egli addusse quale motivazione di ciò il fatto che suo padre ʿAbd al-Qādir al-Tabarī (morto nel 1623) aveva ricevuto questo compito dallo Sherif Hasan ibn Abī Numaiy (reg. 1566–1601).[83]

Gli Sherif coltivavano i rapporti con i beduini dei dintorni, al punto che essi allontanavano tutti i bambini dalla madre, poco tempo dopo la nascita, anche i figli dello Sherif regnante, e li affidavano a una tribù beduina del deserto, per farli crescere da loro. I bambini ritornavano nelle loro famiglie solo a dieci-dodici anni o anche più tardi. Tale costume, che si fa risalire allo stesso Mohammed, aveva il vantaggio di rendere familiari gli Sherif fin da bambini con la lingua e gli usi dei beduini e di creare legami duraturi con queste famiglie. Per tutta la loro vita gli allievi sceriffali mostravano rispetto e amicizia per la loro ex famiglia affidataria e la trattavano come propri parenti. Spesso addirittura preferivano i loro genitori affidatari ai loro veri genitori, che a volte non avevano mai visto. I figli dello Sherif regnante erano solitamente cresciuti nella tribù degli ʿUdwān; le altre famiglie sceriffali mandavano prevalentemente i loro bambini negli accampamenti degli Hudhail, dei Thaqīf o dei Banū Saʿd o a volte anche dei Quraysh o degli Harb. Molti Sherif erano inoltre sposati con donne delle tribù beduine dei dintorni.[84]

Rivalità tra diversi clan sceriffali[modifica | modifica wikitesto]

Tavola genealogica degli ultimi regnanti sceriffali:

     Dhawū Barakāt

     Dhawū Zaid

     Dhawū ʿAun

Dal 1631 tre diversi clan del casato degli Sherif , i Dhawū ʿAbdallāh, i Dhawū Barakāt ed i Dhawū Zaid, rivaleggiarono per il potere sulla città e il suo entroterra.[85] Dal 1631 al 1671 furono i Dhawū Zaid a nominare gli emiri della Mecca, finché nel 1672 lo studioso magrebino Muhammad ibn Sulaimān in qualità di inviato ottomano portò al potere i Dhawū Barakāt, [86] anche se fin dall’inizio fu loro imposta la condizione che dovevano consegnare i tre quarti dei loro introiti alle altre famiglie sceriffali.[87] Allorché nel 1683 la delegazione inviata da Barakāt ibn Muhammad tornò da Aceh carica di molti doni, per la ripartizione di tali doni tra gli Sherif si arrivò a scontri violenti, perché lo Sherif Saʿīd ibn Barakāt non fu disposto a consegnarne i tre quarti alle altre famiglie sceriffali.[79]

Nell‘anno 1684 giunsero al potere di nuovo membri dei Dhawū Zaid, che, tranne solo poche interruzioni, durante le quali governarono sulla Mecca di nuovo membri dei Dhawū Barakāt, imposero quasi tutti i successivi Sherif regnanti della Mecca del XVIII secolo. Tuttavia in questo tempo i Dhawū Zaid dovettero ancora scontrarsi con altre famiglie sceriffali. Così all’inizio degli anni 1740, Sherif della discendenza di al-Hasan II ibn ʿAjlān (reg. 1394–1425), che vivevano a cinque giornate di viaggio a sud di Mecca, avanzarono inaspettatamente pretese sul governo della Città Santa e minacciarono i pellegrini dello Yemen.[88] Per la lotta di questi Dhawū l-Hasan, nel 1742 lo Sherif Masʿūd bin Saʿīd inviò un esercito sceriffale nel sud comandato da un suo nipote, che assediò le fortezze dei Dhawū l-Hasan, che da lì fuggirono nei monti dei Banū Sulaym. L’esercito sceriffale li inseguì e poté infine catturare il capo dei Dhawū l-Hasan, un tale ʿAssāf, assieme ai suoi più stretti seguaci, che furono condotti in catene alla Mecca e da lì gettati in prigione, dove morirono successivamente di vaiolo.[89]

Nell‘anno 1770 i Dhawū Barakāt intrapresero un ultimo tentativo di recuperare il potere alla Mecca. Con il sostegno dell’emiro egiziano, il mamelucco Ali Bey al-Kabir, che inviò alla Mecca il suo Abū dh-Dhahab con truppe,[90] il membro della loro famiglia ʿAbdallāh ibn Husain poté portare la Città santa in suo potere nel giugno del 1770. Tuttavia già quattro mesi dopo, dopo che le truppe egiziane si erano di nuovo ritirate da Mecca, venne estromesso da Ahmad ibn Saʿīd dei Dhawū Zaid.[91]

Secondo il racconto di Jean Louis Burckhardt, le diverse famiglie sceriffali della Mecca ebbero moltissimo potere fino al regno di Surūr ibn Musāʿid (1773–1788). Ogni Sherif aveva nella sua casa da 30 a 40 schiavi armati e oltre a questo potenti amici tra i beduini. Molti di loro avevano ruoli sinecura presso gli Sherif regnanti, senza il relativo dovere di rispettarli. Alcuni oltre a ciò si dedicavano con i loro seguaci e schiavi al banditismo e derubavano i pellegrini sulle vie verso la Mecca. Solo Surūr, così racconta Burckhardt, sottomise gli Sherif e si preoccupò di stabilire corrette relazioni nella Mecca. Egli ampliò la fortezza della Mecca, si procurò una grande armata di schiavi e beduini, che finanziava con le sue attività commerciali nello Yemen, e costrinse le più potenti famiglie sceriffali ad emigrare.[92] I Dhawū Barakāt, sconfitti, si ritirarono nello Yemen e in parte in diverse valli dell’Hegiaz.[93] Charles Didier ha paragonato Surūr, per il suo rafforzamento del potere centrale dell’emiro sceriffale, a Luigi XI ed a Richelieu.[94]

Primi scontri con i Wahhabiti[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del XVIII secolo divenne sempre più manifesto nella Mecca il movimento riformistico radicale dei Wahhabiti. Già lo Sherif Masʿūd ibn Saʿīd (reg. 1734–1759) era preoccupato di questo movimento ed inviò un documento alla Sublime Porta, nel quale la informava sulla presenza dell’eretico Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb nel Najd.[95] A causa del loro insegnamento, considerato eretico dagli Sherif e dalla Sublime Porta, i Wahhabiti erano teoricamente esclusi dal prendere parte all’Hajj. A partire dagli anni 1760 i Wahhabiti, appoggiati dall’emiro saudita di Dirʿīya nel Najd, inviarono molte delegazioni agli Sherif, per chiedere – con alterno esito – il permesso di prendere parte al pellegrinaggio.[96]

Anche nell‘anno 1790 i Wahhabiti inviarono di nuovo una delegazione alla Mecca, che tuttavia non poté convincere lo Sherif Ghālib, che governava dal 1788, dell’ortodossia dell’insegnamento wahhabita.[97] Da quando nella seconda metà degli anni 1780 due tribù beduine delle immediate vicinanze dell'Hegiaz si erano affiliate ai Wahhabiti, Ghālib ne sentì sempre minacciata la propria sfera di influenza. Pertanto nel 1791 inviò nel Najd suo fratello ʿAbd al-ʿAzīz ibn Musāʿid con truppe, che vi assediarono un villaggio wahhabita.[98] Queste battaglie furono il preludio di un più grande confronto militare, perché i Wahhabiti risposero all’assedio con una chiamata al Jihād, che fu ascoltata da molti dei loro seguaci.[99]

Nella primavera del 1793 Ghālib inviò una delegazione ad Istanbul, per avvisare la Sublime Porta della presenza dei Wahhabiti, ma lì non fu dato alcun tipo di attenzione alla faccenda.[100] Sebbene alle truppe sceriffali si fossero congiunte diverse fazioni beduine che avevano abbandonato la fedeltà ai Wahhabiti, nel 1796-97 i Wahhabiti poterono conquistare Bīscha e Ranya, due località strategicamente importanti dell’Hegiaz orientale che fino ad allora erano appartenute al territorio degli Sherif.[101] Nella primavera del 1798 Saud ibn Abd al-Aziz, figlio dell’emiro di Dirʿīya, inflisse a Ghālib una pesante sconfitta presso Churma.[102] Lo Sherif si vide infine costretto a entrare in negoziati con l’emiro di Dirʿīya, Abd al-Aziz ibn Muhammad. Nel 1799 fu concluso un accordo per una tregua, che stabilì le sfere di influenza delle due parti e concesse ai Wahhabiti l’accesso alle città di Mecca e Medina.[103]

Lo Sherif Ghālib tra Francesi, Britannici e Wahhabiti (1798–1813)[modifica | modifica wikitesto]

La fortezza al-Ajyād a Mecca, costruita dallo Sherif Surūr ibn Musāʿid (1773–1788) e utilizzata da Ghālib.

Ghālib fu un regnante sceriffale particolarmente ricco e ambizioso. Egli possedeva estesi possedimenti nel circondario della Mecca e di Ta'if e una piccola flotta mercantile, adibita al commercio del caffè fino ai porti dell’India. A Gedda possedeva parecchie case e caravanserragli, che affittava agli stranieri. Inoltre egli poté trattenere interamente per sé le entrate doganali del porto di Gedda, che in realtà avrebbe dovuto dividere con gli Ottomani. Altri mercanti che utilizzavano con le loro navi i porti di Gedda o Yanbuʿ dovevano pagargli un elevato dazio doganale. All’apice del suo potere la sua entrata annua era circa 350.000 sterline.[104] Con i suoi averi Ghālib costituì un esercito, che consisteva di 400 yemeniti, 400 beduini Yāfiʿ, 400 hadramiti, 400 magrebini e 400 afgani.[105]

Ghālib ricercò anche maggiore indipendenza dalla Sublime Porta.[106] Stabilì nei diversi distretti dell‘Hegiaz dei governatori, che portavano il titolo di Visir.[107] Egli costrinse i pascià ottomani che accompagnavano le carovane di pellegrini a riconoscere la sua supremazia su tutti gli affari, e sparse la voce in tutto l‘Hegiaz che egli fosse superiore in rango ad ogni funzionario ottomano e chelo stesso Sultano di Costantinopoli, secondo una rigida etichetta, dovesse stare in piedi dinanzi a lui e rendergli omaggio.[108] Dopo che nel 1798 Napoleone Bonaparte ebbe occupato l’Egitto, Ghālib considerò ciò come una favorevole opportunità per svincolarsi dalla supremazia ottomana.[109] Ali Bey al-Abbasi, che visitò la Mecca all’inizio del XIX secolo, osservò che gli Ottomani alla Mecca “non possono immischiarsi in niente che riguardi l’amministrazione, che è interamente nelle mani dello Sherif, il quale vi governa come un sultano indipendente”.[110] Al contrario Ghālib sviluppò un rapporto amichevole con i Francesi e ricevette anche inviati francesi alla sua corte. I Francesi si impegnarono con lui a mantenere le sovvenzioni egiziane per la Mecca.[111]

Temendo che Ghālib potesse fare causa comune con i Francesi, il governo britannico in India inviò all’inizio del 1800 l‘ammiraglio John Blankett a Gedda per prendere contatti con lo Sherif. Ghālib lo accolse tuttavia in modo piuttosto ostile, poiché temeva che i Britannici si sarebbero mobilitati per ristabilire la supremazia ottomana sulla Mecca.[112] Quando alla fine del 1800 i piani per un’occupazione britannica dell’Egitto si concretizzarono, i Britannici inviarono a Gedda una delegazione, guidata da Home Riggs Popham, per condurre negoziati con Ghālib per lo stabilimento di una colonia commerciale anglo-indiana a Gedda. Tuttavia i negoziati si rivelarono molto difficili, perché la Mecca dipendeva dai rifornimenti di grano dall’Egitto e lo Sherif immaginava che i Francesi sarebbero rimasti a capo dell’Egitto.[113] Poiché Ghālib restò inflessibile nei negoziati anche nella primavera del 1801, il nababbo Mahdī ʿAlī, che partecipava ai negoziati dalla parte britannica, avanzò la proposta di sostituire Ghālib con suo fratello, che aveva già governato per pochi mesi nel 1788, e ciò fu approvato dal governo britannico in India.[114] Tuttavia, il ritiro delle truppe francesi dall’Egitto fece sì che il piano non venisse più realizzato.[115]

Nel frattempo, Ghālib si trovò sempre più a dover affrontare gli attacchi di milizie wahabite nel suo territorio. Per negoziare di nuovo la pace del 1799, nel 1801 egli inviò a Dirʿīya il suo Visir e cognato ʿUthmān ibn ʿAbd al-Rahmān al-Mudāyifī[116], che tuttavia si mise al servizio dell’emiro saudita. Col sostegno dell’emiro wahabita di Bīsha, ʿUthmān conquistò la città di Ta'if nel febbraio 1083 e successivamente Qunfudha.[117] Nel frattempo Saud, che in quell’anno aveva assunto la guida dei Wahhabiti, mosse con un esercito verso la Mecca[118]. Ghālib, dopo aver inutilmente tentato di convincere i capi delle carovane di pellegrini a un intervento contro i Wahhabiti [119], nel marzo 1803, prevedendo una sicura sconfitta, si ritirò nella ben fortificata città di Gedda. Nell’aprile 1803 Saud entrò in Mecca senza combattere, vi insediò come emiro il fratello di Ghālib, ʿAbd al-Muʿīn, e vi stazionò una piccola guarnigione di Wahhabiti[120]; mosse quindi verso Gedda, ma non riuscì a conquistare la città e si ritirò con il suo esercito nel suo paese di origine. Ghālib continuò la resistenza contro i Wahhabiti, e nel luglio 1803 riconquistò la Mecca.[121]

Presto i rapporti di forza mutarono nuovamente a favore di Saud, che nel 1804 riuscì a conquistare Medina.[122] Dopo un assedio della Mecca di diversi mesi da parte di ʿUthmān, Ghālib si arrese finalmente nel febbraio 1806. Tutti i soldati dello Sherif dovettero lasciare la Mecca al comando di Saud, e la sua autorità fu annullata.[123] Ghālib dovette accettare la supremazia dell’emiro di Dirʿīya e riconoscere il Wahhabismo come unica dottrina islamica vigente.[124] Secondo diverse fonti europee, egli stesso si convertì alla fede wahhabita.[125] Nell‘ottobre 1806, tuttavia, poté tornare alla Mecca, dove fece erigere per sé una nuova fortezza sul monte Hindī.[126] Ghālib rimase ancora in carica come emiro della Mecca, si dedicò al commercio marittimo e inviò navi verso Mokha, Mascate e Surat in India. Inoltre egli poté espandere il suo governo su Suakin e Massaua sulla costa africana del Mar Rosso.[127]

Lista degli Sharīf della Mecca (967–1925)[modifica | modifica wikitesto]

Durante la dinastia fatimida (967-1101)[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera del regno fatimida di Hejaz
  • Tāymūn, ovvero Muḥammad Abū Jaʿfar, detto al-thaʿlab (La volpe) (967–980)
  • Sharīf ʿĪsā (980–994)
  • Sharīf Abū l-Futūḥ (994–1039)
  • Sharīf Shukr al-Dīn (1039–1061)
  • Abū l-Hāshim b. Muḥammad (1061–1094)
  • Ibn Abū l-Hāshim, detto al-thaʿlab (1094–1101)

Durante la dinastia ayyubide (1201–1254)[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera ayyubide del Hijaz

Durante il sultanato mamelucco (1254–1517)[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera mamelucca del Ḥijāz
  • Muḥammad Abū l-Nūbāj (1254–1301): Primo Sharīf mamelucco dopo la fine della dinastia ayyubide
  • Rumaytha Abū Rādā (1301–1346)
  • Aljan Abu Sarāja (1346–1375)
  • Al-Ḥasan II (1394–1425)
  • Barakāt I (1425–1455)
  • Malik al-ʿĀdil b. Muḥammad b. Barakāt (1455–1497)
  • Barakāt II b. Muḥammad (Barakāt Efendi) (1497–1525): costruì le prime mura di Jedda per ordine del Sultano al-Ashraf Qansūḥ al-Ghawrī

Durante l'Impero ottomano (1517–1917)[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera ottomana del Ḥijāz
Muḥammad b. ʿAbd al-Muʿīn, Sharīf della Mecca 1827–1851, da un'immagine del libro del 1848 di William Francis Lynch.
  • Barakāt Efendi (1497–1525): primo Sharīf ottomano; Lo Ḥijāz divenne uno possedimento ottomano dopo la caduta del Cairo per mano del Sultano Selim I.
  • Muḥammad Abū l-Nūbāj b. Barakāt (1525–1583): ricostruì le mura di Jedda, nel 1525 dopo la vittoria sull'Armada portoghese nel mar Rosso
  • al-Ḥasan b. Muḥammad Abū l-Nūbāj (1583–1601)
  • Idrīs b. al-Ḥasan (1601–1610)
  • Muḥsin b. al-Ḥusayn (1610–1628)
  • Aḥmad b. Ṭālib al-Ḥasan (1628–1629)
  • Masʿūd b. Idrīs (Masut Efendi) (1629–1630)
  • ʿAbd Allāh b. al-Ḥasan (1630–1631)
  • Zayd b. Muḥsin (1631–1666)
  • Saʿd b. Zayd (1666–1667)
  • Muḥsin b. Aḥmad (1667–1668)
  • Saʿd b. Zayd (1668–1670), seconda volta
  • Ḥomūd b. ʿAbd Allāh b. al-Ḥasan (1670–1670)
  • Saʿd b. Zayd (1670–1671), terza volta
  • Barakāt b. Muḥammad (1672–1682)
  • Saʿīd b. Barakāt (1682–1683)
  • Ibrāhīm b. Muḥammad (1683–1684)
  • Aḥmad b. Zayd (1684–1688)
  • Aḥmad b. Ghālib (1688–1689)
  • Muḥsin b. Aḥmad (1689–1691), seconda volta
  • Saʿīd b. Saʿd (1691–1693)
  • Saʿd b. Zayd (1693–1694), quarta volta
  • ʿAbd Allāh b. Hāshim (1694–1694)
  • Saʿd b. Zayd (1694–1702), quinta volta
  • Saʿīd b. Saʿd (1702–1704), seconda volta
  • ʿAbd al-Muḥsin b. Aḥmad (1704–1704)
  • ʿAbd al-Karīm b. Muḥammad (1704–1705)
  • Saʿīd b. Saʿd (1705–1705), terza volta
  • ʿAbd al-Karīm b. Muḥammad (1705–1711), seconda volta
  • Saʿīd b. Saʿd (1711–1717), quarta volta
  • ʿAbd Allāh b. Saʿīd (1717–1718)
  • ʿAlī b. Saʿīd (1718–1718)
  • Yaḥyā b. Barakāt (1718–1719)
  • Mubārak b Aḥmad (1719–1722)
  • Barakāt b. Yaḥyā (1722–1723)
  • Mubārak b Aḥmad (1723–1724), seconda volta
  • ʿAbd Allāh b. Saʿīd (1724–1731), seconda volta
  • Muḥammad b. ʿAbd Allāh (1731–1732)
  • Masʿūd b. Saʿīd (1732–1733)
  • Muḥammad b. ʿAbd Allāh (1733–1734), seconda volta
  • Masʿūd b. Saʿīd (1734–1759), seconda volta
  • Jaʿfar b. Saʿīd (1759–1760)
  • Musāʿid b. Saʿīd (1760–1770)
  • Aḥmad b. Saʿīd (1770–1770)
  • ʿAbd Allāh b. al-Ḥusayn (1770–1773)
  • Surūr b. Musāʿid (1773–1788)
  • ʿAbd al-Muʿīn b. Musāʿid (1788–1788): nominato da Sa'ud ibn 'Abd al-'Aziz ibn Muhammad ibn Sa'ud, primo regnante di Dirʿiyya.
  • Ghālib Efendi b. Musāʿid (1788–1803)
  • Yaḥyā b. Surūr (1803–1813): incarcerato a Costantinopoli durante la guerra ottomano-saudita
  • Ghālib Efendi b. Musāʿid (1813–1827), seconda volta
  • ʿAbd al-Muṭṭalib b. Ghālib (1827–1827)
  • Muḥammad b. ʿAbd al-Muʿīn (1827–1851)
  • ʿAbd al-Muṭṭalib b. Ghālib (1851–1856), seconda volta
  • Muḥammad b. ʿAbd al-Muʿīn (1856–1858), seconda volta
  • ʿAbd Allāh Kāmil Pascià (1858–1877)
  • al-Ḥusayn b. Muḥammad (1877–1880)
  • ʿAbd al-Muṭṭalib b. Ghālib (1880–1882), terza volta
  • ʿAwn al-Rafīq Pascià (1882–1905)
  • ʿAlī ʿAbd Allāh Pascià (1905–1908)
  • al-Ḥusayn b. ʿAlī Pascià (1908–1916) (successivamente re al-Ḥusayn b. ʿAlī)
  • ʿAlī Haydar Pascià (1916–1917)
Bandiera del regno del Ḥijāz

Durante il Regno del Ḥijāz (1916–1925)[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ibn Saud reign of Hejaz - www.saudinf.com.
  2. ^ Steenbergen: Caliphate and kingship. 2016, pag. 19.
  3. ^ Cfr. i documenti riprodotti in Uzunçarşılı: Mekke-i mükerreme emirleri. 1984, pagg. 31–34
  4. ^ Il termine si trova per la prima volta in Didier: Séjour chez le Grand-Chérif de la Mekke. 1857.
  5. ^ Sulla designazione di "Grand Sherif" come invenzione europea si veda anche David Georg Hogarth: Hejaz before World War I. A Handbook. Oleander Press, Cambridge, 1978. pag. 50.
  6. ^ Mortel: The Genealogy of the Ḥasanid Sharifs of Mecca. 1985, pagg. 229–242.
  7. ^ a b c Cfr. Ibn Zainī Daḥlān: Ḫulāṣat al-kalām. 1887, pag. 16.
  8. ^ Mortel: The Genealogy of the Ḥasanid Sharifs of Mecca. 1985, pag. 243.
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  121. ^ Snouck Hurgronje: Mekka. 1888, Vol. I, pag. 150.
  122. ^ Gaury: The Rulers of Mecca. 1954, pag. 187.
  123. ^ Cfr. Ali Bey: Travels of Ali Bey. 1816. Vol. II, pag. 141, che tuttavia erroneamente indica l‘anno 1807.
  124. ^ Snouck Hurgronje: Mekka. 1888, Vol. I, pagg. 151–152.
  125. ^ Cfr. Didier: Ein Aufenthalt bei dem Groß-Scherif von Mekka. 1862, pag. 238; ed anche Blunt: The Future of Islam. 1882, pag. 121.
  126. ^ Ibn Zainī Daḥlān: Ḫulāṣat al-kalām. 1887, pag. 293.
  127. ^ Ali Bey: Travels of Ali Bey. 1816. Vol. II, pag. 141, 162.