Cherusci

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Cherusci
Cherusci
Il popolo dei Cherusci lungo il medio corso del Weser (Visurgis) attorno al 50, durante l'Impero di Claudio
Sottogruppi

faceva parte dei Germani occidentali (Herminones, di cui facevano parte anche Catti, Ermunduri e Suebi)[1]

Luogo d'origine Bassa Sassonia meridionale
Periodo Dal I secolo a.C. al III secolo d.C.
Lingua Lingue germaniche
Distribuzione
Germania Magna

I Cherusci erano una tribù germanica che abitò nella valle del Reno e nelle pianure e foreste della Germania nord-occidentale (tra l'attuale Osnabrück e Hannover) tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C.

Territorio[modifica | modifica sorgente]

Al tempo di Plinio il Vecchio, Strabone e Tacito (fine I secolo d.C.) occuparono i territori della Bassa Sassonia meridionale. Confinavano con Ampsivari, Bructeri, Marsi e Sigambri (a ovest), Catti (a sud), Cauci (a nord) e Fosi (ad est).[1][2]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Origini[modifica | modifica sorgente]

Pomponio Mela, nella sua Chorographia[3], colloca gli Herminones nell'area del Golfo di Codano; secondo la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, gli Herminones comprendevano i Suebi (che in realtà coincidevano con la totalità del popolo), gli Ermunduri, i Catti e i Cherusci[1] (sebbene queste ultime due tribù altri le collochino invece tra gli 'Istaevones).

Guerre contro i Romani sotto Augusto e Tiberio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Occupazione romana della Germania sotto Augusto, Battaglia della foresta di Teutoburgo e Spedizione germanica di Germanico.

Essi furono dapprima alleati e poi nemici di Roma. Furono combattuti per primi da un generale romano, il figliastro di Augusto, Druso maggiore, nel corso delle campagne militari del 12-9 a.C.. Si racconta infatti che:

  • Nell'11 a.C. Druso operò più a sud, affrontando e battendo per primi il popolo degli Usipeti. Gettò un ponte sul fiume Lupia, l'attuale Lippe (che si trova di fronte a Castra Vetera, l'odierna Xanten) ed invase il territorio dei Sigambri (assenti poiché in lotta con i vicini Catti), costruendovi alcune fortezze (tra cui la latina Aliso); si spinse, infine, nei territori di Marsi e Cherusci, fino al fiume Visurgis, l'odierno Weser.[4]
  • Nel 9 a.C. costrinse alla resa prima i Marcomanni (che in seguito a questi avvenimenti decisero di migrare in Boemia), poi la potente tribù dei Catti ed alcune popolazione suebe limitrofe (probabilmente gli Ermunduri) oltre ai Cherusci, e si spinse dove nessun altro romano era giunto mai, al fiume Elba.[5] Morì poco dopo, davanti agli occhi del fratello, Tiberio Claudio Nerone, accorso al suo capezzale, per una banale caduta da cavallo.[6]

Lucio Domizio Enobarbo (dal 3 all'1 a.C.) condusse una serie di campagne militari, intervenendo negli affari interni dei Cherusci (che si trovavano al di là del fiume Weser), ma pur non subendo una sconfitta campale, si guardò bene dall'intraprendere nuove azioni in quelle regioni, non ancora sottomesse al dominio di Roma (1 a.C.). Per tutte queste azioni militari si meritò gli ornamenta triumphalia. Negli anni dall'1 al 3, Marco Vinicio, nominato legatus Augusti pro praetore della Gallia Comata, Germania (fino al fiume Weser) e Rezia occidentale, riuscì a sedare una grave rivolta tra i Germani, primi fra tutti i Cherusci, al termine della quale ottenne gli Ornamenta triumphalia de Cherusciis.

Più tardi, nel 4 d.C. fu Tiberio, il futuro imperatore, ad entrare in Germania, dove sottomise Canninefati, Cattuari e Bructeri; riacquistò inoltre al dominio di Roma i Cherusci (popolazione a cui apparteneva Arminio). Ma i piani strategici di Tiberio prevedevano di passare il fiume Visurgis (attuale Weser) e penetrare oltre. Velleio Patercolo ricorda che «si attribuì tutta la responsabilità di questa guerra tanto disagevole e pericolosa, mentre le operazioni di minor rischio furono affidate al suo legato, Senzio Saturnino». Sul finire dell'anno lasciò, infine, presso le sorgenti del fiume Lupia (attuale Lippe), un accampamento legionario invernale (si tratta forse del sito archeologico di Anreppen).[7]

L'armata romana di Varo è sorpresa nella foresta di Teutoburgo (oggi Kalkriese) e completamente annientata

I Cherusci sono però ricordati, soprattutto per la loro partecipazione alla battaglia della foresta di Teutoburgo, quando un esercito di tribù germaniche (Cherusci appunto, Bructeri, Marsi e Catti), coalizzate sotto il comando del capo dei Cherusci, Arminio, distrusse un esercito romano, posto sotti il comando di Publio Quintilio Varo (nel 9 d.C.). La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese,[8] nella Bassa Sassonia, e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria.[9]

« [...] i Cherusci ed i loro alleati, nel cui paese tre legioni romane, insieme al loro comandante Varo, sono state annientate dopo un agguato, in violazione di un patto [...] »
(Strabone, Geographia, VII, 1, 4.)

Questa devastante sconfitta di fatto arrestò l'espansione di Roma in Germania e costrinse l'impero romano, dopo alcuni anni di campagne militari condotte da Germanico, pur culminate nella vittoria romana (vedi Battaglia di Idistaviso), a ritirarsi definitivamente oltre il Reno e il Danubio. Così lo storico Tacito descrive il momento precedente lo scontro tra le due masse di armati ad Idistaviso:

La piana di Idistaviso e la battaglia che si svolse tra le legioni di Germanico e le orde dei Germani di Arminio nel 16 d.C.
« Il fiume Visurgi divideva i Romani dai Cherusci. Sulla riva opposta si fermò Arminio con altri capi e domandò se Cesare Germanico era arrivato. Come venne a sapere che c'era, chiese di poter parlare con il fratello, il quale militava nell'esercito romano con il nome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito ad una ferita pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio. Concessagli l'autorizzazione al colloquio, Flavo avanzò salutato da Arminio, il quale, allontanata la sua scorta, chiese il ritiro dei nostri arcieri schierati lungo la riva del fiume. Dopo che questi si furono ritirari, chiese al fratello l'origine di quello sfregio sul volto. Quest'ultimo gli riferì il luogo e la battaglia. Arminio chiese ancora quale compenso avesse ricevuto. Flavo rammentò lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, mentre Arminio irrideva la sua servitù a Roma per quegli insignificanti e vili compensi ricevuti... continuarono a parlare, Flavo esaltando la grandezza di Roma... Arminio ricordando la religione della patria, l'antica libertà... la madre di entrambi, alleata a lui nelle preghiere, perché Flavo non volesse abbandonare parenti, amici e tutta la sua gente... e non preferisse essere traditore piuttosto che capo... A poco a poco passati ad insultarsi, poco mancò che si gettassero l'uno contro l'altro... se Stertinio non avesse trattenuto Flavo... »
(Cornelio Tacito, Annali II, 9-10.)

E ancora Tacito racconta:

« Era quasi sicuro che il nemico germanico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, tanto che, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile portare a termine la guerra. (seguita da una possibile nuova occupazione) Ma Tiberio, con frequenti lettere, consigliava Germanico di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva raccolto numerosi successi in grandi battaglie, ma doveva ricordarsi dei gravi danni provocati, pur senza sua colpa, dal vento e dall'Oceano. (Tiberio ricordava che) inviato ben 9 volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Egli aveva accettato la resa dei Sigambri, costretto alla pace i Suebi ed il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli che si erano ribellati, ora i Romani si erano vendicati, si potevano lasciare alle loro discordie interne. E quando Germanico gli chiese ancora un anno per concludere la guerra... gli offrì un secondo consolato... ed aggiungeva che, se fosse stato ancora necessario combattere, Germanico avrebbe dovuto lasciare una possibilità di gloria anche per il fratello Druso. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che per odio Tiberio gli voleva strappare quell'onore che già aveva conseguito»
(Cornelio Tacito, Annali II, 26.)

Lotta tra Arminio (Cherusci) e Maroboduo (Marcomanni)[modifica | modifica sorgente]

Busto detto di Arminius

Una volta che i Romani si ritirarono, scoppiò la guerra tra Arminio e Maroboduo, l'altro potente capo germanico dell'epoca, re dei Marcomanni (che erano stanziati nell'odierna Boemia). Le due coalizioni si scontrarono in una battaglia campale. Nel 18, infatti, Arminio, dopo aver raggruppato sotto il suo comando numerose tribù germaniche (come Longobardi, Semnoni, che defezionarono dalla confederazione marcomanna), mosse guerra ai Marcomanni. Arminio non poté contare su un certo Inguiomero, suo zio, che preferì schierarsi dalla parte del re marcomanno per non dover rassegnarsi ad ubbidire al giovane figlio del fratello.

Si arrivò ad uno scontro frontale tra le due fazioni (era il 18 o 19). Contrariamente alle antiche tradizioni germaniche, ora abituati a seguire gli ordini dei loro comandanti dopo tanti anni di guerre condotte contro i Romani ed in alcuni casi dopo aver militato tra le file delle truppe ausiliarie romane, le due schiere si affrontano disposte in modo ordinato. Arminio addirittura "indicava le spoglie e le armi romane, che vedeva ancora impugnate da molti", dopo averle strappate in seguito al massacro delle legioni di Varo (battaglia della foresta di Teutoburgo).[10] L'ex ausiliario accusava infatti Maroboduo di essere "un satellite di Cesare, che meritava d'essere spazzato via con lo stesso furore con cui avevano eliminato Quintilio Varo".[10] Così racconta Tacito la battaglia:

« In nessun altro luogo mai avvenne scontro tra forze di maggior mole, né più incerto fu l'esito. Da entrambe le parti, sbaragliata l'ala destra, la battaglia si sarebbe forse ricombattuta se Maroboduo non avesse posto l'accampamento in alto sui colli. Questo fu il segnale della sua disgrazia. Sguarnito l'esercito lentamente, a causa delle diserzioni continue, egli dovette rifugiarsi presso i Marcomanni, e mandò a Tiberio ambasciatori per chiedere l'intervento romano. »
(Tacito, Annales, II, 46))

Tiberio gli rispose che non sarebbe intervenuto in faccende interne alle popolazioni germaniche, poiché Maroboduo stesso si era mantenuto neutrale quando nel 9 Augusto aveva richiesto il suo aiuto militare dopo la sconfitta di Varo.[11]

La guerra si era pertanto conclusa con una vittoria di misura da parte di Arminio. Maroboduo fu costretto a chiedere asilo all'imperatore Tiberio poiché un giovane nobile di nome Catualda, in passato esiliato dallo stesso Maroboduo, decise di vendicarsi e con l'inganno riuscì ad irrompere nella reggia di Maroboduo privandolo del suo regno.[12] Tiberio, una volta venuto a sapere che Maroboduo, fuggito dal suo regno, aveva passato il Danubio e si era spinto fino nel Norico, decise di accogliere le sue richieste lasciando che lui e la sua corte potessero prender dimora a Ravenna.

L'anno successivo, nel 19, Arminio fu assassinato dai suoi sudditi, che temevano il suo crescente potere:

« Apprendo dagli storici e dai senatori contemporanei agli eventi che in Senato fu letta una lettera di Adgandestrio, capo dei Catti, con la quale prometteva la morte di Arminio se gli fosse stato inviato un veleno adatto all'assassinio. Gli fu risposto che il popolo romano si vendicava dei suoi nemici non con la frode o con trame occulte, ma apertamente e con le armi [...] del resto Arminio, aspirando al regno mentre i Romani si stavano ritirando a seguito della cacciata di Maroboduo, ebbe a suo sfavore l'amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non al popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma ad un Impero nel suo massimo splendore. Ebbe fortuna alterna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, ignorato nelle storie dei Greci che ammirano solo le proprie imprese, da noi Romani non è celebrato ancora come si dovrebbe, noi che mentre esaltiamo l'antichità non badiamo ai fatti recenti. »
(Tacito, Annales II, 88)

Al tempo di Domiziano[modifica | modifica sorgente]

Sappiamo che al tempo di Domiziano (attorno all'88), il re dei Cherusci, Chariomero, venne cacciato dal suo regno dai Catti, poiché si era dimostrato amico ed alleato dei Romani. Inizialmente riuscì a radunare un nuovo esercito ed a fare ritorno; ma più tardi venne abbandonato da chi lo aveva rimesso sul trono, quando decise di inviare ostaggi ai Romani, divenendo "cliente" di Domiziano. Egli non garantì alcun sostegno militare ai Romani, ma ricevette denaro dai Romani.[13]

III e IV secolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sassoni.

Sembra che i Cherusci confluirono nella federazione dei Sassoni già a partire dal III secolo. Si racconta ad esempio che negli anni:

286
Il prefetto della flotta del canale della Manica, il futuro usurpatore Carausio, che aveva come sede principale della flotta la città di Gesoriacum, riuscì a respingere gli attacchi dei pirati Franchi e Sassoni lungo le coste della Britannia e della Gallia Belgica,[14] mentre Massimiano sconfisse Burgundi ed Alemanni, come suggerisce un suo panegirico del 289.[15]
287
Nuovi successi sulle tribù germaniche sono confermate dal fatto che a Diocleziano fu rinnovato l'appellativo di "Germanicus maximus" per ben due volte nel corso dell'anno. I successi furono ottenuti dalle armate dell'altro augusto, Massimiano, contro Alemanni e Burgundi sull'alto Reno,[16][17][18] oltre a Sassoni e Franchi lungo il corso inferiore.[19]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Plinio il Vecchio, Naturalis historia, IV, 100.
  2. ^ Strabone, Geografia, VII, 1.4.
  3. ^ Pomponio Mela, Chorographia, III, 31.
  4. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV, 33.3-5.
  5. ^ Cassio Dione, Storia romana, LV, 1.5.
  6. ^ Cassio Dione, Storia romana, LV, 2.1-2.
  7. ^ Velleio Patercolo, Historiae romanae ad Marcum Vinicium libri duo, II, 105.
  8. ^ Il sito della battaglia di Teutoburgo presso la moderna Kalkriese.
  9. ^ SvetonioAugustus, 23.
  10. ^ a b Tacito, Annales, 45
  11. ^ Tacito, Annales, 46
  12. ^ Tacito, Annales, 63
  13. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVII, 5.1.
  14. ^ Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9.21; Grant, p. 279.
  15. ^ Southern, p. 209.
  16. ^ Scarre, p. 197.
  17. ^ CIL XI, 1594; CIL XIII, 5249; Grant, p. 273.
  18. ^ Panegyrici latini, II, 5 XII panegyrici latini.
  19. ^ Panegyrici latini, II, 7-8; VI, 8 XII panegyrici latini.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche
Fonti moderne
  • (EN) Chris Scarre, Chronicle of the roman emperors, New York, 1999. ISBN 0-500-05077-5.
  • (EN) H. Schönberger, The Roman Frontier in Germany: an Archaeological Survey, in Journal of Roman studies, Londra, 1969.
  • (EN) Pat Southern, The Roman Empire: from Severus to Constantine, Londra & New York, 2001. ISBN 0-415-23944-3.