Battaglia di Idistaviso

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Battaglia di Idistaviso
Bust Germanicus Massimo.jpg
Busto di Germanico, il generale romano vincitore della battaglia.
Data 16 d.C.
Luogo Germania, presso il fiume Weser
Esito Vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
1.000 pretoriani,

24.000 legionari (tratti dalle vexillationes di 8 legioni),
20.000 fanti ausiliari (pari a circa 40 coorti),
4.000 cavalieri (8 Alae),
800 (2 Alae) arcieri a cavallo,
5.000 alleati germani tra Ubi, Cauci, Batavi, Frisoni, ecc..

Per un totale di 50/55.000 uomini
45/50.000 nella prima battaglia
(forse di più nella seconda battaglia)
Perdite
sconosciute notevoli
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La battaglia di Idistaviso è da considerarsi come la risposta romana ai Germani, in seguito alla sconfitta subita da Varo, nel 9 nella battaglia di Teutoburgo. Nel 16, il legato imperiale Germanico riuscì a battere Arminio in due grandi battaglie: la prima nella piana di Idistaviso, la seconda di fronte al Vallo angrivariano, entrambe tra la riva destra del fiume Visurgi (attuale Weser), le colline circostanti, la grande foresta germanica e le paludi più a nord.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Occupazione romana della Germania sotto Augusto e Spedizione germanica di Germanico.

Dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo, i Romani avevano deciso di abbandonare la nuova provincia di Germania, ad est del fiume Reno.

Seguirono due anni di campagne, sotto l'alto comando di Tiberio (a cui partecipò anche lo stesso Germanico), nel 10 ed 11 d.C., volte a scongiurare una possibile invasione germanica ed a prevenire possibili sommosse tra le popolazioni delle province galliche.

Tiberio, una volta succeduto ad Augusto, era deciso a seguire la politica del suo predecessore, mantenendo i confini al Reno e abbandonando definitivamente il progetto di annessione della Germania se il figlio adottivo, Germanico, inviato come proconsole della Gallia per un censimento, spinto dal desiderio e dall'ossessione di voler emulare il padre, Druso, decideva, di sua iniziativa, di riprendere le azioni militari contro le popolazioni germaniche, invadendo i loro territori.

Battaglia[modifica | modifica sorgente]

Fase 1: nella piana di Idistaviso[modifica | modifica sorgente]

Preludio alla prima battaglia[modifica | modifica sorgente]

Germanico, che aveva raggiunto il fiume Visurgi, all'altezza dell'attuale località di Minden, proveniente dal fiume Amisia più ad occidente, trovò i Germani schierati a battaglia sulla sponda destra del fiume.

Egli, ritenendo poco prudente mandare le legioni allo sbaraglio, senza prima aver costruito i necessari ponti e disposti i relativi presidi, decise di mandare in avanscoperta la cavalleria. La guidavano Stertinio ed Emilio, uno dei centurioni primipili delle 8 legioni, i quali furono divisi in due colonne, poste in luoghi sufficientemente distanziati, per evitare di essere schiacciati dall'esercito nemico in un sol punto e dividerne le forze.

Cariovaldo, capo dei Batavi (alleati dei Romani), una volta attraversato il fiume, si mise all'inseguimento dei Cherusci senza minimamente sospettare si trattasse di una tattica per attirarlo in un'imboscata. I Germani avevano, infatti, simulato una fuga per attirarlo in una piana lontana dalle legioni e circondata da boschi. Ed una volta raggiunta, balzarono fuori travolgendo i Batavi ancora increduli. La ritirata fu inevitabile, ma i Cherusci chiusero ogni varco agli alleati romani, che provarono prima a disporsi in cerchio, mentre i Germani lanciando da lontano numerosi dardi, procuravano continue perdite tra le file dei Batavi.

Cariovaldo, esasperato dalla situazione, decise di riprendere la strada delle linee romane, provando a sfondare l'assedio nemico, ma il tentativo si rivelò disperato, tanto che lo stesso comandante dei Batavi, una volta sbalzato dal cavallo, fu sopraffatto dai dardi, mentre attorno a lui cadevano molti nobili della sua tribù. Fu solo grazie all'intervento della cavalleria di Stertinio ed Emilio che le rimanenti truppe batave riuscirono a salvarsi.

Varcato il Visurgi, Germanico venne a sapere da un disertore il luogo scelto da Arminio per la battaglia e che nella notte i Germani avrebbero tentato un assalto all'accampamento romano. Ed infatti al calar della notte, dopo la mezzanotte, ci fu l'assalto al campo, ma i Germani furono costretti a desistere dopo poco, avendo appreso che le coorti legionarie erano disposte dietro le difese e le sorvegliavano, senza che vi fosse nessun punto incustodito.

Il campo di battaglia[modifica | modifica sorgente]

La campagna militare di Germanico nel 16 d.C.

La mattina seguente i soldati romani erano talmente impazienti di combattere contro il nemico germano, che furono condotti nella piana di Idistaviso, che si estende tra il fiume Visurgi e le colline, a seconda delle anse del fiume ed del protendersi dei vicini colli. Alle spalle dei Germani si vedeva una fitta foresta con alberi altissimi e priva di sottobosco.

Ordine di battaglia[modifica | modifica sorgente]

I Germani occuparono la piana, alle cui spalle si stendeva la fitta foresta, mentre solo i Cherusci di Arminio, si sistemarono sui colli circostanti, per precipitarsi dall'alto contro il lato destro dello schieramento romano.

I Romani disposero le proprie truppe, in modo da conservare lo stesso ordine di marcia:

I Romani adottavano, pertanto, una formazione simmetrica rispetto al fronte d'attacco, per evitare di essere colpiti alle spalle, in un paese così ricco di vegetazione, al di là della quale era difficile prevedere quale insidie si nascondessero.

L'attacco[modifica | modifica sorgente]

I primi ad attaccare furono proprio i Cherusci di Arminio come ci racconta Tacito:

La piana di Idistaviso e la battaglia che si svolse tra le legioni di Germanico e le orde dei Germani di Arminio nel 16.
« Viste le orde dei Cherusci precipitarsi giù con impeto furibondo, Germanico diede ordine ai migliori cavalieri di caricare i nemici sul fianco, ed a Stertinio di aggirarli con gli altri squadroni di cavalleria e di attaccarli alle spalle; egli stesso sarebbe intervenuto al momento opportuno. In quell'istante, come augurio di buona fortuna, otto aquile attirarono l'attenzione di Germanico, che le vide volare verso la foresta per entrarvi. Egli comandò ai suoi di marciare avanti e di seguire gli uccelli simbolo di Roma, protettori delle legioni! E subito avanzarono i fanti schierati, mentre i cavalieri, già lanciati all'attacco, investirono le ultime fila ed i fianchi nemici, e cosa strabiliante, accadde che due formazioni nemiche fuggirono in senso opposto: quelli che occupavano la foresta si lanciarono verso la pianura, mentre quelli schierati nella piana si precipitarono verso la foresta. Presi nel mezzo, c'erano i Cherusci, che erano sospinti giù dai colli. Tra questi sovrastava Arminio, il quale a gesti, con le grida e mostrando la ferita, cercava di tenere alte le sorti della battaglia, e si scagliava sugli arcieri e li avrebbe distrutti, se non l'avessero fronteggiato i reparti ausiliari di Reti, Vindelici e Galli. Tuttavia grazie alla prestanza fisica, all'impeto del cavallo, ed al fatto che si era imbrattato il volto col proprio sangue per non essere riconosciuto, riuscì a passare. Alcuni sostengono che i Cauci, impegnati tra gli ausiliari romani, pur avendolo riconosciuto, l'abbiano lasciato fuggire. Egual valore o analogo inganno procurò la salvezza ad Inguiomero. Gli altri, ovunque sul campo, furono trucidati, e la maggior parte che tentava di passare a nuoto il Visurgi, furono colpiti e travolti dai dardi o per la violenza della corrente del fiume, oltre alla calca degli uomini che irrompeva, lungo le rive delle sponde del fiume che franavano. Alcuni, arrampicatisi con una fuga vergognosa sulle cime degli alberi e nascosti fra i rami, divennero, tra lo scherno, il bersaglio di arcieri che erano stati fatti avanzare; altri furono fatti cadere a terra dagli alberi che venivano abbattuti. »
(Cornelio Tacito, Annali, ii.17.)

La vittoria romana fu grande, senza grandi perdite per i Romani. Si combatté ininterrottamente dalle 11.00 fino a notte, mentre i nemici germani uccisi coprivano con i loro cadaveri e le armi la piana per almeno diecimila passi. Cosa curiosa è che fra le spoglie furono trovate anche delle catene che servivano per incatenare i Romani, sicuri com'erano, i Germani, della vittoria.

I soldati di Germanico acclamarono, sul campo di battaglia, Tiberio, Imperator ed innalzarono un tumulo, sul quale posero le armi dei vinti, come se fosse un trofeo, ed una scritta riportante i nomi dei popoli vinti (tra cui certamente i Cherusci, i Fosi, ed i Dulgubini, e forse anche gli stessi Longobardi insieme ad altre popolazioni della regione).

Fase 2: di fronte al vallo degli Angrivari (poco più a nord)[modifica | modifica sorgente]

I Germani, provocati non tanto dalle ferite e dal massacro subito nella piana di Idistaviso, ma soprattutto dall'ira nel vedere la gioia dei Romani che innalzavano quel trofeo con le armi dei vinti (mentre questi ultimi stavano già scappando al di là dell'Elba), decisero di tornare a combattere per la libertà perduta.

Furono arruolati tutti quelli che potevano portare le armi: dai giovani agli anziani. Tutti avevano deciso di entrare tra le schiere germane e di partecipare all'attacco contro la colonna romana in marcia.

La battaglia del vallo degli Angrivari (16 d.C.) ovvero la seconda fase della battaglia di Idistaviso tra Germanico ed Arminio.

Il secondo campo di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Ancora una volta Arminio ed i capi germani scelsero la località dove scontrarsi con l'esercito romano: un luogo chiuso tra il fiume (il Visurgis) e le foreste, dove nel mezzo si trovava una pianura stretta ed umida. Tutto attorno c'era una grande palude che circondava, a sua volta, la foresta, tranne che su un lato, dove gli Angrivari avevano costruito un largo terrapieno, che li divideva dai vicini Cherusci.

Ordine della seconda battaglia[modifica | modifica sorgente]

Lungo l'intero vallo angrivariano si attestarono le fanterie germaniche, mentre la cavalleria fu nascosta nei boschi vicini, per trovarsi alle spalle delle legioni, una volta che queste, superata la foresta, si fossero trovate di fronte al vallo.

Germanico, appreso dai suoi informatori dei piani e delle posizioni del nemico, si apprestò a volgere gli stratagemmi dei Germani a loro danno, disponendo le truppe in modo che:

  • il legato Seio Tuberone occupasse la pianura con la cavalleria;
  • le fanterie legionarie si dividessero in due parti: la prima pronta a penetrare nella foresta per una via piana, la seconda che provasse a dare la scalata al terrapieno dove si trovavano i nemici.

Il secondo attacco[modifica | modifica sorgente]

Quelli cui era toccata la parte pianeggiante avanzarono di slancio, mentre quelli che dovevano attaccare il terrapieno, che sembrava quasi un muro, subivano continue perdite sotto i colpi, dall'alto, dei nemici. Germanico, avendo notato queste difficoltà sorte lungo il vallo angrivariano, decise di far arretrare le legioni, per evitar loro di subire continue perdite senza colpo ferire, ed avanzò le linee dei frombolieri. L'attacco di questi ultimi provocò grande scompiglio tra le file dei Germani, ora sotto un fitto lancio di dardi romani. Di lì a poco anche le macchine da guerra romane cominciarono a scagliare dardi ed aste, tanto da provocare una strage tra i difensori del vallo.

Seguì l'attacco delle legioni. Il vallo degli Angrivari fu occupato, e Germanico, alla testa delle coorti pretorie, guidò un nuovo attacco nella foresta, dove lo scontro fu all'ultimo sangue in un corpo a corpo mortale. Il nemico aveva alle spalle la palude, mentre il fiume o i monti chiudevano la via ai Romani. Per entrambi l'unica speranza di sopravvivere era riposta nel loro valore e nella vittoria.

Lo scontro che ne seguì, fu tremendo, ma alla fine i Romani prevalsero, ancora una volta, sul nemico germanico grazie al miglior armamento ed alla superiore tattica di combattimento:

  • I Germani, che si trovavano in maggiori difficoltà in quello spazio ristretto, non riuscirono a distendere e ritrarre le loro lunghe aste, costretti com'erano ad uno scontro praticamente da fermi, senza poter sfruttare la loro maggior agilità.
  • I Romani, al contrario, riuscirono a trafiggere le enormi membra ed i visi non coperti dalle armature o dagli elmi dei barbari, avendo lo scudo aderente al petto e la mano salda sull'impugnatura della spada, tanto da aprirsi il passaggio facendo strage dei nemici.

Arminio, ormai logorato dal combattimento e dalla recente ferita, cominciò a cedere anch'egli, come pure lo stesso Inguiomero, che s'aggirava rapido per tutto lo schieramento germano.

Germanico, al contrario, si tolse l'elmo per essere riconosciuto da tutti, incitandoli ad insistere nel massacro. Gridava che non servivano prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe posto fine alla guerra. Verso la fine della giornata, ritirò una legione dal terreno di battaglia per costruire l'accampamento, mentre le altre continuarono la strage del nemico fino a notte, mentre la cavalleria si batté con esito incerto contro quella germanica.

Germanico, al termine di questa seconda battaglia, fece innalzare in segno di vittoria, un secondo trofeo recante l'iscrizione:

« L'esercito di Tiberio Cesare, vinte le popolazioni tra l'Elba e il Reno, consacrò questo monumento a Marte, a Giove e ad Augusto »
(Cornelio Tacito, Annali II, 22.)

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Le due battaglie, per quanto ebbero esito positivo per le armate romane, vendicarono solo il massacro di Varo e delle sue tre legioni, ma non ristabilirono i domini di Roma sul popolo dei Germani. Tiberio preferiva che fossero le discordie interne tra i popoli della Germania, il loro principale nemico, non le armate di Roma, ora lasciate sulla riva sinistra del Reno a guardia dei territori imperiali.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Wells, C.M., The german policy of Augustus, 1972.
  • Santo Mazzarino, L'impero romano, vol.1, Laterza, 1976.
  • Grant, Michael, Gli imperatori romani, Roma 1984.
  • AAVV, Gli imperatori romani, Torino 1994.
  • CAH, L'impero romano da Augusto agli Antonini, Milano 1975.
  • Lidia Storoni Mazzolani, Tiberio o la spirale del potere, Milano 1992.
  • Antonio Spinosa, Tiberio: l'imperatore che non amava Roma, Milano 1991.
  • H.H.Scullard, Storia del mondo romano, Milano 1992.