Palazzo Barbaro Wolkoff

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Palazzo Barbaro Wolkoff
Pal barbaro wolkoff.JPG
La facciata sul Canal Grande
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneVeneto Veneto
LocalitàVenezia
Indirizzosestiere di Dorsoduro
Coordinate45°25′51.07″N 12°19′56.73″E / 45.430854°N 12.332424°E45.430854; 12.332424Coordinate: 45°25′51.07″N 12°19′56.73″E / 45.430854°N 12.332424°E45.430854; 12.332424
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Pianicinque

Palazzo Barbaro Wolkoff è un edificio civile veneziano sito nel sestiere di Dorsoduro e affacciato sul Canal Grande tra Ca' Dario e Casa Salviati.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio, realizzato inizialmente secondo i canoni dell'architettura veneto - bizantina, è stato poi ristrutturato mediante l'aggiunta di elementi gotici durante il XV secolo. Nel 1894 Eleonora Duse visse all'ultimo piano del palazzo, ospite di Alexander Wolkoff Mouronzov, che aveva da poco acquistato l'interno stabile.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Barbaro Wolkoff (a sinistra) affiancato da Ca' Dario in una foto di Paolo Monti del 1969

Realizzata quasi interamente in mattoni rossi, la disomogenea facciata si segnala per il suo straordinario sviluppo verticale: si divide infatti in piano terra, mezzanino, piano nobile e due piani superiori. La disposizione degli elementi decorativi, apparentemente priva di ordine, rende difficile l'analisi del fronte principale, dominato dalla leggiadria dell'esafora del piano nobile, riquadrata da una cornice dentellata. Elementi di contorno solo il portale ad acqua archiacuto, in stile gotico, le numerose monofore e le polifore dei piani superiori. Analizzando i piani superiori si nota come, al contrario della trifora e della monofora gotiche dell'ultimo piano, che riprendono lo stile generale dell'edificio, la quadrifora e la bifora del quarto siano caratterizzati da un deciso anacronismo, causa la loro forma inflessa. Patere e stemmi sono opere moderne.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Brusegan, p. 28

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]