Slavia friulana

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Slavia friulana
Topolò, tipico villaggio delle Valli del Natisone nella Slavia friulana
Topolò, tipico villaggio delle Valli del Natisone nella Slavia friulana
Stati Italia Italia
Regioni Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia
Superficie 285,6 km²
Abitanti 7 570 (2007)
Densità 26,5 ab./km²
Lingue italiano, friulano, sloveno
Fusi orari UTC+1

La Slavia friulana (Beneška Slovenija  o Benečija in sloveno) è quella regione collinare e montuosa (Prealpi Giulie) del Friuli orientale, estesa tra Cividale del Friuli e i monti che sovrastano Caporetto (ora in Slovenia). La denominazione è dovuta alla popolazione slavofona insediatavi nell' VIII secolo e di cui vi si può trovare ancora presenza.

Denominazioni e ambito territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Aree della provincia di Udine caratterizzate dalla presenza di abitanti di madre lingua slovena e comuni in cui si applicano le misure di tutela della minoranza slovena, a norma dell'art. 4 della legge 23-02-2001, n. 38 - Fonte: Decreto del Presidente della Repubblica 12 settembre 2007 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 276 del 27 novembre 2007)

Originariamente, il toponimo Slavia friulana venne adottato alla metà del XIX secolo per indicare l'intera area slavofona del Friuli, cioè: le valli del Natisone, di Resia, del Torre e dello Judrio.

Tuttavia, negli anni '20 del secolo successivo, si iniziò ad usarlo per le sole Valli del Natisone sostituendo così quello di Slavia italiana, utilizzato precedentemente per pochi decenni. Origine di ciò fu l'esigenza di un toponimo più specifico perché, dopo l'allargamento a est dei confini italiani nel 1919, le terre slavofone soggette al regno d'Italia aumentarono considerevolmente.

È importante sapere che in epoca veneziana le Valli del Natisone componevano l'area detta ufficialmente Schiavonìa. Quest'etno-toponimo ricalcava a sua volta quello "in Sclavòns" usato in età patriarchina per indicare le località inserite nella gastaldia di Antro, il cui territorio corrispondeva alle predette Valli. Per tale motivo, nei secoli XIII-XV quest'area era comunemente detta Antro.

Dai predetti etnotoponimi derivò il friulano Sclavanìe.

Per non generare confusione, è opportuno sottolineare che col termine "schiavoni" i veneziani si riferivano indistintamente a tutte le genti slavofone del proprio dominio, così come il medesimo etnotoponimo "Schiavonìa" era usato da Venezia in qualunque area slavofona dei suoi domini, comprese quelle della costa orientale adriatica e i luoghi ove vi furono insediamenti slavi in Veneto (come a Casale sul Sile e ad Este).

Come già detto, la denominazione Slavia italiana, coniata nel 1884 da Carlo Podrecca, è stata invece usata fino all'inizio degli anni '20 del secolo successivo. Nel 1875, invece, lo storico sloveno Simon Rutar inventò il nome Beneška Slovenija (cioè Slovenia veneziana) ispirandosi al termine tradizionale Benečija (cioè Veneto), già usato oltreconfine per indicare l'intero dominio veneziano ma caricandolo di un valore nazionalistico e oggi preferito dalle componenti che si considerano appartenenti alla nazionalità slovena[1][2]. I due toponimi ottocenteschi hanno un'implicazione politico-ideologica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Santuario della Santissima Trinità/Sveta Trojica di Monteaperta/Viškorša


Le vicende precedenti all'insediamento slavo[modifica | modifica wikitesto]

La presenza umana nelle Valli del Natisone risale al tardo paleolitico (circa 11.000 anni fa) ed era rappresentata da un'esile popolazione di cacciatori e raccoglitori seminomadi; nel neolitico nacquero i primi insediamenti stabili e i culti agrari di cui sopravvivono le antiche lastre sacre. Inserito nel sistema viario noto come via dell'ambra, i contatti di questo territorio con l'area friulano-istriana portarono all'edificazione di un castelliere. Durante l'età del bronzo si diffusero in loco genti ariane o solo la loro cultura. Innanzitutto i veneti, ai quali seguirono nell'età del ferro i celti carni.

Nel II secolo a.C., i romani conquistarono quest'area e l'antica via diretta verso il Norico costeggiante il fiume Natisone mantenne la sua importanza, collegando Aquileia all'Europa centrale attraverso una strada lastricata e munita di solchi carrai. Lungo la direttrice venne fondato Forum Iulii (oggi Cividale del Friuli). All'epoca di Diocleziano, nacque quel sistema fortificato noto come Vallum Alpium Iuliarum in cui vennero inserite anche queste vallate. Dopo la caduta dell'Impero e i periodi visigoto e ostrogoto, nonché una probabile e breve dominazione dell'Impero romano d'Oriente, nel 568 qui giunsero i longobardi, che elessero Forum Iulii a capitale del loro primo ducato in Italia.

Nascita della Slavia friulana[modifica | modifica wikitesto]

L’arrivo degli slavi sulle sponde del fiume Natisone avvenne nel VII secolo in epoca longobarda ed è documentato dallo storico Paolo Diacono (battaglia di Broxas, cioè Ponte San Quirino, del 670 circa), mentre i primi insediamenti sono inquadrabili all'inizio dell'VIII secolo (battaglia e pace di Lauriana, oggi identificata con l'area di Mersino, del 720 circa). Gli slavi dovettero presumibilmente assimilare la precedente popolazione romanza, oltre a convertirsi al cristianesimo.

Andando al di là dell'attuale Slavia friulana, e allargando l'orizzonte a tutte le popolazioni slave presenti in Friuli, non ci sono elementi che documentino un inquadramento cronologico degli altri insediamenti nelle valli del Torre e dello Judrio (piuttosto affini agli slavi del Natisone) e nella val di Resia, tutti avvenuti verosimilmente in epoca altomedievale quali esiti di migrazioni differenti e forse con origini assai diverse tra loro. Mentre le aree sinora citate rimasero sostanzialmente isolate dal restante popolo slavo, nella zona del Collio vi furono infiltrazioni di genti che mantennero nei secoli stretti contatti con l'area ribattezzata nel XIX secolo come "Slovenia" e che i glottologi non comprendono tra gli slavi friulani.

Nella pianura del medio Friuli, invece, la presenza slava originò probabilmente in seguito alle incursioni ungare del IX secolo, allorché il Patriarcato di Aquileia si servì forse di gruppi di contadini slavi di ignota provenienza anche per ripopolare alcune zone devastate da tali incursioni. Quegli sparuti gruppi slavi della pianura vennero presto assimilati culturalmente dalla popolazione friulana, rimanendone solo la memoria toponomastica. È del tutto improbabile che possa essere avvenuto lo stesso per le aree montuose, ciò non solo per un'inesistente documentazione riguardante incursioni ungare nelle zone montane, ma anche perché le direttrici seguite dai magiari (provenienti dalla Pannonia) riguardavano il Carso e il Collio, mentre le zone montane, ubicate più a nord, erano percorse da migrazioni o incursioni provenienti dalla Carinzia.

Il Patriarcato d'Aquileia e la Repubblica di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

L'area mantenne le caratteristiche di un presumibile gastaldato longobardo e le popolazioni delle varie vallate del Natisone, escluse dalla difesa militare in epoca longobarda, solo col periodo carolingio dovettero iniziare a fornire propri armati. Nell'XI secolo, la gastaldia di Antro, ovvero l'organismo territoriale in cui erano comprese le valli del Natisone, dell'Alberone, del Cosizza e dell'Erbezzo divenne un bene personale dei Patriarchi di Aquileia e ciò fino al 1420 quando il Patriarcato fu conquistato dalla Serenissima Repubblica di Venezia.

Nei secoli XIII e XIV, l'area fu coinvolta nelle vicende belliche del patriarcato, caratterizzato da guerre intestine in cui erano protagonisti potenti feudatari quali i conti di Gorizia e i Villalta-Urusbergo, e comunità quale Cividale. Principale edificio era il castello patriarcale di Antro. Nel XV secolo, dopo aver aggregato la gastaldia di Antro e altre minori alla vicina Cividale, la Serenissima concedette a tutti gli schiavoni una serie di privilegi militari, fiscali, amministrativi e giudiziari, in virtù del fatto ch'essi abitavano in zone particolarmente impervie e di confine.

Ciò senza che le Valli del Natisone assumessero in alcun modo, come ha erroneamente scritto qualcuno in una delle tante letture non filologiche della storia locale, i tratti di uno staterello autonomo. La Repubblica di Venezia, generosa di autonomie, ebbe solo un occhio di ulteriore e particolare riguardo per quest'area. Inoltre, quest'ultima era comunque soggetta alle leggi e alle autorità repubblicane: prima il Luogotenente della Patria del Friuli e poi il Provveditore Veneto di Cividale.

I privilegi in epoca veneziana[modifica | modifica wikitesto]

L'ex territorio della gastaldia di Antro, suddiviso nelle due convalli di Antro e di Merso, ebbe l'istituzione di rispettive banche (ossia tribunali delle rispettive convalli) con 12 giudici popolari ciascuna; il gastaldo assisteva come garante e i tribunali si riunivano dove esistevano delle preistoriche lastre sacre di pietra. Per brevità, possiamo dire che avevano reciprocamente la funzione di tribunale d'appello e avevano anche giurisdizione "criminalissima" ovvero potevano comminare anche la pena di morte. L'autonomia giudiziaria valeva comunque per circa la metà del territorio, essendo il restante concesso in feudo a nobili friulani per lo più cividalesi.

Nel 1518 Venezia istituì la "contadinanza" della Patria del Friuli (nome con cui Venezia ribattezzò l'antico patriarcato di Aquileia) e anche gli schiavoni mandavano ad essa propri rappresentanti. Vi era un sistema elettivo che partiva dal basso. Alla base c'erano i "comuni", che avevano proprie vicinìe (cioè le assemblee dei capifamiglia di più villaggi, esistenti già in tutto il mondo antico); a capo di esse c'erano i "decani" che a loro volta, col '500, eleggevano due "sindici": uno per la contrada di Antro e uno per quella di Merso. Infine, le vicinìe delle due convalli (previo il permesso delle autorità veneziane) si riunivano nella cosiddetta "vicinìa grande" o "arengo", cioè una vera e propria costola della "contadinanza" della Patria del Friuli.

Quando nel 1559 il territorio di Cividale venne separato da quest'ultima, l'arengo delle Valli rimase distinto dall'arengo della pianura, che si riuniva invece a Cividale. Entrambi gli arenghi dibattevano di varie questioni e potevano assumere decisioni di carattere pratico o 'amministrativo', mentre erano assolutamente privi di potere legislativo. Spesso quello delle contrade di Antro e di Merso, inviava propri ambasciatori a Venezia per suppliche riguardanti oneri o delimitazioni giuridico-amministrative con Cividale.

Per quanto riguardava gli obblighi militari, essi si ridussero alla guardia dei confini con la fornitura di 200 uomini, nonché alla fortificazione di Cividale (e poi di Palma); lo stesso dicasi per i cosiddetti "schiavoni della terza specie", ossia gli slavi delle zone esterne alle convalli del Natisone.

Molte tasse gravanti su tutta la repubblica vennero qui abolite, così come l'area non fu soggetta al taglio di alberi destinati alla flotta veneziana. Con la successione della contea di Gorizia a favore degli Asburgo (1500) e la guerra di Venezia contro la Lega di Cambrai e quindi l'Impero (1508-1515), dopo il trattato di Noyons la Schiavonìa si trovò a ridosso del confine con l'Impero e ne ebbe a soffrire pesanti conseguenze commerciali ed economiche. Durante la guerra di Gradisca (1615-1617) gli schiavoni furono coinvolti nella difesa del territorio e in alcuni combattimenti.

Napoleone, l'Austria e l'Italia[modifica | modifica wikitesto]

I privilegi della Slavia cessarono assieme alla Serenissima nel 1797 e il passaggio del territorio veneziano all'Impero Asburgico; la situazione peggiorò ulteriormente durante il periodo napoleonico (1805-1813) e poco o nulla cambiò col ritorno degli austriaci. Nel 1866 dopo la Terza guerra d'Indipendenza italiana, l'Austria cedette il Veneto e la Slavia passò sotto il Regno d'Italia. Sin dal 1848 i discendenti degli antichi schiavoni sostennero unanimemente e valorosamente il processo di unificazione, in virtù del legame ultra millenario avuto col mondo latino (friulano e veneziano). Dopo il 1870, con la presa di Roma e lo spodestamento del Papa, alcuni preti si rivoltarono contro l'anticlericale regno d'Italia professandosi sloveni e unendo la problematica etnica a quella politica e religiosa. Da qui si innescò una polemica senza fine che andò modulandosi e adattandosi ai vari momenti storici fino a oggi.

In realtà, al regno d'Italia stava a cuore il rispetto etnico di tutte le componenti italiane parlanti lingue diverse, ma voleva che un'unitaria lingua potesse essere appresa da tutti i sudditi del nuovo Stato. Da ricordare che l'italiano fu, dopo il latino e dall'epoca veneziana, l'unica lingua ufficiale della Schiavonìa e ciò sia in epoca napoleonica che in quella austriaca.

Nei progetti della classe liberale v'era il progresso e la modernizzazione delle Valli e infatti, sotto il regno d'Italia, si procedette con la creazione di molte scuole e un sistema viario soddisfacente (in meno di vent'anni si fece forse cinque volte di più che in oltre mezzo secolo di dominazione austriaca). Da sottolineare che la classe politica slava (cioè i vari Cucavaz, Musoni, Sirch, eccetera) era fortemente filo italiana, così come lo era una parte del clero (valga per tutti l'esempio dell'abate Giovanni Vogrig, sospeso a divinis per la sua posizione filo-regnicola). Le accuse dei politici locali, fossero essi di destra o di sinistra, era che alcuni sacerdoti trasformassero i pulpiti in cattedre di lingua slovena, non compresa dalla popolazione locale.

Il distretto di San Pietro al Natisone (come si chiamarono ufficialmente le Valli del Natisone) fu pesantemente coinvolta dal primo conflitto mondiale, in particolare con la disfatta di Caporetto. Durante il dopoguerra si irrobustirono le infrastrutture tra cui la ferrovia.

Quando, nel 1933, il fascismo stabilì che la l'italiano dovesse essere la lingua non solo unitaria ma anche unica (proibendo, ad esempio, l’uso delle lingue slave in chiesa), gli aspetti etnici e ideologici insinuarono in ambienti ecclesiastici e marxisti una sempre più profonda avversione all'Italia.

Dopo la seconda guerra mondiale nella Slavia si inasprì la dualità politico-identitaria. Chi all’epoca della guerra fredda si considerava di nazionalità slovena veniva identificato (non sempre a torto) come filo-jugoslavo e comunista. La maggior parte della popolazione locale, invece, si autodefiniva italiana ed era devota alla causa occidentale; non ricercò alcuna autonomia culturale né la protezione linguistica della quale godettero invece gli sloveni delle province di Gorizia e Trieste, storicamente e culturalmente molto più legati alla Slovenia[3]. L'organizzazione Gladio ebbe anche qui i suoi affiliati, per lo più membri del corpo degli Alpini.

La questione linguistica[modifica | modifica wikitesto]

La recente legge di tutela della minoranza slovena in Italia (l. 38/01) ne ha riconosciuto la presenza storica e i diritti fondamentali, includendo fra le zone di tutela anche la Slavia friulana.

Alcuni hanno però preso le distanze da questa legge in quanto non giudicano essere un dialetto sloveno la lingua parlata storicamente nei territori del loro comprensorio (detta natisoniano o nediško). Quanti si riconoscono in queste posizioni sostengono che la loro originaria antica lingua slava non deriva dallo sloveno essendo precedente di oltre quattro secoli[4].

Infatti alcuni studiosi, come A. Purasanta, asseriscono che

« Le incursioni dalla parte di Gorizia (nel 720-725) continuavano, ad onta della vigorosa opposizione, e ben presto avvenne che moltissimi sloveni un po' per volta occuparono quelle parti del piano forogiuliese, che erano deserte, amando meglio di rimanere sotto la dominazione longobardica e di attendere pacificamente alla lavorazione dei campi, anziché ritornare col più dei fratelli alle loro terre meno feconde....Se non che queste colonie lontane dal nerbo della nazione ed astrette a trattare coi friulani che d’ogni intorno circondavanli, perdettero ben presto la loro nazionalità slovena, null’altro di essa conservando se non i nomi di località, coll’andar del tempo più o meno alterati, nonché un tal quale fondo del carattere primiero e dell’indole slovena tranquilla e dolce, per cui tuttora in qualche luogo si distinguono dai friulani....Forse ancora prima che nel piano, o certamente in quel tempo, gli sloveni, probabilmente discesi dalla Carinzia per la via di Predil, s’erano stabiliti su i monti, da sopra Cividale fino in Resia, riconoscendo il dominio dei longobardi e pagando ad essi il tributo....Siccome poi erano più numerosi e compatti di quelli che avevano colonizzato il piano, e per di più non erano assolutamente divisi dai fratelli d’oltre alpe, conservarono costantemente e tuttora conservano il carattere e la lingua slovena.[5] »

L'Associazione Italiana degli Slavisti, in un documento del 1990, afferma invece che la distanza dei dialetti sloveni in uso nelle località della provincia di Udine non è dovuta a una presunta e scientificamente inesatta estraneità di questi dialetti alla lingua slovena, bensì a fattori storici e amministrativi che hanno determinato la situazione linguistica attuale.[6]

In realtà, studi più approfonditi e non soggetti a condizionamenti ideologici hanno permesso di delineare più scientificamente i probabili connotati linguistici locali. Innanzitutto, l'insediamento slavo nella zona sarebbe da inquadrare all'inizio dell'VIII secolo, perciò in un tempo in cui le genti qui stanziatesi parlavano il paleoslavo (il quale si sarebbe via via ramificato proprio in quell'epoca) e il sostanziale isolamento politico dal rimanente mondo slavo ha consentito la conservazione di una base arcaica soggetta in oltre un millennio a contaminazioni friulane e tedesche. Le peculiarità linguistiche evidenziano, inoltre, specifici ed evidenti arcaismi che già nel XIX secolo indussero il glottologo polacco Jan Baudouin de Courtenay a definire "lo slavo del Natisone" come l'idioma forse più simile all'antico slavone o slavo ecclesiastico. Lo stesso glottologo suddivideva gli idiomi slavi del Friuli in quattro gruppi: il resiano, lo slavo del Torre, lo slavo del Natisone e lo slavo dello Judrio, distinguendoli dallo sloveno parlato nel Collio e nel goriziano.

Baudouin de Courtenay ipotizzò che gli slavi del Natisone potessero addirittura avere delle componenti o un substrato originari della cosiddetta area čakava, ossia serbo-croata, e che solo con l'evoluzione storica sono andati scemando; egli non escludeva che la provenienza potesse essere carantana. Si rimane tuttavia nel campo delle ipotesi, non essendoci testi antichi nelle lingue slave, andatesi differenziando nell'alto medioevo. Comunque, uno slavista di fama nazionale e nativo proprio di Vernasso, Bruno Guyon, propose nella prima metà del XX secolo una suddivisione linguistica nelle vallate del Natisone e dell'Alberone, da una parte, e in quelle dell'Erbezzo e del Cosizza, dall'altra. Egli inoltre analizzò il sistema vocalico e consonantico delle due varianti locali che presentano forti rassomiglianza col serbo antico.

Per accennare alla rimanente zona slavofona del Friuli, la peculiarità dell'idioma resiano indica una sua evidente autonomia linguistica, frutto di un particolare percorso storico e del successivo isolamento del popolo resiano, rendendo questa lingua assolutamente incomprensibile per uno sloveno e viceversa. Lo stesso papa polacco Giovanni Paolo II, definì i resiani il popolo slavo più occidentale, riconoscendone implicitamente la loro individualità linguistica. Lo slavo del Torre, invece, presenta una somiglianza con quello del Natisone, in particolare con la variante parlata nelle valli dei fiumi Natisone e Alberone.


Elenco dei comuni[modifica | modifica wikitesto]

I comuni della slavia friulana in rosso. In arancione, quelli parzialmente slavi
Segnaletica bilingue nel comune di San Pietro al Natisone.

La Slavia friulana comprende il territorio dei seguenti comuni:

Comune Abitanti (2014) Superficie (km²)
Drenchia (Dreka) 114 13,28
Grimacco (Garmak) 360 14,5
Pulfero (Podbuniesac) 1.004 48,03
San Leonardo (Svet Lienart o anche Podutana) 1.144 27,00
San Pietro al Natisone (Špietar) 2.212 23,98
Savogna (Sauodnja) 434 22,11
Stregna (Srednje) 374 19,70
Lusevera (Bardo) 661 52,00
Taipana (Tipána) 650 65,00
Totale 6.953 285,60

Rientrano storicamente nella Slavia Friulana inoltre alcune frazioni montane dei comuni di Attimis, Faedis, Nimis, Prepotto, Montenars[senza fonte] e Torreano.

Secondo alcuni rientrerebbe nella Slavia Friulana anche il comune di Resia, anche esso storicamente slavo ma con particolari caratteristiche antropologiche e Tarcento anche se non vi è più nessun abitante di lingua slava; anche le località di Bergogna (Breginj), Luico (Livek) e Robis (Robič), già inserite nella Schiavonìa veneziana e nella gastaldia di Antro e ora nel comune di Caporetto in Slovenia, ne farebbero parte anche se linguisticamente ormai completamente assimilate all'area dialettale slovena della valle dell'Isonzo.

Personaggi celebri[modifica | modifica wikitesto]

Oriundi della Slavia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Podrecca (cividalese), garibaldino, storico
  • Guido Podrecca senior (cividalese), garibaldino e giurista
  • Guido Podrecca junior (cividalese, nato a Vimercate), politico e giornalista
  • Vittorio Podrecca senior (cividalese), giornalista
  • Vittorio Podrecca junior (cividalese), marionettista

Studiosi esterni alla Slavia friulana[modifica | modifica wikitesto]

  • Jan Niecislaw Baudoin de Courtenay (1845-1929), slavista e linguista. Nacque a Radzymin (Polonia) il 13 marzo 1845. Laureato in filosofia a Lipsia, fu professore di filologia slava presso l'Università di San Pietroburgo, Kazan', Dorpat e Cracovia. È famoso per la sua teoria del fonema e dell'alternanza fonologica. Dedicò la sua particolare attenzione alla lingua resiana e agli idiomi slavi del Torre, raccogliendo importantissimi materiali dialettologici negli anni 1873-1901, consegnati già nel 1902 alla Biblioteca Accademica Imperiale delle Scienze di San Pietroburgo: Materialy dlja južnoslavjanskoj dialektologiji i etnografiji (1895). In questo libro, consacra 16 pagine a Monteaperta ("Viskwòrša") scritte durante il suo soggiorno di 1873 e di 1901 a Monteaperta. Morì il 3 novembre 1929 a Varsavia. Per quanto riguarda l'idioma "slavo del Natisone", come da lui definito, asserì in più occasioni che è distinto dalle altre lingue slave delle quali ravvisò in esso le caratteristiche più pure e arcaiche.
Jan Niecisław Baudoin de Courtenay (1845-1929)
  • Paolo Merkù, compositore e slavista. Nacque a Trieste il 12 luglio 1927. Laureato in slavistica a Lubiana, ha conseguito il dottorato a Roma. Professore di sloveno, giornalista, si è dedicato per molti anni in regione Friuli-Venezia Giulia alla raccolta di materiale etnografico. Ha raccolto e trascritto poesie, canti e racconti della Slavia friulana.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fiorenzo Toso, Lingue d'Europa - La pluralità linguistica dei Paesi europei fra passato e presente, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006, p. 103.
  2. ^ Autori Vari, Mi smo tu - La comunità linguistica slovena della provincia di Udine passato, presente, futuro, Paisan di Prato, LithoStampa, p. 8.
  3. ^ Faustino Nazzi, Alle origini della "Gladio" : la questione della lingua slovena nella vita religiosa della Slavia Friulana nel secondo dopoguerra, [Udine] : La Patrie dal Friul, stampa 1997.
  4. ^ http://www.legaslaviafriulana.org/legge38-ricorso.htm
  5. ^ Origini degli sloveni in Friuli, di A. Purasanta
  6. ^ http://www.legaslaviafriulana.org/origini.htm

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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