Rivoluzione di Luglio

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La libertà guida il popolo, Eugène Delacroix, 1830

Con la rivoluzione di Luglio o seconda rivoluzione francese, avvenuta a Parigi nelle giornate del 27, 28 e 29 luglio 1830, Carlo X, ultimo sovrano della dinastia dei Borbone, venne rovesciato e sostituito da Luigi Filippo, il re della Monarchia di Luglio.

Dopo un lungo periodo di crisi ministeriali prima, parlamentari poi, re Carlo X tentò un colpo di mano anti-costituzionale emanando le «ordinanze di Saint-Cloud» il 25 luglio 1830. In reazione, il movimento di opposizione si trasformò rapidamente in rivoluzione repubblicana: il popolo parigino si sollevò, eresse le barricate e affrontò le truppe comandate dal maresciallo Marmont in combattimenti che provocarono almeno 800 morti fra gli insorti e circa 200 fra i soldati.

Carlo X e la famiglia abbandonarono Parigi. I deputati liberali, in maggioranza monarchici, presero le redini della rivoluzione popolare e conservarono la monarchia costituzionale al prezzo di un cambiamento di dinastia. La casa d’Orléans, ramo cadetto di quella di Borbone, succedette sul trono di Francia con Luigi Filippo, proclamato «re dei Francesi» e non più «re di Francia».

La rivoluzione del 1830 non provocò rivolgimenti istituzionali né in Francia né in Europa, a parte il caso del Belgio, ma per la prima volta dal tempo della Rivoluzione del 1789 un'ondata di rivoluzioni popolari attraversò l'Europa. Le idee rivoluzionarie, democratiche, socialiste, liberali, nazionaliste e repubblicane ne risultarono rinforzate e l'anno 1848 vedrà riprodurre il fenomeno su una più vasta scala.

Le cause[modifica | modifica wikitesto]

L'irrigidimento di Carlo X: la costituzione del ministero Polignac[modifica | modifica wikitesto]

Con le elezioni del 1827, i liberali divennero maggioranza in Parlamento e Carlo X consente[1] a nominare un primo ministro che stia a metà strada tra le posizioni ultrarealiste e quelle liberali. Chiama il visconte de Martignac a formare un ministero semi-liberale e semi-autoritario ma intanto l'opposizione liberale aumenta i suoi consensi nel paese.

Constatando il fallimento del suo tentativo di compromesso, Carlo X prepara nascostamente un cambiamento di rotta politica: durante l'estate del 1829, quando le Camere sono in vacanza, licenzia il visconte di Martignac sostituendolo con il principe di Polignac. Pubblicata nel Le Moniteur l'8 agosto, la notizia fa l'effetto d'un'esplosione: il nuovo ministro evoca i peggiori ricordi della corte di Versailles – è il figlio dell'intima amica di Maria Antonietta, l'impopolare duchessa di Polignac – e dell'emigrazione dei nobili, quando egli fu compagno di Carlo X in Inghilterra. Al suo fianco, il conte de La Bourdonnaye, ministro dell'Interno, è un ultrarealista fanatico, che nel 1815 reclamava «supplizi, ferro, carnefici, morte, morte» per i complici di Napoleone, mentre il ministro della Guerra, il generale Bourmont, è un vecchio ribelle, poi passato a Napoleone prima di tradirlo pochi giorni prima della battaglia di Waterloo.

L’opposizione si esprime con indignato clamore: «Coblenza, Waterloo, 1815: ecco i tre principi e i tre personaggi del ministero. Da qualunque parte lo si giri, da ogni parte sgomenta e irrita. Spremete, torcete questo ministero, non vi gocciola che umiliazione, disgrazia e rabbia»[2] Bertin, direttore del Journal des débats, pubblica un articolo divenuto celebre che si conclude con la formula: «Disgraziata Francia! Disgraziato re!», stigmatizzando «la corte con i suoi vecchi rancori, l’emigrazione con i suoi pregiudizi, il clero con il suo odio per la libertà»[3].

Il principe Jules de Polignac

C’è, in questa veemenza, una parte di messa in scena. Polignac, presentato come un fanatico bigotto[4] maniaco del diritto divino dei re, è in realtà favorevole a una monarchia costituzionale ma ritiene che questa non sia compatibile con una libertà di stampa senza limiti e misura. Molti importanti ministri – Courvoisier alla Giustizia, Montbel alla Pubblica Istruzione, Chabrol de Crouzol alle Finanze, il barone d’Haussez alla Marina – sono piuttosto liberali[5]. Quando La Bourdonnaye si dimette il 18 novembre perché Polignac accede, dall'incarico di ministro degli Esteri alla presidenza del Consiglio, è sostituito dal barone de Montbel, a sua volta sostituito all’Istruzione da un magistrato liberale come il conte de Guernon-Ranville.

Niente permette di affermare, come si è fatto, che Carlo X e Polignac abbiano voluto ristabilire la monarchia assoluta di prima del 1789. In realtà, sono due concezioni della monarchia costituzionale, ossia due interpretazioni della Costituzione del 1814, che si affrontano nel 1829-1830. Da una parte il re vuole attenersi a una interpretazione stretta della Carta: per lui, il re può nominare i ministri di sua scelta e deve rinviarli alle Camere solo nei due casi previsti, tradimento e concussione. Dall’altra parte, i liberali vorrebbero far evolvere il regime alla forma inglese, verso un parlamentarismo che la Costituzione non ha esplicitamente previsto: essi ritengono che il ministero deve avere la fiducia della maggioranza della camera dei deputati. Questo dibattito sarà risolto solo dalla Rivoluzione di Luglio.

L’indirizzo dei 221[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Indirizzo dei 221.

All’inizio del 1830, il clima politico in Francia è elettrico. Thiers, Carrel, Mignet e Sautelet inaugurarono, il 3 gennaio 1830, un nuovo quotidiano di opposizione, Le National: con Le Globe e Le Temps iniziò una dura campagna a favore di una monarchia parlamentare, evocando apertamente la Gloriosa rivoluzione inglese del 1688, conclusasi con la deposizione di Giacomo II.

Il 2 marzo 1830, all'apertura della sessione parlamentare, Carlo X pronunciò il discorso della corona, annunciando la spedizione coloniale ad Algeri e minacciando implicitamente l'opposizione di governare per decreti in caso di ostruzionismo.

Per tutta risposta la Camera dei deputati votò, il 16 marzo, il cosiddetto 'indirizzo dei 221', con il quale espresse la propria richiesta a Carlo X di sostituire il ministero del conservatore principe di Polignac con uno più affine alle nuove Camere e, soprattutto, di accettare una modifica della Carta verso un regime parlamentare.

L’indirizzo venne presentato, il 18 marzo, al re: questi rispose, con alterigia e determinazione, che: «le mie risoluzioni sono immutabili». Il giorno dopo un'ordinanza aggiornava la sessione dei lavori parlamentari al 1º settembre. Diceva: «preferisco salire a cavallo» (quello dell’esilio) «che in carretta» (quella della ghigliottina).

Una situazione sempre più esplosiva[modifica | modifica wikitesto]

La decisione di Carlo X suscita una vera ebollizione: circolano le più diverse dicerie. Si accusa il Re e i suoi ministri di preparare un colpo di Stato, altri sostengono che Polignac, già ambasciatore a Londra e amico del primo ministro britannico, il duca di Wellington, pensa di richiedere, con l'appoggio inglese, l'aiuto delle potenze straniere nel caso in cui il Re fosse indotto a sospendere o modificare la Costituzione.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Legittimismo.

Nell'aprile del 1830, il conte de Montlosier pubblica l'opuscolo Le Ministère et la Chambre des députés, nel quale sostiene che, se i diritti reali sono incontestabili al riguardo della scelta dei ministri, è lecito tuttavia contestare la convenienza delle sue scelte[6]. Egli suggerisce che il partito clericale spinga il Re a legiferare per decreti allo scopo di imporre «elezioni gesuitiche» nel nome della sicurezza dello Stato e invoca, in quest'ipotesi, un dovere di disobbedienza, consacrato dal preambolo della Costituzione del 1793: «Se con qualche artifizio s'ingannasse la religione e la volontà, non si obbedirà. La disobbedienza in tal caso salverebbe lo Stato e la monarchia[7]

Il conte di Salvandy ritratto da Paul Delaroche

Al Palais-Royal, Vatout, bibliotecario e intimo del duca d’Orléans, gli consiglia di utilizzare la situazione a proprio profitto. I familiari del duca – il generale Gérard, Thiers, Talleyrand e altri – sono ormai persuasi che il ramo maggiore dei Borbone sia perduto ma Luigi Filippo tergiversa. A maggio, riceve a Parigi i suoi cognati, i reali di Napoli, Francesco I e Maria Isabella. In loro onore viene data, il 31 maggio, una festa sontuosa al Palais-Royal dove, fatto eccezionale, fa una breve visita anche Carlo X. I giardini del Palazzo sono lasciati aperti al pubblico, che è accorso numeroso, e il duca a più riprese si affaccia al balcone a farsi acclamare e ascoltare le grida contro il Polignac. La manifestazione degenera, si dà fuoco alle sedie del giardino, c’è un inizio di sommossa: il giovane conte di Salvandy, presente alla festa dove «le grida di rivolta si sposano alla musica delle contraddanze e dei valzer», secondo l'espressione del conte Apponyi[8], indirizza al padrone di casa le parole famose: «Ecco, Signore, una festa tutta napoletana: noi danziamo sull’orlo di un vulcano!»[9]

Il 16 maggio 1830, quando il corpo di spedizione è pronto a partire alla conquista di Algeri, Carlo X scioglie la Camera dei deputati e convoca i collegi circoscrizionali per il 23 giugno e quelli dipartimentali per il 3 luglio. Nell’immediato, la decisione del Re provoca un rimescolamento degli incarichi di governo: Courvoisier e Chabrol de Crouzol, ostili al provvedimento reale, danno le dimissioni mentre Chantelauze è nominato alla Giustizia e Montbel, passato alle Finanze, è sostituito agli Interni da un noto reazionario, il conte di Peyronnet. Un prefetto specialista di elezioni, il barone Capelle, entra nel gabinetto, ufficialmente alla testa di un ministero dei Lavori Pubblici, che così fanno la loro apparizione nell’organigramma del governo.

Il 13 giugno, Carlo X pubblica sul Moniteur un appello ai Francesi, accusando i deputati «di non aver compreso le [sue] intenzioni» e chiede agli elettori «di non lasciarsi distogliere dal linguaggio insidioso dei nemici della quiete», di «respingere le supposizioni indegne e le false lamentele di chi farebbe strame della pubblica fiducia e potrebbe spingere a gravi disordini» e conclude: «È il vostro Re che lo domanda. È un padre che vi chiama. Adempite ai vostri doveri e io adempierò ai miei» La manovra è rischiosa perché il Re si è esposto in prima persona.

Le elezioni sono una grave sconfitta per il Re: l’opposizione passa da 221 a 270 deputati, i governativi da 181 a 145 e 13 deputati sono disputati dai due campi.

La presa di Algeri[modifica | modifica wikitesto]

Il duca d’Orléans

Sin qui Carlo X aveva seguito il percorso ‘costituzionale’ indicato dal fratello e predecessore Luigi XVIII. Ma nulla era disposto nel caso in cui le elezioni non avessero sanato il contrasto per cui dare applicazione all’articolo 50. Ne seguiva, giurisprudenzialmente e logicamente, la necessità di dichiarare un vincitore, e chiudere il contrasto.

Ma questa non era l’opinione del sovrano, il quale era dominato da ben altri pensieri: lui stesso fratello minore di Luigi XVI, il re ghigliottinato, ricordava bene come quest’ultimo avesse perso il trono proprio a causa di un eccesso di accomodamento nei confronti di una maggioranza recalcitrante.
Nella sua ostinata determinazione, la corte era sostenuta dai contemporanei successi di politica estera: il 9 luglio giunse a Parigi la notizia del grande successo militare della conquista di Algeri, liberata appena il 5 luglio: venne comandato il Te Deum in tutte le chiese di Francia. Il successo, unito alle rassicurazioni offerte dal prefetto di polizia che Parigi non si muoverà, confortarono il sovrano e i suoi ministri a forzare l’impasse politica interna.

Di fronte a un simile rafforzamento della posizione della corte e del governo, i deputati liberali più vicini al duca d’Orléans proposero di sostenere il ministero, insieme a un inasprimento alla legge elettorale e alle leggi sulla stampa. Chiedendo, in compenso, l'ingresso al governo di tre ministri liberali.
Nemmeno fra i deputati più a sinistra si prendeva in considerazione il ricorso alla piazza: la gran parte dei deputati liberali, espressione dell'aristocrazia e della grande borghesia, tenevano ai privilegi offerti loro dalla vigente legge elettorale censuaria e non erano affatto ‘democratici’. Essi temevano un'insurrezione popolare quanto e forse più della corte, non avendo i mezzi per gestirla. A cosa corrispondessero le intenzioni dei più esagitati di loro, si vide il 10 luglio, allorché una quarantina di deputati e di pari di Francia, riuniti presso il duca de Broglie, promisero di rifiutare il voto sul bilancio. Ovvero la massima minaccia concepita da uno dei teorici ‘estremi’ del liberalismo, il Constant.

Il detonatore: le ordinanze di Saint-Cloud[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordinanze di Saint-Cloud.

La corte e il governo, in ogni caso, non raccolsero: è su questa base che è possibile valutare decisamente estremista la posizione del Polignac, nonché decisamente improprie le preoccupazioni di Carlo X riguardo ai paragoni con Luigi XVI e la carretta della ghigliottina: la lezione della Grande Rivoluzione condizionava ancora non solo gli ultra, bensì anche i liberali. I desideri dei quali era decisamente lontani dal ritorno al Terrore od alla dittatura militare del Buonaparte.

Proprio a partire dal 10 luglio, il sovrano e i suoi ministri presero a predisporre, nel più grande segreto, la prossima mossa: stabilirono di potersi servire di un ultimo appiglio costituzionale: l’Art. 14 della Carta, che attribuiva al sovrano il potere di fare «i regolamenti e le ordinanza necessarie per … la sicurezza dello Stato». Il 25 luglio 1830, Carlo X riunì il ministero nella propria residenza estiva al castello di Saint-Cloud, nell’immediata periferia occidentale di Parigi e registrò la loro firma a sei ordinanze, dette, appunto, Ordinanze di Saint-Cloud:

  1. la prima imponeva l’autorizzazione preventiva necessaria per tutte le pubblicazioni: in pratica la soppressione della libertà di stampa.
  2. la seconda disponeva la dissoluzione della Camera dei deputati: per la seconda volta in 70 giorni. E senza che la nuova assemblea, appena eletta, si sia riunita una sola volta.
  3. la terza introduceva una modificazione della legge elettorale: da sempre censuaria, ai fini del calcolo delle soglie di ammissione venivano, da ora, considerati i soli redditi fondiari (con esclusioni di quelli derivanti dai commerci, dalla finanza e, in generale, dalle professioni liberali). Per soprannumero, l’ammissione non sarebbe stata automatica, ma, anzi, i prefetti avrebbero stilato una lista degli elettori solo cinque giorni prima delle elezioni, rendendo impossibile ogni ricorso. Veniva reintrodotto, infine, un sistema di elezione a due livelli, simile a quello della Legge del doppio voto del 1820.
  4. la quarta stabiliva la data delle nuove elezioni: 6 e 13 settembre.
  5. la quinta e la sesta nominavano a consiglieri di Stato dei noti esponenti di parte ultra.

I provvedimenti, quindi, non erano tanto lesivi della lettera della Carta, quanto della prassi, saggiamente instaurata da Luigi XVIII e, sino al 1829, saggiamente seguita anche da Carlo X, suo successore.

Per giunta, le Ordinanze risultavano gravemente lesive degli interessi di due solide componenti della società francese: anzitutto la maggioranza della Camera, che si vedeva certamente preclusa da una successiva vittoria elettorale. Poscia la stampa di opposizione, che si sapeva destinata a subita chiusura.
Non stupisce, quindi, che siano stati proprio gli operai tipografici a reagire per primi, avviando la sollevazione.

Le giornate di luglio[modifica | modifica wikitesto]

26 luglio: fermenta la rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Le sei ordinanze furono sottoscritte domenica 25 luglio. Quel giorno, alle 11 di sera, il guardasigilli Chantelauze fece consegnare il testo al redattore capo del Moniteur, il foglio ufficiale, comandandone la stampa quella notte, in vista della pubblicazione per l’indomani, lunedì 26 luglio 1830.

Lunedì 26 luglio, magnifico giorno d'estate, fa un caldo afoso. La pubblicazione delle ordinanze immerge il Paese in un vero e proprio stato di stupore. L'atto di forza era atteso ma non si pensava che fosse portato prima della riunione delle Camere, prevista per il 3 agosto. L’effetto della sorpresa è dunque totale e la maggior parte degli oppositori non è ancora rientrata a Parigi.

Nel primo pomeriggio, i proprietari del Constitutionnel organizzano una riunione dal loro legale, André Dupin, deputato liberale e avvocato del duca d’Orléans. Vi assistono anche altri giornalisti, come Charles de Rémusat e Pierre Leroux del Globe, e avvocati come Odilon Barrot e Joseph Mérilhou. Dupin spiega che le ordinanze sono in contrasto con la Costituzione ma, alla proposta di Rémusat di presentare una protesta, obietta che la riunione si tiene in uno studio legale e non dovrebbe assumere un aspetto politico. Rémusat e Leroux si recano allora negli uffici del National dove è in corso una riunione con Thiers, Mignet e Carrel. Il giornale pubblica un'edizione straordinaria invitando alla resistenza attraverso il mezzo dello sciopero delle imposte. Thiers e Rémusat propongono di organizzare una protesta solenne, subito redatta, firmata da 44 giornalisti e pubblicata il mattino dopo dai giornali Le National, Le Globe e Le Temps:

« Il regime legale è ... interrotto, è iniziato quello della forza. Nella situazione in cui siamo, l'obbedienza cessa di essere un dovere ... perché oggi ministri criminali hanno violato la legalità. Siamo dispensati d'obbedire. Cercheremo di pubblicare i nostri giornali senza richiedere l'autorizzazione che ci viene imposta »

Nello stesso momento, i deputati liberali presenti a Parigi cercano di organizzarsi, ma ancora in maniera timida perché temono la reazione del governo: Alexandre de Laborde e Louis Bérard sono i più attivi. Una prima riunione si tiene da Casimir Perier nel pomeriggio del 26, alla quale partecipano Bérard, Bertin de Vaux, Laborde, Saint-Aignan, Sébastiani e Taillepied de Bondy. Bérard propone una protesta collettiva ma i suoi colleghi rifiutano. Con decisione, accompagnato da Laborde, egli allora va negli uffici del National, unendosi alla protesta di Thiers.

A sera, una quindicina di deputati si riuniscono da Laborde, fra i quali Bavoux, Bérard, Lefebvre, Mauguin, Perier, Persil e Schonen. Bérard propone nuovamente una protesta collettiva ma i deputati presenti rifiutano, facendo notare che sono troppo pochi. Ci si limita a decidere di ritrovarsi il giorno dopo da Casimir Perier che, per quanto visibilmente imbarazzato[10], non osa rifiutare la sua casa.

Nello stesso momento, cominciarono a formarsi assembramenti al Palais-Royal, a place du Carrousel e a place Vendôme, sotto la spinta dell'Associazione di Gennaio. Si grida: «Vive la Charte! À bas les ministres! À bas Polignac». I manifestanti riconoscono la carrozza di Polignac che, col barone d’Haussez, rientrava al ministero degli Esteri. Si lanciano pietre, dei vetri si rompono fra le imprecazioni del barone ma la carrozza riesce a entrate nel Ministero, i cui portoni sono subito chiusi. Un'ingannevole calma ripiomba su Parigi che si addormenta nell'inquietudine del domani.

27 luglio: dalla sommossa all'insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 luglio, ignorando le ordinanze, Le National, Le Temps, Le Globe e Le Journal du commerce compaiono senza autorizzazione, pubblicando la protesta dei giornalisti: il prefetto di polizia, Claude Mangin, ordina il sequestro dei quattro quotidiani e vengono spiccati i mandati di arresto per i firmatari della protesta; si verificano anche tafferugli fra la polizia e gli operai delle tipografie, i quali temono di perdere il lavoro e formeranno lo zoccolo duro dell'insurrezione.

Diverse sono le interpretazioni dell'insurrezione: per la storiografia di matrice socialista e comunista, sulla linea di Ernest Labrousse, gli insorti erano gli emarginati e le vittime della crisi economica. Secondo Jean Tulard, che cita gli archivi della prefettura di polizia, si trattava degli operai stagionali, senza un passato politico né tradizioni rivoluzionarie [....] una massa facilmente trascinata dagli studenti e degli agitatori politici[11].

Resterebbe, dunque, da stabilire chi fossero questi agitatori, attorno ai quali la massa poté raggrupparsi. Un traccia viene dal David Pinkney, il quale parla di artigiani, commercianti e impiegati, molti dei quali avevano fatto parte della disciolta Guardia nazionale, soppressa nel 1827, che avevano conservato le armi. La medesima interpretazione di un testimone di eccezione, lo Chateaubriand, il quale narrando dello scioglimento avvenuto a seguito di una grande rassegna davanti a Carlo X al Campo di Marte, nell'aprile 1827, nel corso della quale il sovrano era stato bene accolto, al contrario della duchessa di Berry, della Delfina e del Villèle (ciò che spinse quest’ultimo a suggerire a Carlo X di licenziare la guardia nazionale), aggiunge una inequivocabile considerazione:

« il licenziamento [fu] il colpo più funesto portato alla monarchia, prima degli ultimi colpi del luglio [1830]: se in quel momento la guardia nazionale non si fosse trovata già dissolta, le barricate non avrebbero avuto luogo.

[12] »

Il maresciallo Marmont, duca di Ragusa

Da almeno un anno attivisti repubblicani e bonapartisti avevano preparato il terreno. Se sono pochi, i repubblicani sono tuttavia attivi e determinati: Godefroi Cavaignac, Joseph Guinard, Armand Marrast, Louis-Adolphe Morhéry, François Vincent Raspail, Ulysse Trélat, Ferdinand Flocon, Auguste Blanqui, tra gli altri. I bonapartisti, generalmente vecchi soldati dell'Impero, sono più numerosi ma più discretamente agiscono all'interno di società segrete, sotto l'egida della Carboneria.

Nel pomeriggio, una trentina di deputati liberali si riuniscono da Casimir Perier sotto la presidenza del decano dei deputati, Labbey de Pompières, appartenente all'estrema sinistra, che si rese celebre nel 1829 chiedendo la messa in stato di accusa del ministro Villèle. I più sono inquieti, temendo di non avere il diritto legale di riunirsi. Bérard, che trova Casimir Perier «notevole per l'aria d'imbarazzo e di tensione molto pronunciata», propone ancora una nuova volta di redigere una protesta. Villemain suggerisce una semplice lettera al re e Dupin, delle proteste individuali. Dopo nuove esitazioni, Guizot si offre di preparare un progetto che presenterà il giorno dopo. Dopo quattro ore di discussioni, i deputati si separano senza avere alcun desiderio di creare l'irreparabile con il re, sperando in un ritiro delle ordinanze e di qualche cambiamento nella composizione del governo.

Intanto, primi gruppi di rivoluzionari hanno cominciato a scontrarsi con la polizia la gendarmeria intorno al Palais-Royal. Innalzano barricate studenti e operai dell'Associazione patriottica di Morhéry. La folla è esasperata per l'annuncio della nomina del maresciallo Marmont a comandante della 1ª divisione militare di Parigi. Come Bourmont, Marmont rappresenta, agli occhi del popolo, l'archetipo del traditore[13]. A sera, i soldati cominciano a sparare e si contano i primi morti: da questo momento comincia la Rivoluzione.

La repressione cominciò l'azione menomata dal ritardo con cui il prefetto di polizia e le autorità militari vennero informati della pubblicazione e dall'assenza dalla capitale del ministro della guerra, maresciallo Bourmont, a capo della spedizione: solo a cose fatte il ministero assunse le necessarie, severe, misure di resistenza.

28 luglio: la Rivoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Il combattimento davanti all'Hôtel de Ville, di Jean-Victor Schnetz

Il mattino del 28 luglio il centro e la zona orientale della capitale sono irte di barricate e gli insorti svuotano le armerie al canto della Marsigliese; alle undici, i ministri, con Polignac in testa, si rifugiano nelle Tuileries da Marmont, che giudica molto seria la situazione e manda al re un messaggio rimasto famoso: «Non è più una sommossa, è una rivoluzione. E urgente che Vostra Maestà decida misure di pacificazione. L’onore della Corona può ancora essere salvato. Forse domani sarà troppo tardi»

Carlo X non risponde ma la sera Polignac informa Marmont che Carlo X ha firmato l’ordinanza di stato d’assedio: con quella, Marmont ha i pieni poteri per schiacciare la rivoluzione, ma egli dispone di soli 10.000 soldati, che giudica insufficienti, la capitale essendo stata sguarnita per costituire il corpo di spedizione coloniale, per mandare truppe in Normandia, dove imperversano incendi dolosi, e per controllare la frontiera belga, dove si temono disordini.

Durante la giornata i soldati sono sotto una pioggia di proiettili i più diversi, provenienti dalle stradine barricate del centro storico di Parigi. Gli insorti hanno conquistato l'Hôtel de Ville, sul cui tetto sventola il tricolore, con intensa emozione della popolazione. L'edificio, di alto valore simbolico, viene perduto e ripreso più volte. Talleyrand si trova nella sua casa di Saint-Florentin, all'angolo di place de la Concorde. Alle 5 del pomeriggio il suo segretario Colmache gli annuncia che i rintocchi di campana che si sentono in lontananza significa che la popolazione ha preso l’Hôtel de Ville: «Ancora qualche minuto» - dice il principe di Benevento - «e Carlo X non sarà più re di Francia»[14]

Intanto i deputati liberali continuano a cercare una soluzione di compromesso. Il generale Gérard, deputato dell'Aisne e intimo del duca d’Orléans, manda discretamente il dottor Thiébaut dal barone de Vitrolles per chiedergli di fare dei passi presso il re allo scopo di ottenere il ritiro delle ordinanze. Vitrolles nel pomeriggio va a Saint-Cloud e ha un colloquio di due ore con il re che rifiuta ogni concessione. I deputati si riuniscono da Pierre-François Audry de Puyraveau, dove sono presenti per la prima volta Laffitte e La Fayette, appena giunti nella capitale. Decidono di designare una commissione di cinque membri – Laffitte, Delessert, Perier e i generali Gérard e Mouton – incaricata di negoziare con Marmont per ottenere un cessate il fuoco, e fanno propria la protesta presentata da Guizot, che addossa al solo governo, accusato di «aver ingannato il re», la responsabilità delle ordinanze, lasciando così aperta la possibilità di una soluzione della crisi con le dimissioni del governo e il ritiro delle ordinanze.

La delegazione dei deputati è ricevuta da Marmont: il maresciallo, invocando gli ordini del re, esige la fine dell'insurrezione mentre i deputati reclamano il ritiro delle ordinanze e il licenziamento del governo. La discussione ha presto termine perché Polignac rifiuta di ricevere i deputati. Marmont manda un messaggio a Carlo X: «È urgente che Vostra Maestà approfitti senza indugio delle aperture fatte»[15], mentre contemporaneamente Polignac manda un emissario chiedendo al re di non cedere. La risposta del re a Marmont è di «tener fermo» e concentrare le truppe tra il Louvre e gli Champs-Élysées.

Nello stesso momento, i deputati si riuniscono nuovamente da Louis Bérard. Rifiutano di firmare la protesta redatta da Guizot, preferendo lasciar pubblicare il testo stampato che potranno non avallare a seconda dell'evolversi della situazione. Il governo ha spiccato mandato di cattura contro La Fayette, Gérard, Mauguin, Audry de Puyraveau, Salverte e André Marchais, segretario della società Aiutati, il cielo t'aiuterà. Thiers s'è nascosto vicino a Pontoise mentre Rémusat ha trovato rifugio dal duca de Broglie.

Jacques Laffitte, appena rientrato dalla sua casa di Breteuil, si mette in contatto col duca d’Orléans, con un messaggio col quale promette di lavorare in suo favore, raccomandondogli di non compromettersi con nessuna delle parti in lotta</ref> Il duca viene avvertito, nella notte fra il 27 e il 28 luglio, che un battaglione della Guardia reale ha avuto l'ordine di circondare il suo castello di Neuilly «al minimo movimento che possa far supporre la sua intenzione di unirsi all'insurrezione»[16], Luigi Filippo passa la notte in un casolare a fianco del piccolo castello di Villiers.

29 luglio: la vittoria dell'insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

L'attacco al Louvre del 29 luglio 1830

Nella notte del 28-29 luglio, s'innalzano nuove barricate; nella mattina, il 5º e il 53º reggimento che tenevano place Vendôme, passano agli insorti[17]. Per colmare il vuoto prodottosi nelle sue file, Marmont deve sguarnire il Louvre e le Tuileries che, subito attaccati, cadono nelle mani degli insorti, mentre le truppe reali ripiegano in disordine fino all'Étoile. La sera, l'insurrezione è padrona di Parigi e i resti dell'esercito di Marmont si concentrano al Bois de Boulogne a protezione della residenza reale di Saint-Cloud.

All'alba del 30 luglio due Pari di Francia, il marchese de Sémonville e il conte d’Argout, si recano alle Tuileries chiedendo le dimissioni di Polignac e il ritiro delle ordinanze: alla fine del tempestoso colloquio, tutti e tre si precipitano dal re, proprio mentre questi apprende la notizia della sconfitta di Marmont. Quella stessa mattina il deputato generale Gérard chiede non solo il ritiro delle ordinanze e il licenziamento di Polignac, ma l'affidamento al duca de Mortemart[18] di un nuovo governo del quale facessero parte lo stesso Gérard e Perier. Carlo X, privo ormai di ogni altra risorsa, accetta quelle condizioni.

Mentre Laffitte sollecita il duca d’Orléans a prendere posizione, La Fayette si dice disponibile ad assumere il comando della ricostituende Guardia nazionale. Contro l'opinione dei repubblicani che, con Audry de Puyraveau, vorrebbero la costituzione di un governo provvisorio Guizot, appoggiato da Bertin de Vaux e Méchin, propone di formare una commissione municipale provvisoria incaricata di amministrare la capitale; la proposta è accettata ma Laffitte, che non vuole essere emarginato in ruoli municipali e Gérard, che prende il comando delle truppe parigine, evitano di parteciparvi, sicché la commissione, installata all'Hôtel de Ville, viene costituita da Casimir Perier, Mouton de Lobau, Audry de Puyraveau, Mauguin e Auguste de Schonen. Viene deciso di premere per un governo capeggiato dal duca di Mortemart senza mettere in discussione Carlo X, ma da Saint-Cloud non giungono notizie. A notte, mentre la capitale resta nelle mani dei rivoluzionari, le possibilità di compromesso sembrano sempre più lontane e il trono di Carlo X appare condannato.

30 e 31 luglio: la borghesia prende il potere[modifica | modifica wikitesto]

30 luglio: l’eliminazione di Carlo X e della scelta repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Talleyrand ritratto da Ary Scheffer, 1828

Il 30 luglio, deputati e giornalisti entrano in scena per utilizzare la rivoluzione popolare a profitto della borghesia. Viene scartata la soluzione istituzionale repubblicana per timore che questa inneschi processi incontrollabili per gli interessi delle forze moderate: la soluzione di una monarchia orléanista è pertanto giudicata la migliore per fare lo sgambetto ai repubblicani che non sono stati capaci di darsi un’organizzazione.

L’offensiva è lanciata all'alba di venerdì 30 luglio da Laffitte e Thiers, rientrato il giorno prima a Parigi, con la benevolente complicità di Talleyrand che da qualche tempo puntava sul duca d’Orléans per salvare la monarchia. Da lui Laffitte riceve i tre redattori de Le National: Thiers, Mignet e Carrel. Non teme la minaccia bonapartista, perché il duca di Reichstadt è in Austria e la quasi totalità dei vecchi dignitari dell'Impero si sono sistemati con la monarchia, ma teme una reggenza a nome del piccolo figlio di Carlo X, il duca di Bordeaux, sotto il nome di Enrico V. Occorre, pertanto, agire in fretta e Thiers e Mignet scrivono sul National un appello:

« Carlo X non può rientrare a Parigi: egli ha fatto scorrere il sangue del popolo.
La repubblica ci esporrebbe a terribili divisioni e ci inimicherebbe Europa.
Il duca d’Orléans è un principe devoto alla causa della Rivoluzione.
Il duca d’Orléans non si è mai battuto contro di noi.
Il duca d'Orléans ha portato in alto il tricolore.
Il duca d'Orléans soltanto può portarlo ancora: non ne vogliamo un altro.
Il duca d’Orléans si è pronunciato; accetta la Costituzione come l'abbiamo sempre voluta.
È il popolo francese che terrà la sua corona. »

Ora si tratta solo di neutralizzare l'iniziativa di Mortemart, che porta da Saint-Cloud la revoca delle ordinanze del 25 luglio e il licenziamento di Polignac: andato all'Hôtel de Ville, è affrontato da Bérard e dal generale Mathieu Dumas che gli comunicano la novità della candidatura del duca d'Orléans. Al duca de Mortemart, che gli mostra le ordinanze di revoca, Bérard risponde freddamente: «Carlo X ha cessato di regnare».

Nel Palazzo Borbone, la sede del Parlamento, i deputati considerano irricevibili le ordinanze considerando Carlo X decaduto e designano una commissione di 5 membri per discutere con i pari, formata da Augustin Perier, Horace Sébastiani, François Guizot, Benjamin Delessert et Jean-Guillaume Hyde de Neuville i quali si recano al palazzo del Luxembourg spiegando al duca di Mortemart che Carlo ha cessato di regnare e che il duca d’Orléans è l’unico riparo dalla Repubblica; Mortemart ammette che, a suo giudizio, la soluzione indicata è la meno peggiore. Anche gli altri pari presenti concordano.

Adélaïde d’Orléans, sorella di Luigi Filippo

Non resta che convincere l’Orléans che è venuto il tempo di decidersi. Il duca teme di entrare a Parigi troppo presto, pensa che Carlo X non sia ancora fuori gioco. Giudicando prudente aspettare ancora, Luigi Filippo lascia Neuilly per il suo castello di Raincy, a Levallois[19].

A mezzogiorno, i deputati si riuniscono ancora a Palazzo Borbone: tranne uno, devoto a Carlo X, e pochi favorevoli alla Repubblica, tutti gli altri sono per Luigi Filippo; l’unico problema, per loro, è se considerarlo luogotenente generale del regno o re a tutti gli effetti. Viene scelta la proposizione redatta da Benjamin Constant nella quale si «prega S. A. R. M. il duca d’Orléans di venire nella capitale per esercitarvi le funzioni di luogotenente generale del regno» esprimendogli «il voto di conservare i colori nazionali».

Thiers, con lettere esplicative di Laffitte e Sébastiani, accompagnato dal pittore Ary Scheffer, amico della famiglia d’Orléans, li pianta in asso partendo con buoni cavalli prestatigli dal principe di Moscova, Napoléon Joseph Ney, genero di Laffitte: arrivato a Neuilly, la moglie del duca, Maria Amelia di Borbone-Napoli gli spiega che il marito non può accettare il trono finché Carlo X è ancora a Saint-Cloud, mentre la sorella del duca, Adélaïde d'Orléans, sottolinea come occorra evitare di «dare alla rivoluzione il carattere di una congiura di palazzo»[20] e di provocare l’intervento della potenze straniere: «Se voi credete chi l’adesione della nostra famiglia possa essere utile alla rivoluzione, noi la diamo ben volentieri», e si dichiara pronta a recarsi a Parigi per accettare la luogotenenza a nome del fratello «in mezzo al popolo delle barricate»[21]

In quel giorno a Neuilly è un via vai di personaggi che sollecitano, attraverso i famigliari, Luigi Filippo a porsi come candidato al trono: a tutti questi la moglie risponde che il marito «non vuole diventare un usurpatore» né si pensi che la rivoluzione sia stata fatta «per mettere il duca d’Orléans sul trono» anziché «per difendere le libertà nazionali»[22] e intanto manda messaggi al marito chiedendogli di tornare urgentemente a Neuilly. Luigi Filippo giunge a Neuilly la sera: nel boschetto del parco, al lume delle torce, ascolta la lettura della risoluzione dei deputati che gli chiedono di assumere la luogotenenza del regno – non si specifica a nome di chi – che egli accetta.

31 luglio: l’entrata in scena di Luigi Filippo[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Filippo lascia il Palais-Royal per l'Hôtel de Ville il 31 luglio 1830, Horace Vernet 1832

Vestito con una redingote grigia ornata di una coccarda tricolore, accompagnato dal barone de Berthois, da Oudard e dal colonnello Heymes, Luigi Filippo lascia Neuilly alle dieci di sera, diretto al Palais-Royal. Durante il cammino, rende visita a Talleyrand, assicurandosi il suo appoggio. A mezzanotte è al Palais-Royal dove passa la notte.

Alle quattro del mattino Mortemart è da Luigi Filippo, che dorme su un materasso gettato a terra, in una piccola stanza dove fa un caldo soffocante. Il duca d’Orléans si alza, senza camiciaparrucca, tutto sudato, e tiene un lungo discorso a Mortemart per convincerlo della sua fedeltà al Re: «Se vedrete il Re, ditegli che sono stato condotto a Parigi a forza [...] che mi farò fare a pezzi piuttosto che lasciarmi posare la corona in testa»[23]. Poi, informandolo che i deputati l’hanno nominato luogotenente generale per ostacolare la formazione della Repubblica, gli chiede se egli è disponibile a riconoscere questa nomina. Alla sua risposta negativa, il duca gli consegna una lettera per il re, dove conferma la sua lealtà e dichiara che se sarà costretto a esercitare il potere, sarà solo pro tempore e nell’interesse della Casata.

Qualche ora dopo, Luigi Filippo apprende che Carlo X, cedendo al panico e alla sfiducia, ha lasciato la reggia di Saint-Cloud per il Trianon: fa subito richiamare Mortemart e si fa riconsegnare la lettera, con il pretesto di portarvi delle correzioni. Ormai il dado è tratto, il trono è vacante e basta sedervisi.

Alle nove del mattino, Luigi Filippo, ricevendo la delegazione dei deputati, dichiara di non potersubito accettare la luogotenenza in ragione dei suoi legami di famiglia con Carlo X che gl'impongono doveri personali e perché intende anche chiedere consigli a persone nelle quali ripongo fiducia e che non sono ancora qui.
Quella che appare una sua manovra riesce perfettamente: i deputati lo supplicano di accettare immediatamente, agitando lo spettro di una Repubblica che potrebbe essere presto proclamata all'Hôtel de Ville; in tal modo, Luigi Filippo potrà sempre affermare che gli si ha forzato la mano ed egli si è impegnato solo per salvare la monarchia[24]

Il Duca d'Orléans si ritira allora con Sebastiani e Dupin, con i quali redige un proclama, accettato dai deputati presenti:

« Parigini! I deputati della Francia, riuniti in questo momento a Parigi, hanno espresso il desiderio che io venissi in questa capitale per esercitarvi le funzioni luogotenente generale del regno. Non ho esitato a venire a dividere con voi i pericoli, a mettermi fra questa eroica popolazione e a fare ogni sforzo per evitarvi la guerra civile e l'anarchia. Entrando nella città di Parigi, portavo con orgoglio questi gloriosi colori che voi avete ripresentato e che io stesso avevo portato a lungo. Le Camere stanno per riunirsi; esse assicureranno il regime delle leggi e il mantenimento dei diritti della nazione. La Costituzione sarà finalmente una verità. »

Accogliendo questo proclama, i deputati rispondono nel pomeriggio:

« Francesi! La Francia è libera. Il potere assoluto ha ammainato la sua bandiera, l’eroico popolo di Parigi l'ha abbattuto. Parigi attaccata ha fatto triofare con le armi la sacra causa che aveva invano trionfato alle elezioni. Un potere usurpatore dei nostri diritti, perturbatore della nostra quiete, minacciava la libertà e l'ordine; noi riprendiamo possesso dell'ordine e della libertà. Niente più timori per i diritti acquisiti, niente più barriere tra noi e i diritti che ancora ci mancano.

Un governo che, senza indugio, ci garantisca questi beni, è oggi il primo bisogno della Patria. Francesi! I deputati che si trovano già a Parigi si sono riuniti e, attendendo il regolare intervento delle Camere, hanno invitato un Francese che ha sempre combattuto soltanto per la Francia, il Signor duca Orléans, a esercitare le funzioni di luogotenente generale del regno. Ai loro occhi, è il mezzo per compiere prontamente, nell'interesse della pace, il successo della più legittima difesa. Il duca d’Orléans è devoto alla causa nazionale e costituzionale. Ne ha sempre difeso gli interessi e professato i princìpi. Egli rispetterà i nostri diritti, perché essi sono i suoi stessi, noi ci assicureremo con le leggi tutte le garanzie necessarie per rendere la libertà forte e durevole:

la ricostituzione della Guardia nazionale con l'intervento delle guardie nazionali nella scelta degli ufficiali; l'intervento dei cittadini nella formazione delle amministrazioni dipartimentali e municipali. il giurì per le garanzie della stampa; la responsabilità legalmente costituita dei ministri e dei funzionari dell'amministrazione; lo stato dei militari assicurato legalmente; la rielezione dei deputati promossi a funzioni pubbliche.

Daremo alle nostre istituzioni, di concerto con il Capo dello Stato, gli sviluppi di cui esse hanno bisogno. Francesi! Il duca d’Orléans stesso ha già parlato e il suo linguaggio è quello che conviene a un paese libero: le Camere stanno per riunirsi, vi dice; esse troveranno il modo di assicurare il regno delle leggi e il mantenimento dei diritti della nazione. La Costituzione sarà finalmente una verità »

Firmato da quasi 90 deputati, l'atto è portato al Palais-Royal. Ma la manovra in favore del duca d’Orléans, appena conosciuto all'Hôtel de Ville, suscita la rabbia dei repubblicani. Il duca di Chartres, accorso da Joigny, è arrestato a Montrouge e minacciato di essere passato per le armi e occorre l'intervento personale di La Fayette per ottenere la sua liberazione. La commissione municipale, per reazione, cercando di trasformarsi in governo provvisorio, lancia un proclama che mostra d'ignorare quello dei deputati e nomina i commissari dei diversi ministeri.

Ormai è tempo che il duca d'Orléans vada all'Hôtel de Ville per eliminare definitivamente, con la complicità di La Fayette, lo spettro della Repubblica[25] La manovra ha qualche rischio ma è indispensabile. Alle due del pomeriggio, un corteo picaresco lascia il Palais-Royal. Racconta Chateaubriand:

« Il duca d'Orléans, avendo preso la decisione di farsi approvare dai tribuni dell'Hôtel de Ville, scese nel cortile del Palais-Royal, circondato da 99 deputati, chi in berretto, chi in cappello rotondo, chi in abito da sera, chi in redingote ... Il candidato reale salì su un cavallo bianco, seguito da Benjamin Constant in portantina retta da due Savoiardi. I signori Méchin e Viennet, coperti di sudore e di polvere, camminavano tra il cavallo bianco del futuro monarca e il deputato gottoso, querimoniando con i due facchini di mantenere le dovute distanze. Un tamburino semi-ubriaco batteva la sua cassa alla testa del corteo. Quattro uscieri servivano da littori. I deputati più zelanti urlavano: Viva il duca d’Orléans![26] »

Ma mentre il corteo, sul lungosenna, avanzava con difficoltà attraverso le barricate verso l'Hôtel de Ville, altre grida si levano da una folla sempre più ostile: abbasso i Borboni! Basta con i Borboni! A morte i Borboni! Abbasso il duca d’Orléans!. Arrivato all'Hôtel de Ville, Luigi Filippo, vestito in uniforme di guardia nazionale, esclama, indicando il generale La Fayette, senza riuscire però a distendere l'atmosfera: Signori, una vecchia guardia nazionale rende visita al suo antico generale!. L'uscita è accolta da mormorii ostili: Viva La Fayette! Abbasso i Borboni!. Abbracciando il vecchio generale che gli si è avvicinato zoppicando, Luigi Filippo, con aria seducente, esclama: Ah! È la conseguenza della ferita che avete ricevuto in America, alla battaglia della Brandywine!. E La Fayette, che effettivamente vi fu ferito a una gamba l'11 ottobre 1777, si estasia: Ah, Signore, che memoria!.

La Fayette abbraccia il duca d'Orléans al balcone dell'Hôtel de Ville

Il deputato Viennet legge il proclama dei deputati, accolto da applausi quando promette la garanzia delle libertà pubbliche. Luigi Filippo risponde gravmente: Come francese, deploro il male fatto al Paese e il sangue versato; come principe, sono felice di contribuire al bene della nazione. S'alza allora un energumeno, di nome Dubourg, messo lì dal giornalista Dumoulin, bonapartista. Autoproclamatosi generale in capo dell'insurrezione e vestito di un'uniforme di fantasia, presa in prestito dai magazzini dell'Opéra-Comique, apostrofa Luigi Filippo: Si dice che siate un uomo onesto e come tale, incapace di mancare alle promesse. Voglio crederlo, ma è bene che sappiate che se non lo farete, vi si saprà farvele mantenere. Il duca risponde alteramente: Voi non mi conoscete, signore! Imparerete a conoscermi. Non avete il diritto di rivolgermi parole simili. Non ho mai mancato alle mie promesse e non è certo quando la Patria chiama che penso di tradirla.

Per cancellare la penosa impressione lasciata da quella scena, La Fayette trascina il duca al balcone dove i due, al di sopra della folla ammassata, si abbracciano platealmente, avvolti ciascuno da una grande bandiera tricolore. La brillante messa in scena e il «bacio repubblicano» di La Fayette, secondo l'ironica formula di Chateaubriand, consegna definitivamente il trono a Luigi Filippo.

Il duca ritorna al Palais Royal attraverso la rue Saint-Honoré, dove riceve un'accoglienza più calorosa, e distribuisce numerose strette di mano: è uno dei primi bagni di folla della storia. La folla lo segue fino al Palazzo e all'inizio della sera, quando la duchessa d’Orléans e la mademoiselle Adélaïde vi giungono, trovano uno spettacolo che loro giudicano particolarmente spiacevole. Racconta la duchessa:

« Abbiamo trovato mio marito ... con il signor Dupin e il generale Sébastiani. I due saloni erano affollati da ogni genere di persone; la bandiera tricolore sventolava ovunque; le finestre e le mura crivellate di colpi; canti e danze sulla piazza; dovunque un'aria di disordine e di confusione che facevano male[27]»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Non era giuridicamente obbligato secondo la Costituzione del 1814, secondo la quale il ministero procede dal re e non dal parlamento
  2. ^ Journal des débats, 14 agosto 1829
  3. ^ Processato per questo articolo, Bertin fu condannato in primo grado ma assolto in appello e il giovane duca di Chartres che aveva assistito al [[processo (diritto)|]], fu vivamente ripreso da Carlo X in una tempestosa discussione alle Tuileries
  4. ^ Pretendeva che la Vergine Maria gli apparisse per dargli consigli politici
  5. ^ Montbel è un ultra che ha sostenuto Villèle ma mostrerà moderazione rifiutando di sospendere i corsi universitari tenuti da François Guizot e da Victor Cousin.
  6. ^ G. Antonetti, Louis-Philippe, p. 553
  7. ^ G. Antonetti, cit. Thiers riprende questo concetto nel manifesto del 26 luglio 1830
  8. ^ G. Antonetti, cit., p. 557
  9. ^ Luigi Filippo avrebbe risposto: «Che ci sia un vulcano è possibile, io lo credo come voi ma la colpa non è mia; non posso rimproverarmi di non aver cercato di aprire gli occhi al Re. Che volete: non ascolta niente. Dio sa dove andremo a finire! Il mondo ha cambiato volto da quarantanni: non vi rendete conto della diffusione dei Lumi, conseguenza della divisione delle ricchezze. Le classi medie non sono tutta la società ma ne sono la forza. Il loro interesse è il mantenimento dell’ordine e hanno abbastanza forza per combattere e reprimere le cattive passioni. Tutto quel che vuole il Paese, è lo stabilimento sincero del regime costituzionale». G. Antonetti, cit., p. 557
  10. ^ Secondo Bérard «non osò rifiutare il suo salotto ma il suo imbarazzo e la sua ripugnanza saltavano agli occhi» (G. Antonetti, cit., p. 565)
  11. ^ Jean Tulard, Les Révolutions de 1789 à 1851, tomo IV dell’Histoire de France, Paris 1985
  12. ^ François-René de Chateaubriand, Mémoires d'Outre-Tombe, 3 L28 Chapitre 16.
  13. ^ Paradossalmente, Marmont detesta Polignac. È stato infatti umiliato per non essere stato scelto a comandare il corpo di spedizione in Algeria e non ha dato le dimissioni solo perché ha bisogno di denaro per rimborsare i debiti che si è procurato con il finanziamento dell'impresa siderurgica di Châtillon-sur-Seine, in società con ....Casimir Perier!
  14. ^ Citato da G. Lacour-Gayet, Talleyrand, Paris 1990, p. 1070
  15. ^ G. Antonetti, cit., p. 570
  16. ^ G. Antonetti, cit., p. 571
  17. ^ Secondo Marmont, Casimir Perier sarebbe venuto personalmente a parlamentare con gli ufficiali e ad arringare i soldati, mentre secondo Bérard fu il generale Gérard a inviare il colonnello Heymes – che sarà nominato aiutante di campo da re Luigi Filippo – a condurre il 53º reggimento dalla parte della Rivoluzione
  18. ^ Casimir Louis Victurnien de Rochechouart-Mortemart (1787-1875), principe de Tonnay-Charente, poi barone de Mortemart e dell'Impero, duca de Mortemart (1812 e pari di Francia, pur nobile dell'ancien régime, fedele all'Impero, fu ufficiale d'ordinanza di Napoleone
  19. ^ Traversando Aubervilliers, un abitante gli chiede : «Dite un po’, voi altri, starete mica cercando Napoleone II?» E Luigi Filippo, affrettando il passo: «Io ho sempre amato molto la coccarda tricolore». All’uscita dal villaggio, si levano grida: «Viva il duca d’Orléans!»
  20. ^ G. Antonetti, cit., p. 581
  21. ^ A. Cuvillier-Fleury, Journal intime, Paris, p. 220
  22. ^ G. Antonetti, cit., p. 582
  23. ^ G. Antonetti, cit., p. 584
  24. ^ È una tesi che difenderà sempre: il 19 agosto scriverà al principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo: desidero che sappiate e diciate che, durante questi grandiosi avvenimenti, il re Carlo X era a Saint-Cloud ed io a Neuilly, non mi mandò nessun messaggio né, per dirla in termini volgari, mi diede segno di esser vivo. Alla fine di quattro giorni di silenzio, ho ricevuto l'appello dei deputati che riuniti spontaneamente i quali, vedendo che ci aspettava solo l'anarchia repubblicana se non fossi arrivato, ho preso la mia decisione e mi sono risoluto. G.Antonetti, cit., p. 617
  25. ^ Anche l'ambasciatore degli Stati Uniti, William Cabell Rives, assicurò il 31 luglio l'appoggio del suo governo all'ipotesi monarchica
  26. ^ Chateaubriand, Mémoires d’outre-tombe, XXXIII, 15
  27. ^ G. Antonetti, cit., p. 593

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. I. de Montbel, Dernière époque de l'histoire de Charles X, ses derniers voyages, sa maladie, sa mort, ses funérailles, son caractère et ses habitudes dans l'exil; suivi des actes et procès-verbaux relatifs à son décès, Paris 1836
  • J.-L. Courson, 1830: la Révolution tricolore, Paris 1965
  • J. Cabanis, Charles X, roi ultra, Paris 1973
  • J. Tulard, Les Révolutions de 1789 à 1851, tomo IV dell’«Histoire de France» a cura di J. Favier, Paris 1985 ISBN 2-213-01574-0
  • D. H. Pinkney, La Révolution de 1830 en France, Paris 1988 ISBN 2-13-040275-5
  • G. Antonetti, Louis-Philippe, Paris 2002 ISBN 2-213-59222-5
  • E. de Waresquiel - B. Yvert, Histoire de la Restauration (1814-1830), Paris 2002 ISBN 2-262-01901-0
  • Julia A. Schmidt-Funke, "Die 1830er Revolution als europäisches Medienereignis", European History Online, Institute of European History, Magonza 2011, constultato in data 21 febrero 2013.

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