Rivolte nella Slesia

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Mappa delle tre rivolte
Carro armato polacco Korfanty del 1920 realizzato dai combattenti polacchi alle fonderie Woźniak. Fu uno dei due esemplari creati, il secondo chiamato Walerus – Woźniak.[1]
Insorgenti slesiani
Stemma del Distaccamento Aereo Polacco durante le rivolte slesiane

Le rivolte nella Slesia (in tedesco: Aufstände in Oberschlesien; in polacco: Powstania śląskie) furono una serie di rivolte armate compiute da polacchi e slesiani polacchi dell'Alta Slesia, nel periodo dal 1919 al 1921 contro il dominio della Repubblica di Weimar. La resistenza mirava a separarsi dalla Germania per unirsi alla Seconda Repubblica di Polonia, che era stata istituita al termine della prima guerra mondiale. Nella Polonia dopo la seconda guerra mondiale le insurrezioni furono celebrate come esempi di orgoglio nazionale.

Situazione storica[modifica | modifica sorgente]

Gran parte della Slesia appartenuta alla Corona polacca in epoca medievale era passata ai re boemi nel XIV secolo, e il seguito agli Asburgo austriaci. Federico il Grande di Prussia si impadronì della Slesia da Maria Teresa d'Austria nel 1740 con la guerra di successione austriaca, dopo la quale la regione divenne parte della Prussia[2] e, nel 1871, dell'Impero tedesco.

Dopo la prima guerra mondiale, durante i negoziati del Trattato di Versailles, il governo tedesco sostenne che senza l'Alta Slesia non sarebbe stato in grado di adempiere ai suoi obblighi riguardanti i danni di guerra da rifondere agli Alleati.

Risorse minerarie[modifica | modifica sorgente]

L'Alta Slesia era una grande risorsa mineraria e dell'industria pesante, essendo ricca di miniere e di acciaierie. "Le miniere slesiane erano responsabili di quasi un quarto delle esportazioni tedesche di carbone, dell'81% dello zinco e del 34% del piombo."[3]

Demografia all'inizio del XX secolo[modifica | modifica sorgente]

L'area ad est dell'Oder nell'Alta Slesia era dominata dai polacchi, gran parte dei quali erano appartenenti alle basse classi sociali. Quasi tutti parlavano dialetti polacchi, e molti sentivano di appartenere ai gruppi etnici slavi, e si dicevano slesiani.[2] Allo stesso tempo quasi tutta l'élite locale — i proprietari terrieri, uomini d'affari, proprietari di fabbriche, governatori locali, polizia e clero cattolico — era tedesca.[2] Vi era un'ulteriore divisione lungo le linee religiose: quasi tutti i più alti governanti tedeschi slesiani erano protestanti, mentre la grande maggioranza dei polacchi slesiani erano cattolici.[2]

Al censimento tedesco del 1900, il 65% della popolazione della parte orientale della Slesia era registrata come parlante lingua polacca, con una decrescita al 57% nel 1910.[2] Questo fu dovuto alla germanizzazione forzata[4] e alla creazione di una categoria di "abitanti bilingui" allo scopo del censimento, per ridurre il numero di slesiani che parlavano polacco.[2] Lo studioso tedesco Paul Weber redasse una cartina dei dialetti che mostrò che nel 1910, nella maggioranza dei distretti dell'Alta Slesia ad est dell'Oder, gli slesiani che parlavano il polacco erano la maggioranza, circa il 70% della popolazione.[2]

Il plebiscito di Versailles[modifica | modifica sorgente]

Il Trattato di Versailles deliberò lo svolgimento di un plebiscito dell'Alta Slesia per determinare se il territorio dovesse divenire parte della Germania o della Polonia.[2] Il plebiscito si doveva tenere entro due anni dal Trattato (1919) in tutta la Slesia, anche se il governo polacco voleva farlo svolgere solo nella parte della Slesia ad est dell'Oder, dove gli abitanti che parlavano polacco erano la maggioranza.[2] Si decise tuttavia di svolgere il plebiscito in tutta l'Alta Slesia, incluse le aree in predominanza tedesche ad est e nelle aree ad ovest dell'Oder, anch'esse in maggioranza tedesche.[2]

Gli Alleati decisero che il plebiscito dell'Alta Slesia dovesse svolgersi il 20 marzo 1921. Nel frattempo, l'amministrazione e la polizia tedesca rimasero in funzione nella zona.[2]

La propaganda e le tattiche elettorali in entrambi gli schieramenti portarono a disordini crescenti.[2] Le autorità tedesche avvisarono che coloro che avrebbero votato per la Polonia avrebbero perso lavoro e pensioni;[2] i veterani dell'esercito tedesco si unirono ai "Freikorps" (Corpi Liberi), un'organizzazione le cui truppe compivano atti di terrorismo contro gli attivisti polacchi.[2] Nello stesso tempo, i polacchi sostenevano che sotto il nuovo governo polacco, i polacchi slesiani non sarebbero più stati discriminati; i polacchi promisero anche di onorare i benefici dello stato sociale tedesco, come le pensioni di anzianità.[2] I polacchi si organizzarono anche nell'Organizzazione Militare Polacca, predecessore dei servizi segreti polacchi, per perseguire la loro causa.[5]

Alla fine la situazione sfociò nelle prime due rivolte della Slesia, nel 1919 e nel 1920.

Il plebiscito ebbe luogo il 20 marzo, due giorni dopo il Trattato di Riga siglato il 18 marzo 1921, che pose fine alla guerra polacco-sovietica del 1919-1920.

Nel plebiscito, 707.605 voti andarono alla Germania, mentre solo 479.359 alla Polonia.[2] I tedeschi ebbero quindi 228.246 voti in più.

Il diritto di voto era garantito ai maggiori di 20 anni che erano nati o vivevano nell'area interessata dal plebiscito; il risultato fu una migrazione di massa.[6] I votanti esteri furono 179.910 per la Germania, mentre per la Polonia circa 10.000.[2] Senza di questi, i tedeschi avrebbero avuto solamente una maggioranza di 58.336 voti anziché 228.246.[2] Tuttavia, l'inclusione dei votanti dall'estero era stata fatta per esplicita richiesta della delegazione polacca a Versailles, che contava nel sostegno delle organizzazioni filopolacche dell'area della Ruhr.

La terza rivolta slesiana scoppiò nel 1921. Fu chiesto alla Società delle Nazioni di affrontare il problema prima che la situazione portasse ad un bagno di sangue. Nel 1922 un'investigazione di sei settimane giunse alla conclusione che la terra dovesse essere divisa tra le due nazioni; questa decisione fu accettata da entrambi gli stati, e dalla maggioranza degli slesiani (tantopiù che la Germania, avendo perso la guerra mondiale, non aveva potere per opporsi alla decisione). Circa 736.000 polacchi e 260.000 tedeschi vivevano nell'Alta Slesia polacca, e 532.000 polacchi e 637.000 tedeschi nell'Alta Slesia tedesca.

Prima rivolta slesiana (1919)[modifica | modifica sorgente]

Prima rivolta slesiana
Data 16 - 26 agosto 1919
Luogo Parti dell'Alta Slesia
Esito Le forze tedesche bloccarono la rivolta
Schieramenti
Comandanti
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Il 15 agosto 1919 le truppe di confine tedesche (Grenzschutz) massacrarono dieci civili slesiani nella miniera di Mysłowice (Myslowitzer Grube) e causarono la prima rivolta slesiana contro il controllo tedesco dell'Alta Slesia. Il massacro causò proteste da parte dei minatori slesiani polacchi; infine, molti leader polacchi furono arrestati durante uno sciopero generale di circa 140.000 minatori.[7] Con la rivolta, i minatori dichiararono che volevano che la polizia e i governanti locali fossero sia tedeschi che polacchi.[2]

Circa 21.000 soldati tedeschi dell'Esercito Nazionale Provvisorio della Repubblica di Weimar (Vorläufige Reichsheer), con circa 40.000 soldati di riserva, soppressero velocemente la rivolta. Ciò che seguì fu la repressione tedesca dei polacchi della Slesia, e circa 2.500 polacchi furono giustiziati o uccisi da squadroni. 9.000 polacchi cercarono rifugio in Polonia insieme a migliaia di familiari (in totale circa 22.000 persone). Le azioni repressive terminarono quando le forze alleate arrivarono a riportare l'ordine, e i rifugiati furono autorizzati a ritornare nelle loro terre. Una volta che la rivolta fu sedata, nacque un fortissimo risentimento nei polacchi slesiani, il che contribuì a rinforzare la cultura in cui si identificavano.

Seconda rivolta slesiana (1920)[modifica | modifica sorgente]

Seconda rivolta slesiana
Data 19 - 25 agosto 1920
Luogo Alta Slesia
Esito Cessate il fuoco attuato dagli stranieri
Schieramenti
Germania Governo civile tedesco e polizia dell'Alta Slesia Polonia Organizzazione Militare Polacca
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La seconda delle rivolte (in polacco: Drugie powstanie śląskie) fu la seconda sollevazione popolare.

Nel febbraio 1920 la Commissione Alleata per il Plebiscito fu inviata nell'Alta Slesia; era composta da rappresentanti delle forze alleate, e pertanto i suoi membri facevano riferimento principalmente alla Francia, con piccoli gruppi dal Regno Unito e dall'Italia.[2] Poco dopo, divenne chiaro che le forze alleate erano troppo ridotte per mantenere l'ordine; la Commissione fu poi accantonata per mancanza di consenso: gli inglesi e gli italiani favorivano i tedeschi, mentre i francesi supportavano i polacchi.[2] Le forze fallirono pertanto nell'impedire le continue rivolte.[2]

Nell'agosto 1920 un giornale tedesco dell'Alta Slesia scrisse ciò che sarebbe poi divenuto il falso annuncio della caduta di Varsavia nelle mani dell'Armata Rossa nella guerra sovietico-polacca. Questo annuncio portò a festeggiamenti nella comunità tedesca per quella che supponevano essere la fine della Polonia indipendente. La situazione denegerò rapidamente nella violenza, con le milizie tedesche che attaccarono i polacchi, e le schermaglie continuarono anche dopo che fu chiarito il fatto che Varsavia non era caduta.[2][8]

La violenza portò infine, il 19 agosto, alla rivolta polacca che prese velocemente il controllo degli uffici governativi nei distretti di Kattowitz, Pless e Beuthen. Tra il 20 e il 25 agosto la ribellione si estese fino a Konigshutte, Tarnowitz, Rybink, Lublinitz e Gross Strehlitz. La Commissione Alleata dichiarò la propria intenzione a ristabilire l'ordine, ma le differenze interne impedirono la realizzazione del proposito. I rappresentanti inglesi ritennero i francesi responsabili della rapida degenerazione della rivolta nelle regioni orientali.[9]

La rivolta giunse lentamente alla fine a settembre con l'unione delle operazioni militari alleate e i negoziati tra le parti. I polacchi ottennero lo scioglimento della polizia Sipo e la creazione di una nuova polizia (Abstimmungspolizei) per l'area, che sarebbe stata al 50% polacca.[8] Ai polacchi fu anche permesso l'accesso all'amministrazione locale. L'Organizzazione Militare Polacca nell'Alta Slesia doveva essere sciolta, ma questo in pratica non accadde mai.

Terza rivolta slesiana (1921)[modifica | modifica sorgente]

Terza rivolta slesiana
Data 2 maggio - 21 luglio 1921
Luogo Alta Slesia
Esito Cessate il fuoco imposto dalla Società delle Nazioni
Schieramenti
Germania Grenzschutz
Germania Freikorps
Germania Selbstschutz
Polonia Organizzazione Militare Polacca
Comandanti
Effettivi
40.000
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La terza rivolta slesiana (in polacco: Trzecie powstanie śląskie) fu l'ultima, la maggiore e la più lunga delle tre rivolte, e incluse la battaglia di Annaberg.

Ebbe inizio dopo il plebiscito che aveva dato risultati confusi; i governi inglese e francese non raggiunsero un accordo sull'interpretazione del plebiscito.[2] Il primo problema fu la destinazione del "Triangolo Industriale" ad est dell'Oder, i cui vertici erano rappresentati dalle città di Beuthen (Bytom), Gleiwitz (Gliwice) e Kattowitz (Katowice).[2] I francesi volevano indebolire la Germania, e sostennero pertanto le motivazioni polacche; gli inglesi e gli italiani non erano d'accordo, in particolare perché i tedeschi non sarebbero stati in grado di pagare le riparazioni di guerra se avessero perso le industrie slesiane.[2]

Alla fine dell'aprile 1921 si diffusero voci che la posizione inglese filotedesca avrebbe prevalso.[2] Questo portò i simpatizzanti polacchi ad agire di nuovo: l'insurrezione ebbe inizio all'inizio di maggio; diversamente dalla seconda rivolta, la terza fu pianificata nei particolari ed organizzata sotto la leadership di Wojciech Korfanty.

La terza rivolta slesiana ebbe inizio il 2-3 maggio 1921, con la distruzione del ponte ferroviario tedesco per opporsi alle misure tedesche destinate alla soppressione dei tumulti. Particolari cure furono indirizzate ad impedire una riedizione degli atti di violenza che erano stati perpetrati contro la popolazione da parte del gruppi paramilitari tedeschi, i Freikorps, che erano stati creati per sostenere la polizia di confine tedesca (Grenzschutz). I Freikorps comprendevano perlopiù volontari e soldati tedeschi demobilizzati.

La Commissione Inter-Alleata, all'interno della quale il generale Henri Le Rond era il personaggio più influente, aspettò troppo a lungo prima di prendere provvedimenti contro le violenze.[10] L'esercito francese di occupazione favoriva generalmente gli insurrezionalisti.[10] In alcuni casi, i contingenti inglese e italiano cooperavano attivamente con i tedeschi.[10] D'altra parte, il discorso del Primo Ministro David Lloyd George al Parlamento inglese disapprovò fortemente l'insurrezione, e rinsaldò le speranze dei tedeschi.[10] La Triplice Intesa apparì tuttavia non pronta alla battaglia;[10] l'unica azione della "Commissione di Controllo Militare Inter-Alleata" e del governo francese fu la richiesta di proibizione immediata del reclutamento di volontari tedeschi esterni all'Alta Slesia.[10]

Dopo un successo iniziale degli insorgenti, la Grenzschutz tedesca resistette a diversi attacchi delle truppe polacche di Wojciech Korfanty, in alcuni casi in cooperazione con le forze inglesi ed italiane.[10] Un tentativo da parte delle truppe inglesi di avvantaggiarsi rispetto alle forze polacche, fu impedito dal generale francese Jules Gratier, il comandante in capo delle truppe alleate.[10] Alla fine, gli insorgenti riuscirono a tenere gran parte del territorio conquistato, incluso il distretto industriale locale. Essi dimostrarono che potevano mobilitare un grande sostegno locale, mentre le forze tedesche che avevano la loro base al di fuori della slesia, non potevano prendere parte attiva al conflitto.

Dodici giorni dopo lo scoppio della rivolta, Korfanty si offrì di ritirare le proprie truppe oltre la linea di demarcazione (la "Linea Korfanty"), a condizione che il territorio liberato non fosse occupato dai tedeschi, ma dalle forze alleate.[10] Le forze inglesi, tuttavia, non arrivarono nell'Alta Slesia prima del 1º luglio ed iniziarono ad avanzare insieme agli altri alleati verso la vecchia frontiera.[10] Contemporaneamente all'avanzamento, la Commissione pronunciò un'amnistia generale per le azioni illegali commesse durante l'insurrezione, con l'eccezione degli atti di vendetta e di crudeltà.[10] The German Grenzschutz was withdrawn and disbanded.[10]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Il Monumento degli Insorgenti slesiani a Katowice, il più grande e pesante monumento della Polonia, costruito nel 1967.
Il Parlamento slesiano a Katowice

Contribuirono alla pacificazione dell'area gli accordi tra i tedeschi e i polacchi nell'Alta Slesia e gli appelli diramati da entrambe le parti, così come i dispacci dei sei battaglioni delle truppe alleate e lo sbandamento delle guardie locali.[10]

Il Consiglio Supremo Alleato non fu comunque in grado di giungere ad un accordo sulla spartizione del territorio dell'Alta Slesia sulle linee del plebiscito.[2][10] Gli inglesi e i francesi poterono solo trovare una soluzione: rimandare la questione al consiglio della Società delle Nazioni.[2][10]

L'eccitazione maggiore scoppiò in tutta la Germania e nella parte tedesca dell'Alta Slesia con la notizia che il Consiglio della Società delle Nazioni aveva rimandato il problema ad una commissione consistente di quattro rappresentanti: uno al Belgio, uno al Brasile, uno alla Spagna ed uno alla Cina.[10] La Commissione raccolse i dati e giunse ad una decisione, basata sul principio dell'autodeterminazione.[2] Sulla base dei rapporti della commissione e quelli dei suoi esperti, nell'ottobre 1921 il Consiglio assegnò la parte maggiore del distretto industriale dell'Alta Slesia alla Polonia.[2]

Il governo polacco aveva deciso di dare alla Slesia una considerevole autonomia, on il Parlamento slesiano e la costituzione del Consiglio del Voivodato Autonomo della Slesia come potere esecutivo nella regione.

La Polonia ottenne quasi la metà dei 1.950.000 abitanti, viz., ossia 965.000 persone, ma quasi un terzo del territorio, cioè solo 3.214 sui 10.951 km².[10] Il territorio comprendeva tuttavia la parte più ricca del distretto: su 61 miniere di carbone, 49 andarono alla Polonia, e lo stato prussiano ne perse 3 su 4. Su una produzione di carbone di 31.750.000 tonnellate, 24.600.000 finirono alla Polonia; tutte le miniere di ferro, con una produzione di 61.000 t andarono alla Polonia.[10] 22 altiforni su 37 rimasero polacchi, e solo 15 divennero tedeschi. Su una produzione di 570.000 t di ferro grezzo, 170.000 t rimasero alla Germania, e 400.000 t andarono alla Polonia;[10] delle 16 miniere di zinco ed alluminio, che producevano 233.000 t nel 1920, solo 4 (44.000 t) andarono alla Germania.[10] Le grandi città di Königshütte (Chorzów), Kattowitz (Katowice), e Tarnowitz (Tarnowskie Góry) furono assegnate alla Polonia.[10]

Nel territorio slesiano riconquistato dalla Polonia, i tedeschi rimasero una minoranza. Similmente, una consistente minoranza di polacchi (circa mezzo milione) rimase nella parte tedesca, principalmente nella città di Oppeln (Opole).[2]

Per mitigare le difficoltà nate dalla divisione del distretto che era essenzialmente un'unità economica, si decise, su raccomandazione del Consiglio della Società delle Nazioni, che i delegati tedeschi e polacchi dovessero redigere delle regole economiche e uno statuto per la protezione delle minoranze, che dovevano avere una durata di 15 anni.[10] Delle misure speciali dovevano entrare in vigore nel caso in cui uno dei due stati si fosse rifiutato di stilare tali regole, o di accettarle.[10]

Nel maggio 1922 la Società delle Nazioni dichiarò la Convenzione dell'Alta Slesia (anche conosciuta come Convenzione di Ginevra), che mirava a preservare l'unità economica della regione. La Società istituì anche un tribunale per arbitrare sulle dispute; inoltre, in risposta alle lamentele tedesche sull'importanza del carbone per l'industria tedesca, alla Germania fu concesso il diritto di importare 500.000 t l'anno a prezzo scontato.[2] Tre anni dopo, nel 1925, quando terminò l'accordo sul carbone, la Germania rifiutò di importarlo, tentando di utilizzare la disputa sul carbone come pretesto, cercando di imporre una revisione dell'intera frontiera polacco-tedesca.[2] Le relazioni tra i due stati peggiorarono, e la Germania diede inizio ad una guerra tariffaria, ma il governo polacco non prese in considerazione l'idea di cambiare il confine.[2]

L'ultimo veterano delle rivolte nella Slesia, Wilhelm Meisel, morì nel 2009.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (PL) Ostatnie chwile odlewni Woźniaków. Zaglebie.info
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai Anna M. Cienciala, La rinascita della Polonia
  3. ^ Margaret MacMillan, Paris 1919, Random House, 2001, p. 219.
  4. ^ "Mapy narodowościowe Górnego Śląska od połowy XIX wieku do II Wojny Światowej" Dorota Borowiecz Wydawnictwo Uniwersytetu Wrocławskiego 2005 ISBN 83-229-2569-7
  5. ^ Polish military leaders during Polish-Bolshevik War
  6. ^ Plebiscite contributions for benefit of uniting Warmia and Masuria, Spisz and Orawa, Cieszyn Silesia. Portale Poland.pl
  7. ^ (PL) ŚLADY PRZESZŁOŚCI W MYSŁOWICACH
  8. ^ a b Richard Watt, Bitter Glory: Poland and its Fate, Barnes and Noble, 1979, ISBN 0-7607-0997-1.
  9. ^ Susan Williams, PostScript to Victory: British Policy and the German-Polish Borderlands, University Press of America, 1982, ISBN 0-81912-204-1.
  10. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Edmund Burke, James Dodsley, Annual Register, v. 2 - 1922, Google Print, p.179-180 (public domain text)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Lt.-Colonel Graham Seton Hutchison, Silesia Revisited, DSO, MC, FRGS, London, 1929.
  • Friedrich Glombowski, Frontiers of Terror, London, 1935.
  • Henryk Zieliński, Rola powstania wielkopolskiego oraz powstań śląskich w walce o zjednoczenie ziem zachodnich z Polską (1918–1921), w: Droga przez Półwiecze.
  • Rohan Butler, MA, J.P.T. Bury, MA, & M.E. Lambert (ed.), MA, Documents on British Foreign Policy 1919–1939, 1st Series, volume XI, Upper Silesia, Poland, and the Baltic States, January 1920–March 1921, Her Majesty's Stationary Office (HMSO), London, 1961 (amended edition 1974), ISBN 0-11-591511-7*
  • W.N. Medlicott, MA, D.Lit., Douglas Dakin, MA, PhD, & M.E. Lambert, MA (ed.), Documents on British Foreign Policy 1919–1939, 1st Series, volume XVI, Upper Silesia, March 1921 – November 1922 HMSO, London, 1968.
  • David G.Williamson, The British in Germany 1918–1930, Berg Publishers, London and New York, 1991, ISBN 0-85496-584-X
  • Dziewanowski, M. K., Poland in the 20th century, New York: Columbia University Press, 1977.
  • Macmillan, Margaret, Paris 1919, Random House, New York, 2001, ISBN 0-375-50826-0.
  • Clark, Christopher, Iron Kingdom: The Rise and Downfall of Prussia, 1600–1947, Penguin Group (Canada), 2006
  • Hughes, Rupert, "Germany's Silesian Plot: Colonizing Scheme to Overcome Polish Majority in a Region Which Contains Vast Resources for Future War-Making", The New York Times, October 12, 1919.