Land grabbing

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Un campo coltivato a cereali (sorgo) nel Malawi

La locuzione inglese land grabbing (letteralmente «accaparramento della terra») identifica una controversa questione economica e geopolitica venuta alla ribalta nel primo decennio del XXI secolo, riguardante gli effetti di pratiche di acquisizione su larga scala di terreni agricoli in paesi in via di sviluppo, mediante affitto o acquisto di grandi estensioni agrarie da parte di compagnie transnazionali, governi stranieri e singoli soggetti privati. Sebbene il ricorso a simili pratiche sia stato largamente diffuso nel corso della storia umana, il fenomeno ha assunto una particolare connotazione a partire dagli anni 2007-2008, quando l'accaparramento di terre è stato stimolato e guidato dalle conseguenza della crisi dei prezzi agricoli di quegli anni e dalla conseguente volontà, da parte di alcuni paesi, di assicurarsi le proprie riserve alimentari[1], al fine di tutelare sovranità e sicurezza in campo alimentare.

Il fenomeno del land grabbing può essere foriero tanto di buone opportunità quanto di rischi: da un lato, le acquisizioni possono garantire un'iniezione di preziose risorse per investimenti, in realtà economiche in cui queste ultime sono scarse e necessarie; d'altro canto, esiste il rischio concreto che le popolazioni locali perdano potere di controllo e di accesso sulle terre cedute e sulle risorse naturali collegate alla terra e ai suoli, come, ad esempio, l'acqua[1] Risulta cruciale assicurare che le acquisizioni siano realizzate in modo da minimizzare i rischi e massimizzare le opportunità[1].

Storia[modifica | modifica sorgente]

La crisi dei prezzi agricoli degli anni dal 2007 in poi ha posto l'accento sul problema della sicurezza alimentare nei paesi sviluppati e, al contempo, ha messo in evidenza nuove opportunità economiche per investitori e speculatori nel campo agricolo, determinando un picco notevole negli investimenti agricoli su larga scala, soprattutto stranieri, nel Sud del mondo, allo scopo di produrre cibo e biocarburanti.

Inizialmente, gli investitori e alcuni paesi sviluppati salutarono il fenomeno come una nuova opportunità per lo sviluppo agricolo, ma, in seguito, l'acquisizione massiccia ha raccolto una serie di critiche da parte di vari soggetti della società civile, da governi, e da soggetti multinazionali, per il fardello di impatti negativi causati sulle comunità locali.

Situazione[modifica | modifica sorgente]

Scala dimensionale del fenomeno[modifica | modifica sorgente]

La stima più completa della scala degli investimenti in accaparramento di terreni è stata pubblicata a settembre 2010 dalla Banca mondiale: lo studio mostra che, nel solo periodo da ottobre 2008 ad agosto 2009, sono state dichiarate acquisizioni di terreni agricoli per un'estensione di 46 milioni di ettari, due terzi dei quali ubicati nell'Africa subsahariana[2]. Inoltre, delle 464 acquisizioni esaminate dalla banca mondiale, solo 203 riportavano l'estensione dei terreni acquisiti: ciò implicherebbe una drastica sottostima della reale estensione coperta da tali acquisizioni, che potrebbe essere il doppio dei 46 milioni di ettari stimati dalla World Bank.

Uno studio successivo, basato sui dati forniti, in aprile 2011, a un congresso internazionale convocato dalla Land Deal Politics Initiative, ha valutato che gli accordi territoriali rappresentano 80 milioni di ettari[3].

Tali accordi di acquisizione territoriale riguardano lotti di terre con estensioni medie pari a 40.000 ha, per un quarto dei casi superiori a 200.000 ha, e per un quarto al di sotto di 10.000 ha. Il 37% delle superfici interessate è dedicata a colture alimentari, mentre il 21% è destinato a colture commerciali (cash crops) e il 21% alla produzione di biocarburanti[4]. Questo indica quanto vasta sia la diversità degli investitori e dei progetti che hanno a che fare con l'acquisizione di terra: l'estensione dei lotti, il tipo di coltura, e la natura degli investitori coinvolti, varia notevolmente da acquisizione ad acquisizione. Di questi progetti, il 30% erano ancora in fase esplorativa, mentre 70% erano approvati ma in vari stadi di sviluppo: il 18% non era ancora partito, il 30% erano a stadi iniziali di sviluppo, e per il 21% la coltivazione era già iniziata[5] La proporzione incredibilmente bassa dei progetti con coltivazioni già avviate è indicativo delle difficoltà inerenti alla produzione agricola su larga scala nei paesi in via di sviluppo.

Forma giuridica degli accordi[modifica | modifica sorgente]

Gli investimenti in terreni agricoli prendono spesso la forma giuridica della locazione a lungo termine, piuttosto che dell'acquisto. La durata di questi affitti varia tra i 25 e i 99 anni; in genere, sono stipulati tra investitori e governi nazionali o locali. Poiché la maggior parte dei terreni dell'Africa sono classificati come «beni non-privati» (in conseguenza di politiche pubbliche e di governo o per la mancanza di un'effettiva intitolazione delle proprietà, in presenza, ad esempio, di un possesso meramente consuetudinario), la gran parte delle terre disponibili per tali investimenti è nel possesso, o sotto il controllo, dei governi[6]. Gli acquisti sono molto meno diffusi degli affitti per via di divieti costituzionali nazionalistici, che impediscono la cessione di proprietà terriere a stranieri.

Opacità e farraginosità dei processi negoziali[modifica | modifica sorgente]

I metodi che stanno dietro alla negoziazione, all'approvazione e all'applicazione dei contratti tra investitori e governi sono stati oggetto di notevoli critiche a causa della loro complessità e mancanza di trasparenza. In molti casi, i processi di negoziazione e approvazione sono stati opachi, scarsamente divulgati all'esterno, sia durante sia dopo la conclusione di un accordo. Il processo di approvazione, in particolare, può essere pesante: si può passare dall'approvazione a un semplice livello di ufficio distrettuale, all'approvazione da una serie di uffici di rango governativo, con processi che sono molto soggettivi e e discrezionali[5] In Etiopia, le compagnie interessate devono prima ottenere una licenza di investimento dal governo centrale. Quindi, il governo intraprende uno studio di fattibilità del progetto e un processo di verifica dei capitali, e, infine, viene stipulato un contratto di affitto con cui la disponibilità delle terre viene trasferita all'investitore[7] In Tanzania, nonostante il Tanzania Investment Centre favorisca gli investimenti, un investitore deve ottenere l'approvazione dal TIC, dal ministro dell'agricoltura, dal ministro dello sviluppo abitativo e terriero, e dal ministro dell'ambiente, tra cui, spesso, la comunicazione è intermittente[7].

Paesi oggetto di accaparramento[modifica | modifica sorgente]

La localizzazione di molti atti di accaparramento di terre ricade nel Sud del mondo, con il 70% di acquisizioni di terre concentrate nell'Africa subsahariana[2]. Altre aree di notevole interesse sono il Sudest asiatico e l'America latina.

Uno degli argomenti comuni ai vari governi è il tema dello sviluppo economico: i governi pubblicizzano i benefici dello sviluppo, della creazione di posti di lavoro, della produzione cash crop, dell'approntamento di infrastrutture, come un volano per lo sviluppo economico e, in definitiva, per la modernizzazione. Molte compagnie hanno promesso di costruire infrastrutture irrigue, strade, e, in qualche caso, ospedali e scuole per portare avanti i loro progetti di investimento. Ad esempio, in cambio di un canone annuale di 10 dollari per ettaro, al di sotto dei valori di mercato, la Saudi Star ha promesso "di portare cliniche, scuole, strade migliori e fornitura di energia elettrica a Gambella"[8]. I governi fanno anche conto sulla creazione di nuovi posti di lavoro come significativo effetto dell'acquisizione di terre.

La questione dello sviluppo agricolo è un fattore guida significativo, all'interno del più largo contesto dello sviluppo, nel determinare il consenso dei governi a investimenti esterni. L'accettazione, da parte del governo etiopico, di acquisizioni di terre finalizzate al cash crop, riflette la convinzione che il passaggio a questo tipo di produzione sarebbe stato perfino più benefico, per la sua sicurezza alimentare, di un'organizzazione produttiva basata su un'agricoltura di sussistenza, in cui agricoltori locali che producono esclusivamente per il proprio fabbisogno alimentare[9] Implicito nella caratterizzazione dell'agricoltura africana come "sottosviluppata" vi è il rifiuto dei metodi agricoli tradizionali delle comunità locali come forme inadeguate per l'approvvigionamento del cibo.

Su una scala più piccola, alcuni accordi posso esse ricondotti a un interesse personale al progetto, o forse dovuti a corruzione o al perseguimento di rendite personali (rent-seeking). Dal momento che, nei diversi paesi, tali approvazioni avvengono attraverso procedure ad hoc e decentralizzate, il rischio di un deficit di pratiche di buongoverno e l'apertura di spazi alla corruzione diventano estremamente alti. In molti paesi, la Banca mondiale ha notato che gli investitori sono spesso meglio disposti a imparare a districarsi nel labirinto burocratico e, potenzialmente, a ricompensare i funzionari governativi corrotti, piuttosto che impegnarsi nello sviluppo di un business plan fattibile e sostenibile[5].

Politiche difensive[modifica | modifica sorgente]

Un campo di cipolle in una gestione locale in forma cooperativa (prefettura di Dinguiraye, Guinea)

In alcuni casi, il fenomeno ha determinato l'elaborazione di strategie difensive, sul piano normativo, da parte degli ordinamenti dei paesi considerati possibili obiettivi.

Dal 2010, il Brasile ha rafforzato, in senso restrittivo, una legge già esistente che limitava l'estensione dei terreni coltivabili acquisibili in locazione da soggetti stranieri, bloccando una larga quota di acquisti di terra da parte di forestieri[10].

In Argentina, da settembre 2011, è stato presentato, per la discussione in parlamento, un disegno di legge che restringerebbe a 1000 ettari l'estensione massima dei lotti di terra alienabili a stranieri.[11]

Tipi di investimenti fondiari[modifica | modifica sorgente]

Gli investitori, in generale, possono essere divisi in tre tipi: industrie agroalimentari, governi, e investitori speculativi. Governi e compagni degli stati del Golfo Persico hanno avuto un ruolo molto in vista insieme alle società dell'Asia orientale, ma degli investimenti sono stati iniziati da molti fondi comuni di investimento e produttori agricoli europei e americani. Questi attori sono stati motivati da un certo numero di fattori, tra cui l'economicità delle terre, il potenziale miglioramento della produzione agricola, e l'aumento dei prezzi del cibo e dei biocarburanti. Partendo da queste motivazioni di base, gli investimenti possono essere suddivisi in tre categorie principali: cibo, biocarburanti e investimenti speculativi. Anche la selvicoltura contribuisce a un ammontare significativo delle acquisizioni di terreni su larga scala.

Cibo[modifica | modifica sorgente]

Andamento e volatilità dell'indice mondiale dei prezzi del cibo nel 1990–2012, in crescita nel XXI secolo, con un'impennata durante la crisi dei prezzi (2007-2008), seguita da un nuovo picco nel 2010 (fonte: Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite)

Gli investimenti finalizzati alla produzione alimentare, che copre, all'incirca, il 37% degli investimenti mondiali, sono intrapresi soprattutto per due insiemi di fattori: aziende dell'industria agroalimentare che cercano di espandere le loro tenute e reagire agli stimoli del mercato, e investimenti di iniziativa governativa, specialmente stati del Golfo Persico, quale risultato dei timori relativi alla sicurezza alimentare nazionale[5].

Molto spesso, le compagnie del settore agricolo vedono l'investimento in terra come un'opportunità per attivare la leva finanziaria delle loro rilevanti risorse finanziarie e l'accesso al mercato per trarre vantaggio da terre sottoutilizzate, diversificare le loro proprietà fondiarie, e integrare verticalmente i loro sistemi di produzione. La Banca mondiale identifica tre aree in cui le compagnie multinazionali possono far leva su economie di scala: accesso a convenienti mercati finanziari internazionali piuttosto che domestici, diversificazione finanziaria per la riduzione del rischio, e maggiore abilità nell'affrontare blocchi infrastruttura[5]. Nelle decadi passate, le multinazionali sono state ritrose di fronte a loro diretti coinvolgimenti nella produzione primaria di beni relativamente a scarso profitto, piuttosto che focalizzarsi sui fattori produttivi, sulla trasformazione e sulla distribuzione[12] Quando la crisi dei prezzi ha colpito, il rischio è stato trasferito dalla produzione primaria ai campi, sensibili ai prezzi, della trasformazione della distribuzione, e ritorna a essere essere concentrato nella produzione primaria. Questo ha incentivato le aziende agroalimentari a integrare verticalmente il loro sistema produttivo in modo da ridurre il rischio sulle forniture che è stato ingigantito dalla perdurante instabilità dei prezzi[7]. Queste compagnie detengono attitudini diversificate nei confronti dell'importazione ed esportazione: mentre alcune si concentrano nell'esportazione alimentare, altre si concentrano prima sui mercati domestici.

Biocarburanti[modifica | modifica sorgente]

La produzione di biocarburanti, pari al 21% degli investimenti totali (primo decennio degli anni 2000), ha giocato un ruolo significativo e a volte non chiaro. L'uso e la diffusione dei biocarburanti sono cresciuti nella decade precedente, in coincidenza con la crescita del prezzo del petrolio e con il crescere della sensibilità ambientale. L'area complessiva dedicata a colture finalizzate ai biocarburantiè più che raddoppiata tra il 2004 e il 2008, arrivando a 36 milioni di ettari nel 2008[13]. Questo aumento di popolarità è culminata nella direttiva europea 2009/28EC dell'aprile 2009, che ha stabilito l'obbligo di raggiungere l'obiettivo del 10% nell'uso di energie rinnovabili, soprattutto biocarburanti, sul consumo totale di carburanti per i trasporti[14]. Presa nel suo complesso, la crescita nella diffusione dei biocarburanti, sebbene forse benefica per l'ambiente, ha innescato una reazione a catena, rendendo la produzione di biocarburanti più attraente della produzione di cibo, sottraendo estensioni di terreni a quest'ultimo settore in favore del primo.

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Fin dal 2007, gli investimenti in terra su larga scala sono caduti sotto la lente di organizzazioni della società civile, ricercatori, e altre organizzazioni, per motivi concernenti alcune criticità, come l'instabilità agricola, la consultazione e la remunerazione delle comunità locali, gli spostamenti di popolazioni locali, l'impiego della manodopera locale, le procedure negoziali tra investitori e negozianti, e le conseguenze ambientali di queste forme di agricoltura su larga scala. Queste istanze hanno contribuito alla caratterizzazione e all'etichettatura negativa del fenomeno, da parte dei critici, sotto la specie del "land grabbing", senza operare alcuna distinzione in base al tipo di investimento e prescindendo dall'impatto finale di questi investimenti sulle comunità locali[15].

Instabilità agricola[modifica | modifica sorgente]

Una delle questioni principali è quella riguardante la proprietà fondiaria: in uno studio del 2003, La Banca mondiale ha stimato solo una piccola quota della proprietà delle terre d'Africa, valutata tra il 2 e il 10 per cento, è detenute sulla base di titoli di formali e sicuri[7]. Gran parte del deficit nella proprietà privata di terre è dovuta alla proprietà statale della terra, quale risultato di precise politiche nazionali, oltre che dalla complessità delle procedure richieste per la registrazione dei diritti di proprietà[7]. Ma un ruolo importante è giocato anche da un fattore psicologico diffuso, la mancata percezione, da parte delle comunità locali, dell'inadeguatezza dei sistemi consuetudinari di rivendicazione del diritto di possesso[7]. Ricercatori della Banca mondiale hanno mostrato come proprietà personali basate su titoli di possesso informali e incerti siano meno suscettibili di valutazione come capitale produttivo[16][17]. Esiste una forte correlazione statistica negativa tra il riconoscimento formale della proprietà fondiaria e le prospettive di acquisizioni terriere, con anche una minore, ma ancora significativa, relazione con i progetti già implementati[5]. Lo studio concludeva con una considerazione sul rapporto evidenziato tra l'immaterialità dei titoli di proprietà e la vulnerabilità agli appetiti esterni: secondo i ricercatori, infatti, "un riconoscimento affievolito dei diritti sulle terre aumenta l'attrattiva di un paese come oggetto di acquisizione di terre", con la conseguenza che le compagnie sono andate attivamente alla ricerca di opportunità di investimento proprio in aree territoriali in cui vi era un debole riconoscimento dei titoli di proprietà[5].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Joachim von Braun e Ruth Meinzen-Dick, "Land grabbing” by foreign investors in developing countries. Risks and opportunities, IFPRI Policy Brief, 13 aprile 2009 (p. 1)
  2. ^ a b Klaus Deininger, Derek Byerlee, Rising Global Interest in Farmland: Can it Yield Sustainable and Equitable Benefits?, The World Bank, 2010., p. xxxii
  3. ^ Jun Borras, Ian Scoones e David Hughes, Small-scale farmers increasingly at risk from 'global land grabbing' in The Guardian.co.uk: Poverty Matters Blog, 15 aprile 2011. URL consultato il 22 agosto 2011.
  4. ^ Klaus Deininger e Derek Byerlee, Rising Global Interest in Farmland. Can it Yield Sustainable and Equitable Benefits?, 2011 The International Bank for Reconstruction and Development/The World Bank, Washington DC, 2011
  5. ^ a b c d e f g Klaus Deininger, Derek Byerlee, Rising Global Interest in Farmland: Can it Yield Sustainable and Equitable Benefits?, The World Bank, 2010.
  6. ^ Saturnino Borras Jr e Jennifer Franco, Regulating land grabbing?, Pambazuka news, 16-12-2010, n. 510
  7. ^ a b c d e f Lorenzo Cotula, Sonja Vermeulen, Rebeca Leonard e James Keeley, Land grab or development opportunity? Agricultural investment and international land deals in Africa, London/Rome, FAO, IIED, IFAD, 2009.
  8. ^ Ed Butler, Land grab fears for Ethiopian rural communities in BBC World Service, 16 dicembre 2010. URL consultato il 22 agosto 2011.
  9. ^ William Davison, Ethiopia Plans to Rent Out Belgium-Sized Land Area to Produce Cash Crops in Bloomberg, 26 ottobre 2010. URL consultato il 26 maggio 2011.
  10. ^ Farmland Investment, Peer Voss, a farmland brokerage. URL consultato il 30 novembre 2011.
    «restrictions now limiting the size of farm land...».
  11. ^ Farmland Investment, Peer Voss, a farmland brokerage. URL consultato il 30 novembre 2011.
    «discussed in congress that would limit the maximum...».
  12. ^ A. Selby, Institutional Investment into Agricultural Activities: Potential Benefits and Pitfalls, Washington D.C., Presentato alla conferenza "Land Governance in support of the MDGs: responding to New Challenges", Banca mondiale, 2009.
  13. ^ Towards sustainable production and use of resources assessing biofuels, Paris, United Nations Environment Programme, 2009.
  14. ^ Alison Graham, Sylvain Aubry, Rolf Künnemann, and Sofia Suarez, The Impact of Europe's Policies and Practices on African Agriculture and Food Security, FIAN, 2010.
  15. ^ Ruth Hall, Land grabbing in Southern Africa: the many faces of the investor rush in Review of African Political Economy, vol. 38, giugno 2011, p. 193, DOI:10.1080/03056244.2011.582753. URL consultato l'8 febbraio 2012.
  16. ^ J. Michael Graglia, Elena Panaritis; At the End of the Beginning: The Formalization of Property Rights in Emerging Markets, Chazen Web Journal of International Business, Fall 2002
  17. ^ Klaus Deininger, Land Policies for Growth and Poverty Reduction. A World Bank Policy Research Report, co-edito da World Bank e Oxford University Press, 2003 ISBN 0-8213-5071-4

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Letteratura scientifica in italiano

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]