Alonso de Ojeda

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Alonso de Ojeda, a volte trascritto come Alonso de Hojeda (Cuenca, 1468 circa – Santo Domingo, 1515), è stato un esploratore, navigatore e governatore coloniale spagnolo. È stato il primo navigatore a esplorare e cartografare le coste della Guyana, del Venezuela, di Trinidad e Tobago, ed a scoprire le isole di Curaçao, Aruba e la parte caraibica della Colombia.

È famoso per avere battezzato con il nome "Veneciola" poi negli anni diventato Venezuela la regione che aveva esplorato nei suoi primi due viaggi e per la scoperta del Lago di Maracaibo (una delle prime esplorazioni europee dell'interno del continente americano) .

Alonso de Ojeda

Inizi[modifica | modifica sorgente]

Apparteneva a una distinta famiglia della marca di Onia. Durante la sua giovinezza prestò servizio come paggio del duca di Medinaceli ed era un protetto del vescovo di Burgos, che in seguito sarebbe divenuto "Patriarca delle Indie" Juan Rodríguez de Fonseca.

Nel 1493, grazie a Rodríguez de Fonseca, si imbarcò insieme a Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso l'America, arrivando all'isola di Hispaniola. Nel gennaio del 1494, Colombo lo incaricò di cercare alcuni elementi dell'equipaggio che si erano persi nel territorio dell'isola. Riuscì ad addentrarsi nella regione di fitte foreste dello Ciabao con soltanto quindici uomini, dominio dell'agguerrito cacicco caribe chiamato Caonabó, che era diventato un interlocutore dello stesso Cristoforo Colombo.

Alonso de Ojeda riuscì ad ingannare il cacique Caonabò con uno stratagemma: mettendogli delle manette in oro massiccio, che poi collegarono a catene, umiliando e sconfiggendo così il cacicco, che era stato convinto dal racconto che fossero gioielli del più alto ordine regale. Successivamente partecipa alla Batalla de la Vega Real, nella quale, sotto il comando di Alonso De Ojeda, gli spagnoli sconfissero gli indigeni. Questa battaglia avrebbe visto opporsi circa 10.000 indíani (secondo il frate spagnolo Bartolomé de las Casas) contro soltanto 400 spagnoli, anche se è assai probabile che queste cifre siano state molto esagerate. In seguito, nel 1496, tornò in Spagna.

Primo viaggio in Venezuela[modifica | modifica sorgente]

Di ritorno in Spagna, si riunì con i Re cattolici e firmò un contratto di "capitolazione" che lo nominava "caudillo" con uomini e risorse proprie, e un mandato di esplorazione e governo, il tutto senza chiedere alcun parere né consenso a Cristoforo Colombo, e successivamente partì in spedizione il 18 maggio del 1499, assieme al pilota e cartografo Juan de la Cosa e il navigante italiano Amerigo Vespucci. Si può rilevare che questo è stato il primo della serie di "viaggi minori" o "viaggi andalusi" che sarebbero stati intrapresi verso il Nuovo Mondo.

Viaggi di Alonso de Ojeda

Percorrendo la costa occidentale dell'Africa fino Capo Verde, prese la stessa direzione che aveva preso Colombo un anno prima nel terzo viaggio, ma con una lieve deviazione in direzione sud-ovest. Ad un certo punto, Amerigo Vespucci decise di separarsi dalla flotta e seguire con qualche nave una rotta più a sud, verso quello che sarebbe stato chiamato Brasile. La flotta di Ojeda giunse alle bocche dei fiumi Esequibo ed Orinoco, così come al golfo di Paria, includendo le penisole di Paria e di Araya, e le isole di Trinidad e Margarita. In seguito avvistò Curaçao, che chiamò isola dei Giganti perché credette avervi osservato indígeni di grande statura; più avanti scoprì l'isola di Aruba e la penisola che sarebbe stata chiamata Coro e visitò l'isola de Los Frailes.

Costeggiò la penisola di Paraguaná e procedendo in direzione sud si inoltrò in un golfo, per poi attraversare per uno stretto e basso passaggio tra banchi di sabbia, isole sabbiose ed un'isola calcarea (isola di Toas), formanti una barriera che portava ad un lago di acque salmastre (l'attuale lago di Maracaibo), che battezzò lago di San Bartolomé, dato che lo aveva scoperto il giorno 24 agosto del 1499 (giorno dí San Bartolomeo), e successivamente, percorrendo questo lago sulla sponda est arrivò allo sbocco di un fiume di acque coperte da limo (Rio Limon) verde, in una laguna (Sinamaica) che successivamente avrebbe chiamato Venezuela o Piccola Venecia, dal momento che c'era un abitato nella laguna che aveva case costruite su palafitte, ricordandogli così una versione rustica e tropicale della città di Venezia (anche se altre fonti indicano che gli stessi indigeni già chiamavano l'abitato Veniçuela. Uscendo dal lago riuscì a raggiungere il Capo della Vela nella penisola Guajira, che chiamò con il suo nome locale Coquibacao.

Poco dopo, la spedizione partì del cabo de la Vela verso Hispaniola, con un bottino di perle ottenute in Paria, alcuni oggetti in oro e schiavi. La scarsa qualità del bottino e degli schiavi trasportati diede luogo ad una scarsa resa economica per la Corona di Spagna, ma il viaggio è stato la prima esplorazione documentata, cartografata e metodica eseguita dagli spagnoli, che permise la totale ricognizione delle coste del Venezuela, e dunque ad Alonso De Ojeda viene attribuito questo merito. La spedizione permise al cartografo Juan de la Cosa di poter disegnare la più antica mappa del Venezuela che si conosca, oltre ad essere stato il primo viaggio di Amerigo Vespucci al "Mondo Nuovo".

Quando la spedizione raggiunse l'isola di Hispaniola il 5 settembre, venne osteggiata dai seguaci di Colombo, molto seccati dal fatto che consideravano che De Ojeda non avesse alcun diritto di esplorare il complesso delle terre scoperte da Colombo senza la sua previa autorizzazione. Questo produsse scontri anche fisici tra i due gruppi, con morti e feriti. Infine De Ojeda dovette ritornare a Cadice con un bottino scarso, anche se con molti indigeni, nel giugno del 1500.

Secondo viaggio in Venezuela[modifica | modifica sorgente]

De Ojeda decise di organizzare una nuova esplorazione e firmò un nuovo capitolo di intenti, concessione di titoli, diritti, doveri e ricompense (la capitulación) con i re di Spagna il giorno 8 giugno del 1501. Venne nominato governatore di Coquibacao, come ricompensa per i risultati ottenuti nel suo primo viaggio, ed ottenne il diritto di fondare una colonia in quel territorio, anche se venne diffidato dall'esplorare la regione di Paria. In questa occasione si associò con i mercanti sivigliani Juan de Vergara e García de Campos, che poterono noleggiare quattro caravelle.

Nel gennaio del 1502, partì dalla Spagna e fece lo stesso percorso del suo primo viaggio. In questa occasione si mantenne alla larga dal Golfo di Paria ed arrivò all'Isola Margarita, dove cercò di ottenere oro e perle dagli indigeni con vari metodi (commercio, coercizione, inganno). Successivamente percorse le coste venezuelane da Curiana fino alla penisola di Paraguaná ed il 3 maggio del 1502 cercò di fondare una colonia nella penisola della Guajira, esattamente nella località Bahía Honda, che ribattezzò Santa Cruz e che divenne il primo villaggio spagnolo in territorio venezuelano.

Ciò nonostante, la colonia non durò che tre mesi, dato che De Ojeda e i suoi uomini iniziarono ad attaccare le popolazioni indigene dei dintorni, dando luogo a una guerra costante con queste ultime. Inoltre lo stesso De Ojeda aveva problemi personali coi suoi uomini. Fu così che i suoi soci De Vergara e De Campos fecero arrestare De Ojeda per ottenere il poco bottino ottenuto e abbandonare il posto insieme ai coloni. De Ojeda venne fatto carcerare nelLa Española nel maggio 1502 dove rimase fino al 1504 quando venne liberato dal vescovo Rodríguez de Fonseca; però dovette pagare un indennizzo molto grave che lo lasciò abbastanza povero.

L'esito di questo secondo viaggio fu disastroso dato che non era stato possibile scoprire nuove terre e neanche ottenere un buon ritorno economico dagli esploratori. Inoltre la colonia di Santa Cruz rimase abbandonata e il governo di Coquibacao venne abolito.

Viaggio alla Nuova Andalusia[modifica | modifica sorgente]

Una volta riconquistata la libertà, impoverito, rimase nell'isola di Hispaniola per quattro anni, quasi disoccupato, fino al 1508 quando apprese che il Re Fernando il Cattolico aveva bandito un concorso per l'esplorazione, colonizzazione e governo della "Tierra Firme", che comprendeva le terre tra il capo Gracias a Dios (ubicato tra gli odierni Honduras e Nicaragua) ed il capo della Vela (in Venezuela).

Juan de la Cosa effettuò un viaggio in Spagna per presentarsi in vece di Alonso De Ojeda, anche se allo stesso concorso si presentò pure Diego de Nicuesa, che era un rivale di De Ojeda, bramoso di terre da colonizzare. Siccome entrambi i candidati godevano di buona fama ed avevano amici nelle corti, la Corona preferì dividere la regione in due "gobernaciones": Veragua ad ovest e Nuova Andalusia ad est, con limiti fissati nel Golfo di Urabá; così Ojeda riceveva il governatorato della Nuova Andalusia e Nicuesa riceveva Veragua. Questo accordo venne firmato il 6 giugno 1508.

I due nuovi governatori partirono verso Santo Domingo per formare le flotte di spedizione. Comunque, esisteva una disparità tra la flotta di entrambi, dal momento che De Nicuesa possedeva grandi ricchezze e più credito da parte delle autorità coloniali, e che poté attrarre a più di 800 uomini, molti cavalli, cinque caravelle e due brigantini; invece, De Ojeda riuscì a riunire poco più di 300 uomini, due brigantini e due piccole navi. Per risolvere le dispute su quale fosse il punto esatto nel golfo di Urabá da prendere come confine delle due "gobernaciones", l'assistente cartografo di De Ojeda, Juan de la Cosa, stabilì che un buon confine naturale sarebbe stato il fiume Atrato, che sbocca nel summenzionato golfo.

Il 10 novembre 1509 riuscì a partire da Santo Domingo, pochi giorni prima di De Nicuesa, e poco dopo aver nominato sindaco il diplomatico Martín Fernández de Enciso, un ricco avvocato che aveva l'ordine di mandare una nave con più provviste per aiutare De Ojeda nel fondare una colonia nella Nuova Andalusia. Il nuovo governante, cercando di evitare problemi con gli indigeni della sua zona, chiese la redazione di un lungo e particolare proclama nel quale si invitava gli indigeni a sottomettersi all'Impero Spagnolo, e se non lo avessero fatto sarebbero stati sottomessi con la forza. Il testo di questo proclama venne steso dallo scrittore Juan López de Palacios Rubios e poteva contare con l'approvazione delle autorità spagnole.

Dopo l'arrivo alla baia di Calamar, nell'attuale Cartagena (Colombia), Alonso De Ojeda ignora l'avviso del suo subalterno De La Cosa che aveva consigliato di non stabilirsi nella zona. Dopo lo sbarco ebbe numerosi contatti con gli indigeni, così decise di inviare alcuni missionari affinché pronunciassero il lungo proclama ad alta voce con alcuni interpreti che parlavano la lingua indigena. Gli indigeni non gradirono eccessivamente il proclama, e quando De Ojeda cercò di calmarli con cianfrusaglie, si irritarono al punto di iniziare a combattere contro gli spagnoli. Ma De Ojeda riuscì a sconfiggere gli indigeni della costa e approfittando della situazione si spinse all'interno pensando di ottenere altre vittorie. Ma quando arrivò al villaggio di Turbaco dovette subire l'ira degli indigeni che inflissero una grave sconfitta agli spagnoli. In questa controffensiva Juan De La Cosa morì, sacrificandosi per salvare De Ojeda, e morirono anche gran parte di quelli che li accompagnavano. Allora De Ojeda dovette fuggire per salvarsi con un solo uomo superstite e poter arrivare illeso al mare, dove venne salvato dalla flotta spagnola di stanza nella baia.

Poco dopo arrivava la flotta di De Nicuesa, che vedendo le spaventose perdite subite da De Ojeda, gli cedeva armi e uomini, e successivamente lo accompagnerà nell'intraprendere una rappresaglia contro gli indigeni di Turbaco, che alla fine furono massacrati in massa. Ritornati sulla baia di Calamar, De Nicuesa si divise da De Ojeda facendo vela verso ovest verso Veragua, mentre De Ojeda continuò a percorrere le coste della Nuova Andalusia verso sudovest arrivando al Golfo di Urabá dove fondò il villaggio di San Sebastián de Buenavista de Urabá il 20 gennaio 1510.

Dopo pochi giorni nel villaggio si cominciò a sentire la scarsità di alimenti, e si diventava intolleranti al clima tropicale, che indeboliva i coloni, aggiungendosi alla continua minaccia degli indiani urabaes, che attaccarono gli spagnoli con frecce avvelenate, ferendo ad una gamba lo stesso governatore. De Ojeda decise di partire verso Santo Domingo nel brigantino del pirata spagnolo Bernardino de Talavera, che dopo essere fuggito da Hispaniola, navigava da quelle parti. Erano passati 8 mesi dalla partenza da Santo Domingo, e l'aiuto promesso dal diplomatico Fernández de Enciso non arrivava, e dunque incaricò il giovane soldato Francisco Pizarro, di proteggere il villaggio e di mantenersi con gli abitanti per 50 giorni, fino al suo ritorno, ordinandogli di tornare a Santo Domingo se dopo questo lasso non fosse tornato con gli aiuti. Alonso De Ojeda non ritornò mai più al villaggio, e dopo 50 giorni Francisco Pizarro decise di prepararsi a partire verso l'Hispaniola assieme a 70 coloni in due navi. Poco dopo, mentre si apprestavano a partire, Fernández de Enciso assieme a Vasco Núñez de Balboa prestarono soccorso ai sopravvissuti; in seguito il villaggio venne incendiato dagli indigeni della regione.

Naufragio a Cuba[modifica | modifica sorgente]

Cercando aiuto, De Ojeda si diresse verso Santo Domingo nel brigantino di Talavera con 70 uomini che lo accompagnavano. Nonostante all'inizio si dimostrasse amichevole, in seguito il pirata prese De Ojeda come prigioniero e non lo volle liberare, ma durante la navigazione incrociarono un forte uragano, che mise a repentaglio la nave, allora Talavera chiese l'aiuto di De Ojeda, che era un famoso capitano. Alla fine la tormenta provocò il naufragio della nave a Jagua, Sancti Spiritus, a sud di Cuba. Dunque, De Ojeda decise di percorrere la parte sud dell'isola a piedi, assieme a Talavera, fino a punta Maisí, da dove in seguito si sarebbero spostati verso la Hispaniola.

Nonostante tutto, ebbero diversi problemi durante il tragitto a piedi, la metà degli uomini morì per la fame, le malattie, e per i disagi che dovettero affrontare nell'isola. Come bagaglio de Ojeda portava soltanto un'immagine della Vergine Maria che portava con sé sin dal primo viaggio dall'Europa verso l'America nel 1493 e fece la promessa di dedicargli un tempio che avrebbe innalzato nel primo villaggio indigeno che avesse trovato lungo la strada e che gli avesse ricevuti in modo benevolo.

Poco dopo, con una dozzina di uomini ed il pirata Talavera, arrivò alla comarca di Cueybá, dove il cacique Cacicaná li trattò con gentilezza e si prese cura di De Ojeda e degli altri uomini, che in capo a pochi giorni recuperarono la salute. De Ojeda adempì la sua promessa e costruì un piccolo eremo della Vergine nel villaggio, eremo che sarebbe stata venerata dagli aborigeni del luogo. Da quel punto venne soccorso dalle navi di Pánfilo de Narváez che si diresse verso l'isola di Giamaica, dove Talavera venne imprigionato per le sue attività di pirateria. Successivamente arrivò a Hispaniola, dove davvero molto stanco apprese che gli aiuti destinati a Fernández de Enciso erano arrivati fino a San Sebastián.

Tramonto e morte[modifica | modifica sorgente]

Dopo il fallimento nel suo viaggio a Nueva Andalucía, De Ojeda non tornerà a dirigere nessun'altra spedizione e dovrà rinunciare al suo incarico di governatore. Passa gli ultimi cinque anni di vita a Santo Domingo, in depressione. Si ritira nel "Monasterio de San Francisco", dove muore nel 1515. La sua ultima volontà è stata quella di essere sepolto sotto la porta maggiore del monastero, in modo che la sua tomba fosse calpestata da tutti quelli che entravano all'edificio, come espiazione per gli errori commessi in vita.

Durante la guerra civile del 1965 nella Repubblica Dominicana, la tomba di De Ojeda sparisce dal monastero, senza che sia noto il suo destino.

Lo scrittore spagnolo Vicente Blasco Ibáñez nel romanzo El caballero de la Virgen (1929), ha scritto una pseudoautobiografia postuma della vita dell'esploratore.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

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