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Val di Cembra

Coordinate: 46°10′32.7″N 11°13′52.7″E
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Val di Cembra
La Val di Cembra vista dal dosso di San Floriano, sopra Valternigo: sul versante destro (a sinistra nella foto) i paesi di Ceola e, in secondo piano, Lisignago; sulla sponda opposta i villaggi di Barco di Sotto e Barco di Sopra e, in lontananza, il centro abitato di Albiano.
StatiItalia (bandiera) Italia
Regioni  Trentino-Alto Adige
Province  Trento
Località principaliAlbiano, Altavalle, Capriana, Cembra Lisignago, Giovo, Lona-Lases, Segonzano, Sover, Valfloriana
FiumeAvisio
Superficie140 km²
Nome abitantiCembrani
Cartografia
Mappa della Valle
Mappa della Valle

La Val di Cembra è una valle del Trentino posta sulla sinistra idrografica del fiume Adige: collocata in posizione centrale nella provincia, mette in comunicazione Trento e la Piana Rotaliana con le valli di Fiemme e Fassa, assieme alle quali forma la vallata scavata dal torrente Avisio[1]. A differenza di Fiemme e Fassa, valli larghe e circondate da cime elevate, la Val di Cembra è una gola stretta e profonda scavata nel porfido, fiancheggiata da montagne di modesta altitudine[2]. Il paesaggio della bassa e media valle è caratterizzato da terrazzamenti naturali modellati da secoli a scopo agricolo[3].

Nella valle, abitata fin dal Mesolitico, si sono succeduti Reti, Romani e Longobardi. Frammentata in varie unità ecclesiastiche e giurisdizionali durante il Medioevo, da metà Ottocento acquisisce un'identità più unitaria. Le principali attività economiche sono l'agricoltura, rappresentata in massima parte dalla viticoltura e dalla conseguente produzione di vino, e l'estrazione del porfido, mentre il turismo è nettamente meno sviluppato rispetto a Fiemme e Fassa.

Culturalmente e politicamente la valle si considera composta dai comuni che rientrano nella Comunità della Valle di Cembra, ossia Giovo, Cembra Lisignago e Altavalle in sponda destra e Albiano, Lona-Lases, Segonzano e Sover in sponda sinistra[1]. Dal punto di vista geografico però la Val di Cembra inizia più a monte, alla stretta di Stramentizzo, appena a valle dell'abitato di Molina di Fiemme: essa comprende così le comunità di Capriana, Valfloriana e Stramentizzo, che tuttavia sono sempre state legate a Fiemme[2][4][5.1][6.1][7][8].

Geografia fisica

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Le ripide pareti porfiriche della forra dell'Avisio al Castelét, sotto Grumes

Per oltre metà del suo corso, partendo dalla sorgente sulla Marmolada, l'Avisio scorre nelle Dolomiti, formando le valli di Fassa e Fiemme. A partire dalla stretta di Stramentizzo, dove il torrente riceve in sponda sinistra il Rio Cadino, comincia la Val di Cembra[1][2][4][5.1][7][8]; essa termina alla forra di San Giorgio, dopo la quale l'Avisio s'immette in Val d'Adige con un conoide di deiezione largo 1 km e lungo 3[1][2][4][8]. Talvolta viene incluso nella Val di Cembra tutto il tratto terminale del torrente, fino alle sue foci presso il Ponte dei Vodi[5.1][6.2].

Lunga 33 km, disposta sull'asse nordest-sudovest e delimitata da rilievi di modesta altitudine, la valle si presenta come una profonda incisione scavata nell'orlo meridionale della piattaforma porfirica atesina, una formazione vulcanica di epoca paleozoica. Il substrato roccioso è costituito interamente da rioliti, nello specifico porfidi quarziferi formatisi nel Permiano inferiore (270 milioni di anni fa). Le parti alte dei versanti sono state modellate dai ghiacciai, un'origine evidente soprattutto sulle cime della sponda sinistra, smussate e arrotondate dall'azione erosiva e ricoperte di striature e scalfitture; frequenti sono i massi erratici, altra testimonianza della passata attività glaciale. I versanti bassi sono, invece, il risultato della pura erosione fluviale di quello che era il fondovalle wurmiano: al termine dell'ultima glaciazione la valle dell'Avisio si trovò sopraelevata rispetto a quella dell'Adige, che era più bassa, e il torrente procedette quindi a un'erosione retrograda, tuttora in atto, che ha formato un canale estremamente angusto[1][4][5.1][7].

Nella parte più a monte, la Val di Cembra è caratterizzata da versanti ripidi, rocciosi e spogli, che storicamente hanno scoraggiato tanto l'insediamento quanto la coltivazione. Proseguendo verso la foce si trovano invece vari terrazzamenti naturali, posti tra i 200 e i 350 metri dal fondovalle e spesso separati da gole e vallette laterali: questi gradoni sono stati prodotti dai depositi morenici di ghiaie, ciottoli fluviali, sabbie e frammenti di porfido lasciati durante l'interglaciazione Riss-Würm e successivamente riscavati dall'acqua. La formazione di morene risulta notevole anche nelle valli laterali, in particolare quelle del Rio Brusago e del Rio Regnana; lungo il corso di quest'ultimo il manto morenico, profondo fino a 40 metri, è stato successivamente eroso dalla pioggia, formando le piramidi di Segonzano[1][4][5.1][7].

Sul lato destro la valle è separata dalla Bassa Atesina, per quasi tutta la sua lunghezza, dal Dossone di Cembra, un altopiano composto da varie cime (da nord: Monte Corno, 1 817 m; Dosso del Colle, 1 616 m; Monte dell'Orso, 1 576 m; Lasta di Belvedere, 1 556 m; Monte Novalìne, 1 449 m; Monte Castión, 1 528 m; Monte Pincaldo, 1 351 m; Monte di Cembra, 1 250 m; Monte Speggia, 1 087 m): esso è largo 8 km nel punto a nord-est, presso il passo di San Lugano (1 101 m s.l.m.), e si restringe procedendo verso sud-ovest fino ad arrivare ai 2 km in corrispondenza della Croce delle Serre a Giovo (810 m s.l.m.). Chiude la fila il calcareo e solitario Monte Corona (1 035 m), che si affaccia sulla Piana Rotaliana. Più complesso e movimentato è il fianco sinistro della valle: nel primo tratto è delimitato dalle punte meridionali del Lagorai, con varie vette tra cui Cimón del Trés (2 292 m), Pala delle Buse (2 409 m) e Monte Fregasoga (2 447 m); seguono il Dosso di Segonzano (1 547 m), con la propaggine del Doss Venticcia (853 m) che sporge verso il fiume strozzando la valle e facendola brevemente deviare in senso est-ovest, e il Ceramonte (1 515 m), che la separano dall'Altopiano di Piné. Nell'ultimo tratto, a fare da sponda sono le estremità settentrionali del Monte Calisio, in particolare il Monte Gorsa (1 042 m) e il Monte Barco (914 m)[4][5.1][9].

Il torrente Avisio appena prima della serra di San Giorgio, allo sbocco della Val di Cembra

Il torrente Avisio percorre il suo tratto finale in Val di Cembra, con una pendenza media del 18%, prima di gettarsi nell'Adige nel comune di Lavis[5.1]; incassato tra strette gole, spesso non risulta visibile dai paesi[6.1]. Il suo bacino idrografico copre un'area di 140 km², sui 900 circa complessivi delle valli dell'Avisio. Poco dopo l'imbocco della valle la diga di Stramentizzo sbarra il corso del torrente e, tramite una galleria, ne convoglia parte delle acque all'Adige presso la centrale di San Floriano situata nella valle parallela a Egna, in Alto Adige; il fiume che esce dal lago artificiale di Stramentizzo, quindi può quasi essere considerato come un corpo d'acqua a sé stante[5.1].

La diga di Stramentizzo, che sbarra il corso dell'Avisio all'imbocco della Val di Cembra

Prima che il suo corso venisse irregimentato a scopo idroelettrico, l'Avisio era un corso d'acqua altamente imprevedibile, con una portata che dai 5 m³ al secondo nei periodi di magra (estate e inverno) poteva raggiungere ed eccezionalmente superare i 1 000 durante le piene. Nella Val di Cembra ha numerosi affluenti su entrambi i versanti: si tratta in gran parte di corsi d'acqua a carattere torrentizio, dalla portata modesta, in forte pendenza e dal breve tragitto, spesso lunghi non più di 5 km[5.1]. In destra orografica si contano oltre quindici immissari, che hanno formato vallette piccole e profonde: tra questi i più degni di nota sono Rio dei Molini, Rio dei Pezzi, Rio Scorzài e Rio Ischiele. In sponda sinistra ve ne sono oltre venti, fra cui i principali sono Rio delle Seghe (o Rio Longo), Rio Brusago e Rio Regnana[1][4][10.1].

All'altezza di Lases si dirama, insinuandosi tra l'Altopiano di Piné e il Monte Calisio, il solco che l'Avisio percorreva anticamente, quando si gettava nel Brenta prima di essere catturato dal bacino dell'Adige. All'imbocco di questo canale si trova il Lago di Lases[5.1], l'unico in sponda sinistra nonché il più grande della valle dopo quello artificiale di Stramentizzo.

In sponda destra, alcuni laghi di modeste dimensioni punteggiano il Dossone di Cembra, residui di antichi bacini glaciali: il maggiore è il Lago Santo (1 194 m s.l.m.), sul monte Vallaccia sopra a Cembra, mentre tra i minori vanno citati il Lago Nero (1 717) sul Monte Corno sopra Capriana, il Lago di Védes (1 496 m) sopra a Grumes e il Lago di Valda (1 360 m); tutti sono in fase più o meno avanzata d'intorbamento[4][5.1].

In Val di Cembra il tessuto urbano consiste di centri abitati dall'estensione limitata e da una rete viaria a carattere locale, mentre la copertura è prevalentemente boschiva e secondariamente agricola; questo, unitamente al fatto che l'alveo dell'Avisio in molti punti è una forra inaccessibile o quasi, la rende una delle valli meno antropizzate del Trentino. I vari segmenti del corso del torrente a valle della diga di Stramentizzo, anche se soggetti a variazioni del regime idrologico per scopi idroelettrici, ottengono nell'indice di funzionalità fluviale i gradi maggiori, ossia "buono" o "elevato"[7].

Nella valle vi sono varie aree protette, fra cui le Riserve Naturali Provinciali "Prati di Monte", "Laghetto di Vedes", "Paluda La Lot" e "Lago Nero"[11] e i biotopi "Lagabrun", "Lona-Lases" e "Monte Barco".

Dal 2011 è attiva la Rete di Riserve Val di Cembra Avisio, la quale si occupa di tutela, educazione ambientale e valorizzazione del territorio; al 2026 ne fanno parte tutti i comuni della valle, inclusi Valfloriana e Capriana, le comunità territoriali di Val di Cembra e Val di Fiemme e alcune ASUC[12].

Panorama invernale, con Cembra e i terrazzamenti sottostanti visti da Sevignano

Geologicamente, le due sponde sono relativamente simili, ma la diversa esposizione solare e le variazioni di quota producono un panorama ambientale piuttosto variegato[13.1]; la sinistra orografica, meno esposta al sole, è più fredda, umida e piovosa; emblematico il caso di Gresta, paese che perde completamente il sole tra novembre e marzo[1][5.1].

La valle ha un'altitudine media di tipo collinare e un clima misto fra prealpino e continentale, con una temperatura media annua di 10 °C attorno ai 600 metri, ovvero di 1,5 °C più bassa rispetto a quella del fondovalle atesino. Storicamente d'inverno la temperatura minima supera raramente i 2-3 gradi, restando sotto zero nell'80% dei giorni; è altresì frequente l'inversione termica, con l'aria fredda che ristagna nel fondovalle, a causa della quale in Val di Cembra si hanno temperature più miti rispetto alla Val d'Adige, specie di notte e col cielo sereno. Va notato che il riscaldamento globale sta facendo aumentare i giorni estivi in cui si superano i 30 °C, storicamente limitati a una dozzina, e al contempo riduce le giornate invernali in cui il termometro scende sotto zero[1][14.1].

Brina a dicembre lungo il Rio Regnana a monte di Piazzo, nel comune di Segonzano

Come per tutte le valli alpine, una buona parte delle precipitazioni è dovuta all'effetto Stau. Annualmente si hanno in genere 900–1000 mm di pioggia, oltre 200 in più rispetto a Bolzano (che dista appena 35 km) ma ben 600 in meno rispetto alla fascia prealpina (50–70 km a sud). I giorni piovosi sono mediamente un terzo del totale, più frequenti in autunno, per via del passaggio di perturbazioni atlantiche, meno in inverno[1][14.2]. In estate, i temporali di calore raramente si formano localmente in Val di Cembra, e quelli che più comunemente si formano a est difficilmente si spostano qui; essi possono comunque verificarsi come parte di una perturbazione su larga scala. Per contro, Cembra è la valle del Trentino più soggetta a grandinate, che avvengono generalmente tra maggio e settembre; probabilmente la causa è da ricercare nell'assenza di montagne particolarmente alte, che costituiscono un ostacolo per i fronti di aria fredda che provocano la grandine[14.2]. Per le nevicate, che si verificano di solito dalla seconda metà di novembre fino a inizio marzo, si può stimare che l'accumulo annuo medio vada dai 50 cm per le quote basse ai 70-100 di quelle alte, ma la variabilità da un anno all'altro è altissima. Se la perturbazione è preceduta da inversione termica allora la neve raggiungerà il fondovalle, altrimenti si fermerà a quote superiori agli 800 metri[14.2]. Nella stagione fredda, ampie parti del fondovalle restano perennemente all'ombra, portando a una notevole formazione di brina, tanto che certe volte il paesaggio sembra imbiancato senza che vi sia stata alcuna nevicata[14.1].

I venti sinottici, ossia cicloni e anticicloni, legati alla circolazione atmosferica su larga scala, in Trentino sono libeccio e scirocco; sono poco influenti in questa valle, e vengono percepiti soprattutto col passaggio di alcune perturbazioni. Come nelle altre valli alpine, il vento più importante è il Föhn, frequente tra novembre e marzo, che qui si manifesta in maniera anomala: la disposizione della valle, pressoché perpendicolare a quella del vento, e la sua strettezza, lo fanno scorrere al di sopra di essa, causando turbolenze che generano altri venti d'intensità minore (generalmente non oltre i 60 km/h) e cadenza e direzione irregolari. Il risultato è che in Val di Cembra il Föhn soffia mediamente da sud, anche se è assai variabile e in ogni paese ha spesso una direzione tipica particolare. Le brezze orografiche, invece, spirano in direzioni diverse a seconda della conformazione della valle, ma di solito quella di monte proviene da nordest e quella di valle da sudovest: la prima alita con costanza durante la notte ed è molto leggera, con 2–4 km/h di media, senza superare i 10 km/h anche nelle raffiche più forti. La seconda, pomeridiana, soffia a circa 15 km/h, con punte di 30-40; in alcune zone è sostenuta dall'Ora del Garda e raggiunge i 60 km/h, dando così all'area un clima asciutto. In inverno la brezza di valle è sostanzialmente assente, cosicché la zona è ventilata solo nei giorni di Föhn[1][5.1][14.3].

Bosco di conifere alle pendici del Monte Corona (Giovo)

Il clima particolare permette la crescita di diverse specie vegetali termofile, dando alla Val di Cembra una varietà botanica certamente maggiore rispetto a Fiemme e Fassa. Vi si trovano tutte le zone fitoclimatiche dal Castanetum in su (le ultime due, Picetum e Alpinetum, solo su superfici ridotte)[13.1]. Delle tre valli dell'Avisio, Cembra è quella dove l'intervento umano ha lasciato segni maggiori, sottraendo ampie porzioni di territorio al bosco per l'agricoltura[5.1]. I terrazzamenti, laddove presenti, sono in genere coltivati a vite (od occasionalmente ad alberi da frutto come melo e pero); mentre la bassa valle è più estesamente lavorata, quella alta ha vocazione soprattutto alpestre, con ampie foreste di conifere e di latifoglie[5.1].

Sopra, il laghetto di Vedes; sotto, il Lago Nero di Capriana; entrambi sono antichi laghi glaciali in fase di transizione in torbiera

La vegetazione della valle è suddivisa, di base, in boschi di latifoglie termofile nella fascia inferiore (fino ai 700-800 metri e specie in sponda destra), e boschi di latifoglie o conifere mesofile nella fascia superiore, separati, laddove presenti, da terrazzamenti coltivati o appezzamenti tenuti a prato. Il panorama, però, è tutt'altro che uniforme: infatti il rapido alternarsi di dorsali e impluvi, zone pianeggianti e scoscese, nonché l'intervento umano presente o passato, determinano una notevole complessità. I boschi delle fasce più basse sono perlopiù cedui dominati da faggio, rovere, roverella, castagno, frassino, orniello, carpino nero e robinia; nello strato arbustivo ed erbaceo si associa una moltitudine di specie, fra cui prugnolo, scotano, betulla, salicone, pioppo tremulo, maggiociondolo, pero corvino, nocciolo, biancospino, corniolo, caprifoglio, ginepro, ginestra, citiso, ligustro, erica, mirtillo nero e rosso, calluna, rovo e felce aquilina; nello strato erboso erba lucciola, fienarola, paleo, carice, verga d'oro e molte altre. Nelle ristrette fasce alluvionali del fondovalle crescono boschi ripariali di ontano nero, ontano bianco e salice a cui si mescolano, nelle zone più fresche e umide, specie igrofile e fiori boschivi tra cui spicca il mughetto. Le fasce più alte e le dorsali, a parte per alcuni boschi di latifoglie mesofile (soprattutto rovere ma anche castagno, faggio, orniello, ontano, quercia, olmo e frassino), sono dominate dalle pinete, molte delle quali puramente composte da pino silvestre, altrove accompagnato da altre conifere quali larice, pino nero, pino cembro e abete rosso, con strato arbustivo e sottobosco simile a quello dei boschi di fascia inferiore[13.2][15]. Si tratta di boschi di pregio, che producono un legname di ottima qualità, tanto che nella zona di Valda alcune pinete sono iscritte al libro nazionale dei boschi da seme, che annovera quelli più adatti alla produzione di semi per i rimboschimenti; allo stesso tempo, sono però soggetti a diversi parassiti e malattie, fra cui va citata la processionaria[13.3][15].

La dorsale del Dossone di Cembra è ricca di torbiere, relitti di antichi laghi glaciali dall'elevato valore ecologico; tra le torbiere alte, relativamente povere di specie e dominate dallo sfagno, si citano quelle dei Lago di Valda e del Laghetto di Vedes sopra Grumes. Le torbiere basse sono più variegate, con carici, giunchi, equiseti, viola palustre e piante carnivore come la pinguicola e la drosera; tra queste figurano la Palude La Lot, il Lagabrun e il Lago Nero di Capriana, ma ve ne sono anche sul Monte Barco, sopra Albiano, e una ventina sul Cimon del Tres nell'area di Valfloriana[4][13.3][15].

Un airone cenerino lungo l'Avisio presso Prà di Segonzano
Un ululone dal ventre giallo (Bombina variegata) nel torrente Avisio, nel comune di Segonzano

Nelle valli dell'Avisio sono censite circa trecento specie di vertebrati, di cui oltre un centinaio sono uccelli. Tra quelli legati all'ambiente fluviale o lacustre compaiono germano reale, airone cenerino, cormorano, martin pescatore, merlo acquaiolo e ballerina gialla; gli ultimi due sono passeriformi, ordine numerosissimo che in valle vede anche cincia bigia, cincia mora, cinciallegra, codibugnolo, tordo bottaccio, luì piccolo, fringuello, regolo, fiorrancino, capinera, merlo, scricciolo, pettirosso, codirosso, cardellino, averla piccola, ghiandaia, nocciolaia e corvo imperiale (quest'ultimo molto più comune dagli anni 1960). Tra i rapaci diurni sono presenti poiana, astore, sparviere, gheppio e falco pecchiaiolo. Tra gli strigiformi civetta nana, civetta capogrosso, gufo comune, gufo reale e allocco, mentre dagli anni 1950 assiolo, civetta e barbagianni si sono rarificati. Altre specie di uccelli documentate sono picchio nero, verde, rosso maggiore, cenerino e tridattilo (quest'ultimo raro in Trentino), torcicollo, succiacapre, beccaccia e, alle quote più alte, gallo cedrone e francolino di monte. La Val di Cembra è anche l'unica tra quelle dell'Avisio dove il fagiano comune, ripopolato annualmente a scopo venatorio, riesce a superare l'inverno e riprodursi in primavera[16.1][17].

Tra i mammiferi si annoverano volpe, tasso, capriolo, lepre, faina e donnola; il cervo, estinto localmente a fine Ottocento, è rientrato in Val di Fiemme da Paneveggio e da lì ha ripopolato anche la Val di Cembra. Si registrano anche varie specie di chirotteri, tra cui il vespertilio di Daubenton e il pipistrello nano[16.2][17]; è da segnalare poi una colonia di 500-600 esemplari di vespertilio maggiore o vespertilio di Blyth (specie congeneri che formano anche colonie miste), una delle più grandi in Trentino, che durante la bella stagione occupa il campanile della parrocchiale di Verla[18]. Tra i grandi predatori sono assenti lince e orso[19], mentre al 2025 è confermata la presenza del lupo[20].

Tra le specie di rettili si segnalano ramarro occidentale, lucertola muraiola, lucertola vivipara e orbettino e, tra i serpenti, biacco, colubro di Esculapio, colubro liscio, biscia tassellata, biscia dal collare, marasso e vipera comune[16.3][17]; per gli anfibi rospo comune, rospo smeraldino, ululone dal ventre giallo, rana agile, rana montana, rana dei fossi, rana verde minore, salamandra pezzata e tritone alpino[16.4][17].

Per quando riguarda la fauna ittica, nel tratto cembrano del torrente Avisio sono documentati cavedano, barbo comune, barbo canino, cobite, cobite barbatello, trota fario, trota marmorata (con l'ibrido fario-marmorata), trota iridea, sanguinerola, temolo e scazzone[16.5][17]; diverso il panorama lacustre, rappresentato in valle dai laghi di Lases e Santo, nei quali si trovano anguilla, cavedano, sanguinerola, alborella, carpa, luccio, trota iridea, persico sole e persico reale; nel solo Lago di Lases sono presenti coregone, bottatrice e trota fario, mentre barbo e savetta sono stati introdotti nel Lago Santo[16.5]. Innumerevoli infine gli invertebrati, fra cui vale la pena di citare il cervo volante[17].

La valle trae il nome dal paese di Cembra, da sempre il suo centro politico e culturale. Inizialmente pare che il toponimo fosse riferito solo alla pieve, e che solo in seguito sia passato a designare tutta la valle. La sua prima attestazione è nell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono dell'anno 789, dove appare come Cimbra[21.1][22]; forme successive includono Cimbria, Cymbra, Zimbria (XIII secolo) e Zymer (1406)[22][23]. In tedesco il nome era anticamente attestato come Zimmerstal[24] o Schimmers[25].

L'etimologia è incerta. Un tempo il nome era spesso collegato a quello dei Cimbri, popolo germanico che invase l'impero romano alla fine del II secolo a.C. e che, secondo certe teorie, si sarebbe qui insediato dopo la disfatta della battaglia di Vercelli; quest'idea è però probabilmente infondata. Anche la connessione a dei "Simbri" menzionati da Strabone è errata, dato che tale nome è probabilmente frutto di un errore di trascrittura, e il popolo citato dallo storico era in realtà quello degli Insubri. Implausibile è il collegamento con la minoranza linguistica dei Cimbri (tradizionalmente considerata discendente dai Cimbri "storici"), dall'alto tedesco zimbar, "legno per costruzioni". Probabilmente più verosimile è l'ipotesi formulata da Carlo Battisti, secondo cui sarebbe un fitotoponimo, derivato dal nome del pino cembro, da un prelatino *gimberu, "sorta di pino"[21.1][23][26].

Sopra, scalpello del XII-X secolo a.C. proveniente da Segonzano; sotto, testa d'ascia del VI-III secolo a.C. proveniente da Albiano; collezione preistorica del Castello del Buonconsiglio
La situla di Cembra, esposta al Castello del Buonconsiglio di Trento

Nelle valli dell'Avisio l'archeologia ha portato alla luce numerose testimonianze della frequentazione di cacciatori-raccoglitori nel Mesolitico. Il successivo Neolitico, caratterizzato dallo sviluppo di agricoltura e allevamento, trova invece pochi riscontri; tra i rari manufatti si segnalano, in zona cembrana, asce in pietra levigata rinvenute a Verla e Valternigo e, al confine con Fiemme, nella zona di Scales (Stramentizzo)[27.1].

L'area montana, con la sua abbondanza di minerali, riscuote nuovamente interesse a partire dall'età del bronzo: mentre nel corso superiore dell'Avisio la presenza umana sembrerebbe essere stata occasionale, in Val di Cembra è più concreta la possibilità che ci fossero insediamenti permanenti; frammenti di vasellame e manufatti in pietra scheggiata sono stati rinvenuti sul Mancabrot di Ceola e sul Doss Castion di Faver. Vi sono poi altri siti risalenti alla fine dell'età del bronzo ad Albiano, Segonzano e Sover, motivati dalla ricerca di rame, di cui è più ricca la zona al confine con l'Altopiano di Piné[27.2]. In valle sono documentati circa quindici castellieri[22].

La presenza di insediamenti, ascrivibili alla cultura retica, continua durante l'età del ferro; descritti da Strabone, nella sua Geografia (14-23 d.C.), come comunità predatrici e prive di mezzi, invece erano plausibilmente centri abitati pacifici, dediti all'agricoltura. Risalgono a questo periodo attrezzi da campagna rinvenuti sul Doss dell'Oselera a Sevignano (due asce in ferro) e sul dosso di San Floriano a Valternigo (tre piccole roncole), che dimostrano la coltivazione della vite[27.3], nonché il reperto più noto mai trovato nelle valli dell'Avisio, ossia la situla di Cembra, rinvenuta sul Doss Caslir nel 1825: si tratta di una secchia vinaria rituale in lamina bronzea, con iscrizioni retiche sul bordo e sul manico, prodotta da una bottega alpina nel IV secolo a.C. e interrata a scopo votivo[3][27.3].

Nel III e soprattutto nel II secolo a.C. cominciano i contatti tra le popolazioni alpine e la civiltà romana; ai primi scambi commerciali, fattisi via via più frequenti, sono riconducibili reperti quali l'ansa di brocca trovata a Valternigo e molte monete di età repubblicana, ma anche alcune greche e puniche, rinvenute a Verla e a Cembra. Le popolazioni retiche vennero gradualmente "romanizzate", non tanto con la forza, quanto piuttosto attraverso il transito e il commercio; resta da chiarire se gli abitanti delle valli avisiane siano divenuti civis optimo iure a tutti gli effetti, adtributi come avvenne per gli Anauni (ossia subordinati, aventi obbligo di pagare tributo ma una relativa autonomia territoriale e governativa), oppure peregrini (cioè forestieri soggetti a tributo)[27.4]. Di certo, la bassa e media valle dell'Avisio fu ager publicus della Tridentum romana, come dimostra la monumentale iscrizione rinvenuta sulla cima del monte Pergol, nel fondo della Val Cadino, che segnala il "confine tra i Tridentini e i Feltrini" (FINIS INTER TRID[ENTINOS] ET FELTR[INOS]), mentre l'area dolomitica faceva probabilmente parte del Norico[27.5]. Insediamenti permanenti sono documentati da numerose sepolture, databili tra il I e il IV secolo a.C., ad Albiano, Lases e Lona in sponda sinistra, e a Valternigo, Ville di Giovo e Lisignago in sponda destra[27.6].

La situazione delle valli dell'Avisio dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente è incerta; mentre la toponomastica suggerisce una notevole presenza germanico-longobarda, dalle indagini archeologiche emergono solo reperti di tradizione romana (l'unica eccezione nelle vicinanze è a Pressano e Lavis, all'imbocco della Val di Cembra). Reperti romani del V-VI secolo, forse a corredo tombale, sono stati rinvenuti a Palù di Giovo e a Valfloriana[27.7]. Nondimeno dovette esserci una commistione tra la popolazione latina e quella longobarda, dato che in elenchi di persone del 1200 relativi a Sover e Piné si trovano sia nomi di probabile ascendenza longobarda, sia nomi latini[6.3]. Durante l'incursione dei Franchi del 590, Paolo Diacono documenta la distruzione di vari castra in territorio trentino, due dei quali, Fagitana e Cimbra, vengono tradizionalmente fatti corrispondere, sulla base della sola assonanza, ai centri abitati di Faedo e Cembra; secondo altre interpretazioni Fagitana sarebbe invece Fadana, una borgata di Cembra, e altre ancora ipotizzano si tratti di un solo castrum, "Fagitana di Cimbra"[6.4][27.7]. Alcuni storici ipotizzano la presenza di strutture difensive longobarde a Segonzano (che sarebbe stata una curtis regia), punto strategico, e a Sover, a guardia della strada che dalla Val d'Adige conduceva a Piné[6.4].

Il castello di Monreale, in tedesco Königsberg, affacciato sulla piana Rotaliana nel comune di San Michele all'Adige; da esso prendeva il nome la giurisdizione che per secoli ebbe il controllo su buona parte della sponda destra della Val di Cembra
Il castello di Segonzano in un acquerello di Albrecht Dürer

Verso il 1200 la valle è suddivisa in più giurisdizioni. La bassa sponda destra fa parte del comitatus Zovi et Faedi, citato dal vescovo Egnone nel 1243, corrispondente grossomodo agli odierni comuni di Giovo, Lavis e San Michele all'Adige (di quest'ultimo solo la parte in sinistra Adige). Tutta questa zona fa parte del principato vescovile di Trento sin dalla sua fondazione, ed è data in feudo agli Appiano. La sede giurisdizionale, prima sita a Pressano, viene poi trasferita al castello di Monreale (in tedesco Königsberg, che diviene il nome dell'intera giurisdizione). Gli Appiano rinunciano all'investitura nel 1248 e nel 1276 il feudo, dopo alcuni passaggi di mano, viene ceduto dal vescovo Enrico II a Mainardo II, conte di Tirolo; contemporaneamente, o comunque entro l'inizio del Trecento, i conti ottengono anche il vicariato di Cembra, che controlla anche Lisignago, Faver, Valda e Grauno. Nel 1368 Margherita Maultasch, ultima erede dei conti del Tirolo, cede la contea ai duchi d'Austria, e da quel momento la giurisdizione di Königsberg viene affidata a vari capitani tirolesi, tra cui figurano membri delle famiglie Thun e Khuen-Belasi; dal XV secolo la sede viene spostata a Lavis[6.5]. Grumes, in precedenza anch'essa in mano agli Appiano, alla fine del XII secolo ottiene dal vescovo il privilegio di essere libera da ingerenze feudali, dipendendo direttamente dal potere episcopale; il "Libero Comune di Grumes" dura comunque solo fino al 1385, quando il vescovo lo infeuda al cavaliere Giovanni Starkenberg, a cui seguono, nei secoli successivi, ben quattordici famiglie[6.6]. La giurisdizione di Castello in Val di Fiemme, con aggregate le comunità di Capriana e Valfloriana in alta Val di Cembra, è feudo degli Ulten, un ramo degli Appiano, e come Königsberg a metà del Duecento passa ai conti del Tirolo; morto Mainardo II nel 1295, la popolazione incendia la rocca di Castello, e nel 1310 Ottone III acconsente che sia demolita completamente, promettendo di non costruire più castelli in Val di Fiemme. Nel 1341 il comitato di Castello viene aggregato a quello di Enn-Kaldiff, ossia Egna[6.7].

In sponda destra, Segonzano è un feudo vescovile: il 12 febbraio 1218 viene affidato a Rodolfo Scancio, che vi costruisce l'omonimo castello; nel 1304 passa ai Rottenburgo, e nel Quattrocento è dei conti del Tirolo, che lo affidano a vari capitani; nel 1500 viene infine venduto alla famiglia a Prato, che lo terrà per ben 288 anni[6.8]. A nord e a sud di Segonzano, Sover e Sevignano formano una gastaldia dipendente dal capitolo della Cattedrale, inserita nel colonello di Pergine; di essa fa parte anche Rizzolaga sull'Altopiano di Piné, sostituita nel XIII secolo da Villamontagna[6.8]. Infine, le comunità di Lona, Piazzole e Lases risultano incorporate alla Magnifica Comunità Pinetana: assieme ad Albiano rientrano dapprima nella gastaldia di Pergine, e dalla seconda metà del Trecento nella giurisdizione di Trento[6.9].

La Val di Cembra come appare sull'Atlas Tyrolensis (1760-70)

Nel 1507 la comunità di Sover è la prima a dotarsi di una Regola, imitata da Cembra e Sevignano nel 1508; seguono Albiano (1547), Capriana e Valfloriana (1605), Segonzano (1609), Giovo (1646), Grauno (1734), Grumes (1745) e infine Valda (1747). Le Regole saranno abolite nel 1805 dal governo bavaro in quanto "illecite combriccole di popolo"[6.10].

Nel 1630 si verificano diversi casi di peste in Val di Cembra, tanto che gli abitanti della sponda destra distruggono i ponti di Cantilaga e La Rio per evitare che l'epidemia li raggiunga; in seguito i costi per la loro ricostruzione sono causa di litigio fra i paesi delle due sponde[6.11][10.2].

Nel 1648 Ferdinando Carlo d'Austria vende le giurisdizioni di Königsberg, Enn-Kaldiff, Caldaro e Salorno ai nobili veneti Zenobio, che così governano tutta la sponda destra della Val di Cembra da Mosana a Capriana ad eccezione di Grumes, più Stramentizzo e Valfloriana in sponda sinistra; in tale momento la giurisdizione di Königsberg è composta dai vicariati di Cembra e Lavis, e gli Zenobio accorpano il primo al secondo[6.5]. Grumes passa nel 1664 ai Barbi, che la tengono fino al 1775 quando, dopo aver eccessivamente tassato la popolazione, questa dà fuoco alla casa del signore. Tra il 1777 e il 1779 avviene una serie di scambi di territori tra l'Austria e il principato vescovile di Trento: il risultato in Val di Cembra è che la giurisdizione di Grumes passa anch'essa agli Zenobio, venendo a sua volta accorpata a quella di Königsberg, mentre i paesi che avevano fatto parte del comitato di Castello entrano nella Comunità di Fiemme[6.12].

Dipinto ex voto raffigurante la battaglia di Segonzano del 2 novembre 1796, conservato nella chiesa dell'Immacolata di Piazzo

Nell'autunno del 1796 la valle si trova invischiata nella campagna d'Italia di Napoleone. Dopo la battaglia di Lavis del 5 settembre, le forze austriache guidate dal generale Davidovich si ritirano a Egna, mentre Vaubois alla testa di quelle francesi, pungolato da Laudon che gl'impedisce di proseguire per Mezzolombardo, si acquartiera a Pressano. Per aggirare i tirolesi e attaccarli da dietro, nel corso di settembre i francesi occupano la bassa Val di Cembra fino a Verla in sponda destra e a Sevignano in sponda sinistra, e l'intero Altopiano di Piné fino a Brusago, opprimendo e aggravando economicamente la popolazione; l'esercito austriaco, con l'aggiunta di varie compagnie di Schützen, si porta allora a Cembra, Faver, Valda, Capriana e Valfloriana. Un primo attacco a Cembra viene respinto il 13 settembre; il 27 o 28 del mese i francesi occupano Segonzano e avanzano su Sover, ma la popolazione di questa comunità e di quella di Valfloriana si mobilita assieme agli Schützen, respingendoli e ripetendo l'impresa il 30 settembre quando il nemico scende da Piné con l'intento di bruciare il paese in rappresaglia. A inizio ottobre si segnalano vari tafferugli nella zona di Segonzano, e gli imperiali arruolano la popolazione di Faver per costruire opere di difesa. Il 22 ottobre i francesi perdono Segonzano, e il 31 altri attacchi vengono respinti a Lisignago e Ville di Giovo. Il 2 novembre si svolge la battaglia di Cembra, durante la quale tre grandi colonne francesi puntano verso San Michele all'Adige, Lisignago e Segonzano, le ultime due con l'obiettivo di Cembra: in tale occasione gli austriaci respingono gli avversari, che infine lasciano la valle. Vi ritornano però l'anno seguente, stavolta guidati da Joubert: il 2 febbraio entrano a Cembra e Sover, ma già nei giorni successivi devono ripiegare a Palù di Giovo e Brusago; il 26 febbraio viene respinto un secondo attacco a Sover, ma il 1º marzo un terzo ha successo e il paese viene saccheggiato. Il 20 marzo, attraversando l'Avisio prima a Pozzolago e al ponte delle Seghe, e poi a Cantilaga, i francesi riescono infine a prendere Cembra e Faver; quest'ultima viene data alle fiamme, con la perdita di oltre cinquanta edifici inclusa la chiesa, e si registrano anche due morti. Dopo ciò i francesi lasciano definitivamente la valle, proseguendo per Cavalese e Bolzano[28].

Età contemporanea

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Piazzo dopo l'alluvione del 1882, durante la quale il Rio Regnana asportò diversi edifici

A Sover e Sevignano il governo del capitolo cessa con la fine del principato vescovile a inizio Ottocento; i due comuni (soppressi durante il Regno Italico, aggregati l'uno a Piné e l'altro a Segonzano, e poi ricostituiti), vengono incorporati al Giudizio distrettuale di Civezzano, a cui venne aggiunta anche Segonzano quando, nel 1823, gli a Prato rinunciano al Giudizio patrimoniale su di essa[6.8]. Gran parte della sponda destra ricade invece nella sezione giudiziaria di Lavis. Nel 1838, dopo decenni di richieste, la valle ottiene l'istituzione dell'Imperial Regio Giudizio Distrettuale di Cembra, con una sede della pretura (attiva effettivamente dal 1842), comprendente i comuni di Lisignago, Cembra, Faver, Valda, Grumes, Grauno, Sevignano, Segonzano e Sover; il primo giudice sarà Michelangelo, fratello di Luigi Negrelli[6.5][22]. Nel 1843 la contessa Alba Zenobio-Albrizzi rinuncia al Giudizio di Königsberg, che diviene a sua volta un Imperial Regio Giudizio Distrettuale[6.5].

In valle nel 1836 e nel 1855 due epidemie di colera causarono rispettivamente 145 e 329 morti[29]. Nel settembre 1882, un periodo di piogge torrenziali, combinato con un diffuso dissesto idrogeologico dovuto anche al disboscamento intensivo, causa in Trentino un'alluvione tra le peggiori dell'intero arco alpino: in valle si gonfiano oltremodo vari rivi e di conseguenza lo stesso Avisio, che raggiunge una portata stimata di 1 200 m³ d'acqua al secondo, contro i 40 di media. Il torrente travolge campi, strade ed edifici, distrugge tutti ponti tranne quello di Cantilaga e causa vittime e oltre 56 000 fiorini di danni. Tra Grauno e Grumes vengono compromessi molti opifici della valle del Rio dei Molini, così come altri sotto Faver, ma i danni maggiori si hanno in sponda sinistra: a Valfloriana i paesi di Valle e Casanova si salvano da una frana per un soffio; a Sover viene completamente cancellata, dall'omonimo rivo, la frazione di Casare, i cui circa centocinquata abitanti si trasferirono altrove; a Segonzano vengono distrutti mulini a Valcava, Gresta, Prà e Piazzo, e in quest'ultimo paese il Rio Regnana erode l'alveo facendo crollare non meno di dodici abitazioni fra cui parte del palazzo dei baroni a Prato[30][10.3][29][31].

L'assetto amministrativo della valle subisce alcuni cambiamenti durante il ventennio fascista: tra il 1925 e il 1928 un Regio Decreto accorpa i comuni di Lona-Lases ad Albiano, Sevignano a Segonzano, Lisignago e Faver a Cembra, Valda e Grauno a Grumes, Rover Carbonare e Anterivo a Capriana, Stramentizzo a Castello di Fiemme; queste fusioni saranno annullate tra il 1947 e il 1952, tranne quelle di Sevignano, Rover Carbonare e Stramentizzo che non torneranno più indipendenti[32][33]. Nel 1931 anche la pretura di Cembra, così come altre dieci nella Venezia Tridentina, viene soppressa e le sue competenze trasferite a quella di Trento[6.5][34]. Sezioni locali fasciste vengono costituite in gran parte dei comuni della valle: nel 1924 ad Albiano e Cembra; nel 1926 a Giovo, Lisignago e Valfloriana; nel 1928 a Segonzano; nel 1931 a Sover e Capriana; nel 1933 a Grumes. Così pure sorgono varie associazioni connesse tra cui Dopolavoro, sindacato, Opera Balilla e via dicendo[35]. A causa dell'inadeguatezza delle vie di comunicazione, nella prima metà del Novecento la Val di Cembra è una delle più povere e disagiate di tutto il Trentino: la situazione viene riconosciuta dai rappresentanti provinciali del Partito Nazionale Fascista, ma i primi segni di miglioramento cominciano solo nel secondo dopoguerra[36].

Aldo Moro in visita a Valfloriana dopo l'alluvione del 1966

Il 3 maggio 1945 le forze tedesche in ritirata dalla zona d'operazioni delle Prealpi hanno uno scontro con i partigiani a Miravalle di Capriana, subendo tre vittime, e 60-70 militari tedeschi vengono poi catturati a Stramentizzo; il giorno seguente una colonna delle SS risale la Val di Cembra e attua una rappresaglia a Stramentizzo e a Molina, causando 14 vittime tra la popolazione civile[37][38].

Appena una decina d'anni più tardi, nel 1956, l'intero paese di Stramentizzo viene raso al suolo assieme a molti masi circostanti per costruire la diga di Stramentizzo, e la zona viene sommersa dal nascente lago artificiale omonimo; il centro abitato viene ricostruito più a monte, in località Scales, ma solo poche delle famiglie originarie decidono di trasferirvisi[39].

Tra il 3 e il 5 novembre 1966 un'altra inondazione catastrofica colpisce il Trentino, e nuovamente l'Avisio è tra i torrenti più distruttivi, con una portata di 1 100 m³/s. In Val di Cembra devasta i campi più bassi e demolisce i ponti; solo quello di Cantilaga viene ricostruito negli anni immediatamente successivi (la diga di Stramentizzo regge alla pressione dell'acqua, che arriva perfino a tracimare[40]). L'alta valle è la zona più martoriata: nel comune di Capriana deve essere evacuato l'intero paese di Rover (dove una frana, investendo una casa, fa anche tre vittime), così come Maso Ponte, parzialmente distrutto. Sulla sponda opposta, a Valfloriana le frazioni di Ischiazza e Maso vengono travolte rispettivamente dall'Avisio e dal Rio Barcatta: entrambe sono abbandonate e gli abitanti trasferiti in un nuovo centro abitato fondato appositamente più in alto, l'attuale frazione di Villaggio[31][41].

Nel 2016 la sponda destra della valle passa da otto comuni a quattro, con la fusione di Cembra e Lisignago in Cembra Lisignago, e di Faver, Valda, Grumes e Grauno in Altavalle[32].

Geografia antropica

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Cartina schematica della Val di Cembra
Cembra, con la propaggine di Fadana sulla destra, vista dal belvedere di Bedolpian (Baselga di Piné)
Vista aerea di Montalbiano (Valfloriana)
Vista aerea di Lona (Lona-Lases)

Nonostante il clima favorevole e l'altitudine relativamente bassa, le caratteristiche della valle, con fondo stretto, sostanzialmente impraticabile, e versanti ripidi, le danno una morfologia piuttosto aspra; gli insediamenti, più frequenti sulla sponda destra che è più soleggiata, sono disposti sui terrazzi a mezza costa, con una quota che varia dai 500 metri di Verla ai 1000 di Capriana. In sponda sinistra, il maggior numero di centri abitati si trova a Sover e Segonzano, sui terrazzamenti morenici lasciati rispettivamente dal Rio Brusago e dal Rio Regnana[42].

I paesi più antichi sono accentrati e unitari, di tipo latino: sono caratterizzati da edifici addossati gli uni agli altri, strade strette e sottopassi, tali da destinare più spazio possibile al terreno agricolo; frequente è la suddivisione in rioni o quartieri, accentrati attorno a una piazza o a una fontana[1][42]. Gli edifici sono in genere a più piani, con il piano terra storicamente destinato a stalla, magazzino o cantina e, all'occorrenza, un fienile nel sottotetto o sul retro; nei centri più grossi si trovano anche edifici signorili medievali con caratteristiche più ricercate quali bifore, portali in pietra e angoli bugnati[42]. Sono diffusi, soprattutto nelle zone di Giovo, Grumes e Capriana, i masi, insediamenti minori caratteristici della colonizzazione germanofona medievale[1][42].

Le diverse situazioni morfologiche ed economiche dei vari paesi si riflettono anche nella natura degli edifici: Albiano e Lases, situate nella zona delle cave, presentano spesso case interamente in pietra, con tetto in lastre di porfido, mentre nell'alta valle, che ha carattere più silvo-pastorale, è maggiormente diffuso l'uso del legno; nei centri a vocazione vitivinicola, i piani terra delle case sono frequentemente occupati da grandi androni e cantine per la lavorazione dell'uva[42].

Nel 1833 la valle (escluse Capriana e Valfloriana) contava poco più di 12 000 abitanti; nel 1861 arriveranno a superare le 14 300 unità e nel 1870 le 15 000[32]. Nella seconda metà dell'Ottocento il Trentino, come esito delle guerre d'indipendenza italiane, entra in una forte recessione economica; il risultato in Val di Cembra è che il fenomeno migratorio preesistente, che aveva carattere domestico e stagionale, si evolve in un'emigrazione transoceanica pluriennale se non permanente. Tra il 1870 e il 1888 dalle parrocchie del decanato di Cembra lasciano la valle 851 persone, ossia il 4,8% della popolazione, quasi tutte dirette verso le Americhe. Nel periodo interbellico e nell'immediato secondo dopoguerra il flusso migratorio si dirige invece principalmente verso le miniere della Lorena, della Svizzera e del Belgio[43].

Il calo demografico dal Novecento è evidente, notevole soprattutto nel decennio 1961-71, che coincide con lo sviluppo industriale della Val d'Adige: si contano circa 13 500 abitanti nel 1915, 11 700 nel 1961, 10 200 nel 1981, 11 100 nel 2018; solo alcuni centri come Giovo, Cembra e Albiano hanno mantenuto una certa stabilità, mentre altri come Valda hanno perso metà della popolazione[4][5.2][32][44]. L'esodo si è arrestato dagli anni ottanta, principalmente grazie alla rivitalizzazione economica della valle dovuta allo sviluppo dei settori agricolo ed estrattivo[45]. Anche parte della manodopera straniera che era giunta in valle tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI ha fatto ritorno ai paesi d'origine durante la crisi economica del decennio 2007-2018; al 2017 gli stranieri in Val di Cembra si attestavano intorno alle 800 unità[32].

Il disfacimento della civiltà rurale, combinato con i gravi danni dell'alluvione del 1966, ha causato l'abbandono di ampie fasce del fondovalle dove sorgevano campi, opifici, masi e in alcuni casi interi paesi, i cui ruderi sono stati inghiottiti dal bosco[44]. Per contro, dalla metà del Novecento si è assistito a una triplicazione dello spazio edificato (incluse le sue pertinenze e il verde urbano), che è passato dai 69,35 ettari nel 1954 agli oltre 196 nel 2021, in particolare nei centri che già allora erano più sviluppati, come Cembra e Albiano[46].

Viabilità e trasporti

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Lavori di allargamento della strada tra Segonzano e Sover (attuale SP71), 1933; a sinistra, in sponda opposta, l'abitato di Valda

Anticamente la valle era percorsa solo da sentieri, mulattiere e carrarecce, e il legname veniva trasportato tramite fluitazione sull'Avisio. Ancora nel 1820 la situazione era piuttosto arretrata: le strade erano poche, soprattutto in sponda sinistra, e piuttosto tortuose. Dalla seconda metà dell'Ottocento l'impero austriaco, anche come parte dei lavori di fortificazione del Tirolo meridionale avvenuti a cavallo tra quel secolo e il successivo, avviò il miglioramento delle arterie stradali sulla sponda destra della valle: la prima carrozzabile tra Lavis e Cembra era stata costruita tra il 1834 e il 1848; si ebbe così l'ampliamento e rettifica di tale tratto entro il 1859, opera che raggiunse Molina di Fiemme nel 1903-04. Ben successiva fu la sistemazione della rete viaria in sponda sinistra: nel 1912-13 venne iniziato sia il tratto che sale da Meano, sia quello da Civezzano, e la strada giunse a Molina solo nel 1956. Infine, la traversale che collega i due lati della valle all'altezza di Piazzo è stata realizzata nel 1973[6.11][47][48][49].

Attualmente la Val di Cembra è percorsa sulla sponda destra dalla strada statale 612, che parte a Lavis e continua fino in Val di Fiemme. In sponda sinistra, la strada provinciale 76 parte da Gardolo e risale la valle fino a Lases, dove si innesta nella SP71 che giunge da Civezzano; questa prosegue fino a terminare nella SS612 dopo il Lago di Stramentizzo. Tra i comuni di Segonzano e Altavalle la SP101 unisce i due lati della valle. In sponda destra un altro accesso è tramite la SP131 proveniente da San Michele all'Adige che arriva a Giovo, mentre in sponda sinistra vi sono le SP77, 83 e 102 che raccordano i comuni di Segonzano e Sover con l'Altopiano di Piné[50].

Il trasporto pubblico serve la Val di Cembra tramite le autocorriere di Trentino Trasporti, che risalgono entrambe le sponde sulla tratta Trento-Cavalese (linee B102 e B103)[47][51]; esiste anche un servizio integrativo di bus navetta che effettua vari giri della valle, passando anche da una sponda all'altra[52].

Il ponte di Cantilaga come si presentava negli anni 1930 o '40
Vista aerea del ponte dell'Amicizia, l'unico attraversamento carrabile della valle, tra Piazzo e Faver; sulla destra si nota la foce del rio Regnana nell'Avisio

Merita attenzione il tema del collegamento tra le due sponde della valle: oltre a diversi punti di guado, situati in genere in corrispondenza delle ischie fluviali[48], fin dall'antichità sono esistiti diversi ponti e passerelle, che più volte l'Avisio ha spazzato via con le sue piene distruttive. Si ricordano, da sud verso nord, i seguenti[6.1][48][53][54]:

  • Ponte Alto/Pontalt: tra Albiano e Ceola, citato nel 1403, vi passavano le processioni che tre volte l'anno da Albiano si recavano alla pieve di Cembra. Caduto in rovina dopo che Albiano ottenne l'indipendenza dalla pieve cembrana, non venne più ripristinato.
  • Una passerella alla "Ischia Grisa" tra Sottolona e Cembra, messa in opera nel 1680, rimaneggiata nel 1750 e nel 1836, distrutta dall'alluvione del 1882 e mai ricostruita.
  • Ponte di Pozzolago, oggi detto "Pont de le Formighe": poco a monte del precedente, tra Lona e Cembra. Ricostruito nel 1807 e nel 1836, travolto dal fiume nel 1882, rifatto due anni dopo e ancora altre cinque volte nel Novecento. Nuovamente distrutto dalla piena del 1966, venne rifatto quattro anni dopo presso la centrale idroelettrica.
  • Ponte delle Seghe: esisteva a metà Ottocento tra Sevignano e Cembra/Faver, cadde con l'alluvione del 1882.
  • Ponte di Cantilaga: tra Segonzano e Faver, è considerato il più antico e importante attraversamento della valle, anche se la prima citazione è del 1472; tramite esso giungevano al castello di Segonzano le decime da Faver, Valda, Grumes e Grauno. Finì bruciato verso il 1610 e nel 1630, smantellato durante l'invasione francese del 1796, ricostruito ancora nel 1876, 1879, 1903, 1938; nel 1965 venne posato un ponte Bailey che restò fino all'inaugurazione dell'attuale nel 2007.
  • Ponte de La Rio: tra l'omonimo maso sotto Grumes e la località Molini di Sover. Passaggio medievale attestato dal Quattrocento, venne spazzato via o danneggiato dalle inondazioni non meno di tredici volte. Distrutto l'ultima nel 1966, venne ripristinato soltanto nel 2009.
  • Ponte in località "al Torchio", sotto a Maso di Valfloriana; probabilmente altomedievale, distrutto da piene del fiume non meno di quattordici volte. Dopo la penultima (1882) venne ricostruito in cemento nel 1957 nell'ambito dei lavori di costruzione della diga di Stramentizzo. Assai poco longevo, cadde anch'esso vittima dell'inondazione del 1966 e non fu più ripristinato.

Oggi l'unico attraversamento percorribile in automobile è il ponte dell'Amicizia lungo la SP101 tra Piazzo e Faver, risalente al 1972[8], a cui si aggiunge il ponte della SP71 a Stramentizzo, proprio all'imbocco della valle; il ponte di Cantilaga è carrabile, ma l'accesso in auto è possibile solo dalla sponda sinistra. Negli anni 2020 sono stati infine realizzati due ponti tibetani tra Grumes e Segonzano, uno presso Gresta e l'altro al Castelét[55].

Amministrazione

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Procedendo da sud verso nord, i comuni situati nella valle sono i seguenti:

ComuneCentri abitatiAbitanti (2026)[56]Estensione
Sponda destra
GiovoVerla (capoluogo), Ceola, Masen, Mosana, Palù, Serci, Valternigo, Ville252220,81 km²
Cembra LisignagoCembra (capoluogo), Lisignago237024,11 km²
AltavalleFaver (capoluogo), Grauno, Grumes, Ponciach, Portegnago, Valda165033,56 km²
CaprianaCapriana (capoluogo), Carbonare, Rover59312,82 km²
Sponda sinistra
AlbianoAlbiano (capoluogo), Barco di Sopra, Barco di Sotto15459,96 km²
Lona-LasesLases (capoluogo), Casara, Lona, Piazzole, Sottolona90511,37 km²
SegonzanoScancio (capoluogo), Caloneghi, Casal, Gaggio, Gresta, Luch, Parlo, Piazzo, Prà, Quaras, Sabion, Saletto, Sevignano, Stedro, Teaio, Valcava141720,71 km²
SoverSover (capoluogo), Facendi, Montalto, Montesover, Piazzoli, Piscine, Settefontane, Slosseri, Sveseri80714,82 km²
ValflorianaCasatta (capoluogo), Barcatta, Casanova, Dorà, Montalbiano, Palù, Pozza, Pradel, Sicina, Valle, Villaggio47439,33 km²

Tutti questi comuni compongono la Comunità della Valle di Cembra[57], tranne Capriana e Valfloriana che invece fanno parte della Comunità territoriale della Val di Fiemme[58].

Inoltre va notato che dall'imbocco della valle fino a tutto il Lago di Stramentizzo il territorio ricade nei comuni di Castello-Molina di Fiemme (comune catastale di Stramentizzo) e Anterivo, quest'ultimo facente parte della provincia di Bolzano[7], mentre l'ultimo tratto della sponda sinistra rientra nel comune di Trento (comune catastale di Meano).

Il cembrano è un dialetto trentino centrale di tipo rustico, ossia più conservativo e resistente alla venetizzazione a cui è soggetto quello cittadino di Trento; mantiene quindi tratti neolatini lombardi, che sono i più antichi nella parlata trentina, e anche tratti ladini. L'isolamento che ha caratterizzato la valle fino agli inizi del Novecento ha salvaguardato una relativa arcaicità nel dialetto locale, così come l'intedescamento subìto durante il dominio dei Conti del Tirolo lo ha protetto dall'influenza del dialetto di Trento; in epoca contemporanea, comunque, alcune tendenze modernizzatrici si avvertono già nella bassa valle fino a Faver, mentre l'alta valle ha un dialetto influenzato da quello fiammazzo[21.2][59].

Tra i tratti marcatamente lombardi conservati nella parlata cembrana si segnalano la caduta delle vocali finali diverse dalla -a (tipica peraltro di tutti i dialetti trentini centrali), la palatalizzazione della o in certe posizioni e la presenza della vocale turbata ü derivata dalla Ū latina, sia in sillaba libera, sia chiusa (ad esempio madür, "maturo"; püles, "pulce"), anche davanti a nasali labiali (füm, "fumo") e in posizione atona (südór, "sudore"); tra i dialetti trentini, questo suono è tipico del cembrano, seppur attestato in maniera altalenante. Il dialetto presenta sia casi di assibilazione (un fenomeno di matrice cittadina che comunque fa la sua comparsa in queste parlate già dal XVII secolo), sia casi della sua assenza (ad esempio marc' anziché marz), quest'ultima un tratto tipicamente ladino, ma riscontrabile in generale anche nel lombardo alpino. Tra i tratti ladini sono documentati in passato, ma ora estinti, anche la conservazione dei nessi latini in -l- (ad esempio Plan in luogo di Pian), l'evoluzione in -ai e -aia delle terminazioni latine -arius e -aria, e la palatalizzazione di c e g davanti ad a, attestata a Faver[59].

L'interno della chiesa di San Pietro di Cembra, ricoperto di affreschi risalenti in gran parte al Cinquecento

La Val di Cembra, quale importante area di transito, ha attinto sia alla tradizione artistica perginese e trentina, sia a quella fiemmese e fassana[60.1]. Dal punto di vista dell'arte sacra va citato il "Maestro di Lisignago", un pittore vagante, forse fiemmese, che nel 1460-70 in valle operò nelle chiese di San Leonardo a Lisignago e Santa Maria Assunta di Cembra[60.2][61]; nello stesso periodo, un altro pittore della cerchia di Leonardo da Bressanone, che lavorò in Val di Fiemme, affrescò anche la vecchia parrocchiale di San Floriano a Casatta, ora sede del municipio di Valfloriana. Del secolo successivo sono gli affreschi nelle chiese di San Pietro a Cembra e dell'Immacolata a Piazzo, entrambe di un pittore che lavorò anche in Fiemme[60.3]. Per quanto riguarda l'arte scultorea, si ricorda il fassano Giovanni Battista Grober, che nel Seicento aprì bottega a Sover assieme ai figli Giorgio e Giambattista e operò anche a Piné: in valle realizzarono, tra le altre cose, altari barocchi per le chiese di San Lorenzo di Sover, Santissima Trinità di Stedro, San Martino di Grauno, San Leonardo di Lisignago, Immacolata di Piazzo e San Floriano di Casatta[60.4][62].

È da citare, nel 1494-95, il passaggio in Val di Cembra di Albrecht Dürer, allora ventitreenne; data l'impraticabilità della Val d'Adige, spesso allagata in corrispondenza della Chiusa di Salorno, il pittore dovette risalire il Dossone di Cembra, scendere a Faver, traversare l'Avisio a Cantilaga e di lì proseguire per Trento. La sua presenza non ebbe, all'epoca, alcuna importanza per la valle; tuttavia, egli la dipinse in almeno sei acquerelli, la cui assegnazione alla Val di Cembra è stata ufficializzata dalla critica nel 1971[6.8].

Il rogo del pino di Grauno la sera del martedì grasso

Il profilo folcloristico con usanze, tradizioni, canti, racconti e leggende in Val di Cembra è in parte simile a quello di altre zone del Trentino, ma vi sono alcune espressioni tipiche[63].

Alla vigilia dell'Epifania a Cembra e a Grumes si svolge la "canta dei Tre Re", un antico canto di questua con voci maschili[63][64][65]. Nello stesso giorno, a Piscine sopravvive (riportata in voga dopo alcuni decenni) la "Canta della Stella", documentata nel comune di Sover da fine Cinquecento e storicamente attestata anche a Grauno e Grumes[66][67].

A cavallo tra febbraio e marzo c'è il Trato marzo, un tempo diffuso in tutto l'arco alpino; anticamente spesso bandito dalle autorità per il suo carattere irriverente, è sopravvissuto in alcuni centri dell'alta valle, in particolare Grumes: i giovani uomini, in genere quelli giunti alla maggiore età in quell'anno, si radunano sulle alture sovrastanti i paesi e declamano fidanzamenti, veri, inverosimili o presunti, tra gli abitanti[63][68].

Nel periodo del carnevale sono numerose le manifestazioni folcloristiche particolari: la più famosa è la "Canta dei Mesi", una rappresentazione in maschera allegorico-didascalica, messa in scena a Cembra e a Montesover il martedì grasso. A Valfloriana si svolge la processione dei Matòci, personaggi con maschere di legno intagliate[63]. Sempre il martedì grasso vi sono diverse tradizioni legate al fuoco: celebre è il rogo del pino di Grauno, una tradizione che era documentata anche a Piscine dalla metà del Settecento[69]; a Valda viene bruciato il pupazzo che era stato appeso a un palo la notte di Epifania, e in passato a Sover si gettava giù verso l'Avisio una "palla di fuoco" per l'ultima di Carnevale[63].

Molte sono le leggende diffuse in Val di Cembra; in sponda sinistra, nei comuni di Segonzano, Sover e Valfloriana, si raccontano varie storie riguardanti i"cavezài": si tratta di uomini simili a satiri, belli d'aspetto, ma con piedi d'asino e di indole malevola[70]. Variazioni sul tema dell'uomo selvatico, leggenda tipica dell'area alpina, si riscontrano con l'om salvàdek di Faver e con il Barbaciucón di Sover[71].

La chiesa di Santa Maria Assunta di Cembra, sede dell'omonima pieve

Fino ai primi secoli dopo Cristo, nelle varie valli trentine erano probabilmente diffusi culti di alcune divinità romane come Silvano e Saturno; non vi sono però dati riguardo alle valli dell'Avisio, ad eccezione di un un bronzetto raffigurante Mercurio rinvenuto a Fadana (Cembra), che fa presupporre la diffusione dei larari[27.6].

Il cristianesimo giunse in Trentino entro il IV secolo, quando Giovino è attestato come primo vescovo di Trento intorno all'anno 350. La conversione delle valli fu però lenta e non priva d'incidenti: alla fine del Trecento il vescovo Vigilio, in una lettera a Simpliciano, lamenta una grande partecipazione di popolo agli ambarvalia, e vari riti pagani sono documentati ancora dopo il 460. Al di là di queste considerazioni generali, però, non vi sono dati sul processo di cristianizzazione delle valli dell'Avisio[27.8]; la chiesa più antica di cui si abbia notizia è quella di San Pietro a Cembra, per la quale le indagini archeologiche hanno permesso di datare la fondazione tra il V e il VI secolo[72].

Processione con la Madonna dell'Uva a Piazzo nel 1937 o 1939
La chiesa di Santa Maria Assunta di Verla, sede della pieve di Giovo; l'edificio attuale è settecentesco e si trova in posizione diversa da dove sorgeva la chiesa originale

Nel tardo Medioevo nella valle avevano sede due pievi tra le più antiche del Trentino: quella di Cembra e quella di Giovo. La prima, fondata ab immemorabili, è citata per la prima volta nel 1212 con un tal Odolrico, plebanus de Zimbria, mentre la seconda è ricordata dal 1145. La pieve di Cembra teneva giurisdizione sulle comunità di Lisignago, Faver, Grumes, Grauno, Valda, Albiano, Lona, Sevignano, Segonzano, Piazzo, Parlo, Gresta, Sover, Montesover e Piscine; quella di Giovo (con sede a Verla), che era affidata alla prepositura agostiniana di San Michele all'Adige, governava su Ceola, Valternigo, Palù, Ville, Mosana, Lavis e Pressano[73][74]. Le uniche comunità della Val di Cembra a non essere soggette a queste due pievi erano Capriana, Valfloriana e Stramentizzo, sottoposte alla pieve di Cavalese, e Lases, dipendente da quella di Piné[6.3].

Nel 1498, la chiesa di Segonzano è la prima tra quelle soggette alle due pievi cembrane ad essere elevata a curazia. Seguono nel Cinquecento Albiano (1530), Pressano (1576), Sover (1582), Grumes (1584) e Lavis (1591); nel Seicento Lisignago (1609), Grauno (1628) e Valda (1687); nel Settecento Sevignano (1710), Faver (1714), Lona (1769), Palù (1786) e Ville (1787); nell'Ottocento Montesover (1813) e Piscine (1815); nel frattempo, nel 1767 la parrocchia di Albiano venne trasferita alla giurisdizione di Civezzano[73][74]. Nel 1789 tutto il clero della giurisdizione di Königsberg venne sottoposto a Cembra, con le comunità di Giovo, Lavis, San Michele all'Adige e Faedo[73] (il monastero di San Michele all'Adige venne soppresso nel 1803[74]); queste tornarono indipendenti nel 1901, con l'istituzione del decanato di Lavis. Nel 1927 la parrocchia di Cembra venne elevata ad arcipretura, ma già da inizio secolo essa aveva cominciato a perdere importanza, poiché man mano vennero elevate a parrocchie autonome tutte le curazie che le erano sottoposte[73].

Un tempo si svolgevano processioni verso molti luoghi di culto sia dentro la valle, sia fuori, alcune anche molto lunghe come quelle al santuario di Pietralba o all'Inviolata di Riva, o la "processione della Gambaròla" alla Madonna di Spormaggiore[63]. Anticamente era molto venerata la Madonna dell'Uva nella chiesa dell'Immacolata di Piazzo, tanto che in caso di gravi siccità o altre calamità naturali la popolazione dei comuni centrali della valle la portava congiuntamente in processione: le ultime si sono svolte nel 1937, 1939 e 1963[6.1][75]; i fedeli di Cembra vi si recano ancora in processione ogni prima domenica di luglio, da almeno quattro secoli[76]. Dall'Ottocento acquisisce notevole importanza il santuario della Madonna dell'Aiuto, sempre nel comune di Segonzano: la Messa principale si tiene la prima domenica di settembre e già allora vedeva una gran partecipazione di popolo da tutta la valle, tanto che i curati dell'epoca lamentavano che quel giorno si vedevano "rapito il popolo e diserte le chiese"[6.1][77]; un articolo su Vita Trentina del 1938 definisce l'Ausiliatrice "patrona della valle"[78].

Processione con la statua di san Giuseppe per le vie di Sevignano, il 2 maggio 2026

Al 2026 rientra nella zona pastorale "Rotaliana-Terre d'Avisio-Paganella" gran parte della valle, con le parrocchie di Sevignano (San Nicolò), Segonzano (Santissima Trinità), Piazzo (Immacolata), Sover (San Lorenzo), Montesover (San Leonardo), Piscine (Santa Barbara), Grauno (San Martino), Grumes (Santa Lucia), Valda (San Paolo), Faver (Santi Filippo e Giacomo), Cembra (Santa Maria Assunta), Lisignago (San Biagio), Ceola (San Rocco), Verla (Santa Maria Assunta), Ville (San Nicolò) e Palù (San Valentino; le ultime quattro compongono l'unità pastorale di Giovo[79]). Nella zona pastorale "Fiemme e Fassa" rientrano invece le parrocchie di Capriana (San Bartolomeo), Casatta (San Floriano) e Montalbiano (San Filippo Neri), e Stramentizzo fa parte della parrocchia di Molina di Fiemme, mentre alla zona pastorale "Valsugana/Primiero" afferiscono quelle di Lona (San Giovanni Battista), Lases (Visitazione), Albiano (San Biagio) e Valcava, quest'ultima aggregata alla parrocchia di Brusago[80].

Tra le figure religiose di spicco native della Val di Cembra sono da citare i venerabili fra' Barnaba da San Nicola (nato Giovanni Dalvit, 1746-1790), frate da cerca agostiniano nativo di Grumes, sepolto nella chiesa di Gesù e Maria a Roma, e Maria Domenica Lazzeri (1815-1848), detta "l'Addolorata di Capriana", mistica che ricevette le stigmate[6.13].

La cucina tradizionale della Val di Cembra è povera, caratterizzata dallo sfruttamento massimo delle risorse alimentari disponibili. Per la carne venivano privilegiate quella bovina e suina, e per i grassi burro, strutto e lardo[81].

Tra i prodotti alimentari tradizionali sono annoverati la carne salmistrada (detta carne fumada se affumicata, ottenuta dai quarti posteriori di vari animali) e la luganega secca (un tipo di luganega di manzo o suino)[82][83]. Tra gli altri piatti si possono citare la rostida (patate lesse arrostite nel grasso di bue), la pinza (una torta salata con ingredienti variabili), el tonco lustro (un intingolo per arrosti o carni in umido a base di burro, pomodoro e farina), il patugo (uno stufato di verdure), le patate a bronzón (patate cucinate con salsa di pomodoro e aromi), la torta de patate (torta salata di patate grattugiate, farina, sale e pepe, eventualmente con l'aggiunta di pezzi di luganega o altro), tortei (simili alle crespelle), crauti, osei scampadi e naturalmente la polenta (anche nella variante di polenta e osei)[81][83]; sono diffusi anche piatti di aree limitrofe (Alto Adige, Valsugana), quali canederli e strangolapreti[81]. Sono rari i dolci autoctoni, tra cui si possono citare i grostoi, preparati per carnevale[81]; ne sono invece presenti vari nativi di altre tradizioni, come straboi, strudel di mele e zelten[83].

Per quanto riguarda il comparto enologico, la Val di Cembra ha una forte vocazione vitivinicola e ha una posizione di risalto nella produzione di vino trentina[84.1]. Ai vini prodotti con uva coltivata in questa valle sono riconosciute le DOC Trentino Superiore (sottozona "Valle di Cembra" o "Cembra") e Trento, quest'ultimo uno spumante[85][86]. Il vino principale prodotto in valle è il Müller-Thurgau, al quale dal 1987 è dedicata una rassegna che ha luogo a Cembra[87]. Oltre al vino, la Val di Cembra è anche una delle zone d'origine della grappa trentina, che viene prodotta di ottima qualità con la fermentazione delle vinacce[84.1][88].

Nello sport, a livello nazionale la Val di Cembra si esprime soprattutto con il ciclismo e il curling. Del borgo di Palù, dov'è attiva la storica società Montecorona, sono nativi Gilberto Simoni e la "dinastia" dei Moser, di cui fanno parte Enzo, Francesco, Aldo, Ignazio e Moreno, ciclisti professionisti che hanno accumulato 86 giorni di maglia rosa[89].

A Cembra si è iniziato a praticare il curling all'aperto sul Lago Santo, e il paese oggi vanta uno dei pochi impianti coperti del Nord Italia. Sono di nascita o adozione cembrana gli atleti della nazionale italiana Mattia Giovanella, Sebastiano Arman, Amos Mosaner e Joël Retornaz[89].

Nella Val di Cembra si assiste al capovolgimento della logica territoriale più frequente, secondo cui la parte terminale di una valle, più vicina alla pianura, è anche quella più sviluppata e industrializzata: nel caso delle valli dell'Avisio, invece, sono Fiemme e Fassa quelle più dinamiche, con maggior sviluppo di zone produttive e infrastrutture, mentre Cembra è più statica e poco aperta ai grandi influssi[5.3].

Storicamente questa è stata la più misera delle tre vallate avisiane[8]: fino alla seconda guerra mondiale, l'economia è stata di pura sussistenza, con le policolture tradizionali e l'allevamento di bestiame e bachi da seta. Soprattutto a cavallo tra Otto e Novecento è stata frequente l'emigrazione, stagionale o per più anni, sia in Europa, sia nelle Americhe[6.11].

Il boom economico degli anni 1960 e '70 ha portato un certo benessere nella zona, e la forte emigrazione dovuta alla relativa mancanza di prospettive occupazionali interne[6.11] si è in parte evoluta in pendolarismo verso le zone industriali atesine[90]. In epoca moderna, le prime fonti di reddito in Val di Cembra sono il comparto vitivinicolo e l'estrazione del porfido[91].

Campi terrazzati nel comune di Giovo; i tre paesi sono, da sinistra, Palù, Ville e Verla
«La millenaria attività umana ha colonizzato, terrazzandoli, i declivi modellati dai ghiacciai quaternari. L'ambiente ha così assunto il prospetto architettonico, unico nel suo genere, di un digradante giardino che è un eccelso monumento della civiltà della vite.»

Tra le tre valli dell'Avisio, Cembra è quella a maggior vocazione agricolturale; storicamente era praticata anche la zootecnia, ma in posizione subordinata[84.2]. Nella bassa e media valle, a parte alcune superfici dedicate a ortaggi, piccoli frutti (specialmente a Grauno) o alberi da frutto, la viticoltura era ed è dominante[3][84.1], mentre nelle zone di Capriana e Valfloriana i gradoni erano tradizionalmente coltivati a cereali, grano saraceno o patate[4]. A Valda e Albiano vi era un'imponente produzione di castagne[90]. Un tempo questa pianta, importata dai Romani, era largamente coltivata dalla popolazione locale; alcuni castagneti da frutto sono stati recuperati, ma la maggioranza versa oggi in stato di abbandono[13.3][15].

I vigneti sotto al paese di Faver; sullo sfondo, alcune frazioni di Segonzano

Quella praticata in Val di Cembra rientra a pieno titolo nella cosiddetta "viticoltura eroica"[92.1]: i terrazzamenti interglaciali, presenti in particolare sulla sponda destra da Verla a Valda, ma anche sulla sinistra, sono coltivati da secoli e i campi sono sostenuti da centinaia di chilometri di muretti a secco e percorsi da un fitto reticolo di sentieri, strade e scale[5.1][15][90]. A differenza dei vigneti di pianura che richiedono 100-200 ore di manodopera ad ettaro, che passano alle 400 per quelli in collina, i vigneti della Val di Cembra ne richiedono mediamente 1000 per ettaro[92.2]. Le condizioni climatiche favorevoli, combinate con la particolare orografia della valle e la tenace azione trasformatrice umana, hanno prodotto un paesaggio rurale di montagna estremamente caratteristico[84.1], che nel 2020 è entrato nel Registro nazionale dei paesaggi rurali storici: l'area iscritta va da Maso Franch (Giovo) fino a Segonzano e Valda, per un totale di 2 243 ettari[3].

Sulla superficie totale della Val di Cembra sono circa 700 gli ettari storicamente coltivati a vite[3]: negli anni 1970 la valle produceva 92 000 quintali di uva, di cui 78 300 rossa e 14 200 bianca[90], mentre al 2021 la produzione annuale va dalle nove alle diecimila tonnellate. Nello stesso anno in valle sono attive quasi settecento aziende viticole, di cui il 30% a titolo principale e le altre come seconda attività; tra le prime, metà vinificano in proprio, e le restanti conferiscono l'uva a varie cantine sociali, prima fra tutte la Cantina Sociale di Cembra (facente parte del gruppo La-Vis dal 2003) che riceve i raccolti di 320 ettari di vitigni[91]. Da un'indagine economica riferita alla metà del Novecento risulta che il ricavo agricolo medio fino al 1950 si aggirasse sulle 270 000 lire ad ettaro, nettamente superiore a Fiemme (200 000) e Fassa (110 000); tuttavia le dimensioni ridotte dell'azienda tipica, la notevole frammentazione delle superfici e l'alto numero di addetti necessari comportavano un grande dispendio di energie e quindi una bassa capacità di reddito[84.2].

Fino agli anni 1980 la Val di Cembra produceva principalmente uve a bacca rossa e il vitigno più coltivato era la Schiava[91], ma il calo di consumo del vino Caldaro per cui era usata l'ha relegata a una nicchia da intenditori e alla produzione di vinacce[92.2]. Tra i tradizionali rossi vi erano anche Rossara e Pavana, e tra i bianchi Nosiola e Garganega[90]; nel 1885 il barone Giovanni Battista Napoleone a Prato introdusse a Piazzo il Cabernet e il Pinot nero, importandoli dalla Francia[90][92.2][93]. Il successivo cambiamento del mercato vinicolo ha portato in valle altre varietà, fra cui troneggia il Müller-Thurgau, ma anche Chardonnay, Pinot nero e Riesling Renano; ora la maggioranza dei vitigni è a bacca bianca. L'evoluzione ha interessato anche il metodo di allevamento, che è passato dall'uso esclusivo della pergola trentina alla presenza di altre tipologie come il Guyot[91][92.2]. Le buone proprietà organolettiche dovute alla composizione acida del terreno hanno portato la valle in posizione di risalto nella produzione di vino trentina[84.1].

Oltre al vino, tramite la distillazione delle vinacce viene prodotta anche una grappa di ottima qualità[84.1]. Durante il dominio asburgico era consentita la produzione familiare di acquavite, ricavata sia dalle vinacce che dal vino rimasto invenduto. Con l'annessione del Trentino al Regno d'Italia questo commercio venne proibito, ma poiché nell'economia di sussistenza dell'epoca il ricavato dalla vendita della grappa era un'entrata importante per le famiglie, si sviluppò un contrabbando di portata considerevole che durò fin oltre la metà del Novecento: le comunità intere, inclusi donne e bambini e talvolta anche con l'aiuto del clero, erano complici nella produzione e distribuzione della grappa, e per sfuggire ai controlli della Guardia di Finanza venivano messi in pratica stratagemmi di ogni genere[94].

Estrazione del porfido

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Una cava di porfido ad Albiano

Un'altra risorsa economica molto importante per la valle è rappresentata dall'estrazione e dalla lavorazione del porfido[95]: la Val di Cembra, assieme alle vicine zone di Piné e Fornace, è l'area del Trentino a maggior produzione di manufatti in porfido per l'edilizia e i lavori stradali[90]. In effetti si tratta dell'unica espressione economicamente rilevante dell'artigianato in valle, che per il resto è debole e scarsamente integrato con altre attività come agricoltura e turismo[95].

In passato questa pietra veniva usata soprattutto per fare lastre per i tetti, mentre oggi è impiegata perlopiù per la pavimentazione stradale, specialmente sotto forma di cubetti[95]; la valle è il luogo dove se ne estrae di più in Italia, 639 tonnellate all'anno, di cui circa il 40% viene esportato all'estero[96]. Le cave sono concentrate soprattutto in sponda sinistra nei comuni di Albiano e Lona-Lases, dove i corpi produttivi sono profondi anche trecento metri, ma ve ne sono anche a Giovo, Cembra Lisignago e Capriana[1][95].

Dalla seconda metà del Novecento, l'espansione del settore e delle attività connesse ha generato moltissimi posti di lavoro in Val di Cembra, frenando l'emigrazione; inoltre i lavoratori delle cave hanno spesso mantenuto come attività complementare la viticoltura, contribuendo indirettamente alla sua crescita[3][95]. Per contro, l'estrazione mineraria ha fortemente rallentato lo sviluppo turistico della valle e causato danni ambientali[95]. Inoltre il forte indotto economico e la particolare organizzazione del sistema lavorativo e delle concessioni si prestano a sfruttamento e corruzione, e hanno facilitato l'infiltrazione mafiosa; a Lona-Lases le indagini hanno portato alla luce una cosca della 'ndrangheta affiliata alla 'ndrina Serraino e nel 2020 sono stati effettuati 18 arresti[96].

Sfruttamento idrico

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I ruderi del Mulino Folgheraiter a Prà di Segonzano, uno dei pochi opifici situati lungo il corso dell'Avisio
La serra di San Giorgio, una briglia idraulica che sbarra il corso dell'Avisio appena a monte di Lavis
Ruderi di una calcara nel bosco di fondovalle sotto a Faver

La relativa inaccessibilità dell'Avisio in Val di Cembra ha fatto sì che solo in pochi casi le sue acque abbiano fatto muovere mulini o segherie, che molto più frequentemente si trovavano lungo il corso dei suoi affluenti. Un tempo in valle si contavano moltissimi opifici, specie nei comuni di Sover (dove in località Molini erano attive ben sette ruote), Segonzano, Capriana, Grumes, Faver e Cembra; molte di queste strutture sono state danneggiate o distrutte durante le ultime alluvioni, e la maggioranza di esse è oggi in rovina o completamente scomparsa; eccezioni degne di nota sono la segheria veneziana Pojer Valentini a Grumes e la Fucina Cristofori a Grauno, restaurate e musealizzate[6.1][10.1][97].

Il torrente venne invece ampiamente sfruttato per la fluitazione del legname, documentata dal 1270 e aumentata considerevolmente di volume dal 1500, tanto che il suo corso era completamente ingombro di tronchi durante la primavera e parte dell'estate; gli alberi provenivano in parte dalla Val di Fiemme, ma in parte erano tagliati localmente e condotti in Avisio tramite i suoi immissari; tra Sover e Piscine, e tra Grauno e Capriana, ve ne sono due chiamati proprio "Rio delle Bóre" (il termine dialettale indicante i tronchi). La fluitazione cessa a fine Ottocento, in parte perché vengono realizzate strade più comode, ma soprattutto perché la costruzione della serra di San Giorgio appena a monte di Lavis la rende impossibile[10.2].

Altra attività tradizionale legata direttamente all'Avisio è la produzione della calce: la roccia porfirica di cui è composta la Val di Cembra è inadatta allo scopo, e ad eccezioni di alcuni depositi morenici (ad esempio a Gaggio di Segonzano e alle Bornie di Valda), le uniche pietre utili erano quelle che il torrente trascinava dalle valli di Fiemme e Fassa. Di conseguenza le calcare dovevano spesso essere costruite vicino al greto dell'Avisio; le rovine di queste strutture si trovano un po' ovunque in Val di Cembra, alcune delle quali piuttosto ben conservate[97].

La conformazione della valle, con cime poco elevate e insediamenti distanti dal torrente, ha comportato storicamente una cronica carenza d'acqua sia per l'uso domestico, sia per quello agricolo: erano frequenti gli episodi di siccità (bampa in dialetto locale) che mettevano a rischio i raccolti[92.3]. Durante il Ventennio si cominciò ad installare l'acquedotto ad uso domestico, inaugurato ad esempio a Grauno (1928), Cembra e Sevignano (1929): la seconda guerra mondiale arrestò però i lavori in altri centri, come Albiano, Capriana, Faver e Giovo[98].

Varie soluzioni per il problema dell'irrigazione dei campi vennero proposte nel corso del Novecento, sempre accantonate perché troppo costose o irrealizzabili[92.4]. Tra il 1962 e il 1999 furono fondati in valle dodici consorzi di miglioramento fondiario: Cembra, Ceola, Faver, Grauno, Grumes, Lisignago, Palù-Serci, Piazzo, Segonzano, Valda, Verla-Mosana e Ville-Valternigo, riunitisi nel 1992 nel consorzio di miglioramento fondiario di 2° grado della Val di Cembra[92.5]. Nel 1983 questi consorzi avanzarono il progetto per la realizzazione di un impianto d'irrigazione a goccia su tutta la valle, con pescaggio delle acque dal Lago delle Piazze, sull'Altopiano di Piné; l'opera, approvata dal Consiglio provinciale e costata 15 000 000 €, venne costruita in più lotti tra il 1995 e il 2006: consta di 50 km di rete distribuiti su 900 ettari di terreno e ha sensibilmente migliorato le condizioni di lavoro agricolo nella valle[92.6].

Dai primi decenni del Novecento si cominciò a parlare della possibilità di costruire dighe lungo il corso dell'Avisio. In prima battuta, l'idea trovò ampia contrarietà tra la popolazione e le autorità locali della Val di Cembra, timorose che la deviazione di acqua dal torrente verso bacini esterni avrebbe potuto causare danni, tanto che nel 1922 un documento di protesta venne siglato dalle varie amministrazioni comunali riunitesi a Cembra. Analoga opposizione si riscontrò inizialmente anche negli anni Cinquanta, quando si fece strada il progetto per la diga di Stramentizzo, che sarebbe poi stata costruita all'inizio della Val di Cembra: l'opinione delle amministrazioni (con la sola eccezione del comune di Grumes) cambiò con la promessa che, come indennizzo, alla valle sarebbe stata fornita l'energia elettrica vita natural durante; tuttavia la costruzione di questa diga e di altre due più a monte (a Fedaia e a Forte Buso) aggravò effettivamente la scarsità d'acqua. A seguito dell'alluvione del 1966 si pensò di costruire una diga anche presso Valda per proteggere Trento da altre inondazioni: doveva essere una barriera alta 120 metri, in grado di contenere 60 milioni di m³ d'acqua. In questo caso, però, la popolazione cembrana si oppose con forza al progetto, che venne infine accantonato[92.7].

A fronte della diga di Stramentizzo che preleva l'acqua dall'Avisio, più a valle si trova invece un'impianto che ne immette: si tratta della centrale idroelettrica di Pozzolago, entrata in funzione nel 1925. Posta sul fondovalle sotto a Lona, deriva le sue acque dall'Altopiano di Piné, traendole sia dai rii Regnana, Brusago e Roggia (essi stessi immissari dell'Avisio), sia dai laghi delle Piazze e delle Buse, e le riversa in Avisio dopo un salto di quasi 600 metri[99].

Cartelli indicatori del cammino delle terre sospese

Storicamente, il turismo in Val di Cembra ha avuto difficoltà ad affermarsi, anche per la carenza di collegamenti stradali e servizi. La fondazione delle prime Pro Loco negli anni '50 del Novecento e l'istituzione dell'Azienda di Soggiorno della Valle di Cembra nel 1979, e quindi dell'APT Piné-Cembra nel 1989, ne hanno aiutato lo sviluppo, e dalla fine degli anni 1990 il settore è in netta crescita[100]: si è passati da circa 8 100 arrivi e 30 000 presenze nel 2006 a 18 300 e 53 700 nel 2019 (dati che non includono i comuni di Valfloriana e Capriana)[91].

Le attrattive principali della valle sono il paesaggio rurale e le piramidi di Segonzano, un fenomeno geologico unico nella provincia di Trento[100]; specialmente in estate, il Lago di Lases attira bagnanti e pescatori[101]. A questo si affiancano il turismo enogastronomico[91] e i sentieri escursionistici, sviluppati soprattutto dagli anni Novanta[100]. Ne esistono diversi, che spesso s'intrecciano e in parte coincidono; tra questi:

  • Sentiero europeo E5: entra in valle dal parco naturale Monte Corno, attraversa l'Avisio a Cantilaga e raggiunge l'Altopiano di Piné passando per la cascata del lupo[102]
  • Sentiero del Dürer (Dürerweg): ripercorre i passi del celebre pittore tedesco, arrivando dai Pochi di Salorno, entrando in valle dal passo del Sauch e giungendo fino alle piramidi di Segonzano[103]
  • Sentiero dei vecchi mestieri: raccorda alcuni antichi opifici, alcuni ancora funzionanti, transitando per Grumes, Grauno, Piscine e Sover[104]
  • Val di Cembra coast to coast: giro ad anello che collega Cembra, Piazzo e Sevignano, attraversando l'Avisio a Pozzolago e al ponte dell'Amicizia[105]
  • Masi comunicanti: giro ad anello tra i masi e le frazioni di Capriana[106]
  • Cammino delle terre sospese: inaugurato nel 2024, è un sentiero ad anello di circa 90 km che percorre, con un tracciato ad otto, entrambi i versanti della valle, attraversando tutti i comuni della Comunità della Valle di Cembra[107]
  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Cosner, Neonato, pp. 13-18.
  2. 1 2 3 4 Colli, Boninsegna, pp. 6-7.
  3. 1 2 3 4 5 6 Cosner, Neonato, pp. 7-10.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Gorfer, pp. 397-399.
  5. Giuliana Andreotti, Elementi geografici generali del bacino totale dell'Avisio, in Felicetti.
    1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 pp. 13-15, 31-36
    2. pp. 35-36
    3. p. 15
  6. Elio Antonelli, Storia della Val di Cembra, in Felicetti.
    1. 1 2 3 4 5 6 pp. 469-472
    2. pp. 469-473
    3. 1 2 p. 477
    4. 1 2 pp. 475-476
    5. 1 2 3 4 5 pp. 482-496
    6. pp. 498-503
    7. pp. 504-506
    8. 1 2 3 4 pp. 508-512
    9. pp. 523-525
    10. pp. 478-482
    11. 1 2 3 4 pp. 532-534
    12. pp. 498-506
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