Porfido

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porfido
Porfir 1.JPG
Porfido quarzifero
Categoria Roccia magmatica
Sottocategoria roccia effusiva o filoniana
Minerali principali feldspati ± quarzo ± pirosseni ± anfiboli ± biotite
Tessitura porfirica con massa di fondo faneritica fine o afanitica
Colore rosso, marrone, viola, grigio
Utilizzo pavimentazioni stradali, edilizia, per produrre pietrisco
Ambiente di formazione filoni, intrusioni superficiali, vulcaniti devetrificate (paleovulcaniti)

Il nome porfido in petrografia ha avuto nelle varie scuole e nel tempo significati diversi e più o meno ampi. Genericamente sta ad indicare una qualsiasi roccia magmatica acida a tessitura porfirica con abbondanti fenocristalli (oltre il 25% in volume) e massa di fondo da faneritica a grana finisima a afanitica microcristallina o criptocristallina. Rocce con queste strutture possono essere eruttive filoniane o ipoabissali o vulcaniche, ma in quest'ultimo caso il termine viene limitato a vulcaniti antiche, che hanno subito un lento processo di devetrificazione (le cosiddette paleovulcaniti). Essendo un termine di natura strutturale, la composizione mineralogica può essere molto varia, pertanto si usa aggiungere il nome di un minerale o della corrispondente roccia intrusiva o effusiva come suffisso: ad esempio porfido quarzifero o non quarzifero, porfido granitico, porfido sienitico ecc. Il colore varia dal rosso al marrone al viola al grigio.

Il termine ha un significato commerciale e storico diverso, limitato al tipo di rocce usato in edilizia e nelle pavimentazioni stradali. Queste devono avere particolari caratteristiche: devono essere durissime, resistenti agli sbalzi termici, all’abrasione e alla compressione e lucidabili. Di solito sono porfidi vulcanici (riolitici o ignimbritici), molto ricchi di fenocristalli (30-35%) ma di piccole dimensioni (1-4 mm), prevalentemente di quarzo e in misura minore di feldspati. Il cosiddetto porfido rosso antico è in realtà un'andesite porfirica, mentre il porfido verde antico è in realtà un'andesite diabasica.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome deriva dal greco antico πορφυροῦς (porfyroús), che significa viola, colore frequente in questo tipo di rocce.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

La più grossa estensione di porfidi in Italia è rappresentata dal complesso effusivo permiano noto come Piattaforma Porfirica Atesina, una potente sequenza di ignimbriti con minori lave e tufi a chimismo da acido a intermedio, in gran parte a tessitura porfirica, che si estende in Trentino-Alto Adige su una superficie di oltre 750 km2 con spessore variabile dai 400 agli oltre 1000 m [1]. Altri affioramenti di porfidi quarziferi si trovano nelle prealpi bergamasche e bresciane, in bassa Valsesia (Piemonte), all'isola d'Elba, sul Monte Amiata (Toscana), nei pressi di Civitavecchia (Lazio) e in Sardegna[2]. Porfidi quarziferi in gran parte trasformati dal metamorfismo alpino in scisti cristallini occupano parte delle Alpi Liguri tra Cuneo e Savona[2]

Applicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Pavimentazione in cubetti di porfido del Trentino-Alto Adige o bolognini

Questo tipo di pietra viene spesso utilizzata per applicazioni all'esterno poiché è molto resistente sia al forte freddo sia a temperature decisamente elevate. Lo possiamo trovare perciò in particolare in vari tipi di pavimentazioni (dai bolognini o sanpietrini a lastre di modeste dimensioni) come anche utilizzato per rivestimenti, pareti ventilate e targhe nella versione porfido viola della Val Camonica.

Questa roccia viene utilizzata per pavimentazioni esterne o stradali perché è dotata di una scabrosità naturale, in quanto ha una superficie polimineralogica ed è composta da minerali aventi parametri di usura differenti.

Per le loro proprietà tecniche e cromatiche, alcuni porfidi sono largamente impiegati nella realizzazione di elementi architettonici (ad esempio piani da cucina, davanzali, scale, pilastri) e nell'arredo giardino.

Il porfido viene inoltre frantumato e vagliato per produrre granulati, ghiaietti, stabilizzati o ciottoli di porfido. Storicamente questo processo ha permesso di utilizzare tutti gli scarti provenienti dalle altre lavorazioni e quindi ridurre l'impatto sull'ambiente.

Estrazione[modifica | modifica wikitesto]

Il porfido viene estratto in diverse località. In ognuna di esse possono variare il colore della roccia, la conformazione geologica del giacimento e quindi le tecniche di coltivazione impiegate.

Uno dei più celebri luoghi di estrazione e lavorazione è il Trentino, specialmente nei comuni della Val di Cembra e sull'Altopiano di Pinè, dove il porfido si presenta con colorazione variegata, prevalentemente nelle tonalità del rosso, marrone, bordeaux, grigio e violaceo.

Un altro sito estrattivo si trova a Cuasso al Monte in provincia di Varese. Qui viene coltivato un particolare tipo di porfido che si distingue per la sua caratteristica colorazione rosso-rosata e per le sue ottime proprietà meccaniche.

Un'ulteriore varietà pregiata è quella del porfido ornamentale viola, estratto in provincia di Brescia, a Bienno, Val Camonica.

Il porfido nell'antichità[modifica | modifica wikitesto]

Sarcofago, in porfido egiziano, di Costantina, figlia dell'imperatore Costantino

Sicuramente già utilizzato dagli Etruschi (per la costruzione di altiforni) e dai Romani, il porfido grazie alle sue caratteristiche ebbe ampio utilizzo sia nell'arte sia in opere edili (come del resto anche oggi).

In particolare i Romani chiamavano "porfido" (lapis porphyrites) una particolare varietà proveniente dall'Egitto, dopo la conquista di Augusto, del 31 a.C., da cave di proprietà imperiale sul Mons Porphyrites o Mons Igneus, un massiccio montuoso oggi chiamato Gebel Dokhan situato ad ovest di Hurghada, nel deserto orientale egiziano. Si tratta di un materiale estremamente duro e difficile da lavorare, già utilizzato dai sovrani egiziani ed estremamente apprezzato, per il suo acceso colore rosso, associato alla dignità imperiale. Il porfido era quindi usato per opere destinate all'imperatore e alla ristretta cerchia della sua famiglia. Dal V secolo il suo colore rosso venne assimilato al culto del corpo di Cristo, riservandone l'uso all'onore dei soli imperatori, secondo una tradizione che si mantenne nell'Impero bizantino e che poi venne emulata anche da altri regni europei. Per esempio nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli la posizione dell'imperatore alle funzioni è segnalata da un disco rosso di porfido, anche nella Basilica di San Pietro in Vaticano, sul pavimento all'inizio della navata centrale, è visibile il disco di porfido rosso (la cosiddetta Rota Porphyretica) originariamente ai piedi dell'altare dell'antica basilica costantiniana (Antica basilica di San Pietro in Vaticano), sul quale Carlo Magno si inginocchiò per ricevere dal papa la corona imperiale. Sempre in porfido sono i sarcofaghi dalla madre di Costantino I (sant'Elena) e di Federico II, posto nella cattedrale di Palermo.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ardito Desio - Geologia dell'Italia - UTET (1973) pag. 807
  2. ^ a b AA.VV. - Enciclopedia Italiana delle Scienze - Volume Minerali e Rocce II - De Agostini (1968) pag. 415

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Michael Allaby - A dictionary of Earth Science - Third Edition - Oxforf University Press (2008) - ISBN 978-0-19-921194-4

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