Tratta atlantica degli schiavi africani

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Contratto di acquisto di uno schiavo stipulato a Lima nel 1794

L'espressione tratta atlantica si riferisce al commercio di schiavi di origine africana attraverso l'Oceano Atlantico fra il XVI e il XIX secolo. La pratica di deportare schiavi africani verso le Americhe fu un elemento fondamentale della nascita e dello sviluppo delle colonie europee prima del Sud e Centroamerica e poi anche del Nordamerica.

Cause[modifica | modifica sorgente]

Nel XVI secolo, le grandi potenze europee (Spagna, Portogallo, Inghilterra e Olanda) iniziarono a creare insediamenti in America. Gran parte dei vantaggi economici erano legati alla creazione di piantagioni (per esempio di canna da zucchero); soprattutto con la penetrazione portoghese in Brasile, a questo si aggiunse la prospettiva di ricavare dalle colonie risorse minerarie. In entrambi i casi si richiedeva l'uso di grandi quantità di manodopera per il lavoro pesante. Inizialmente, gli europei tentarono di far lavorare come schiavi gli indigeni americani; questa soluzione tuttavia risultò insufficiente, soprattutto a causa dell'alta mortalità delle popolazioni native dovuta a malattie importate dai conquistatori europei (come il vaiolo) e alla loro conformazione fisica non adatta a quel genere di lavoro.

Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra. I re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin spesso barattavano questi schiavi con gli europei. Gli schiavi africani erano decisamente più adatti, dal punto di vista fisico, a sopportare il lavoro forzato, perciò i portoghesi e gli spagnoli se li procurarono per mandarli nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'Oceano Atlantico. La tratta degli schiavi attraverso l'Atlantico assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo, dai Caraibi fino agli Stati Uniti meridionali. Complessivamente, qualcosa come 12 milioni di schiavi attraversarono l'oceano (la stima è approssimata. La BBC parla di 11 milioni[1]. L'Enciclopedia Britannica ritiene che la migrazione forzata fino al 1867 sia quantificabile tra 7 e 10 milioni[2]. L'Encyclopedia of the middle passage fa una stima tra 9 a 15 milioni[3]. La maggior parte degli storici contemporanei stimano che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo sia tra 9,4 e 12 milioni[4]); si tratta di una delle più grandi migrazioni della storia (e certamente la più grande deportazione), che portò anche a notevoli squilibri tra la popolazione bianca e quella nera (nella Giamaica dell'inizio dell'Ottocento il rapporto arrivò a 1 a 20), e la superiorità numerica causò per gli schiavisti un continuo pericolo di rivolta degli schiavi.

Potenze europee come Portogallo, Regno Unito, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e il Brandeburgo, come anche mercanti provenienti dal Brasile e dal nordamerica presero parte a questo commercio.

Nel corso del diciottesimo secolo quando gli schiavi africani trasbordati oltre Atlantico sono stati stimati in sei milioni di individui, il Regno Unito può ritenersi responsabile di quasi due milioni e mezzo di questi[5].
Il 16 giugno 1452 Papa Niccolò scrisse la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V. Riconosce al re portoghese le nuove conquiste territoriali; lo autorizza ad attaccare, conquistare e soggiogare i Saraceni, i pagani e altri nemici della fede; a catturare i loro beni e le loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua e trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori.[6] La bolla Veritas Ipsa bolla di Papa Paolo III del 2 giugno 1537 è conosciuta anche col nome di Sublimis Deus o di Excelsus Paolo III scomunica tutti coloro che "praefatos Indios quomodolibet in servitutem redigere aut eos bonis suis spoliare" (tutti coloro che ridurranno in schiavitù gli indios o li spoglieranno dei loro beni). In questa bolla il Pontefice condanna le tesi razziste, riconosce agli indiani, cristiani o no, la dignità di persona umana, vieta di ridurli in schiavitù e giudica nullo ogni contratto redatto in tal senso. Il Papa mette così fine alle numerose dispute tra teologi e università, soprattutto spagnole, circa l'umanità degl'indios d'America e sulla possibilità di ridurli in schiavitù. Il Papa tenendo conto della dottrina teologica e della documentazione a lui pervenuta volle porre fine alle dispute ed emanò il verdetto: «Indios veros homines esse». Soprattutto il commercio interessò le potenze protestanti, sebbene i Cattolici spagnoli e Portoghesi li acquistassero nelle colonie sfidando la scomunica.

Il numero complessivo di africani morti attribuibili direttamente alla traversata atlantica è stimato in due milioni; un bilancio più ampio degli africani morti a causa della schiavitù tra il 1500 e il 1900 fa ritenere che la cifra salga a quattro milioni[7]. Lo storico William Rubinstein sostiene che di questi 10 milioni probabilmente 6 sono da attribuire a razzie o guerre tribali finalizzate alla fornitura di uomini e donne per i mercanti di schiavi.

La traversata[modifica | modifica sorgente]

Ponti e sezione della nave inglese Brookes adibita al trasporto di schiavi (1788)
(Biblioteca del Congresso statunitense)

Il trasferimento degli schiavi attraverso l'Atlantico, dalla costa occidentale dell'Africa al Nuovo Mondo, è noto nel mondo anglosassone come Middle passage (letteralmente: tratto o passaggio intermedio). Era infatti il tratto intermedio del viaggio che le navi compivano dopo essere partite dall'Europa con prodotti commerciali (stoffe, liquori, tabacco, perline, conchiglie particolari, manufatti di metallo, armi da fuoco)[8] che servivano come merce di scambio per l'acquisto degli schiavi da traghettare nelle Americhe, da dove le navi ripartivano cariche di materie prime[9], completando così quello che è chiamato il "commercio triangolare". Il viaggio degli schiavi iniziava nell'interno dell'Africa dove i commercianti o intermediari negrieri catturavano o acquistavano gli indigeni da semplici rapitori o monarchi africani (che li avevano ridotti in schiavitù per punizione o nel corso di guerre locali). Iniziava il viaggio a piedi, talvolta in canoa, verso la costa. Durante la marcia (nota come coffle dal nome dei ceppi con cui venivano legati a gruppi di 30 o 40) erano costretti a portare sulla testa oggetti come pacchi, fasci di zanne di elefante, mais, pelli o otri pieni d'acqua. Il trasferimento forzato fino alla costa poteva durare parecchi giorni o settimane. Sulla costa venivano imprigionati in fortezze o in capanne dette "barracoons" dove sostavano in attesa delle navi per la traversata per molti giorni o settimane[10]. Trafficanti provenienti dalle Americhe e dai Caraibi caricavano la "merce umana" sulle navi.

Si stima che il 15% degli africani morivano in mare, con un tasso di mortalità sensibilmente più alto nella stessa Africa nelle fasi di cattura e trasporto dei popoli indigeni alle navi[11].

La durata della traversata variava da uno a sei mesi a seconda delle condizioni atmosferiche[9]. Nel corso dei secoli andò però riducendosi: mentre all'inizio del XVI secolo richiedeva diversi mesi, nel XIX secolo si effettuava spesso in meno di sei settimane[12]. Uno dei miglioramenti tecnici che resero il viaggio più breve fu la ricopertura dello scafo delle navi con lastre di rame. Questo ebbe effetti benefici anche per quanto riguardava la "abitabilità" delle navi riducendo l'umidità all'interno dello scafo[13]. Le navi schiaviste tipicamente trasportavano diverse centinaia di schiavi con un equipaggio costituito di una trentina di persone (equipaggio doppio rispetto alle normali navi per poter controllare eventuali insurrezioni: mediamente in una nave su dieci scoppiavano ribellioni)[11].

I prigionieri maschi erano incatenati insieme a coppie per risparmiare spazio: la gamba destra di un uomo legata alla gamba sinistra del successivo. Donne e bambini avevano un po' più di spazio. Le donne e le ragazze salivano a bordo delle navi nude, tremanti e terrorizzate, spesso pressoché esaurite per il freddo, la fatica e la fame, in preda alle maniere rudi (e alle violenze) di gente brutale che parlava una lingua a loro incomprensibile[14].

I prigionieri ricevevano come alimenti fagioli, mais, patate, riso e olio di palma in uno o due pasti al giorno, ma le razioni erano scarse.

La razione quotidiana di acqua era di mezza pinta (circa mezzo litro) che portava frequentemente alla disidratazione perché oltre alla normale traspirazione erano frequenti mal di mare e diarrea[13].

Il numero dei decessi aumentava con la lunghezza del viaggio, dal momento che l'incidenza della dissenteria e dello scorbuto aumentavano con le maggiori restrizioni in navigazione, con la quantità di cibo e acqua che diminuivano giorno dopo giorno. Oltre alle malattie fisiche, molti schiavi diventavano troppo depressi per mangiare o mantenere un'efficienza fisica e mentale per la perdita della libertà, della famiglia, della sicurezza e della loro umanità.

Il suicidio era un evento frequente, spesso rifiutando il cibo o le medicine o gettandosi in mare o in altri modi. La frequenza di suicidi era tale che gli schiavisti usavano vari strumenti e metodi per costringere a nutrirsi il loro carico umano che veniva tenuto incatenato per quasi tutto il tempo.

"Quando ci siamo trovati prigionieri la morte ci è sembrata preferibile alla vita e abbiamo concordato un piano tra noi: avremmo appiccato il fuoco e fatto saltare in aria la nave e saremmo morti tutti tra le fiamme"[15].

Effetti della deportazione nelle Americhe[modifica | modifica sorgente]

L'atto d'acquisto per 500 dollari di uno schiavo nero. Porta la data del 20 gennaio 1840
Incisione del 1850 circa: La punizione dello schiavo

L'effetto dello schiavismo sulle società africane è un tema molto controverso. All'inizio del XIX secolo, gli abolizionisti denunciarono lo schiavismo non solo come pratica immorale e ingiusta nei confronti dei deportati, ma anche come danno insanabile nei confronti dei paesi da cui venivano prelevati gli schiavi: a tal proposito si parla anche di diaspora nera o africana.

L'impatto demografico della tratta e delle pratiche ad essa connesse - guerre, razzie, devastazioni - sono difficilmente quantificabili data l'assenza di stime certe sulle dimensioni della popolazione africana e i suoi tassi di crescita precedenti al 1900.[16]

La tratta inoltre non ha avuto impatto uniforme sul continente africano: a essere coinvolte maggiormente sono state le coste occidentali dell'Africa - più vicine alle Americhe - quali Sudan occidentale, Costa d'Oro (Ghana), Sierra Leone, Liberia, Guinea; al contrario, le società situate nel cuore del continente africano (Uganda, Rwanda e Burundi) così come a oriente le regioni del Camerun e del Sudafrica non vennero in alcun modo toccate dal fenomeno[17].

L'abolizione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Abolizione della tratta degli schiavi e Abolizionismo.
Medaglione ufficiale della Società Britannica contro lo Schiavismo, 1795

In Europa, lo schiavismo ebbe sempre ferventi oppositori, tuttavia, questa pratica rimase legale fino al XVIII secolo (e in molti paesi anche più a lungo). La prima potenza coloniale a proclamare l'abolizione dello schiavismo e a impegnarsi attivamente per contrastare la tratta degli schiavi fu l'Inghilterra, anche se in precedenza la Francia rivoluzionaria aveva concesso (e poi con Napoleone revocato) l'emancipazione degli schiavi e l'abolizione della schiavitù, del code noire e di altre pratiche di discriminazione a danno di neri liberi e mulatti. Certamente l'Inghilterra traeva dall'abolizione della schiavitù anche un vantaggio politico, in particolare ai danni della Francia napoleonica, che, appunto, aveva ristabilito la schiavitù nelle sue colonie. La Royal Navy britannica venne impiegata attivamente per contrastare il commercio di schiavi attraverso l'Oceano Indiano e Atlantico. A metà del XIX secolo il traffico lungo queste rotte era stato sostanzialmente annullato; continuò invece il commercio di schiavi all'interno del continente africano, specialmente dai paesi arabi attraverso l'Etiopia. Lo schiavismo continuò in molti paesi del Nuovo Mondo (come gli Stati Uniti e Brasile).

La lotta allo schiavismo, secondo alcuni, fu usata anche come pretesto dagli europei per la loro espansione coloniale in Africa. Alla fine del XIX secolo, tutta l'Africa era stata spartita in colonie, tranne l'Etiopia, e praticamente tutti i regimi coloniali avevano imposto l'abolizione della schiavitù.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Quick guide: The slave trade su news.bbc.co.uk (BBC). URL consultato il 23 maggio 2009.
  2. ^ (EN) Enciclopedia Britannica. URL consultato il 23 maggio 2009.
  3. ^ Toyin Falola; Amanda Warnock, op. cit., Introduction XV.
    Il riferimento è consultabile su books.google.it: (EN) M1 Encyclopedia of the middle passage, p. XV, Introduzione. URL consultato il 24 maggio 2009.
  4. ^ David Eltis e David Richardson, op. cit., The Numbers Game (in: David Northrup: The Atlantic Slave Trade)
  5. ^ (EN) The Trans-Atlantic Slave Trade, about.com. URL consultato il 29 marzo 2014.
  6. ^ "The Historical encyclopedia of world slavery", Richard Raiswell, p. 469
  7. ^ Alan S. Rosenbaum (2001); Israel W. Charny (1999), op. cit., pp. 98-9
  8. ^ (EN) The Trans-Atlantic Slave Trade, about.com. URL consultato il 29 marzo 2014.
  9. ^ a b Theodore Walker, op. cit., p. 10
  10. ^ (EN) Breaking the Silence – Learning about the Transatlantic Slave Trade. URL consultato il 23 maggio 2009.
  11. ^ a b Elizabeth Mancke; Carole Shammas, op. cit., pp. 30-1
  12. ^ David Eltis, op. cit., pp. 156-7
  13. ^ a b Toyin Falola; Amanda Warnock, op. cit., Introduction XXII
  14. ^ Elizabeth A. Bohls; Ian Duncan, op. cit., p. 193
  15. ^ Eric Robert Taylor, op. cit., p. 39
  16. ^ John D. Fage, Storia dell'Africa, Società Editrice Internazionale Torino, 1995
  17. ^ Anna Maria Gentili, Il Leone e il Cacciatore, Carocci, 2008

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Theodore Walker, Mothership Connections: A Black Atlantic Synthesis of Neoclassical Metaphysics and Black Theology, Albany, NY, State University of New York Press (SUNY Press), 2004. ISBN 0-7914-6089-4.
  • (EN) David Eltis, The Rise of African Slavery in the Americas, Cambridge, Cambridge University Press, 2000, pp. 353. ISBN 0-521-65548-X.
  • (EN) Elizabeth Mancke, Carole Shammas, The Creation of the British Atlantic World, Baltimora, Maryland, The Johns Hopkins University Press, 2005. ISBN 0-8018-8039-4.
  • (EN) Toyin Falola, Amanda Warnock, Encyclopedia of the middle passage, Santa Barbara (California), Greenwood Publishing Group, 2007, pp. 426. ISBN 0-313-33480-3.
  • (EN) David Northrup, The Atlantic Slave Trade, College Div, 2nd edition, Boston/New York, Houghton Mifflin Company, 2002, pp. 203.
  • (EN) Alan S. Rosenbaum, Israel W. Charny, Is the Holocaust Unique? Perspectives on Comparative Genocide, Boulder (Colorado), Westview Press (Perseus Books Group), 2001.
  • (EN) Elizabeth A. Bohls, Ian Duncan, Travel writing, 1700-1830, Oxford, Oxford University Press, 2005, pp. 520. ISBN 0-19-284051-7.
  • (EN) Eric Robert Taylor, If We Must Die: shipboard insurrections in the era of the Atlantic slave trade, Baton Rouge, Louisiana State University Press, 2006, Pagine 266. ISBN 0-8071-3181-4.
  • (EN) Sir Henry (Harry) Hamilton Johnston, Otto Stapf, Liberia, with an appendix on the flora of Liberia by Dr. Otto Stapf, London, Hutchinson, 1906, vol. 1: xxviii, 519; vol. 2: xvi, 521-1183.

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