Crisi della Nullificazione

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La crisi della Nullificazione (Nullification Crisis) fu una crisi politica sezionale degli Stati Uniti d'America esplosa nel biennio 1832-33 durante la presidenza di Andrew Jackson, che comportò uno scontro aperto tra la Carolina del Sud e il governo federale. Essa scoppiò a seguito della decisione assunta dalla Carolina meridionale di dichiarare che l'imposizione dei dazi tariffari rispettivamente esplicitati nella tariffa del 1828 prima e nella tariffa del 1832 poi erano in realtà incostituzionali e quindi nulle nei confini sovrani del proprio Stato federato.

Il paese ebbe a soffrire una prolungata crisi economica per tutto il decennio 1820 e la regione sud-caroliniana ne rimase particolarmente colpita. Molti dei suoi dirigenti accusarono il cambiamento di fortuna della politica tariffaria nazionale che si sviluppò subito dopo la guerra anglo-americana, volta a promuovere la produzione statunitense rispetto alla forte competitività proveniente dall'Europa[1]. L'assai controversa e ultra-protettiva tariffa del 1828 (nota ai suoi detrattori come la tariffa delle Abominazioni'') fu promulgata in legge proprio alla scadenza della presidenza di John Quincy Adams

Vi fu una forte opposizione ad essa in special modo nel profondo Sud, oltre che in alcune zone della Nuova Inghilterra; a questo punto la politica statale si organizzò sempre più attorno alla questione tariffaria. I suoi avversari si attesero che la vittoria di Andrew Jackson alle elezioni presidenziali del 1828 avrebbe automaticamente comportato una riduzione significativa del balzello tariffario[2].

Ma quando il nuovo Gabinetto non riuscì ad intraprendere alcuna azione concreta per cercare di affrontare positivamente le loro preoccupazioni, la fazione più radicale iniziò a sostenere che la Carolina del Sud potesse - e dovesse - proclamare autonomamente la nullità della legge tariffaria all'interno del proprio Stato. A livello di governo centrale si verificò un'aperta scissione sul problema tra il presidente in carica e il suo vicepresidente John Calhoun, nativo sud-caroliniano nonché il più efficace sostenitore della teoria di nullificazione statale in ambito costituzionale, da lui stesso promossa[3].

Il 14 luglio del 1832, prima ancora che si dimettesse dalla Vicepresidenza per potersi candidare al Senato, là ove reputava avrebbe potuto meglio difendere la "nullificazione"[4], Jackson controfirmò la tariffa del 1832. Questo risultato di compromesso ricevette il sostegno della stragrande maggioranza dei Nordisti e della metà circa dei meridionali presenti al Congresso[5].

Le riduzioni inserite nella nuova isposizione furono però giudicate del tutto insufficienti tanto che il 24 novembre seguente una "Convention statale" riunita ad hoc adottò l'Ordine di Nullificazione il quale proclamò che le tariffe del 1828 e del 1832 erano incostituzionali e pertanto non più attuabili nel territorio della Carolina meridionale a partire dal 1° febbraio del 1833. Lo Stato iniziò inoltre a prepararsi militarmente nella dichiarata intenzione di resistere con la forza all'applicazione della legge federale[6].

Il 1° di marzo seguente l'Assemblea congressuale approvò sia il disegno di legge denominato Force Bill - che autorizzava il presidente ad utilizzare forze militari da inviare contro la Carolina - sia un'ulteriore tentativo compromissorio tramite l'ennesima tariffa negoziata, la tariffa del 1833 la quale risultò essere sufficientemente soddisfacente per i "ribelli". La Convention statale venne riconvocata e quindi abrogò la sua ordinanza di annullamento il 15 di marzo: tre giorni dopo però - per mantenere saldi i propri "principi" - dichiarò nulla la Force Bill.

In tal maniera la grave crisi istituzionale ebbe termine ed entrambe le parti poterono trovare motivi per poter rivendicare la vittoria ottenuta. Le tariffe furono ridotte e rimasero basse per la piena soddisfazione dei Sudisti, ma la "dottrina della nullificazione" e dei relativi diritti degli Stati rimase in un ambito assai controverso. Intorno al 1850 i problemi inerenti l'espansione dello schiavismo nei territori Occidentali e la sentita minaccia del potere negriero da parte dei Nordisti divennero le questioni centrali del dibattito nazionale[7].

In seguito i "diritti degli Stati" vennero riaffermati, questa volta proprio dagli oppositori alla Fugitive Slave Law del 1850 - difesa invece dalla presidenza di Millard Fillmore[8] -, dai proponenti e sostenitori della California's Specific Contract Act of 1863 la quale annullò il corso forzoso imposto dalla Legal Tender Act of 1862[9], dagli oppositori degli atti federali che vietano la vendita e il possesso di marijuana nel primo decennio del XXI secolo ed infine anche dagli oppositori all'attuazione di leggi e regolamenti relativi alle armi da fuoco tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI[10].


Antefatti storici 1787 - 1816[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico Richard E. Ellis ha scritto:

«Creando un governo nazionale con l'autorità di agire direttamente sugli individui, negando allo Stato federato molte delle prerogative che aveva in precedenza e lasciando aperto al governo federale la possibilità di rivendicare per sé molti poteri non esplicitamente assegnati ad esso, la Costituzione degli Stati Uniti d'America e la Carta dei diritti alla fine ratificata aumentarono sostanzialmente la forza del governo centrale a spese dei singoli Stati[11]

La portata di un tale cambiamento e il problema inerente la distribuzione dei poteri assegnati tra Stato federato nel suo complesso e i singoli governi statali sarebbe presto divenuta una questione di ampio dibattito politico e ideologico, con accese discussioni le quali si trascineranno fino alla guerra di secessione americana e anche oltre[12].

Nel corso dei primi anni del decennio 1790 la controversia si concentrò sul programma finanziario fortemente nazionalistico voluto e portato avanti dal segretario al Tesoro Alexander Hamilton (esponente di punta della Presidenza di George Washington), ciò in netto contrasto con il parallelo programma agrario proposto invece da Thomas Jefferson; un conflitto questo che condusse alla formazione dei primi due partiti politici nazionali contrapposti della Storia degli Stati Uniti d'America (1789-1849): il Partito Federalista e il Partito Democratico-Repubblicano (il cosiddetto "primo sistema partitico").

Verso la fine di quello stesso decennio, durante la Presidenza di John Adams le Alien and Sedition Acts portarono ad una forte presa di posizione nei confronti dei diritti degli Stati i quali si articolarono sostanzialmente nelle Risoluzioni del Kentucky e della Virginia[13]. La prima di esse, scritta direttamente da Jefferson, contenne quanto segue (spesso citato come giustificazione sia per l'Ordine di Nullificazione che per la successiva Proclamazione di secessione:

«... che in caso di abuso dei poteri delegati, per quanto concerne i membri del governo generale - essendo scelti dal popolo - un cambiamento da parte del popolo sarebbe il rimedio costituzionale; ma, là ove si assumono i poteri che non sono stati delegati, una nullità dell'atto è il giusto rimedio: che ogni Stato ha un diritto naturale nei casi verificatisi non all'interno del patto (casus non fœderis) di far annullare di propria autorità tutte le ipotesi di potere esercitate da parte di altri nei loro riguardi: che senza questo diritto si ritroverebbero sotto il dominio, assoluto e illimitato, di chiunque esercitasse per loro questo diritto di giudizio. Tuttavia, tale commonwealth, preso da motivi di riguardo e rispetto per la sua co-statualità, ha voluto comunicare con loro sull'argomento: nonché con loro solamente è opportuno comunicare, soltanto loro sono parti del patto e pertanto unicamente autorizzati a giudicare in ultima istanza dei poteri esercitati sotto di esso...[14]»

La risoluzione virginiana, scritta invece da James Madison, sostenne un'argomentazione del tutto similare:

«Le risoluzioni, avendo assunto questa visione del patto federale, procedono a dedurre che, in caso di esercizio deliberato, palpabile e pericoloso di altri poteri non concessi dal detto patto, gli Stati - che ne sono parti integranti - hanno il diritto e sono obbligati a intervenire per arrestare il male e per mantenere, entro i loro rispettivi limiti, le autorità, i diritti nonché le libertà che li riguardano... La Costituzione degli Stati Uniti era formata dalla sanzione degli Stati, data da ciascuno nella sua sovranità. Aggiunge a ciò la stabilità e la dignità, nonché l'autorità della suddetta Costituzione, che si basa su questa solida base. Gli Stati, quindi, essendo parti del patto costituzionale - e nella loro piena e univoca sovranità - ne consegue necessariamente che non può esserci tribunale al di sopra della loro autorità per decidere, in ultima istanza, se il patto da loro prodotto venga violato; di conseguenza, in qualità di parti in causa, essi devono decidere essi stessi, in ultima istanza, su questioni di dimensioni sufficienti a richiedere la loro interposizione[15]

Gli esperti di diritto costituzionale e scienza politica non concordano sulla misura in cui entrambe le risoluzioni difesero la cosiddetta "dottrina dell'annullamento". Lo storico Lance Banning a sua volta scrive:

«I legislatori del Kentucky (o più probabilmente John Breckinridge, colui che sponsorizzò personalmente la risoluzione) cancellarono il suggerimento di Jefferson sul fatto che il rimedio legittimo alle usurpazioni federali fosse un "annullamento" di tali atti da parte di ogni Stato che agiva di sua propria iniziativa per impedire il loro funzionamento all'interno dei rispettivi confini, piuttosto che suggerire misure individuali di questo tipo, sebbene concertate, il Kentucky si è accontentato di chiedere agli altri Stati di unirsi nelle dichiarazioni secondo le quali gli atti erano "nulli e senza forza" e il loro appello "alla sessione successiva del Congresso"[16]

La frase chiave e il termine stesso nullificazione" vennero utilizzate nella stesura dei supplementi alla risoluzione fatta approvare dal Kentucky nel 1799[17]. Il giudizio di Madison pare essere decisamente più chiaro; fu presidente di un comitato istituito dall'Assemblea generale della Virginia il quale produrrà il rapporto del 1800, a seguito della denuncia proveniente da diversi Stati. In esso si affermò che il singolo Stato non può reclamare per se stesso la forza legale:

«Le dichiarazioni in questi casi sono espressioni di opinione, non accompagnate da un effetto diverso da quello che possono produrre sull'opinione da una riflessione eccitante. Le opinioni della magistratura, d'altra parte, sono invero portate al loro effetto immediato con la forza.»

Se i diversi istituti governativi statali concordassero collettivamente nelle proprie dichiarazioni, vi sarebbero invero esplicitati svariati metodi tramite cui avrebbero potuto prevalere; innanzitutto persuadendo il Congresso a far sottoporre ad abrogazione la legge considerata incostituzionale, con l'indizione di una "Convention" costituzionale la qual cosa avrebbero sempre la possibilità di fare i 2/3 degli Stati[18].

Quando al tempo della crisi della nullificazione la relativa ordinanza venne presentata assieme alle risoluzioni kentuckyane del 1799 venne sostenuto che le stesse non rappresentavano le autentiche parole di Jefferson e che anzi egli intendeva tutto questo non certo come un diritto costituzionale, bensì rivoluzionario[19]. A tal proposito il biografo di Madison Ralph Ketcham ha scritto:

«Sebbene Madison concordasse interamente con la specifica condanna delle "Alien and Sedition Acts", con il concetto del limitato potere delegato del governo generale e anche con la proposta che le leggi contrarie alla Costituzione erano illegali, si ritirò dalla dichiarazione che voleva ogni la legislatura statale avesse il potere di agire entro i suoi confini contro l'autorità del governo federale centrale per opporsi alle leggi che il singolo legislatore statale poteva giudicare incostituzionali[20]

Lo storico Sean Wilentz spiega la diffusa opposizione alle sopraccitate risoluzioni nei termini che seguono:

«Diversi Stati hanno seguito la Camera dei delegati del Maryland nel respingere l'idea che qualsiasi Stato potesse, con una propria azione legislativa, persino sostenere che una legge federale fosse incostituzionale, suggerendo invece che qualsiasi tentativo di fare ciò fosse da considerarsi alla stregua di un autentico alto tradimento. Alcuni degli Stati Uniti d'America nord-orientali, tra cui il Massachusetts, negarono totalmente i poteri rivendicati dal Kentucky e dalla Virginia e insistettero invero sul fatto che la "legge sulla sedizione" fosse perfettamente costituzionale... Dieci legislature statali con massime maggioranze federaliste provenienti da tutto il paese censurarono Kentucky e Virginia per aver tentato di usurpare poteri che presumibilmente appartenevano esclusivamente alla magistratura federale. I Repubblicani del Nord appoggiarono in toto le obiezioni delle risoluzioni agli atti di sedizione, pur opponendosi con fermezza all'idea di una revisione statale delle leggi federali. I Repubblicani del Sud al di fuori della Virginia e del Kentucky rimarranno invece eloquentemente silenziosi riguardo a tutta la questione, e nessuna legislatura del Sud prestò mai alcuna attenzione alla "chiamata alla battaglia"[21]

Le elezioni presidenziali del 1800 rappresentarono un punto di svolta nel sistema politico nazionale quando i Federalisti vennero sostituiti dai Repubblicani-Democratici guidati da Jefferson; ma i 4 mandati presidenziali che coprono il periodo che va dal 1800 al 1817 fecero "ben poco per far progredire la causa dei "diritti degli Stati" e molto invece per indebolirla".

Oltre l'opposizione di Jefferson il potere giudiziario federale guidato dal presidente della Corte Suprema John Marshall ebbe modo di accrescersi in una maniera considerevole. La stessa Presidenza di Thomas Jefferson ampliò notevolmente i poteri federali attraverso l'atto di acquisto della Louisiana oltre che l'utilizzo dell'embargo del 1807 a livello nazionale appositamente progettato per impedire il coinvolgimento in una delle guerre napoleoniche.

La Presidenza di James Madison da parte sua nel 1809 userà la truppe nazionali per far rispettare una decisione assunta dalla Corte Suprema entro il territorio della Pennsylvania, nominò il "nazionalista estremo" Joseph Story alla stessa massima Corte giudiziaria federale, controfirmò il disegno di legge che istituiva la Seconda banca degli Stati Uniti e richiese un emendamento costituzionale per la promozione dei miglioramenti infrastrutturali interni (le opere pubbliche)[22].

La forte opposizione scaturita nel 1812 contro la guerra anglo-americana si incentrò nella regione della Nuova Inghilterra; i delegati della Convention di Hartford, nel Connecticut, si riuniranno nel 1814 per considerare l'ipotesi di una risposta concertata alla politica bellica del presidente Madison. Il dibattito che ne scaturì permise a molti "radicali" di discutere la causa dei diritti e della relativa sovranità statale; ma alla fine le voci più moderate predominarono e il prodotto non fu né la secessione né la nullificazione, bensì la proposta d'introduzione di una serie di emendamenti costituzionali[23].

Identificando il netto dominio governativo federale da parte del Sud come a causa principe di molti dei loro problemi i progetti legislativi inclusero ""l'abrogazione della clausola o compromesso dei 3/5, un requisito secondo cui almeno 2/3 delle due Aule congressuali dovessero trovarsi d'accordo prima che qualsiasi nuovo Stato potesse venire ammesso nell'Unione, i limiti della lunghezza degli embarghi e la messa al bando dell'elezione di un presidente originario dallo stesso Stato a più mandati successivi: il tutto chiaramente mirato contro i virginiani"[24].

Il conflitto ebbe però termine prima che le proposte potessero essere presentate direttamente all'attenzione del presidente. Dopo la conclusione della guerra del 1812, osserva S. Wilentz:

«Il discorso di Madison [il suo messaggio annuale al Congresso del 1815] affermava che la guerra aveva rafforzato l'evoluzione del repubblicanesimo a livello federale, allontanandolo ulteriormente dalle sue ipotesi originarie e localistiche. L'immensa tensione della guerra sul tesoro ha portato a nuove chiamate da parte dei Repubblicani nazionalisti per ottenere l'istituzione di una banca nazionale. Le difficoltà nello spostamento e nella fornitura di truppe hanno messo in luce la miseria dei collegamenti di trasporto del paese e la necessità di nuove strade e canali. Un boom della produzione americana durante la prolungata cessazione del commercio con l'impero britannico creò una classe completamente nuova di imprenditori, molti dei quali legati politicamente ai Repubblicani, che avrebbero potuto non sopravvivere senza una concreta protezione tariffaria. Più in generale la guerra rafforzò i sentimenti di identità e connessione nazionali[25]

Questo spirito di spinto nazionalismo fu strettamente correlato all'enorme crescita e prosperità dell'economia degli Stati Uniti d'America esplosa nell'era dell'immediato dopoguerra. Tuttavia la giovane nazione subì la sua prima grave crisi finanziaria già con il panico del 1819 e tutti gli anni 1820 si riveleranno essere un periodo di disordini a livello politico i quali condussero al rinnovamento dei feroci dibattiti ed opinioni nettamente contrastanti sul'esatta natura del federalismo americano.

La "retorica estrema Democratica e agraria" che era parsa così efficace nel 1798 portò direttamente a nuovi attacchi alle "numerose imprese orientate al mercato, in particolare banche, società, creditori e proprietari terrieri assenteisti"[26].

Tariffe 1816 - 1828[modifica | modifica wikitesto]

La tariffa del 1816 introdusse alcune caratteristiche chiaramente protettive e ricevette una diffusa approvazione in tutta la nazione, compreso il sostegno proveniente da John Calhoun e dal suo collega sud-caroliniano William Jones Lowndes[27]; fu però la tariffa del 1824 la prima disposizione economica che introdusse tutta una serie di dazi doganali esplicitamente protezionisti correlandola ad uno specifico programma volto ai miglioramenti infrastrutturali interni[28].

Fortemente voluta e sponsorizzata dal kentuckyano Henry Clay, fornì un livello generale di protezionismo fino al 35% (imposta ad valorem, rispetto al 25% massimo di otto anni prima) ed aumentò al contempo i dazi doganali su ferro, lana, cotone, canapa (tessile) e tela da sacchi. Il disegno di legge oltrepassò per un soffio il vaglio della Camera dei Rappresentanti ottenendo un voto di 107 favorevoli contro 102.

Principalmente gli Stati Uniti d'America medio-occidentali e gli Stati Uniti nord-occidentali ne sostennero l'approvazione, mentre il profondo Sud e gli Stati Uniti sud-occidentali in generale vi si opposero fortemente; la Nuova Inghilterra suddivise il suo voto con una lieve maggioranza di contrari. Passato al vaglio del Senato, con il deciso supporto del senatore Andrew Jackson per il Tennessee riuscì ad essere promulgato con uno scarto di appena 4 voti. La presidenza di James Monroe, ultimo dei "grandi virginiani" che ereditarono la Casa Bianca, pertanto lo controfirmò il 24 marzo del 1824[29]. Daniel Webster del Massachusetts guidò invece la debole opposizione degli Stati Uniti d'America nord-orientali alla tariffa[30].

La protesta scaturita contro la prospettiva e la costituzionalità del suddetto programma tariffario nei suoi livelli percentuali più alti ebbe il suo principio tra il 1826 e il 1827 grazie all'impegno assunto da William Branch Giles il quale farà approvare dall'Assemblea legislativa virginiana delle risoluzioni atte a negare il potere del Congresso di far promulgare tariffe dichiaratamente protettive; questo citando a proprio vantaggio le precedenti Risoluzioni della Virginia del 1798 e la relativa difesa di esse impressa da James Madison e risalente a due anni dopo.

Il futuro presidente negò però sia l'appello all'annullamento che il dubbio d'incostituzionalità; aveva d'altra parte sempre sostenuto che il potere di regolare il commercio includesse di fatto anche la sua protezione a livello nazionale. Thomas Jefferson invece aveva, alla fine della sua vita, scritto contro le tariffe protettive e si era espresso di conseguenza[31].

La successiva tariffa del 1828 fu in larga misura opera di Martin Van Buren (anche se Silas Wright Jr. dello Stato di New York preparò personalmente le principali disposizioni e articoli) e si trattò - almeno in parte - di uno stratagemma politico volto a concedere la vittoria finale a Jackson nelle elezioni presidenziali del 1828.

Van Buren calcolò correttamente l'ipotesi che il Sud avrebbe alla fine concluso con il votare per il candidato del Partito Democratico, ciò indipendentemente dalle problematiche in atto; ignorò pertanto bellamente i loro interessi particolaristi nella stesura del progetto fiscale. Il "New England", rifletté, si sarebbe ritrovato altrettanto propenso a sostenere la presidenza di John Quincy Adams oramai incumbent; conseguentemente la nuova legislazione riscosse pesanti tasse sulle materie prime consumate dall'estremo Nord-est del paese come canapa, lino, melassa, ferro e velature per imbarcazioni[32].

Con una tariffa aggiuntiva proprio sul ferro atta a soddisfare gli interessi specifici della Pennsylvania - larga produttrice del metallo in questione - Van Buren si attese che il tutto contribuisse a consegnare a Jackson gli Stati federati fondamentali di New York, Missouri, Ohio e Kentucky. Oltre all'opposizione Sudista e di alcuni sparuti guppi di Nordisti la tariffa sarà alfine approvata con il pieno appoggio della maggioranza dei sostenitori di Jackson in ambito congressuale; verrà quindi infine controfirmata dal presidente uscente John Quincy Adams al principio del 1828[33].

Come previsto i Democratici - Jackson assieme al proprio compagno di corsa J. Calhoun - trassero a sé l'intero Sud con percentuali e numeri assoluti schiaccianti praticamente in tutti gli Stati Uniti meridionali, tranne che nella Louisiana dove Adams riuscirà a raggiungere il 47% dei suffragi a disposizione (uno sforzo che in ogni caso risultò alla fine perdente).

Un buon numero di Sudisti rimasero tuttavia assai insoddisfatti dal momento che il neo-presidente nei suoi primi 2 messaggi annuali inviati all'Assemblea congressuale non volle - o non poté - lanciare in alcun modo un forte attacco contro il sistema tariffario vigente. Lo storico William John Cooper Jr. a tal proposito scrive:

«Gli ideologi più dottrinari del vecchio gruppo Repubblicano [sostenitori della posizione di Jefferson e Madison alla fine degli anni 1790] hanno trovato Jackson in difficoltà. Questi puristi identificarono la tariffa del 1828, l'odiata Tariffa degli abomini, come la manifestazione più atroce della politica nazionalista che avevano sempre aborrito. Quella tariffa protettiva ha violato la loro teoria costituzionale, in quanto, interpretando dal proprio punto di vista il documento fondamentale della nazione, esso non avrebbe in alcun modo dato il permesso per una tariffa protettiva. Inoltre, videro la suddetta protezione come un vantaggio esclusivamente per il Nord a tutto discapito del Sud[34]

Contesto della Carolina del Sud 1819 - 1828[modifica | modifica wikitesto]

La Carolina del Sud risultò essere influenzata negativamente dal declino economico nazionale verificatosi nel corso del decennio 1820; durante questo lasso di tempo la popolazione diminuì di 56.000 bianchi e di 30.000 schiavi afroamericani, su una popolazione totale libera e schiava di 580.000 unità. I bianchi cominciarono ad andarsene in cerca di territori più favorevoli, conducendo gli schiavi con sé o in alternativa rivendendoli ai mercanti schiavisti i quali li trasferirono nel profondo Sud per essere messi all'asta (compravendita) pubblica[35].

Percorso della nullificazione nella Carolina del Sud 1828 - 1832[modifica | modifica wikitesto]

Washington 1828 - 1832[modifica | modifica wikitesto]

Negoziazione e confronto 1833[modifica | modifica wikitesto]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Vi fu una profonda riflessione a livello di opinione pubblica sull'autentico significato della crisi sopraggiunta e sul suo esito per l'intero paese. Il 1° maggio del 1833 Andrew Jackson avrà l'occasione di scrivere che "la tariffa era solo un pretesto, mentre la disunione e la "confederazione meridionale" erano il vero oggetto del contendere: il prossimo pretesto sarà la questione del negro o della schiavitù negli Stati Uniti d'America"[36].

La risoluzione finale della crisi istituzionale e la forte leadeship presidenziale attrassero gli animi facendo appello sia al Nord che al Sud; lo storico nonché biografo di Jackson Robert V. Remini ha descritto l'opposizione che la "dottrina della nullificazione" ha attinto - negli Stati Uniti meridionali - per il prosieguo della visione tradizionalmente intesa dei diritti degli Stati:

«L'assemblea legislativa dell'Alabama, ad esempio, ha dichiarato la dottrina "non valida in teoria e pericolosa nella pratica". La Georgia ha affermato che era "maliziosa", "avventata e pericolosamente rivoluzionaria". I legislatori del Mississippi infine rimproverarono i Caroliniani del Sud per aver agito con una "precipitosità spericolata"[37]

Forrest McDonald, descrivendo la profonda spaccatura venutasi a creare sulla questione tra i sostenitori dei "diritti degli Stati", scrisse che ""la dottrina dei diritti degli stati, così come venne abbracciata dalla maggior parte degli americani, non riguardava esclusivamente, ma neppure principalmente, la resistenza statale all'autorità federale"[38].

Alla fine della vicenda molti meridionali iniziarono a chiedersi se i fautori della democrazia jacksoniana rappresentassero nei fatti ancora gli "interessi del Sud"; lo storico William John Cooper osserva che "numerosi meridionali avevano iniziato a percepirlo [il Partito Democratico jacksoniano] come una lancia puntata contro il Sud piuttosto che uno scudo che lo difendeva"[39].

Nel vuoto politico creatosi da questa profonda frattura ed estraniamento reciproco tra Nord e Sud si formò l'ala meridionale del Partito Whig; essa fu una coalizione d'interessi unita dal filo conduttore dell'opposizione a Jackson e, più specificamente, alla sua "definizione di potere esecutivo concesso dal federalismo". Il partito politico incluse quindi ex Repubblicani nazionali con una "prospettiva urbana, commerciale e nazionalista" oltre ad ex "nullifiers"[39].

Sottolineando il fatto che erano più meridionali dei Democratici i loro esponenti crebbero proprio nel Sud ed oltrepassando (o per meglio dire lasciandolo in sospeso) il ricorrente problema dell'abolizionismo negli Stati Uniti d'America con vigore e con una ben triste decisione[39].

Ma con entrambe le parti in campo che discussero animatamente su chi avrebbe potuto e saputo meglio difendere le istituzioni meridionali, la sfumatura delle differenze presenti tra "Free Soil Party" (propugnatori della "terra libera") e abolizionisti - che si trasformò sempre più in un problema impellente alla fine del 1840 a seguito della vittoriosa guerra Messico-Stati Uniti e l'espansione territoriale dovuta alla cessione messicana - non entrarono mai veramente nel confronto politico a livello nazionale[39].

Un tale fallimento non fece che aumentare la volatilità dei problemi relativi alla questione schiavista[39]. Richard Ellis sostiene che la fine della crisi significò anche l'inizio di una nuova era. All'interno del movimento per i "diritti degli stati" il tradizionale desiderio di mantenere semplicemente "un governo debole, inattivo e soprattutto frugale" venne messo in seria discussione. Ellis afferma che

«negli anni immediatamente precedenti alla Guerra di secessione americana i "nullifiers" e i loro alleati favorevoli alla schiavitù hanno usato la dottrina dei diritti degli stati e della sovranità autonoma in un modo tale da tentare di espandere i poteri del governo federale di modo che potesse proteggere ancor più efficacemente l'"istituzione peculiare" (lo schiavismo Sudista)[40]

Intorno al 1850 tale dottrina si era tramutata in una richiesta di uguaglianza statale ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti d'America. James Madison reagì a questa incipiente tendenza scrivendo due paragrafi di Consigli per il mio paese, che vennero rinvenuti tra le sue carte post mortem; in essi si affermava che l'Unione

«dovrebbe essere amata e perpetuata, lasciare che il nemico abbia libero accesso ad essa significa considerarlo come una nuova Pandora con il suo contenitore ben spalancato e come il "mascherato", il Serpente che si insinua con le sue letali armi venefiche fin dentro il Paradiso".»

Richard Rush farà pubblicare il tutto nel 1850, quando oramai lo spirito ribelle sudista si era talmente innalzato da additarlo e considerarlo come un falso[41]. Il primo test per tutto il Sud sulla questione della schiavitù prese il via durante a sessione finale congressuale del 1835, in quello che diverrà noto come il "dibattito sulle regole" (Gag rule): gli abolizionisti inondarono l'Assemblea con petizioni anti-schiavitù, con l'intento di porre la parola fine una volta per tutte al commercio interno degli schiavi (compresa Washington).

Il dibattito fu così ostinatamente riaperto ad ogni avvio di sessione tanto che i Sudisti guidati dai sud-caroliniani Henry Laurens Pinckney (sindaco di Charleston) e James Henry Hammond (governatore della Carolina del Sud), fecero di tutto per impedire addirittura che le petizioni fossero ricevute ufficialmente. Sotto la ferrea direzione dell'ex presidente John Quincy Adams (un inflessibile abolizionista) la polemica rimase alta sul palcoscenico nazionale fino alla fine del 1844, quando il Congresso revocò tutte le restrizioni al trattamento delle petizioni[42].

Descrivendo con accuratezza l'eredità lasciata dalla crisi, Sean Wilentz scrive:

«La battaglia tra i nazionalisti democratici di Jackson, il Nord e il Sud e i settari della nullificazione avrebbe risuonato attraverso la politica nella contrapposizione tra schiavisti e abolizionisti per i decenni a venire. La vittoria di Jackson, ironicamente, avrebbe aiutato ad accelerare l'emergere della fazione pro-schiavitù Sudista come una forza politica coerente e articolata, che contribuì a consolidare l'opinione abolizionista antitetica del Nord, sia dentro che fuori dal partito di Jackson. Questi sviluppi accelerarono l'emergere di due democrazie fondamentalmente incompatibili, una nel Sud a base schiavista, l'altra nel libero Nord[7]

Nello specifico per la Carolina del Sud l'eredità della crisi coinvolse sia le divisioni all'interno dello Stato federato durante lo svolgersi della crisi stessa sia l'apparente isolamento statale quando questa fu risolta. Nel 1860, quando la Carolina del Sud divenne il primo Stato a dichiarare la secessione, era oramai più unito internamente di qualsiasi altro stato meridionale. Lo storico Charles Edward Cauthen scrive:

«Probabilmente in misura maggiore rispetto a qualsiasi altro Stato Sudista, la Carolina del Sud era stata preparata dai suoi leader per un periodo di almeno un trentennio alle questioni esplose definitivamente del 1860. Indottrinamento nei principi della sovranità statale, educazione alla necessità di mantenere istituzioni meridionali, avvertimenti sui pericoli del controllo del governo federale da parte di una sezione ostile ai propri singoli interessi - in una parola, l'educazione delle masse nei principi e la necessità della secessione in determinate circostanze - erano stati portati avanti con abilità e successo difficilmente inferiori a quelli magistrali ottenuti dalla propaganda degli abolizionisti stessi. Fu questa educazione, questa propaganda, proveniente dai leader della Carolina del Sud a rendere la secessione il movimento quasi spontaneo che era[43]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Freehling, The Road to Disunion, p. 255. Craven p. 60. Ellis p. 7.
  2. ^ Remini, Andrew Jackson, v2, pp. 136–137. Niven, pp. 135–137. Freehling, Prelude to Civil War, p. 143.
  3. ^ Craven, p. 65. Niven, pp. 135–137. Freehling, Prelude to Civil War, p. 143.
  4. ^ Niven p. 192. Calhoun replaced Robert Y. Hayne as senator so that Hayne could follow James Hamilton as governor. Niven writes, "There is no doubt that these moves were part of a well-thought-out plan whereby Hayne would restrain the hotheads in the state legislature and Calhoun would defend his brainchild, nullification, in Washington against administration stalwarts and the likes of Daniel Webster, the new apostle of northern nationalism."
  5. ^ Howe p. 410. In the Senate only Virginia and South Carolina voted against the 1832 tariff. Howe writes, "Most southerners saw the measure as a significant amelioration of their grievance and were now content to back Jackson for reelection rather than pursue the more drastic remedy such as the one South Carolina was touting."
  6. ^ Freehling, Prelude to Civil War pp. 1–3. Freehling writes, "In Charleston Governor Robert Y. Hayne ... tried to form an army which could hope to challenge the forces of 'Old Hickory'. Hayne recruited a brigade of mounted minutemen, 2,000 strong, which could swoop down on Charleston the moment fighting broke out, and a volunteer army of 25,000 men which could march on foot to save the beleaguered city. In the North Governor Hayne's agents bought over $100,000 worth of arms; in Charleston Hamilton readied his volunteers for an assault on the federal forts."
  7. ^ a b Wilentz, p. 388.
  8. ^ Woods, p. 78.
  9. ^ Tuttle, California Digest 26, p. 47.
  10. ^ Linn sheriff says he won't enforce federal gun orders, su democratherald.com, 16 gennaio 2013. URL consultato il 24 settembre 2017.
  11. ^ Ellis, pg. 4.
  12. ^ McDonald pg. vii. McDonald wrote, "Of all the problems that beset the United States during the century from the Declaration of Independence to the end of Reconstruction, the most pervasive concerned disagreements about the nature of the Union and the line to be drawn between the authority of the general government and that of the several states. At times the issue bubbled silently and unseen between the surface of public consciousness; at times it exploded: now and again the balance between general and local authority seemed to be settled in one direction or another, only to be upset anew and to move back toward the opposite position, but the contention never went away."
  13. ^ Ellis pp. 1-2.
  14. ^ Per il testo integrale delle risoluzioni vedi Risoluzioni del Kentucky del 1798 e Risoluzioni del Kentucky del 1799.
  15. ^ James Madison in Risoluzioni della Virginia del 1798
  16. ^ Banning pg. 388.
  17. ^ Brant, pg. 297, 629.
  18. ^ Brant, pp. 298.
  19. ^ Brant, pg. 629.
  20. ^ Ketcham pg. 396.
  21. ^ Wilentz, pg. 80.
  22. ^ Ellis, pg. 5. Madison called for the constitutional amendment because he believed much of the American System was unconstitutional. Historian Richard Buel Jr. notes that in preparing for the worst from the Hartford Convention, the Madison administration made preparation to intervene militarily in case of New England secession. Troops from the Canada–US border were moved near Albany so that they could move into either Massachusetts or Connecticut if necessary. New England troops were also returned to their recruitment areas in order to serve as a focus for loyalists. Buel, pp. 220-221.
  23. ^ McDonald, pp. 69-70.
  24. ^ Wilentz pg. 166.
  25. ^ Wilentz, pg. 181.
  26. ^ Ellis, pag. 6; Wilentz, pag. 182.
  27. ^ Freehling, Prelude to Civil War, pp. 92-93.
  28. ^ Wilentz pg. 243. Economic historian Frank Taussig notes "The act of 1816, which is generally said to mark the beginning of a distinctly protective policy in this country, belongs rather to the earlier series of acts, beginning with that of 1789, than to the group of acts of 1824, 1828, and 1832. Its highest permanent rate of duty was twenty per cent., an increase over the previous rates which is chiefly accounted for by the heavy interest charge on the debt incurred during the war. But after the crash of 1819, a movement in favor of protection set in, which was backed by a strong popular feeling such as had been absent in the earlier years." The Tariff History of the United States (Part I) Teaching American History
  29. ^ Remini, Henry Clay, pg. 232. Freehling, The Road to Disunion, pag. 257.
  30. ^ McDonald, pag. 95.
  31. ^ Brant, p. 622.
  32. ^ Remini, Andrew Jackson, v2, pp. 136-137. McDonald presents a slightly different rationale. He stated that the bill would "adversely affect New England woolen manufacturers, ship builders, and shipowners" and Van Buren calculated that New England and the South would unite to defeat the bill, allowing Jacksonians to have it both ways – in the North they could claim they tried but failed to pass a needed tariff and in the South they could claim that they had thwarted an effort to increase import duties
  33. ^ McDonald, pp. 94-95.
  34. ^ Cooper, pp. 11-12.
  35. ^ Freehling, The Road to Disunion, pg. 255. Historian Avery Craven wrote, "Historians have generally ignored the fact that the South Carolina statesmen, in the so-called Nullification controversy, were struggling against a practical situation. They have conjured up a great struggle between nationalism and States" rights and described these men as theorists reveling in constitutional refinements for the mere sake of logic. Yet here was a clear case of commercial and agricultural depression. Craven, pg. 60.
  36. ^ Jon Meacham (2009), American Lion: Andrew Jackson in the White House, New York: Random House, p. 247; Correspondence of Andrew Jackson, Vol. V, p. 72.
  37. ^ Remini, Andrew Jackson, v3. pg. 42.
  38. ^ McDonald, pg. 110.
  39. ^ a b c d e Cooper, pp. 53–65.
  40. ^ Ellis, pg. 198.
  41. ^ Brant p. 646; Rush produced a copy in Mrs. Madison's hand; the original also survives. The contemporary letter to Edward Coles (Brant, p. 639) makes plain that the enemy in question is the nullifier.
  42. ^ Freehling, Prelude to Civil War, pp. 346-356. McDonald (pp. 121–122) saw states' rights in the period from 1833–1847 as almost totally successful in creating a "virtually nonfunctional" federal government. This did not insure political harmony, as "the national political arena became the center of heated controversy concerning the newly raised issue of slavery, a controversy that reached the flash point during the debates about the annexation of the Republic of Texas."
  43. ^ Cauthen, pg. 32.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Brant, Irving: The Fourth President: A Life of James Madison Bobbs Merrill, 1970.
  • Buel, Richard Jr. America on the Brink: How the Political Struggle Over the War of 1812 Almost Destroyed the Young Republic (2005) ISBN 1-4039-6238-3
  • Cauthen, Charles Edward. South Carolina Goes to War (1950) ISBN 1-57003-560-1
  • Cooper, William J. Jr. The South and the Politics of Slavery 1828-1856 (1978) ISBN 0-8071-0385-3
  • Craven, Avery. The Coming of the Civil War (1942) ISBN 0-226-11894-0
  • Ellis, Richard E. The Union at Risk: Jacksonian Democracy, States' Rights, and the Nullification Crisis (1987)
  • Freehling, William W. The Road to Disunion: Secessionists at Bay, 1776-1854 (1991), Vol. 1
  • Freehling, William W. Prelude to Civil War: The Nullification Crisis in South Carolina 1816-1836 (1965) ISBN 0-19-507681-8
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  • Niven, John. John C. Calhoun and the Price of Union (1988) ISBN 0-8071-1451-0
  • Peterson, Merrill D. The Great Triumvirate: Webster, Clay, and Calhoun (1987) ISBN 0-19-503877-0
  • Remini, Robert V. Andrew Jackson and the Course of American Freedom, 1822-1832, v2 (1981) ISBN 0-06-014844-6
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  • Remini, Robert V. Henry Clay: Statesman for the Union (1991) ISBN 0-393-31088-4
  • Tuttle, Charles A. (Court Reporter) California Digest: A Digest of the Reports of the Supreme Court of California, Volume 26 (1906)
  • Walther, Eric C. The Fire-Eaters (1992) ISBN 0-8071-1731-5
  • Wilentz, Sean. The Rise of American Democracy: Jefferson to Lincoln (2005) ISBN 0-393-05820-4
  • Woods, Thomas E. Jr. Nullification (2010) ISBN 978-1-59698-149-2

Altre letture[modifica | modifica wikitesto]

  • John Barnwell, Love of Order: South Carolina's First Secession Crisis, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1982, ISBN 0-8078-1498-9.
  • Gerald M. Capers, John C. Calhoun, Opportunist: A Reappraisal, Gainesville, University of Florida Press, 1960.
  • Margaret L. Coit, John C. Calhoun: American Portrait, Boston, Houghton Mifflin Co., 1950.
  • David Franklin Houston, A Critical Study of Nullification in South Carolina, Longmans, Green, and Co., 1896.
  • Richard B. Latner, The Nullification Crisis and Republican Subversion, in Journal of Southern History, vol. 43, nº 1, 1977, pp. 18–38, JSTOR 2207553.
  • Stephanie McCurry, Masters of Small Worlds: Yeoman Households, Gender Relations and the Political Culture of the Antebellum South Carolina Low Country, New York, Oxford University Press, 1995, ISBN 0-19-507236-7.
  • Jane H. Pease e William H. Pease, The Economics and Politics of Charleston's Nullification Crisis, in Journal of Southern History, vol. 47, nº 3, 1981, pp. 335–362, JSTOR 2207798.
  • Donald Ratcliffe, The Nullification Crisis, Southern Discontents, and the American Political Process, in American Nineteenth Century History, vol. 1, nº 2, 2000, pp. 1–30, DOI:10.1080/14664650008567014.
  • Charles Wiltse, John C. Calhoun, Nullifier, 1829–1839, Indianapolis, Bobbs-Merrill, 1949.


Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]