Assedio di Malta

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Assedio di Malta
Assedio di Malta, di Matteo Perez d'Aleccio.
Assedio di Malta, di Matteo Perez d'Aleccio.
Data 18 maggio - 12 settembre 1565
Luogo Malta
Causa Eliminare la "minaccia" dei Cavalieri che contrastavano le scorrerie saracene e creare una base per l'invasione dell'Italia
Esito vittoria dei Cavalieri di Malta
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
700 cavalieri di Malta
5.100 - 6.500 soldati di cui circa 3000 maltesi
e 1000 tra uomini d'arme ed archibugieri italiani
30.000 - 40.000 uomini + gli equipaggi delle navi
6.000 giannizzeri
140 navi
Perdite
239 cavalieri, 2.500 soldati e circa 7.000 civili maltesi. 31.000 uomini
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L'assedio di Malta del 1565, anche noto come il grande assedio di Malta, fu un assedio stretto dall'Impero ottomano, deciso a conquistare Malta, per eliminare l'Ordine ospedaliero di San Giovanni; la strenua difesa dei cavalieri e dei maltesi permise loro di obbligare gli Ottomani a desistere dopo quattro mesi.

Malta è situata a sud della Sicilia e quasi equidistante dalle coste libiche e tunisine. Oltre a controllare il commercio tra le rotte occidentali e orientali del Mediterraneo, era dotata di eccellenti porti naturali che facevano dell'isola una roccaforte di notevole importanza strategica. Nel XVI secolo infatti, il Mediterraneo era diventato ormai un lago islamico[1], soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la sconfitta di Gerba. I corsari barbareschi, guidati dai loro comandanti Dragut e Occhialì, compivano razzie e depredavano i convogli navali con ingenti danni per i cristiani che non trovavano accordi con l'Impero ottomano, in quel periodo guidato da Solimano il magnifico. La caduta dell'isola, ultimo baluardo di difesa della Cristianità, avrebbe avuto conseguenze disastrose per tutta l'Europa, data la debolezza e la litigiosità delle potenze europee[1].

L'assedio è considerato uno dei più grandi e di maggior successo per i difensori nella storia militare. Tuttavia, non dovrebbe essere visto come un evento isolato, ma come il picco di una escalation delle ostilità tra spagnoli e Ottomani per il controllo del Mediterraneo.

I Cavalieri di Malta[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sovrano Militare Ordine di Malta.

L'Ordine dei Cavalieri ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme nel 1530 cambiò nome in "Ordine di Malta" quando, il 26 ottobre, fra' Philippe Villiers de L'Isle-Adam, Gran Maestro dell'Ordine, insieme con i suoi cavalieri, giunse a Malta per prendere possesso dell'isola, ceduta in feudo dall'imperatore Carlo V.

Sette anni prima, alla fine del 1522, i Cavalieri erano stati cacciati dalla loro base a Rodi dal sultano ottomano Solimano il Magnifico, dopo un assedio durato sei mesi. Tra il 1523 e il 1530 i Cavalieri non ebbero alcuna base, fino a quando l'imperatore d'Asburgo offrì loro l'arcipelago di Malta. In cambio pretese un tributo annuale che consisteva in un falco, da inviare al viceré di Sicilia, e in una messa da celebrare in onore di tutti i Santi. Fu inoltre consegnata Tripoli, città situata in un territorio ostile, che l'imperatore destinò per tenere a bada i pirati della Barberia, alleati degli ottomani.

Dopo una consultazione con papa Clemente VII, Villiers de l'Isle-Adam accettò l'offerta anche se con alcuni dubbi poiché, rispetto a Rodi, Malta era piccola e desolata. Ben presto però, divenne un'efficiente base da cui partirono convogli per attaccare le navi turche e corsare. L'isola, situata nel centro del Mediterraneo, occupa una posizione chiave del crocevia tra Oriente e Occidente e di grande importanza strategica, soprattutto quando, dal 1540, i pirati berberi cominciarono a infestare le acque del Mediterraneo attaccando le navi e le coste cristiane. In particolare vengono ricordate le isole Baleari, terra dalla quale provenivano molti cavalieri, che furono teatro dell'attacco portato da Turgut Reis (conosciuto anche come "Dragut") a Pollensa nel 1550, durante il quale i turchi uscirono sconfitti. Ogni 2 agosto si commemora l'evento, con il grido di allarme dato dall'eroe locale Joan Mas:

(CA)
« Mare de Déu dels Àngels, assistiu-mos!
Pollencins, alçau-vos!
Perquè els Pirates ja són aquí! »
(IT)
« Madre di Dio degli angeli, aiutaci!
Abitanti di Pollensa, svegliatevi!
Perché i pirati sono qui! »

Il corsaro Dragut, infatti, cominciò ad essere una seria minaccia per le nazioni cristiane del Mediterraneo, anche se la permanenza dell'Ordine di Malta sull'isola fu un ostacolo per le sue finalità. Infatti i cavalieri effettuarono azioni contro i corsari, liberando i convogli cristiani catturati, oppure attaccando le navi cariche d'oro e di seta del "Gran Turco"[2]. Nel 1551, Dragut e l'ammiraglio turco Sinán decisero di attaccare le isole e, con 10.000 uomini, aggredirono Gozo. Il bombardamento della città durò per diversi giorni fino a quando il governatore dei Cavalieri, considerando inutile opporre altra resistenza, consegnò la cittadella. I corsari presero in ostaggio quasi tutta la popolazione (circa 5.000 abitanti) e poi si recarono a Tripoli, dove cacciarono senza troppa fatica i Cavalieri della guarnigione.

Di fronte a questi attacchi, il Gran Maestro dell'Ordine, fra' Juan de Homedes, decise di rafforzare le difese del forte Sant'Angelo in Birgu (cittadella oggi chiamata Vittoriosa), e di costruire due nuovi forti, di San Michele nel promontorio di Senglea, e di Sant'Elmo, sulle pendici della penisola del Monte Sceberras (oggi, centro urbano di La Valletta). I due nuovi fortini furono ultimati in soli sei mesi nell'anno 1552, e furono di importanza cruciale per l'esito del "Grande assedio". In particolare Sant'Elmo fu commissionato ad un architetto italiano che lo progettò in un modo oggi conosciuto come fortificazione alla moderna.

I preparativi[modifica | modifica sorgente]

Gli anni successivi furono particolarmente tranquilli per l'isola. Nel 1557 fra' Jean de la Valette, cavaliere dell'ordine di Malta, fu eletto 49º Gran Maestro dell'Ordine, e subito incoraggiò attacchi contro le navi non cristiane.

Essendo un periodo relativamente tranquillo Dragut, nel 1559, decise (d'accordo con i Mori) di attaccare la costa orientale della Spagna. Ciò indusse Filippo II a organizzare una spedizione navale per cacciare i corsari dalla loro base a Tripoli. L'Ordine aderì alla spedizione, composta di circa 54 navi e 14.000 uomini, ma la campagna si concluse con un disastro: la flotta cristiana fu sorpresa vicino l'isola di Gerba dalle forze dell'ammiraglio Piyale Paşa, nel maggio 1560, e circa metà delle navi vennero affondate o catturate. Questo evento segnò l'apice della dominazione ottomana nelle acque mediterranee.

Dopo l'episodio di Gerba, le possibilità per gli ottomani di attaccare Malta aumentarono notevolmente. Ma, nonostante sapessero che nel mese di agosto 1560 Jean de la Valette aveva richiamato a Malta tutti gli appartenenti all'Ordine per recare aiuto, essi commisero il grave errore di non attaccare immediatamente l'isola[3], lasciando il tempo alla Spagna di ricostruire le proprie armate.

A metà 1564, Mathurin Romegas, uno dei più notevoli ammiragli dell'Ordine, si impossessò di alcuni vascelli turchi (appartenenti all'eunuco capo del'Harem Kustir Agha) sui quali viaggiavano alti personaggi della "Sublime Porta", compresa la vecchia balia della figlia prediletta del sultano[4] e il governatore del Cairo. Il successo dei corsari di Romegas fornì ai turchi un plausibile casus belli.

Nei primi mesi del 1565, il Gran Maestro ricevette un rapporto dalle spie genovesi a Costantinopoli che preannunciava un'invasione imminente. Jean de la Valette si occupò delle più elementari misure di difesa: reclutamento di soldati in Italia, accumulo di cibo, e accelerazione dei lavori di riparazione e ristrutturazione delle fortezze di San Angelo, San Michele e Sant'Elmo, evacuazione dei civili e realizzazione della tattica della terra bruciata a Malta e Gozo. Tuttavia attese del tempo prima di cominciare i preparativi a causa del costo delle operazioni ed essendo convinto che il nemico non sarebbe arrivato prima di giugno, quando in realtà si presentò il 18 maggio dello stesso anno.

Gli schieramenti[modifica | modifica sorgente]

Il "Gran turco", al massimo del suo potere, portò a Malta una delle più grandi armate mai viste fino ad allora. Secondo la registrazione di Giacomo Bosio, storico ufficiale dell'Ordine, la flotta era composta da 193 navi, delle quali 131 galere, 7 galeotte (piccole galee) e 6 galeazze (grandi galee, meno agili ma con più potenza di fuoco), 8 mahon (grandi navi da trasporto), 11 barche a vela con rifornimenti e altre 3 per i cavalli. Le navi trasportavano anche un discreto equipaggiamento d'assedio che comprendeva 64 pezzi d'artiglieria (tra cui una dozzina di colubrine e un enorme basilisco capace di scagliare proiettili di ferro da 100 kg). Per quanto riguarda la fanteria, oltre al numeroso reparto di miliziani poco addestrati e pirati, figuravano nell'esercito turco alcuni corpi d'élite come gli spahi (cavalleria pesante) che erano la punta di forza della cavalleria ottomana e i giannizzeri che erano ormai diventati una casta militare e politica molto influente. Questo reparto era uno dei più potenti dell'epoca: ogni giannizzero era dotato di un archibugio (nel caso dell'assedio di Malta, furono usati archibugi tedeschi a canna lunga), un arco, 2 scimitarre e poi mazze e asce; in particolare avevano il privilegio di poter essere aiutati e curati durante una battaglia. Infine vi era la guardia del corpo di Dragut: un gruppo di 1.500 matasiete. Si trattava di guerrieri fanatici vestiti con pelle di leone e armati di scimitarre. Il loro nome - che derivava dallo spagnolo matar, "ammazzare" (a sua volta derivante dal verbo arabo mata, che ha lo stesso significato), e siete che significa "sette", oppure "molti" - verrà poi italianizzato in "ammazzasette".

Il diario dell'assedio del mercenario italo-spagnolo, Francisco Balbi di Correggio, è un'altra fonte di informazioni sulle forze in conflitto:

Cavalieri di Malta Forze ottomane
550 cavalieri ospitalieri 6.000 spahi (cavalleria)
400 soldati spagnoli 500 spahi de Caramania
800 soldati italiani 6.000 giannizzeri
500 soldati delle galere (fanteria da sbarco) 400 avventurieri di Mitilene
200 soldati siciliani 2.500 spahi della Rouania (Algeria)
100 soldati della guarnigione di Sant'Elmo 3.500 avventurieri della Rouania
100 aiutanti dei cavalieri 4.000 "fanatici religiosi"
500 minatori 6.000 volontari vari
3.000 soldati reclutati tra il popolo maltese Corsari vari di Tripoli
Totale: 6.100 Totale: 28.500 d'Oriente, 48.000 in totale

Le cifre indicate da Balbi sono affidabili. Il cavaliere Hipólito Sans, in un registro meno conosciuto, cita 48.000 invasori, anche se non è chiaro se la sua storia sia davvero indipendente degli scritti del soldato di ventura italo-spagnolo. Altri autori contemporanei diedero cifre più basse; proprio La Valette, in una lettera a Filippo II scritta durante il quarto giorno d'assedio, fece notare che «il numero di soldati che è sbarcato è tra i 15.000 e i 16.000, compresi 7.000 archibugieri, 3.000 giannizzeri e 4.000 Spahi». Naturalmente per sbarcare 48.000 uomini occorrevano molti giorni, soprattutto con i mezzi dell'epoca, quindi la cifra finale molto probabilmente corrisponde a quella indicata.

Esempio di bombarda ottomana

Inoltre, un mese dopo l'assedio, egli stesso scrisse al priore dell'ordine di Malta queste parole: «Questa flotta consisteva di 250 navi, trireme, bireme e altre imbarcazioni; crediamo che il nemico abbia circa 40.000 uomini in armi». Il fatto che La Valette diede un numero di 250 navi e 40.000 uomini mostra che lo stesso Gran Maestro fu molto obbiettivo nelle stime. Infatti, il capitano Vincenzo Anastagi affermò che le forze nemiche arrivarono a 22.000 uomini, una cifra simile a quella di molti altri scritti di quelle date. Da parte sua, Bosio parla di circa 30.000 uomini, numero simile ai 38.500 di Balbi.

Siccome Anastagi cercava di convincere il viceré di Sicilia che una vittoria era possibile se egli avesse contribuito con l'invio di truppe, probabilmente diminuì la cifra. Alla luce del fatto che gli storici offrono un totale di poco più di 30.000 uomini (più 6.000 pirati, provenienti da Barberia), si può concludere che la cifra reale non dovesse variare di molto.

Da parte dei difensori, i numeri di Balbi probabilmente sono corretti, in quanto dà una cifra di soli 550 cavalieri sull'isola, ma i cavalieri erano pochi e tutti nobili, mentre Bosio parlava di un totale di 8.500 difensori. La differenza è data dai soldati di varie provenienze al servizio dell'Ordine e dai 3000 armigeri reclutati tra i maltesi.

L'assedio[modifica | modifica sorgente]

L'assedio di Malta, di Ignazio Danti (XVI secolo, Musei Vaticani)

Lo sbarco[modifica | modifica sorgente]

L'imponente flotta turca, che partì da Costantinopoli nel mese di marzo, fu avvistata a Malta all'alba di venerdì 18 maggio, ma non sbarcò immediatamente; costeggiò l'isola ed infine approdò nel porto di Marsa Scirocco, a circa 10 km dal Gran Porto. Secondo la maggior parte delle storie, in particolare quella di Balbi, tra il capo delle forze terrestri, il visir Kızıl Ahmedli Mustafa Paşa[5][6] e l'ammiraglio Piyale Paşa[7], ci furono alcuni dissensi. Piyale era dell'idea di mettere al sicuro la sua flotta dai venti del Mediterraneo nel Grande Porto, e perciò propose di attaccare la base fortificata. Da parte sua, Mustafà preferiva tentare l'attacco alla vecchia capitale, Medina, che era situata al centro dell'isola, per poi attaccare via terra i forti San Michele e Sant'Angelo. Alla fine la spuntò Piyale, convincendo i suoi compagni che i cavalieri a Sant'Elmo avrebbero resistito solamente un paio di giorni. Così, il giorno 24 maggio posizionò, intorno al piccolo forte, 21 batterie di cannoni per cominciare subito i bombardamenti.

Certamente Solimano commise un grave errore a distribuire il comando tra Piale e Mustafà, anche se il comando generale spettava a Dragut[8] che però arrivò a operazioni già iniziate poiché la sua nave era incappata in una tempesta. Egli, non appena giunse a Malta, disapprovò la scelta di Piale, ma ritenne disonorevole interrompere l'attacco già iniziato.

Battaglia del forte Sant'Elmo[modifica | modifica sorgente]

Il forte Sant'Elmo era difeso da circa 100 cavalieri e 500 miliziani ai quali la Valette aveva ordinato di lottare fino alla fine, cercando di resistere fino a quando non sarebbero arrivati i rinforzi promessi da García Álvarez de Toledo y Osorio, viceré di Sicilia.

Il pesante bombardamento ridusse il forte in macerie in meno di una settimana, ma la Valette, e i cavalieri degli altri due forti, rimpiazzarono i feriti con truppe fresche e ripararono la fortezza di notte passando per un sentiero nascosto. Il forte, nonostante gli incessanti bombardamenti, continuò a resistere con i cavalieri annidati tra le macerie.

La mattina del 3 giugno i giannizzeri scagliarono un attacco contro le mura, urlando e sparando all'impazzata anche favoriti dalle massicce dosi di hashish loro distribuite prima della battaglia. Per scalare le mura vennero utilizzate scale e corde mentre i cavalieri rovesciarono il fuoco greco sugli assalitori che in pochi istanti si trasformarono in torce umane. I superstiti che raggiunsero la cima si trovarono davanti i cavalieri dell'ordine. Uomini interamente ricoperti di ferro, armati di spade e lance, che avevano dedicato la loro vita all'addestramento militare e alla preghiera. Il monaco dell'ordine infatti, indossava una corazza che permetteva una impenetrabile difesa ma anche una notevole agilità, essendo il peso ben distribuito e l'armatura costruita su misura. Né i fendenti di scimitarra, né le frecce, penetrarono le corazze; solamente un colpo di archibugio sparato a bruciapelo poteva provocare danni, ma i turchi ne disponevano pochi; infatti, a parte i giannizzeri, i soldati erano equipaggiati alla leggera e con indosso un corpetto corazzato. A mezzogiorno i turchi si ritirarono lasciando sul campo 2.000 morti; i cavalieri che persero la vita in questo scontro furono solamente 10 mentre 70 furono i miliziani che perirono.

Le armi segrete[modifica | modifica sorgente]

Disposizione dei forti

La vera arma segreta degli assediati però fu la superiore tecnologia; oltre al fuoco greco, erano diffuse le "pignatte", rudimentali bombe a mano riempite del potente composto, accese mediante una corta miccia, avevano un utilizzo simile a quello delle moderne molotov. Non solo bombe ma anche lanciafiamme: "la tromba", un lungo tubo che sputava fuoco sui nemici. Ma senza dubbio, l'arma che maggiormente impressionò i soldati turchi, fu il "cerchio". Quest'arma, usata per la prima volta proprio a Sant'Elmo, era formata da un anello di legno ricavato dalle botti e rivestito di un tessuto imbevuto di pece. Il cerchio veniva acceso e fatto rotolare giù dalle mura contro i nemici con effetti devastanti.

I bombardamenti continuarono per giorni, alternati da massicci assalti dei giannizzeri sempre respinti. I soldati dei rispettivi eserciti si massacrarono a vicenda, convinti che se la morte li avesse colti durante la battaglia avrebbero ottenuto la ricompensa: agli ottomani era promesso il paradiso delle Huri, ai cavalieri era concessa l'indulgenza plenaria da papa Paolo IV.

L'8 giugno i cavalieri, stremati dagli incessanti bombardamenti (6.000 palle di cannone sparate al giorno), inviarono un messaggio al Gran Maestro che chiedeva l'autorizzazione di morire con la spada in mano facendo una sortita nel campo nemico. In risposta il Gran Maestro disse che se i Cavalieri dovevano morire allora era meglio che morissero nel modo che lui aveva ordinato: «sacrificando le nostre vite una ad una, faremo guadagnare tempo all'Europa e alla Cristianità». Anche se ridotta allo stremo, la guarnigione resistette, respingendo numerosi assalti del nemico e ritardando la caduta della fortezza. Il 13 giugno anche gli assalitori utilizzarono la loro arma segreta: si trattava dei cosiddetti "sacchetti". Questi erano piccoli involucri, attaccati alle frecce, riempiti di sostanze incendiarie e appiccicose, che si attaccarono alle corazze condannando il cavaliere colpito a bruciare vivo se non avesse avuto a disposizione acqua per spegnere il fuoco.

La caduta del forte[modifica | modifica sorgente]

Il 18 giugno, Sant'Elmo era ormai un cumulo di macerie. Mustafà e Dragut si spinsero su una collina per assistere all'ennesimo assalto. Ma quel giorno accadde l'imprevedibile. L'artigliere siciliano Giovanni Antonio Grugno, attirato dalle bandiere dai colori sgargianti dei due comandanti, prese il suo cannone, mirò e fece fuoco su di loro. La palla di cannone centrò in pieno il comandante dei giannizzeri e una scheggia si infilò nell'occhio destro di Dragut.[9] Il vecchio pirata morirà cinque giorni dopo, appena saputo della caduta del forte.

Il 23 giugno, i turchi riuscirono a prendere ciò che era rimasto del forte di Sant'Elmo, vendicandosi sui prigionieri: massacrarono i cavalieri catturati, crocifissero i loro corpi a tavole di legno e li spinsero sulle acque del porto verso le posizioni dei cavalieri piazzati negli altri due forti[10]. La Valette ordinò una risposta dello stesso tenore: tutti i prigionieri turchi furono decapitati e le loro teste sparate dai cannoni verso il campo nemico.

Ora che i turchi avevano vinto, la flotta di Piyale gettò l'ancora nel porto. L'assedio del forte Sant'Elmo per la parte turca non ebbe meno di 6.000 vittime, tra cui la metà dei suoi migliori soldati, i giannizzeri. Piyale stesso era stato ferito alla testa. Mustafà comprese il suo errore strategico, il forte Sant'Elmo era stato conquistato ad un prezzo troppo caro. Guardando verso il forte Sant'Angelo ancora intatto con i cannoni tuonanti, gridò: «Allah! Se un figlio così piccolo è costato tanto caro, quale prezzo dovremo pagare per un padre così grande?».

Il Piccolo Soccorso[modifica | modifica sorgente]

Intanto la notizia dell'assedio si era diffusa nel continente provocando il panico. Non vi era alcun dubbio che il risultato dell'assedio di Malta sarebbe stato drammatico e che il suo esito avrebbe potuto decidere la lotta tra l'Impero ottomano e l'Europa cristiana. Una volta presa l'isola, i turchi avrebbero invaso l'Italia da sud pur continuando la conquista dell'Ungheria e della penisola balcanica: l'Europa occidentale si sarebbe ritrovata in una morsa letale.

Per questo motivo si decise di organizzare una spedizione di salvataggio, il "Gran Soccorso", capitanata dal genovese Gianandrea Doria, che comprendeva galee di tutti gli stati mediterranei ad eccezione di Francia e Venezia che non parteciparono per paura di guastare i loro rapporti con l'Impero ottomano. Tuttavia Filippo II ordinò esplicitamente al viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio, di non impegnare le sue galee: il ricordo della sconfitta a Gerba era ancora vivo nel "Re prudente"[11]. Tuttavia García era angosciato da un terribile dilemma: il suo spirito di soldato lo spingeva a partire immediatamente con le sue galee alla volta di Malta (anche perché suo figlio militava tra le truppe maltesi), ma gli ordini di Madrid lo trattenevano.

Così alcuni ardimentosi cominciarono a violare il blocco navale turco per portare viveri e rinforzi agli assediati. In pieno giorno, una barca a remi diretta verso il Gran Porto, fu colpita da una cannonata turca e, un comandante dell'Ordine, un tale Salvago, e il capitano spagnolo Miranda, raggiunsero la costa a nuoto e si unirono agli assediati. In un'altra occasione una galera siciliana riuscì a scappare da sette galee nemiche mentre cercava di approdare.

Un rinforzo di 600 uomini comandati da Enrique de la Valette, nipote del Gran Maestro, non riuscì a raggiungere la costa e fu costretta a fuggire. Dopo altri due tentativi falliti, il 28 giugno raggiunse Malta un consistente numero di rinforzi: circa 600 uomini sotto il comando di Juan de Cardona, in quattro galere inviate dal viceré di Sicilia. Ciò provocò un enorme aumento del morale. Questa piccola guarnigione comprese una compagnia spagnola d'élite, 150 cavalieri e molti volontari, inclusi i fratelli del duca di Infantado e il Conte di Monteagudo, comandati da don Melchor de Robles. Il successo si deve ad un singolo soldato, Juan Martinez di Luvenia, che appena sbarcato si occupò di segnalare la presenza o l'assenza delle navi nemiche con un falò.

Infine partecipò ai rinforzi anche il Ducato di Savoia che organizzò una spedizione, chiamata "Piccolo Soccorso", guidata dal piemontese Andrea Provana di Leinì. Il gruppetto di galee riuscì avventurosamente a superare il blocco navale e a sbarcare un gruppo di volontari e alcune casse di viveri prima di riprendere il largo.

Secondo assalto[modifica | modifica sorgente]

L'assedio di Malta dipinto da Matteo Perez d'Aleccio

Con Piyale ferito, Mustafà suddivise le forze in tre gruppi: uno avrebbe attaccato Birgu e Medina (i due borghi dell'isola), e gli altri due i forti rimanenti. Furono costruite 100 piccole imbarcazioni nel Gran Porto, con l'intenzione di lanciare un attacco anfibio contro il promontorio di Senglea, mentre i pirati attaccavano il forte San Michele. Fortunatamente per i maltesi, un disertore turco mise in guardia la Valette sulla imminente operazione e il Gran Maestro ebbe il tempo di costruire un recinto e sbarramenti sottomarini. L'attacco ebbe luogo il 15 luglio: alcune navi turche si schiantarono contro le palizzate mentre altre finirono intrappolate nelle catene disseminate lungo la riva. Quando i turchi tentarono di distruggere le difese in mare furono aggrediti dai nuotatori maltesi che ingaggiarono un violento corpo a corpo. Quel giorno non furono fatti prigionieri e ai turchi che si arresero venne tagliata la gola al grido di «Per vendicare Sant'Elmo!». Anche l'azione dei pirati fallì. Infatti una decina di vascelli carichi di giannizzeri arrivò a portata di una batteria di cannoni del comandante de Guiral, ai piedi del forte Sant'Angelo. Dopo poche salve nove barche affondarono trascinando con sé gli equipaggi[12].

Nel frattempo, i turchi avevano circondato Birgu e Medina e, con i loro 64 pezzi d'assedio, il 2 agosto le città furono oggetto del più duro bombardamento che avesse mai avuto luogo fino ad allora nella storia[13] (Balbi assicura che furono sparati oltre 130.000 proiettili solo di archibugio nel corso dell'assedio). Venne quindi lanciato il segnale d'attacco e gli assedianti si scagliarono contro ciò che rimaneva delle mura; lo scontro durò per sei ore ma alla fine furono respinti.

Il 7 agosto Mustafà ordinò due massicci attacchi simultanei contro forte San Miguel e contro la cittadella di Birgu. Mentre i turchi si avvicinarono alle mura, il Gran Maestro la Vallette decise di effettuare un'improvvisa sortita contro gli assedianti. Racconta Balbi nel suo diario:

« Il Gran Maestro si rivolse ai suoi uomini con queste parole: «Sono certo, che se io cadrò ciascuno di voi sarà in grado di prendere il mio posto e di continuare a combattere per l'onore dell'Ordine e per amore della nostra Santa Chiesa. Signori cavalieri. Andiamo a morire che è giunto il nostro giorno!» »

I cavalieri piombarono nello schieramento turco interamente ricoperti di ferro, menando colpi con il pesante spadone a due mani provocando il caos nello schieramento avversario. Lo scontro infuriò per nove ore fin quando i turchi non si ritirarono. A questo punto Mustafà, pensando che i cavalieri avessero ricevuto rinforzi, decise che da quel momento in poi avrebbe affidato il compito di continuare l'assedio alle sue artiglierie.

Dopo l'attacco del 7 agosto i turchi ripresero, senza interruzione, il loro bombardamento contro San Michele e Birgu alternando sporadiche sortite di giannizzeri e spahi dove si aprivano delle brecce nelle mura, come avvenne il 18 agosto quando una mina aprì una breccia nella quale si riversarono gli assedianti, costringendo lo stesso Gran Maestro ad intervenire gettandosi nella mischia[14]. Il suo gesto fu d'esempio per i difensori che si precipitarono verso le mura dando vita ad un violento corpo a corpo. L'assalto fu respinto ma la Vallette rimase ferito ad una gamba da una granata.

Il Gran Soccorso[modifica | modifica sorgente]

Intanto a Messina la preparazione della flotta del Gran Soccorso andava per le lunghe. Il 26 agosto le navi cariche di volontari salparono ma furono subito costrette a tornare indietro a causa di una violenta tempesta. Ciò ritardò di molto le operazioni e la spedizione poté riprendere il largo solo il 5 settembre. Arrivarono nella baia di Mellieħa, tra Malta e Gozo, due giorni dopo. L'arrivo dei rinforzi fu il colpo di grazia per i turchi. Il combattimento decisivo avvenne sulla piana di Pietranera alla quale parteciparono anche i cavalieri usciti in massa dai forti. Dopo cinque ore di combattimento i turchi si ritirarono e s'imbarcarono sulle loro navi.

Il 12 settembre la flotta di Piyale lasciò l'isola; dovette però abbandonare parte delle navi, che furono date alle fiamme per non lasciarle al nemico: non vi erano più uomini sufficienti per manovrarle.

Le perdite registrate da Balbi furono: 31.000 turchi, 239 cavalieri di Malta, 2.500 fanti di tutte le nazionalità, 7.000 cittadini maltesi (uomini, donne e bambini).

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

La Valletta in un'incisione del 1680

Quando la notizia della vittoria di Malta si diffuse nel continente, in tutte le chiese ci furono funzioni di ringraziamento. Giunsero a Malta doni da tutta Europa. Filippo II inviò a Malta circa 6.000 uomini di rinforzo, un'ingente somma di denaro e regalò a la Vallette una spada e un pugnale con incise queste parole: PLUS QUAM VALOR VALET LA VALLETTE. Tuttavia il viceré d'Italia, don Garcia, fu destituito per aver disubbidito agli ordini. Il papa Pio IV offrì a la Vallette di diventare cardinale ma questi rifiutò: l'anziano cavaliere voleva vivere i suoi ultimi anni sulla sua isola. Egli infatti morì il 21 agosto 1568 e a lui fu dedicata la nuova capitale di Malta: La Valletta.

Per l'Impero ottomano, al contrario, la sconfitta di Malta fu un grave colpo anche sul piano finanziario, poiché l'economia turca si reggeva principalmente sulle razzie e sul bottino di guerra: per la prima volta la loro moneta fu svalutata, e i turchi conobbero l'inflazione. Meno di un terzo dell'esercito ritornò a Costantinopoli e la flotta fu guidata nel porto in piena notte per evitare che il popolo si rendesse conto dei danni subiti. Solimano intendeva ripetere l'attacco l'anno successivo, e questa volta certamente Malta, ormai semidistrutta, non avrebbe potuto resistere; ma durante l'inverno, sabotatori dell'Ordine di Malta riuscirono ad entrare nell'arsenale di Istanbul e a far esplodere il deposito delle polveri, distruggendo parte della flotta turca che era ormeggiata nei bacini[15]. Il sultano cambiò i suoi piani e nel 1566 diresse i suoi sforzi bellici verso l'Ungheria, ma durante questa campagna trovò la morte.

Gli ottomani non attaccarono mai più Malta.

L'eroica resistenza dei Cavalieri di Malta dimostrò all'Europa che era possibile sconfiggere l'Impero ottomano e si diffuse un sentimento di fiducia e di rivalsa. Molti volontari furono arruolati nelle flotte che erano in costruzione in tutti gli arsenali europei poiché, per la prima volta, la Sublime Porta era stata sconfitta.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Arrigo Petacco, La croce e la mezzaluna, Mondadori, 2005
  2. ^ Per "Gran turco" si intende l'impero ottomano a partire dalla conquista di Costantinopoli nel 1453; altri termini usati per indicare l'impero turco sono "La sublime porta" e "La porta ottomana". Il nome deriva dal portone, situato a Istanbul nelle immediate vicinanze del Topkapi, che conduceva al quartier generale del gran visir, dove il sultano teneva la cerimonia di benvenuto per gli ambasciatori stranieri.
  3. ^ Arrigo Petacco, La croce e la mezzaluna, Mondadori, 2005
  4. ^ Si tratta di Mirmah, figlia del sultano e di Khurrem, la sua concubina preferita, di origine russa, detta dai cristiani "la Rossellana"
  5. ^ Aurel Decei Istoria imperiului otoman, Editura ştiinţifică şi enciclopedică, Bucureşti 1978, p. 185
  6. ^ Lo stesso che era stato sconfitto dai cavalieri a Rodi e che aveva ottenuto la stima del sultano portando a buon fine le campagne in Persia e Ungheria.
  7. ^ Genero del sultano e vincitore nella battaglia di Gerba.
  8. ^ Vi erano inoltre altri comandanti come il governatore di Alessandria, il governatore di Algeri e un noto corsaro rinnegato di nome Alì Fartax.
  9. ^ Arrigo Petacco, L'ultima crociata, Mondadori, 2007
  10. ^ Due di essi furono riconosciuti dai fratelli che prestavano servizio negli altri forti.
  11. ^ Filippo d'Asburgo, figlio di Carlo V e noto come Filippo I di Sicilia e Filippo II di Spagna viene soprannominato il "Re prudente"
  12. ^ Scrive Balbi «Quel giorno la batteria del comandante de Guiral costituì la salvezza di Senglea».
  13. ^ Il fragore enorme fu sentito dagli abitanti di Siracusa e Catania situate rispettivamente a 70 e 100 miglia di distanza.
  14. ^ Pare che, a settant'anni, l'anziano cavaliere, ponendosi solamente un leggero elmo sulla testa, si gettò nella mischia senza neanche indossare l'armatura.
  15. ^ L'Abate de Vertot, nella sua storia dell'Ordine, sostiene che il motivo principale per cui Malta non fu attaccata anche nel 1566, fu il fatto che l'arsenale principale di Costantinopoli venne fatto saltare in aria da una o più spie assoldate dal Gran Maestro. Tuttavia Vertot non indica la fonte della sua affermazione e, il fatto che le esplosioni nei depositi in quel periodo erano abbastanza comuni (a causa della mancanza di precauzioni), lascia tuttora il dubbio su cosa abbia provocato il fatto.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • (EN) Bradford, Ernle, The Great Siege: Malta 1565, Wordsworth 1999, 1961. ISBN 1-84022-206-9.
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  • Rossi, Ettore, “L'Assedio di Malta nel 1565 secondo gli storici ottomani”, in Malta Letteraria, 1926.
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  • Arrigo Petacco, La croce e la mezzaluna, Mondadori, 2005. ISBN 978-88-04-55983-2.
  • Arrigo Petacco, L'ultima crociata. Quando gli ottomani arrivarono alle porte dell'Europa, Mondadori, 2007.
  • Francesco Balbi da Correggio, Il grande assedio di Malta, Associazione Culturale ITALIA, 2010.

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